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domenica 12 ottobre 2014

Il fango sa sorridere


Da venerdì mattina nell'aria di Genova si respira quell'odore surreale di paura mista a fiato sospeso, di quiete ad occhi bassi, di asfalto bagnato e umido. Chi cammina lo fa più velocemente, chi fuma una sigaretta sull'uscio del proprio negozio lo fa nervosamente, chi fa la spesa e arranca su per via Balbi con le buste controlla spesso il cielo e gli ammassi di nuvole che si muovono veloci.
Questo nella metà di città lato ponente, quella che, anche sotto un cielo quasi beige e allucinato, accoglie branchi di turisti giapponesi e li guida verso i musei di Strada Nuova e Palazzo Reale, serve aperitivi in una piazza delle Erbe sì umida ma vibrante di chiacchiere, tentando di dare una parvenza di normalità ad un finesettimana che di normale ha solo l'andare e venire ciclico della notte.
L'altra metà della città, quella delimitata da via XX Settembre tagliata più o meno nel mezzo, ha tutto un altro odore. Ha l'odore del terrore, del sudore, di quella disperazione a cui però non la si può dare vinta. Ha l'odore di un sorriso incastrato a forza sui volti, quelli di chi in via Canevari, in via Archimede, a Borgo Incrociati ci vive e ci lavora, aveva macchina e motorino.
Perché quello che non mancava su nessuna faccia, questa mattina mentre si spalava, era un sorriso che combatteva, attimo per attimo, con tutta la forza dei muscoli e dei tendini, contro la voglia di sedersi a terra, tra il fango e la merda, tra i vetri e i rami, per piangere rivivendo un film già girato tre anni fa. Perché di film si tratta. Il copione sempre lo stesso, è cambiato solo qualche ordine delle scene. Gli attori sempre uguali, la pioggia grande protagonista da tappeto rosso, le allerte mere comparse, i cittadini le vittime di un giallo che non trova colpevole. Le macchine da presa presenti, oggi, a testimoniare una vicenda già successa, a far vedere al mondo magliette sudate e capelli appiccicati sulla fronte, a chiamare centinaia di persone Angeli del Fango per dimostrare all'umanità che ancora un po' di umanità, appunto, è rimasta, da qualche parte, in qualche momento.

Questa mattina un pallido sole ha deciso di illuminare meglio quell'enorme ferita che Genova pensava e sperava di aver rimarginato, come per lasciare piena visuale alla fiumana di chirurghi che sin dalle prime ore di luce cercavano di curarla.
Chirurghi come chi, con le mani impastate di guanti e fango, ha spostato con pale, palette, vanghe, scope, rastrelli, tutta la melma e i detriti accumulati all'entrata del tunnel di Borgo degli Incrociati, quello che collega Brignole al Borgo.

Chirurghi come chi, a via libera da fango e pezzi di legno, ha fatto la spola tra via Canevari e la bocca del tunnel, tirando fuori una ad una le auto ammassate in quel lungo e buio tubo digerente, che le ha masticate, ruminate, spolpate e le ha lasciate lì nel proprio stomaco. Una lavanda gastrica fatta di gomme che scivolano sull'asfalto limaccioso e portiere spappolate.
Chirurghi come chi, nelle budella del borgo, ha aiutato i padroni delle osterie, dei bar, delle cartolerie, dei negozi di antichità a sventrare le proprie attività, a far vomitare ai loro locali poltrone dell'ottocento intrise d'acqua, risme di quaderni macerate, cornici divelte e vetri rotti.
Chirurghi come chi, con una carriola massiccia, trasportava secchi stracolmi di fango marrone sino all'imponente container sistemato all'entrata della via, in attesa che un camion lo portasse, strapieno, nel più vicino centro di raccolta.
Chirurghi come chi, con sacchi di carta fumante, ha distribuito focaccia calda e olandesine alla crema, bottiglie d'acqua e sorrisi di cortesia. Persone di cui non saprò mai il nome, persone che nemmeno volevano un grazie. Persone di cui forse non ricorderò il volto, ma di certo terrò tatuato nella memoria il sorriso stremato.
Chirurghi come noi, questa mattina, tra chi fa il caffè al primo piano del Borgo e lo porta giù in bicchieri di plastica e chi con due mani prende la maniglia di un secchio pieno e non deve nemmeno alzare la testa per chiedere aiuto ad alzarlo perché altre due mani, conosciute o non, sono già sull'altra maniglia. 
Chirurghi come chi questa mattina si è infilato gli stivali di gomma senza pensare. Non per dovere, non per coscienza, non per beneficenza. Ma perché è nella natura umana farlo. 
E se raccontarlo è sinonimo di esibizionismo allora sì, questa volta esibisco.
Esibisco l'esperienza di pazzesca umanità che ho vissuto questa mattina.
La gioia di vivere in mezzo al fango no, non pensavo di trovarla. Eppure. 


martedì 23 settembre 2014

Tutto sul tetto


C'è una cosa, in particolare, che amo delle città. Oltre ai volti, le strade, le piazze, l'atmosfera, le facciate. Quello che mi fa innamorare di una città sono i tetti. Spesso dimenticati, bistrattati, ricevono uno sguardo distratto mentre si cerca di capire se quei due nuvoloni neri porteranno pioggia o no. Invece io alzo subito il naso al cielo e cerco di scorgere tutto quello che sta sopra. Terrazze nascoste in misere e grigie alternanze di palazzotti semi nuovi, tetti di tegole, alcuni con le travi a vista, grigi, rossi, dritti, sghimbesci, in un mosaico di colori, forme e bellezze che dà ad ogni città un profilo unico. Ho amato quelli squadrati, di cemento e acciaio, nudi di Downtown Manhattan, quelli di tegole, spesso di legno, delle perliferie di Albany, quelli dalle mille tonalità di grigio fumo e quegli abbaini dalle forme perfette di Parigi, quelli multiformi e seriosi di Milano, e oggi ho amato quelli inconfondibili di Genova. Musica, nessuna cartina, un passo dopo l'altro nell'incredibile umanità che si incontra nelle budella più crude della città. Un occhio sui vicoli, un occhio alla striscia di cielo che si vedeva in cima per scorgere uno scorcio, un filo di tetto, vedere cosa c'è al di là. Ancora più su. Così ad ogni piazza, ogni slargo, ogni salita, la soddisfazione di scorgere una terrazza minuscola, incastonata tra quattro palazzine di altezze diverse, con qualche pianta un dondolo e i rampicanti che si sono impossessati della ringhiera. Che gioia i tetti, questa volta allineati come tanti soldatini sull'attenti, che si vedono dando le spalle a palazzo Ducale, in piazza Matteotti. Vere e proprie foreste coltivate dalla terrazza di un attico, tende a righe, antenne di qualche televisione che chissà chi starà guardando. C'è così tanta vita tra i tetti di Genova. E immaginarla dà un senso di energia, di essere parte di qualcosa, di un'umanità che sotto quei tetti pulsa e freme. 

lunedì 7 novembre 2011

Ma se ghe penso..

..la mia povera Liguria. E poi il piemonte, il Po, e Napoli.
E tutti si stanno battendo per trovare qualcosa, qualcuno a cui dare la colpa. Chi se l'è presa con il sindaco, le scuole aperte, l'allarme troppo basso nonostante il largo anticipo.
Perchè è così, bisogna scatenarla la rabbia, l'indignazione, il dolore. Il dolore di chi ha perso una famiglia, una sorella, una moglie.
Bisogna trovare qualcuno verso cui puntare il dito, da cui pretendere delle scuse, una magia, che riporti indietro quello che adesso non è più.
Eppure.
Io sono dell'idea che il Sindaco possa aver fatto, magari, scelte sbagliate.
Ma che in certi casi la natura va assecondata, coccolata e protetta.
Per non farla scagliare contro di noi.

Genova si inerpica su per colline, i suoi budelli sono tortuosi così come i mille torrenti, canali che la attraversano, per arrivare al mare. E alla prima pioggia, non hanno più spazio per scorrere.
E quindi, di chi è la colpa?
Solo di una cosa, mi commuovo.
E mi stringo nelle spalle, con un brivido.
Nel vedere le foto, le testimonianze di chi, in questi giorni, armato di stivali di gomma, acqua e buona volontà, sta lavorando per ripulire Genova, per coccolarla e farla risplendere.
Chi, anche non essendo di Genova, prende un treno per andare ad affondare le mani nel fango, con il sudore sulla fronte per spostare un divano squarciato in mezzo ad una strada.
E la vera forza, sono loro.
Che si offrono, a centinaia, per andare a medicare una Genova ferita, umiliata, in lutto.
Tutto questo è la più grande sorpresa che la natura, in questi giorni, poteva darci.

Sperando di avere imparato, e di imparare sempre di più, a prenderci cura di lei. 
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Il fango sa sorridere


Da venerdì mattina nell'aria di Genova si respira quell'odore surreale di paura mista a fiato sospeso, di quiete ad occhi bassi, di asfalto bagnato e umido. Chi cammina lo fa più velocemente, chi fuma una sigaretta sull'uscio del proprio negozio lo fa nervosamente, chi fa la spesa e arranca su per via Balbi con le buste controlla spesso il cielo e gli ammassi di nuvole che si muovono veloci.
Questo nella metà di città lato ponente, quella che, anche sotto un cielo quasi beige e allucinato, accoglie branchi di turisti giapponesi e li guida verso i musei di Strada Nuova e Palazzo Reale, serve aperitivi in una piazza delle Erbe sì umida ma vibrante di chiacchiere, tentando di dare una parvenza di normalità ad un finesettimana che di normale ha solo l'andare e venire ciclico della notte.
L'altra metà della città, quella delimitata da via XX Settembre tagliata più o meno nel mezzo, ha tutto un altro odore. Ha l'odore del terrore, del sudore, di quella disperazione a cui però non la si può dare vinta. Ha l'odore di un sorriso incastrato a forza sui volti, quelli di chi in via Canevari, in via Archimede, a Borgo Incrociati ci vive e ci lavora, aveva macchina e motorino.
Perché quello che non mancava su nessuna faccia, questa mattina mentre si spalava, era un sorriso che combatteva, attimo per attimo, con tutta la forza dei muscoli e dei tendini, contro la voglia di sedersi a terra, tra il fango e la merda, tra i vetri e i rami, per piangere rivivendo un film già girato tre anni fa. Perché di film si tratta. Il copione sempre lo stesso, è cambiato solo qualche ordine delle scene. Gli attori sempre uguali, la pioggia grande protagonista da tappeto rosso, le allerte mere comparse, i cittadini le vittime di un giallo che non trova colpevole. Le macchine da presa presenti, oggi, a testimoniare una vicenda già successa, a far vedere al mondo magliette sudate e capelli appiccicati sulla fronte, a chiamare centinaia di persone Angeli del Fango per dimostrare all'umanità che ancora un po' di umanità, appunto, è rimasta, da qualche parte, in qualche momento.

Questa mattina un pallido sole ha deciso di illuminare meglio quell'enorme ferita che Genova pensava e sperava di aver rimarginato, come per lasciare piena visuale alla fiumana di chirurghi che sin dalle prime ore di luce cercavano di curarla.
Chirurghi come chi, con le mani impastate di guanti e fango, ha spostato con pale, palette, vanghe, scope, rastrelli, tutta la melma e i detriti accumulati all'entrata del tunnel di Borgo degli Incrociati, quello che collega Brignole al Borgo.

Chirurghi come chi, a via libera da fango e pezzi di legno, ha fatto la spola tra via Canevari e la bocca del tunnel, tirando fuori una ad una le auto ammassate in quel lungo e buio tubo digerente, che le ha masticate, ruminate, spolpate e le ha lasciate lì nel proprio stomaco. Una lavanda gastrica fatta di gomme che scivolano sull'asfalto limaccioso e portiere spappolate.
Chirurghi come chi, nelle budella del borgo, ha aiutato i padroni delle osterie, dei bar, delle cartolerie, dei negozi di antichità a sventrare le proprie attività, a far vomitare ai loro locali poltrone dell'ottocento intrise d'acqua, risme di quaderni macerate, cornici divelte e vetri rotti.
Chirurghi come chi, con una carriola massiccia, trasportava secchi stracolmi di fango marrone sino all'imponente container sistemato all'entrata della via, in attesa che un camion lo portasse, strapieno, nel più vicino centro di raccolta.
Chirurghi come chi, con sacchi di carta fumante, ha distribuito focaccia calda e olandesine alla crema, bottiglie d'acqua e sorrisi di cortesia. Persone di cui non saprò mai il nome, persone che nemmeno volevano un grazie. Persone di cui forse non ricorderò il volto, ma di certo terrò tatuato nella memoria il sorriso stremato.
Chirurghi come noi, questa mattina, tra chi fa il caffè al primo piano del Borgo e lo porta giù in bicchieri di plastica e chi con due mani prende la maniglia di un secchio pieno e non deve nemmeno alzare la testa per chiedere aiuto ad alzarlo perché altre due mani, conosciute o non, sono già sull'altra maniglia. 
Chirurghi come chi questa mattina si è infilato gli stivali di gomma senza pensare. Non per dovere, non per coscienza, non per beneficenza. Ma perché è nella natura umana farlo. 
E se raccontarlo è sinonimo di esibizionismo allora sì, questa volta esibisco.
Esibisco l'esperienza di pazzesca umanità che ho vissuto questa mattina.
La gioia di vivere in mezzo al fango no, non pensavo di trovarla. Eppure. 


Tutto sul tetto


C'è una cosa, in particolare, che amo delle città. Oltre ai volti, le strade, le piazze, l'atmosfera, le facciate. Quello che mi fa innamorare di una città sono i tetti. Spesso dimenticati, bistrattati, ricevono uno sguardo distratto mentre si cerca di capire se quei due nuvoloni neri porteranno pioggia o no. Invece io alzo subito il naso al cielo e cerco di scorgere tutto quello che sta sopra. Terrazze nascoste in misere e grigie alternanze di palazzotti semi nuovi, tetti di tegole, alcuni con le travi a vista, grigi, rossi, dritti, sghimbesci, in un mosaico di colori, forme e bellezze che dà ad ogni città un profilo unico. Ho amato quelli squadrati, di cemento e acciaio, nudi di Downtown Manhattan, quelli di tegole, spesso di legno, delle perliferie di Albany, quelli dalle mille tonalità di grigio fumo e quegli abbaini dalle forme perfette di Parigi, quelli multiformi e seriosi di Milano, e oggi ho amato quelli inconfondibili di Genova. Musica, nessuna cartina, un passo dopo l'altro nell'incredibile umanità che si incontra nelle budella più crude della città. Un occhio sui vicoli, un occhio alla striscia di cielo che si vedeva in cima per scorgere uno scorcio, un filo di tetto, vedere cosa c'è al di là. Ancora più su. Così ad ogni piazza, ogni slargo, ogni salita, la soddisfazione di scorgere una terrazza minuscola, incastonata tra quattro palazzine di altezze diverse, con qualche pianta un dondolo e i rampicanti che si sono impossessati della ringhiera. Che gioia i tetti, questa volta allineati come tanti soldatini sull'attenti, che si vedono dando le spalle a palazzo Ducale, in piazza Matteotti. Vere e proprie foreste coltivate dalla terrazza di un attico, tende a righe, antenne di qualche televisione che chissà chi starà guardando. C'è così tanta vita tra i tetti di Genova. E immaginarla dà un senso di energia, di essere parte di qualcosa, di un'umanità che sotto quei tetti pulsa e freme. 

Ma se ghe penso..

..la mia povera Liguria. E poi il piemonte, il Po, e Napoli.
E tutti si stanno battendo per trovare qualcosa, qualcuno a cui dare la colpa. Chi se l'è presa con il sindaco, le scuole aperte, l'allarme troppo basso nonostante il largo anticipo.
Perchè è così, bisogna scatenarla la rabbia, l'indignazione, il dolore. Il dolore di chi ha perso una famiglia, una sorella, una moglie.
Bisogna trovare qualcuno verso cui puntare il dito, da cui pretendere delle scuse, una magia, che riporti indietro quello che adesso non è più.
Eppure.
Io sono dell'idea che il Sindaco possa aver fatto, magari, scelte sbagliate.
Ma che in certi casi la natura va assecondata, coccolata e protetta.
Per non farla scagliare contro di noi.

Genova si inerpica su per colline, i suoi budelli sono tortuosi così come i mille torrenti, canali che la attraversano, per arrivare al mare. E alla prima pioggia, non hanno più spazio per scorrere.
E quindi, di chi è la colpa?
Solo di una cosa, mi commuovo.
E mi stringo nelle spalle, con un brivido.
Nel vedere le foto, le testimonianze di chi, in questi giorni, armato di stivali di gomma, acqua e buona volontà, sta lavorando per ripulire Genova, per coccolarla e farla risplendere.
Chi, anche non essendo di Genova, prende un treno per andare ad affondare le mani nel fango, con il sudore sulla fronte per spostare un divano squarciato in mezzo ad una strada.
E la vera forza, sono loro.
Che si offrono, a centinaia, per andare a medicare una Genova ferita, umiliata, in lutto.
Tutto questo è la più grande sorpresa che la natura, in questi giorni, poteva darci.

Sperando di avere imparato, e di imparare sempre di più, a prenderci cura di lei.