Visualizzazione post con etichetta Vita. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Vita. Mostra tutti i post

domenica 12 ottobre 2014

Il fango sa sorridere


Da venerdì mattina nell'aria di Genova si respira quell'odore surreale di paura mista a fiato sospeso, di quiete ad occhi bassi, di asfalto bagnato e umido. Chi cammina lo fa più velocemente, chi fuma una sigaretta sull'uscio del proprio negozio lo fa nervosamente, chi fa la spesa e arranca su per via Balbi con le buste controlla spesso il cielo e gli ammassi di nuvole che si muovono veloci.
Questo nella metà di città lato ponente, quella che, anche sotto un cielo quasi beige e allucinato, accoglie branchi di turisti giapponesi e li guida verso i musei di Strada Nuova e Palazzo Reale, serve aperitivi in una piazza delle Erbe sì umida ma vibrante di chiacchiere, tentando di dare una parvenza di normalità ad un finesettimana che di normale ha solo l'andare e venire ciclico della notte.
L'altra metà della città, quella delimitata da via XX Settembre tagliata più o meno nel mezzo, ha tutto un altro odore. Ha l'odore del terrore, del sudore, di quella disperazione a cui però non la si può dare vinta. Ha l'odore di un sorriso incastrato a forza sui volti, quelli di chi in via Canevari, in via Archimede, a Borgo Incrociati ci vive e ci lavora, aveva macchina e motorino.
Perché quello che non mancava su nessuna faccia, questa mattina mentre si spalava, era un sorriso che combatteva, attimo per attimo, con tutta la forza dei muscoli e dei tendini, contro la voglia di sedersi a terra, tra il fango e la merda, tra i vetri e i rami, per piangere rivivendo un film già girato tre anni fa. Perché di film si tratta. Il copione sempre lo stesso, è cambiato solo qualche ordine delle scene. Gli attori sempre uguali, la pioggia grande protagonista da tappeto rosso, le allerte mere comparse, i cittadini le vittime di un giallo che non trova colpevole. Le macchine da presa presenti, oggi, a testimoniare una vicenda già successa, a far vedere al mondo magliette sudate e capelli appiccicati sulla fronte, a chiamare centinaia di persone Angeli del Fango per dimostrare all'umanità che ancora un po' di umanità, appunto, è rimasta, da qualche parte, in qualche momento.

Questa mattina un pallido sole ha deciso di illuminare meglio quell'enorme ferita che Genova pensava e sperava di aver rimarginato, come per lasciare piena visuale alla fiumana di chirurghi che sin dalle prime ore di luce cercavano di curarla.
Chirurghi come chi, con le mani impastate di guanti e fango, ha spostato con pale, palette, vanghe, scope, rastrelli, tutta la melma e i detriti accumulati all'entrata del tunnel di Borgo degli Incrociati, quello che collega Brignole al Borgo.

Chirurghi come chi, a via libera da fango e pezzi di legno, ha fatto la spola tra via Canevari e la bocca del tunnel, tirando fuori una ad una le auto ammassate in quel lungo e buio tubo digerente, che le ha masticate, ruminate, spolpate e le ha lasciate lì nel proprio stomaco. Una lavanda gastrica fatta di gomme che scivolano sull'asfalto limaccioso e portiere spappolate.
Chirurghi come chi, nelle budella del borgo, ha aiutato i padroni delle osterie, dei bar, delle cartolerie, dei negozi di antichità a sventrare le proprie attività, a far vomitare ai loro locali poltrone dell'ottocento intrise d'acqua, risme di quaderni macerate, cornici divelte e vetri rotti.
Chirurghi come chi, con una carriola massiccia, trasportava secchi stracolmi di fango marrone sino all'imponente container sistemato all'entrata della via, in attesa che un camion lo portasse, strapieno, nel più vicino centro di raccolta.
Chirurghi come chi, con sacchi di carta fumante, ha distribuito focaccia calda e olandesine alla crema, bottiglie d'acqua e sorrisi di cortesia. Persone di cui non saprò mai il nome, persone che nemmeno volevano un grazie. Persone di cui forse non ricorderò il volto, ma di certo terrò tatuato nella memoria il sorriso stremato.
Chirurghi come noi, questa mattina, tra chi fa il caffè al primo piano del Borgo e lo porta giù in bicchieri di plastica e chi con due mani prende la maniglia di un secchio pieno e non deve nemmeno alzare la testa per chiedere aiuto ad alzarlo perché altre due mani, conosciute o non, sono già sull'altra maniglia. 
Chirurghi come chi questa mattina si è infilato gli stivali di gomma senza pensare. Non per dovere, non per coscienza, non per beneficenza. Ma perché è nella natura umana farlo. 
E se raccontarlo è sinonimo di esibizionismo allora sì, questa volta esibisco.
Esibisco l'esperienza di pazzesca umanità che ho vissuto questa mattina.
La gioia di vivere in mezzo al fango no, non pensavo di trovarla. Eppure. 


giovedì 22 agosto 2013

22 agosto 2012

Un anno fa.
A parte il fatto che è da mesi che latito da qui.
A parte il fatto che la mia anima inquieta mi ha portata in nuove acque.
A parte il fatto che le abitudini sono dure a morire e scrivo sempre a ore improbabili.

Comunque, un anno fa mi godevo con spensieratezza i primi giorni a stelle e strisce. Vagavo per il mio appartamento con la leggerezza di chi non sa che, da lì a poco, avrebbe preso una decina di chili. Mi ingozzavo senza ritegno con il menefreghismo di chi pensava "tanto che in America si ingrassa è una leggenda". Sbagliato. Molto sbagliato.
Un anno fa ero probabilmente alla mia prima festa clandestina negli appartamenti dell'università, tra giocatori di football in calzino bianco alto fino a metà polpaccio, ciabatte e beveroni anabolizzanti in giro per casa. Che, giudicando dalle stazze, pareva funzionassero.
Un anno fa stavo per scoprire che spesso sarei tornata nella mia stanza alle cinque del mattino trovando la mia coinquilina a studiare. Nella stessa posizione in cui era alle dieci di sera.
Un anno fa stavo per scoprire come ravioli al vapore e spaghetti di soia non siano così male dopo una sbronza.
Un anno fa stavo probabilmente provando l'accoppiata birra&fourloko, una bevanda a metà tra la redbull e il bacardi. Con la certezza che mi sarei svegliata ogni mezz'ora la notte successiva con la tachicardia.
Un anno fa non sapevo che avrei fatto parecchie puntate all'health center. Facendomi amiche le infermiere.
E invece siamo già ad oggi.
La laurea un traguardo non più da attendere con ansia ma alle spalle.
Una nebulosa fitta all'orizzonte che, ogni tanto, sembra organizzarsi in una sfocata scritta "sei fottuta".
Per ora mi stropiccio gli occhi.

sabato 30 marzo 2013

Nel posto dove vivo

Devo parlarvi di Barcellona. Delle meraviglie che ho visto attraverso gli occhi di chi ci vive e non da chi è in vacanza. Dei profumi, degli odori, dei colori, del vento caldo, del colore del mare.

Ma, tornando, pensavo alle differenze tra il mondo che ho costruito nella mia testa, fin da quando ne ho ricordi, e il mondo dove ogni giorno metto piede, in precario equilibrio.

Pensavo che nel mondo che immaginavo da bambina, quello in cui la parola "governo" era solo la prima persona singolare del verbo che usavo per amministrare il mio regno di bambole, peluches, capricci e Piccini Picciò (darei un rene per giocarci ancora), le cose non andrebbero proprio come vanno ora.
Nel mondo dove la mia elastica mente prepuberale vorticava felice io pensavo a salvare tutti i miei peluches da un pseudo diluvio/incendio/terremoto universale, mettendoli in salvo tutti sul mio letto.
Con sdraiata mia nonna.
La ricoprivo di un manto di pelosi polverosi che pora donna come ha fatto a non odiarmi.
Nel mondo dove i miei pensieri di bambina ancora vivono lo spreco era orrore, in quel mondo dove mi hanno insegnato che le cose si buttano se si deve, non se non si vogliono più come un giocattolo vecchio.
Nel mondo dei miei occhi di bimba i più deboli, che al tempo erano proprio i peluches, magari anche quelli un po' più bruttini e spelacchiati, andavano aiutati, abbracciati, protetti.


E si vede che il mondo dove la mia mente turbolenta ancora viaggia indisturbata è il contrario di quello dove mi trovo a passeggiare ogni giorno.
Nel posto dove vivo le manifestazioni si fanno in piazza per supportare quattro assassini che hanno ammazzato di botte un ragazzo. Un ragazzo che forse era ubriaco, forse aveva fumato uno spinello, forse aveva sbagliato qualcosa, come tutti noi sbagliamo qualcosa. Un ragazzo che subito dopo la prima autopsia, coperto di sangue, si dava per morto per "conseguenze di alcool e droga", che notoriamente ti aprono ferite mortali in testa.
Nel posto dove vivo i politici dei partiti che io, noi, paghiamo, manifestano per quattro assassini sotto il comune dove la mamma della vittima lavora.
Nel posto dove vivo questi quattro poliziotti che vorrei ribadire sono in ogni caso assassini tanto quanto  il nostro Pistorius additato come un mostro, sono incoraggiati da molti perchè non scontino nemmeno sei mesi in carcere.

Nel posto dove vivo pubblicità di stracci per pulire sono ritenute indecenti e schifose, che ricordano o addirittura inneggiano il femminicidio.
Nel posto dove vivo ci indigniamo per una pubblicità che fa sorridere ma non per le prostitute minorenni pagate da padri di famiglia, vecchi, di cui alcuni anche pagati di nuovo da noi, che ci governano.
Nel posto dove vivo ci battiamo per far rimuovere questa pubblicità ma ci schifa la rumena picchiata perchè "ste cazzo di zingare che schifo".

Nel posto dove vivo non si scende in piazza per la pace, la musica, l'arte, l'amore, la cultura che sta cadendo a pezzi, l'istruzione, la sanità.
Nel posto dove vivo si scende in piazza per manifestare contro la giustizia.
Non per la giustizia. Contro.
Nel posto dove vivo un condannato per un reato caduto in prescrizione non è un pezzo di merda delinquente ma un povero uomo vittima di una giustizia cattiva che gli fa la bua.
Nel posto dove vivo essere amici di mafiosi non è un problema, purché uno sia bibliofilo. (Recentemente ha pure citato Plutarco)

Nel posto dove vivo chi è indagato per le stragi di mafia del 92-93 telefona al Capo Dello Stato per farsi spostare di Procura, e la gente si arrabbia perchè si sente la voce di Napolitano al telefono, non perchè è un favoritismo ingiusto, irreale, immotivato.

Nel posto dove vivo intasiamo bacheche di avvisi di cani e gatti abbandonati, maltrattati, malati, mentre in casa abbiamo pellicce, borse di pelle, mocassini di coccodrillo.
Nel posto dove vivo siamo animalisti e ambientalisti, ma poi vogliamo il TAV.
Nel posto dove vivo amiamo più gli animali delle persone.
Con convinzione.
Con rabbia.
Nel posto dove vivo non si riesce a considerare un animale un essere vivente degno di rispetto ma a sua volta degno di un rispetto diverso da quello riservato ad un essere umano.
Nel posto dove vivo la pietà per l'essere umano va sfumandosi.

Nel posto dove vivo si difende la famiglia.
Ma solo quella che ci fa comodo.
Nel posto dove vivo difende la famiglia chi ha tre mogli, due divorzi, una decina di figli e va a troie.
Nel posto dove vivo chi si ama da una vita ma non crede nel matrimonio è un poveraccio e non merita niente.
Nel posto dove vivo c'è ancora gente che si permette di decidere su cosa gli altri debbano fare col loro culo.
Nel posto dove vivo io sono volgare in questo post, ma tutti i parlamentari che dormono, giocano all'ipad, si insultano in parlamento, non lo sono.
Nel posto dove vivo chi vuole morire dignitosamente non può.
Nel posto dove vivo la religione dovrebbe significare amore e invece significa spesso chiusura mentale.

Il mio mondo al contrario è davvero molto più bello di così.
Dovreste farci un salto, ogni tanto.

mercoledì 27 febbraio 2013

Elenchi a caso

Penultimo giorno di febbraio, grigio, smog e traffico. Così ho pensato di bene di resistere alla tentazione di sfanculare il mondo ma ho incanalato tutte le mie energie negative per snocciolare un elenco a casaccio di cose per cui non posso fare a meno di sentirmi viva. E di sorridere.

Visto che oggi per scrivere un articolo avevo bisogno di ispirazione mi sono sparata Via del Campo in loop per tipo due ore, quindi la prima cosa sono le canzoni di Faber, l'odore di salino, camminare sulla spiaggia a piedi nudi, l'abbraccio dei miei quando torno a casa, il profumo della nonna, la soddisfazione di un 30 all'esame per cui avevi studiato come un pazzo, la soddisfazione di un 30 all'esame per cui non avevi studiato un cazzo, il profumo del caffè al mattino, la tua canzone preferita che passa alla radio, una cena con gli amici, il sushi, Claudio Santamaria, l'odore di grigliata nelle sere d'estate, la sudata ogni volta che esco dalla palestra, più distrutta ma soddisfatta, i complimenti per qualcosa che ti riesce bene, un tuo articolo pubblicato, svegliarsi prima della sveglia, le pantofole dopo una serata sui tacchi, le frittate della nonna, una cena di pesce in riva al mare, l'odore di casa dopo mesi fuori, il concerto che volevi da una vita, una sera a teatro, i jeans che desideravi in saldo, il film che volevi vedere da sempre in tv, l'odore di erba bagnata in montagna, trovare dei mirtilli e spappolarseli in bocca durante una passeggiata, le foto vecchie, i diari di quando eri bambina, il mare di Bergeggi, una chiacchierata con un'amica con cui non parlavi da tanto, una sbronza di quelle potenti, una giornata piena che ti lascia quel sapore in bocca di soddisfazione, i miglioramenti visibili in qualcosa che non credevi possibile, il tram che passa nel momento in cui arrivi alla fermata, il cielo azzurro quando apri la finestra al mattino, il profumo di lavatrice, la focaccia di Peisino, le canzoni dei Muse, i ricordi del Liceo, leggere un giornale davanti ad un caffè, la soddisfazione di quando superi i tuoi limiti, la camomilla prima di dormire, gli aperitivi estivi, lo shopping dopo un esame, lo smalto quando non ti si sbecca, la cassa vuota al supermercato, chi ti sorride e ringrazia perché gli hai tenuto la porta aperta, un bambino che ti sorride in coda alla cassa, le vecchie canzoni di Liga che mi ricordano i miei 12 anni, Stefano Accorsi, i film di Tarantino, le mie serie americane preferite, i libri di Ammaniti, andare a mangiare fuori senza averlo programmato, i viaggi in aereo, il treno quando è puntuale, la metro vuota, chi ti aiuta a tirar giù la valigia, le parole belle di un'amica.

E niente, provate a scrivere il vostro. Funziona.

martedì 19 febbraio 2013

Il breviario del RDM.



Per RDM intendo Regalo Di Merda.
Oggi stavo guidando, e nella profondità dei miei pensieri mi è capitato di pensare a quanti regali di merda ho ricevuto (ma sicuramente anche fatto) nella vita. Ora, mi pare il momento giusto di inserire u disclaimer: non c'è nessun riferimento specifico nel fiume di puttanate che scrivo, quindi se per caso una volta nella vita mi avete regalato una roba che mi fa schifo, non me la prendo con voi. Giuro. Perché probabilmente ho fatto un regalo di merda anche io a voi l'anno dopo.

Bon, detto questo, stavo appunto pensando a ogni ricorrenza, dal Natale al compleanno passando per l'Hannukkah, il mesiversario e l'onomastico. Quante volte abbiamo ricevuto una roba atroce, che non regaleremmo nemmeno a quel professore universitario che ci ha bocciato otto volte all'esame? Quante volte abbiamo fatto regali alla cazzo di cane, con buone intenzioni (o anche no), senza minimamente contare i gusti del destinatario. Lo so che l'avete fatto tutti.

Negli anni ho compreso cosa aborro ricevere come regalo, e cosa gli altri aborrono ricevere. Crediate che non abbia mai visto facce di disgusto (malamente) celate sotto sorrisini di gratitudine quando la mia amica che detesta il rosa si vede arrivare un'accoppiata cappello-sciarpa-guanti rosa cipria con fiocco sul fucsia? Quanti Natali quello zio che non vedi da quando ancora ti scaccolavi in pubblico (non vale per tutti, ho amici che lo fanno con soddisfazione ancora davanti al mondo) ti ha regalato maglioni di merda che hai riciclato all'amico del cuore al compleanno dopo? Quante volte hai visto quel cd dei Modà in offerta, che a te piacciono tanto, e senza battere ciglio lo hai regalato all'amica che ascolta solo i Metallica? (brutta immagine, lo so).

Quindi, dato che pure tra due mesi si avvicina il mio compleanno, voi, amici, parenti, che sarete obbligati dalla buona educazione e da tutto il bene che mi volete a farmi un regalo, beccatevi questi aneddoti e consigli nel mio primo Breviario Dei Regali Di Merda.

1. La trousse dei trucchi. Specificatamente quelle di Pupa. Ne sto collezionando alcune che diventeranno pezzi rari e antichi. Ho ricevuto, nell'ordine: una girandola, una puposka (pupa + matrioska. La genialità), una zebra apribile in venti (ma lì lo sforzo c'è stato, a me piace lo zebrato), una cupola rosa shocking, una mucca, orsetti vari. Questo regalo lo passo solo a mia nonna a cui dico che mi piace tantissimo perchè si impegna un sacco. Agli altri, no. Ci metto otto anni a usarle tutte, e per tutte intendo i colori fattibili, il verde pisello e il lucidalabbra giallo canarino non sono umanamente mettibili. Sappiatelo. Che finisca l'era della trousse. Amen.

2. Se non conoscete bene il destinatario - in questo caso me - andateci piano con i libri. Uno dei miei migliori amici (quello che si scaccola, per chiarirci) l'anno scorso mi ha regalato uno di quei libri della collezione di Tiffany. Non ricordo precisamente il titolo. Io che Tiffany lo vedo solo nel film con la Hepburn. Io che quando ci passo in via della Spiga praticamente mettono un cartello fuori con la mia faccia e scritto "Io non posso entrare". Inutile dire che non l'ho mai letto. Dovrei, solo per dovere di cronaca. Ma so che mi farei del male. Stessa cosa per cui se regalate a Giacomo un romanzo che non sia un thriller o un fantascientifico/fantastico siate certi che non solo non lo leggerà mai, ma potrebbe usarlo come carta igienica. Viceversa, se un giorno mi regalate una copia di otto chili del Signore degli Anelli, vi ci prendo a librate.

3.Le cose di Hello Kitty. Ora, io capisco che tutte noi siamo state bambine. Abbiamo fatto cose che percaritànonricordarmele, abbiamo avuto dubbi gusti come il pantalone a zampa d'elefante, la Nike tamarra e il ciuffo rosa a 14 anni, ma alla veneranda età di quasi 23 anni Hello Kitty non potete sventolarmelo sotto il naso. Ho avuto un portachiavi per la moto suo, una volta. L'ho fatto sparire qualche anno fa.

4. Le polo. Questa è una cosa proprio mia. Sarà che a mia madre piacciono tanto e la prendo sempre in giro sul fatto che sembri una mancata insegnante di ginnastica, che me ne sono messe talmente tante della Fred Perry alle superiori, ma la polo bacchettona proprio non mi va giù.

5. Le paillettes. Questo invece vale per la maggior parte del genere femminile. A meno che io non faccia parte di un circolo di Burlesque, o abbia una festa di carnevale imminente, la paillette no. Nel suo viscido lucidume non si riesce ad abbinare con una mazza, fa subito vicoli di via Pré se usata senza parsimonia e, se la destinataria ha passato i 15 anni da un pezzo, fa tanto ritorno alla gioventù mancata.

6. Il peluche. Teneri a dieci anni, romantici a 15, carini a 18. Li ho apprezzati, e guardo con tenerezza anche l'esercito di Cuccioli, pinguini, asinelli, Winnie the Pooh giganti, foche, coniglietti, Wall-e (sì, anche lui) che ho sull'ultima mensola della libreria (roba che se entrate in camera mia sembra di stare nel magico mondo di Barbie) ma dopo una certa età sono superati. Quindi, in generale, se ormai il tempo dei mesiversari e del "ti vuoi mettere con me?" è finito da un pezzo, glissiamo sul peluche.

Alla fine di questa (tutto sommato corta) lista di regali che sono proprio NO, ci sono tanti ma tanti regali che si possono fare (non solo a me, sto diffondendo il verbo, ma se volete a me io non mi lamento), alcuni vanno anche a seconda del grado di conoscenza: dei biglietti per il teatro, una cornice con una foto, un libro ben scelto (ricordo per chi se lo fosse perso, per me NO fantascienza, per dire eh), un massaggio (e qui chi si deve sentire in colpa CI SI SENTA), quella borsetta di H&M che dico sempre che la adoro ma non me la compro mai, un phon nuovo (questo a me che il mio ormai soffia aria tiepida, roba che il bue del presente scalda di più), un buono da Zara (per questo vi bacerei sulla fronte con schiocco molto rumoroso), una cena fuori, un corso di fotografia (se il destinatario non sa manco usare la Kodak con ancora il rullino forse no), un mazzo di fiori, una crema per il corpo, se proprio mi volete un sacco bene fate una colletta e aiutatemi a cambiare la Atos. Bon. Mi sembra di aver detto tutto.

Ma voi, che RDM avete ricevuto?

mercoledì 6 febbraio 2013

Assenze fisiche e mentali


Un mese e qualche spicciolo da quando ho rimesso piede in suolo italiano e ancora ho un sentimento dolceamaro, come se da una parte ancora aspettassi il giorno in cui riprenderò quell'aereo, quel pullman e mi farò scaricare di nuovo alla stazione del pullman di Albany.
Sapete che sono una persona malinconica, che vive di ricordi, magari una manciata di rimorsi ma davvero pochi rimpianti.

In tutto questo Marina é tornata lì, ogni giorno posso vedere come se la cava senza di noi, senza di me, in quel dormitorio dove qualcuno dorme nel mio letto, ha appeso foto sul mio muro, sta impregnando la mia stanza di un odore che non é il mio.
Che presuntuoso il genere umano. Quella stanza, prima di me, sarà stata occupata da decine di studenti, eppure la sento mia quasi più di quella di casa.
Quante decisioni, quante chiacchiere, quanti sogni, quante paranoie, quante sveglie stropicciate, quanti notte brave addormentata vestita, quanto odore di cinese é rimasto quella volta che ero talmente stanca che alle cinque del mattino l'ho portato in camera, mentre la mia coinquilina dormiva. [Che coinquilina di merda, che sono]
Quante docce fatte di corsa, dieci minuti prima di uscire, con una mano impegnata a mettermi il mascara e l'altra a reggere il phon.
Quante notti piene di impegno nel trovare la serratura, a farmi shh da sola mentre cercavo di cambiarmi al buio all'alba per non svegliarla.
Quante confidenze, fatte da menti diverse, da culture diverse, che poi alla fine si assomigliano tutte.
Quanti sogni, speranze, paure condivise, sempre le stesse. Che tu abbia vent'anni in Spagna, in Italia, in Irlanda o in Brasile, li porti allo stesso modo.
Dicevo, vedo Ma che mi manda foto su snapchat [la trovata dell'anno] immersa nelle lenzuola zebrate che le ho lasciato, che va alla lezione di zumba a cui andavamo insieme, che beve una birra ad DeJohn's e, anche solo per una giornata, vorrei avere il dono dell'ubiquità. Spostarmi lì, fare finta che nulla sia cambiato, e continuare il semestre nella 306.

Percepisco l'assenza fisica, materiale, dei suoi abbracci, del suo profumo ogni volta che si stava insieme a chiacchierare. Mi manca l'assenza fisica del suono della risata di Sara, della sua energia, del suo saltellare allegro, della sua voglia di fare e di mediare, quella voglia di mediare che a me é sempre mancata, io spirito inquieto e battagliero che non sono altro. Mi manca l'assenza fisica di Marina che é sempre in grado di rassicurarti, di farti sentire che sí, andrà davvero tutto bene. Che tante volte le cose vanno prese alla leggera, cosa che io riesco a fare davvero male. Mi manca l'assenza fisica di Alice e della sua praticità, delle innumerevoli chiacchierate sulle scale, del continuo confronto tra li e qui, tra quello che ci aspettavamo prima di partire e quello che abbiamo davvero trovato qui.
Mi manca il sorriso di Lorraine, quello dolce, quello timido all'inizio ma ripieno di un affetto genuino.
Mi manca anche sentirmi rincoglionita le prime settimane, quando preferivo stare zitta durante una chiacchierata a cena piuttosto che sbagliare il verbo in una frase.
Mi mancano le voci di tutti, gli accenti che ho sempre fatto una fatica boia a capire, i modi di dire.
Degli Stati Uniti mi manca il modo di vivere la vita più rilassato e più impegnato allo stesso tempo.
Mi manca quella noncuranza del giudizio altrui che qui ci impregna fino a farci soffocare.
Mi manca quell'orgoglio di camminare per strada per quello che si é, non per quello che si indossa o per il taglio di capelli.
Mi manca quella voglia di scoprirsi dentro perché del fuori poco interessa.
Mi manca quella curiosità che le persone hanno per il diverso, per il nuovo, lo straniero.
Alla fine cosa é davvero diverso, straniero, nel paese che ha più radici e allo stesso tempo non ne ha?
Nel paese che vive di differenze e le esalta?
Mi manca tantissimo quel genere di gentilezza e cortesia genuine che le persone hanno nel sangue.
Mi manca scontrare qualcuno col carrello da Walmart, chiedere scusa e sentirmi rispondere col sorriso che non importa.
Ho preso per sbaglio il carrello di una signora all'Esselunga a Milano, la settimana scorsa, [vuoto, n.b.] e ha pensato che volessi rubarle l'euro che c'era dentro. Le ho chiesto scusa ridendo, perché avevo fatto confusione.
Lei non mi ha nemmeno guardata, si é ripresa il carrello ed é filata via, convinta che fossi una poco di buono.
Sai com'é, anche il capello tinto di rosso alla sciura milanese un po' sa di pericoloso.
Scusate, questa mi é proprio scappata.
In ogni caso, dicevo che mi manca quel rispetto per il prossimo che qui non abbiamo.
Certo, ogni paese ha le sue piaghe e contraddizioni, l'America ha da fare i conti con tutte le ferite aperte causate dalla lobby delle armi e dal sentimento nazionalista insito nelle tradizioni. Ma le persone hanno allo stesso tempo un senso di solidarietà che qui noi ce lo sogniamo, qui, nel paese dove nessuno fa niente per niente.
Mi manca l'ospitalità che ho ricevuto, da persone che mi hanno aperto la loro casa per il Thanksgiving senza avermi mai vista prima.
Mi manca l'accortezza delle persone che aprono una porta prima di te in università che te la tengono aperta per farti passare.
Mi mancano gli studenti che ringraziano l'autista del bus del college ogni santa mattina.
E lui che saluta tutti, fa fermate apposta per chi glielo chiede.
Mi mancano i professori che trattano gli studenti come individui pensanti, con cui instaurano un rapporto più profondo rispetto a quello faccia faccia un'aula universitaria.
Mi manca la signora della mensa che si ricorda chi sei, ti fa i complimenti per un maglione nuovo e ti dice quanto é bella la mattinata di sole che si vede dalle ampie vetrate della Dining Hall.


Mi manca perdermi in un mondo che non é il mio, ma che forse spesso mi ha capito molto meglio di quello in cui posso girare a occhi chiusi.

mercoledì 23 gennaio 2013

Quello che non ti aspetti

Mi ero ripromessa di scrivere sull'ultima settimana che ho passato in suolo statunitense, poi uno torna, si vede riappioppati i problemi che erano svaniti magicamente in quattro mesi di alienazione, e niente, non si ha avuto tempo.

Adesso lo si ha.
L'ultima settimana americana l'ho passata, indovinate voi dove?
Esatto.
In quello che è stato il crocevia di tutti i miei spostamenti in giro per gli stati, quello dove ho preso aerei, treni e pullman, dove ormai conoscevo a memoria Porth Authority, la stazione dei pullman, dove sono arrivata per l'ultima volta, in quei quattro mesi.

Ho passato il Natale a New York.
Per la prima volta, il giorno di Natale, ho visto New York addormentata, assopita, stropicciata.
I negozi chiusi, il vento forte di mare che trascinava foglie, cartacce, e pure senzatetto, qui e là, senza meta.
Persino il colosso di Macy's, in pieno centro, aveva le vetrine sfavillanti spente e le serrande abbassate.
Non male per la città che non dorme mai.
Ma in quel momento, vedendola spogliata dei suoi miti, della sua forza, delle sue luci, del suo vociare, con me e i pochi temerari che hanno sfidato la pioggia del 25 dicembre mista a neve per gironzolare all'aria aperta, mi sono sentita quasi a casa.
Il nesso sarà anche poco logico, ma la sensazione di sapere che ogni città si assopisce, si accoccola davanti al camino (che, peraltro, non ho mai avuto) dopo il pranzo di Natale, dove comunque una piccola minoranza preferisce andare al ristorante, soprattutto uomini d'affari russi e turisti, insomma questa sensazione, mi ha fatto sentire a casa.
Dove dopo pranzo alcuni valorosi escono di casa, più per esigenza di digerire che per voglia, e camminano lenti e imbottiti di cibo per le vie grigiognole senza nessun segno apparente di vita.
Perchè Natale è uguale a Savona come a New York.
Sono cose.

Ho sbirciato dentro finestre illuminate anche lì. Dentro Finestre moderne, con gli infissi scintillanti, in grandi grattacieli misto vetro, e cosa ci ho visto?
Una luce gialla, calda, in netto contrasto col nero lucido e freddo del guscio esterno, che faceva da contorno ad un enorme albero di Natale addobbato con cura.
Come poteva essere il mio.

Ora, sarò un cuore di panna, ma non ho mai potuto fare a meno di trovare il lato umano di tutte le città che ho visitato.
Il cuore pulsante, quello che va oltre al turismo, allo shopping, ai ristoranti in voga, ai locali dove si fa la coda fuori, alle viste famosi, ai musei e alle foto inflazionate. (Che ho fatto anche io, non preoccupatevi.)
Infatti, parlando di New York, ne avevo già parlato qui.
Quando inizi ad entrare in confidenza con una città, come con un'amica, non ti importa più di vederla ben truccata, con la piega, la tinta appena fatta, i vestiti stirati che sanno di detersivo.
Quando si entra in confidenza ci si vede in pigiama, col trucco un po' colato, con l'occhiaia che fa capolino.
Lo stesso mi succede con le città, e prima di New York mi era successo con Milano, con cui ho avuto il tempo di rapportarmi abbastanza a lungo, e passare dal detestare quella sua puzza sotto il naso, quel traffico impazzito e quella sua voglia di mostrarsi, ad amare dettagli più sottili, invisibili all'occhio famelico del turista.

E il cuore pulsante di New York l'ho trovato non sull'Empire State Building, non nel MoMa, non sulla crociera sull'Hudson (in ogni caso da togliere il fiato) ma nelle stradine del Greenwich Village, del Garment District, di Tribeca, di Chelsea. Dove ho trovato posticini piccoli e invitanti dove mangiare, anche il giorno di Natale, pochi negozi aperti e i resti di qualche mercatino di Natale. Sorseggiando Apple Cider bollente e tè allo zenzero e miele, così in contrasto col freddo pungente che arriva dall'oceano.

Il cuore pulsante l'ho trovato nella metropolitana, in quel budello infinito e puzzolente che si muove silenzioso sotto le strade di Manhattan, quando il 24 dicembre un gruppo di quattro uomini di mezza età di colore, muniti solo di cappello di Babbo Natale, hanno cantato Jingle Bells acappella con un'intonazione perfetta, un sorriso così aperto e bianco sui loro visi tesi e stanchi, con una gioia che faceva apertamente contrasto con le facce tese dei NewYorkesi. Il cuore pulsante è esploso quando tutto il vagone ha tolto le mani dai guanti, dalle tasche dei cappotti, per scoppiare in un applauso felice, genuino, non forzato, un applauso per quei due minuti di felicità e allegria genuina che sono così difficili da trovare in metropolitana all'ora di punta.

Come al solito, inutile descrivere la vista dall'Empire, i corridori professionali e non in Central Park, il Top of The Rock o le luci di Natale del Rockefeller Center.
A me piace la New York un pò così.
Che mi ricorda casa.








giovedì 15 novembre 2012

La forza dell'ormone

Sarà che sono più tonda e si sa, più ciccetta hai più ormoni gironzolano indisturbati nel tuo corpo, sarà che mi sono autodiagnosticata un bipolarismo cronico, sarà che sono donna e per definizione fuori di testa molto sensibile, ma stasera c'ho la malinconia nell'anima.
Di casa?
Non esattamente.
Di qui.
Ieri sera eravamo al pub, IL pub, il nostro. La WTs.
Avevo anche un esame di francese oggi, in cui ho dovuto registrarmi per 3 minuti su di un Mac. Parlando in francese. Ma la cosa bella è che era un video.
In ogni caso, eravamo tutti lì.
Un'amica irlandese venuta qui per la settimana partiva oggi e volevamo salutarla.
Egnente, immaginatevi che già sono triste di aver salutato lei dopo una settimana, figuriamoci tutti gli altri.
Poi il fato, il destino, il karma e il feng shui messi insieme hanno fatto passare alla radio questa canzone:

Vitamin C - Graduation

Vi consiglio di ascoltarla soprattutto se siete dei nostalgici degli anni novanta e dei licei alla Dawson's Creek.
E guardatevi il video perchè l'abbigliamento (americano) anni novanta merita non poco.
Il testo in poche parole parla di una classe di liceo che si separerà dopo 5 anni.
Finisci il liceo, non hai la più pallida idea di cosa tu abbia studiato a fare, di cosa tu voglia fare nella vita ma ti senti sul tetto del mondo.
Quando hai 18 anni, una rivoluzione nella mente, una ribellione nel cuore e una hola nelle mutande.
Ups.
In ogni caso, quando prometti che sì, sarete amici per sempre no matter what.
Che ci sarai sempre.
Che vorrete sempre bbbbene.
E sai benissimo che con la metà di loro non parlerai mai più.
Ma comunque, per non sprofondare nel cinismo più buio, ritorniamo al mio punto.
Passa questa canzone alla radio.
E via con i "ci pensi tra un mese ci salutiamo tutti.." "Oh, facciamo un Eurotrip appena finisco l'internship.." "St'estate vengo in Brasile!" (Questa l'ho detta io, madre e padre). E quando li dici ci credi.
Perchè è vero, che ci vuoi credere.
Sai benissimo che nulla sarà come te lo immagini, che una volta partiti tutti rivedersi sarà uno di quei gusti dolciamari che sanno di minestra del giorno dopo.
Sai benissimo che alla fine tutto cambia, perchè semplicemente deve cambiare.
Ma aggrapparci con le unghie a quello che ormai ci appartiene è scritto nel nostro DNA.
Qui inizia a mancare un mesetto e ormai questo "non voglio tornare a casa" inizia ad essere un ritornello buttato lì in ogni conversazione.
Che poi in realtà so che vorrei tornare.Ma con la certezza di poter ritornare qui con uno schiocco di dita.
Mi manca tutto, costantemente.
Il bidet prima di voi tutti, sappiatelo.
Ma comunque non vedo l'ora di riabbracciarvi tutti, e spupazzarvi per bene.
E' solo che quando sono partita sapevo benissimo che sarei tornata.
Nessuna certezza è crollata.
Troverò tutto come l'avevo lasciato (o quasi).
Quando lascerò questo posto so benissimo che non lo rivedrò più.
(Va bene. Dov'è lo sgabello? E il cappio? Un antidepressivo?)
Ma perchè ci sto pensando adesso?
Sto blaterando.
Saranno le troppe poche ore di sonno.
(E la quantità di zuccheri che ingurgito)



Ho prodotto di nuovo un post che non mi soddisfa, ma voi cliccate qui sopra, ascoltatevi la canzone e pensate a quando avete promesso a qualcuno che non vi sarete mai separati, perchè in quel momento ci credevate e sognavate un'amicizia infinita.
E per la miseria, me lo sono fatto anche tatuare sul polso, che io sono una sognatrice.
Troppo concentrata nel mio mondo per avere voglia di aprire gli occhi. 

martedì 29 maggio 2012

Cipressi, Silenzio e Scale di Legno.


Due parole, un'occhiata al calendario, una telefonata agli zii toscani che possiedono e gestiscono da soli un delizioso agriturismo. Pieno di benzina, canzoni caricate nell'iPhone, Tommy (TomTom di fiducia, ndr). Dopo l'esame di Diritto alle quattro e mezza di pomeriggio, a Milano, con trenta gradi e la verve di una cavalletta secca (del quale peraltro non ho ancora l'esito), quattro ore e mezza di viaggio invece di due e mezza per tornare a Savona, una distesa di merd esami all'orizzonte, una microfuga di quattro giorni immersi in un punto sperduto della Toscana, tra Torrita di Siena e Pienza, è stata una boccata di aria fresca. Non amo spammare, ma l'agriturismo Renello, in località Trequanda, immerso nelle colline, a metà tra la Val di Chiana e la Val d'Orcia, è qualcosa al di sopra dell'adorabile. Agriturismo che davvero si può definire tale: l'accento toscano ti accoglie caldo e ti inebria, puoi acquistare e gustare vino e olio squisiti, fare colazione pranzo e cena con i prodotti dell'orto (non ho mai mangiato delle bietole così buone) e fare un bagno in piscina con vista colline.
Insomma, fuggiti in fretta e furia dall'asfalto di Milano, buttando tre cose in valigia, dopo qualche oretta di macchina iniziamo a leggere sui cartelli nomi di paesi e località che già nella mente si immaginano pronunciate con accento toscano: Pienza, Bettolle, Petroio, Cortona (che poi in realtà è in Umbria..), Montalcino, Monticchiello. Piccole o più grandi perle fatte di pietre antiche, salite e vecchie mura. Il buon Tommy ci accompagna per stradine arzigogolate fino all'entrata costellata di Cipressi. Muovo i passi intorno all'agriturismo per curiosare e sono impressionata prima di tutto dal silenzio: qualche ronzio lontano di insetti, un cinguettio saltuario. Tanto che riuscivo a sentire il fruscio del vento tra gli ulivi. Uno spuntino di pecorino, prosciutto della Val d'Orcia e salame, e sono pronta per andare a posare il mio piccolo bagaglio nella stanza. Stanza che in realtà è una deliziosa casetta su due piani, rustica da far paura. La porta di legno cigola leggermente, all'interno è arredata con sapienza e mobili antichi. Salgo le scale di legno, gustandomi con le orecchie ogni cigolio dei miei passi. Arrivo nella stanza da letto, sui toni del verdolino. Letto in ferro battuto, coperta spessa di una volta, le foto dei cugini di Lui da piccoli incorniciate. Di una deliziosità da farti restringere il cuore. Questo è quello che vedevo dalla finestra.

Dopo pochi minuti di macchina, fermandoci ogni due per tre per fare foto al panorama mozzafiato, arriviamo a Pienza, un gioiellino di paesino quasi tutto pedonale, a strapiombo sulla Val d'Orcia.

La sera, a cena, seduti ad un pesante tavolo di legno in agriturismo, abbiamo mangiato tagliatelle al ragù toscano, capriolo e patate al forno, torta di mele fatta in casa, il tutto preceduto da uno spritz con vino locale e crostoni con fegatini, salsiccia e stracchino e bruschette. Non potete immaginare la bontà. Un pò ubriaca di cibo, fumo di sigaretta e parole, quella sera ho assistito a discorsi genuini, di quelli che puoi fare solo alla luce fioca che rischiara un agriturismo antico, davanti ad una tavola
imbandita semplicemente ma ricca di significato. La sera ho alzato il naso all'insù prima di aprire la porta di legno del nostro appartamento: nessuna nuvola, solo stelle. Nessuna luce, solo buio e puntini luminosi. Non ricordavo nemmeno l'ultima volta che avevo visto le stelle in quel modo.



Qui c'è una carrellata di foto della sottoscritta che si gode l'aria, il vento sulla faccia, quella sensazione di essere parte di qualcosa. Ad occhi chiusi, con il naso all'insù, tutti i sensi svegli, sull'attenti, che captano ogni rumore, ogni suono, ogni odore e colore. Il tavolino di legno delizioso di fronte alla nostra casetta che ha ospitato dolci colazioni assonnate e stropicciate al sole del mattino. 


Qui invece una veduta mozziafato di Montalcino da una piccola fortezza (vertigini portami via.) E la terrazza dove abbiamo cenato l'ultima sera. Una terrazza ampia, decorata nei più piccoli particolari, che si apriva a braccia larghe sulla Val d'Orcia, direttamente verso il monte Amiata. Abbiamo cenato guardando lì, le colline. Il venticello fresco, le dita delle mani che si intrecciavano e occhi socchiusi che si godevano la vista e il rumore del vento. Il rumore delle spighe che si muovono nel vento credo non lo dimenticherò mai.

Quattro giorni del genere, tra Cipressi, Silenzio e Scale di Legno.
Tante cose che tutti, troppi, diamo per scontate. Il silenzio. La luce del sole sui campi di grano. Il rosso acceso dei papaveri che ti cattura, vorresti avvicinarti e divorarlo, da quanto è intenso. 


E poi l'odore di terra, quello schietto, quello che sa di sudore, di fatica, di sole e di pioggia.
L'odore della natura, quello che non è l'odore di erba tagliata in mezzo alle nostre città.
L'odore di fresco anche sotto il sole, l'odore di vita vibrante e di tutto ciò che è vivo e si sta muovendo, sta respirando e sta lavorando tutto intorno.
Su stradine assolate, alcune sterrate, il rumore di una macchina solitaria e il colore del cielo che si mischia con quello scuro degli occhiali da sole. Un bacio a labbra che sanno di ciliegie colte dall'albero e terra.
Il verde delle spighe non ancora mature che combacia perfettamente col beige delle case e il rosso dei papaveri. Il rumore dei grilli che viene cullato da quello del vento.
E non ti serve altro, per sentirti vivo.
Per sentire che sì, il sangue che ti scorre nelle vene è caldo ed è parte di tutto quello che vedi. 
  
Visualizzazione post con etichetta Vita. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Vita. Mostra tutti i post

Il fango sa sorridere


Da venerdì mattina nell'aria di Genova si respira quell'odore surreale di paura mista a fiato sospeso, di quiete ad occhi bassi, di asfalto bagnato e umido. Chi cammina lo fa più velocemente, chi fuma una sigaretta sull'uscio del proprio negozio lo fa nervosamente, chi fa la spesa e arranca su per via Balbi con le buste controlla spesso il cielo e gli ammassi di nuvole che si muovono veloci.
Questo nella metà di città lato ponente, quella che, anche sotto un cielo quasi beige e allucinato, accoglie branchi di turisti giapponesi e li guida verso i musei di Strada Nuova e Palazzo Reale, serve aperitivi in una piazza delle Erbe sì umida ma vibrante di chiacchiere, tentando di dare una parvenza di normalità ad un finesettimana che di normale ha solo l'andare e venire ciclico della notte.
L'altra metà della città, quella delimitata da via XX Settembre tagliata più o meno nel mezzo, ha tutto un altro odore. Ha l'odore del terrore, del sudore, di quella disperazione a cui però non la si può dare vinta. Ha l'odore di un sorriso incastrato a forza sui volti, quelli di chi in via Canevari, in via Archimede, a Borgo Incrociati ci vive e ci lavora, aveva macchina e motorino.
Perché quello che non mancava su nessuna faccia, questa mattina mentre si spalava, era un sorriso che combatteva, attimo per attimo, con tutta la forza dei muscoli e dei tendini, contro la voglia di sedersi a terra, tra il fango e la merda, tra i vetri e i rami, per piangere rivivendo un film già girato tre anni fa. Perché di film si tratta. Il copione sempre lo stesso, è cambiato solo qualche ordine delle scene. Gli attori sempre uguali, la pioggia grande protagonista da tappeto rosso, le allerte mere comparse, i cittadini le vittime di un giallo che non trova colpevole. Le macchine da presa presenti, oggi, a testimoniare una vicenda già successa, a far vedere al mondo magliette sudate e capelli appiccicati sulla fronte, a chiamare centinaia di persone Angeli del Fango per dimostrare all'umanità che ancora un po' di umanità, appunto, è rimasta, da qualche parte, in qualche momento.

Questa mattina un pallido sole ha deciso di illuminare meglio quell'enorme ferita che Genova pensava e sperava di aver rimarginato, come per lasciare piena visuale alla fiumana di chirurghi che sin dalle prime ore di luce cercavano di curarla.
Chirurghi come chi, con le mani impastate di guanti e fango, ha spostato con pale, palette, vanghe, scope, rastrelli, tutta la melma e i detriti accumulati all'entrata del tunnel di Borgo degli Incrociati, quello che collega Brignole al Borgo.

Chirurghi come chi, a via libera da fango e pezzi di legno, ha fatto la spola tra via Canevari e la bocca del tunnel, tirando fuori una ad una le auto ammassate in quel lungo e buio tubo digerente, che le ha masticate, ruminate, spolpate e le ha lasciate lì nel proprio stomaco. Una lavanda gastrica fatta di gomme che scivolano sull'asfalto limaccioso e portiere spappolate.
Chirurghi come chi, nelle budella del borgo, ha aiutato i padroni delle osterie, dei bar, delle cartolerie, dei negozi di antichità a sventrare le proprie attività, a far vomitare ai loro locali poltrone dell'ottocento intrise d'acqua, risme di quaderni macerate, cornici divelte e vetri rotti.
Chirurghi come chi, con una carriola massiccia, trasportava secchi stracolmi di fango marrone sino all'imponente container sistemato all'entrata della via, in attesa che un camion lo portasse, strapieno, nel più vicino centro di raccolta.
Chirurghi come chi, con sacchi di carta fumante, ha distribuito focaccia calda e olandesine alla crema, bottiglie d'acqua e sorrisi di cortesia. Persone di cui non saprò mai il nome, persone che nemmeno volevano un grazie. Persone di cui forse non ricorderò il volto, ma di certo terrò tatuato nella memoria il sorriso stremato.
Chirurghi come noi, questa mattina, tra chi fa il caffè al primo piano del Borgo e lo porta giù in bicchieri di plastica e chi con due mani prende la maniglia di un secchio pieno e non deve nemmeno alzare la testa per chiedere aiuto ad alzarlo perché altre due mani, conosciute o non, sono già sull'altra maniglia. 
Chirurghi come chi questa mattina si è infilato gli stivali di gomma senza pensare. Non per dovere, non per coscienza, non per beneficenza. Ma perché è nella natura umana farlo. 
E se raccontarlo è sinonimo di esibizionismo allora sì, questa volta esibisco.
Esibisco l'esperienza di pazzesca umanità che ho vissuto questa mattina.
La gioia di vivere in mezzo al fango no, non pensavo di trovarla. Eppure. 


22 agosto 2012

Un anno fa.
A parte il fatto che è da mesi che latito da qui.
A parte il fatto che la mia anima inquieta mi ha portata in nuove acque.
A parte il fatto che le abitudini sono dure a morire e scrivo sempre a ore improbabili.

Comunque, un anno fa mi godevo con spensieratezza i primi giorni a stelle e strisce. Vagavo per il mio appartamento con la leggerezza di chi non sa che, da lì a poco, avrebbe preso una decina di chili. Mi ingozzavo senza ritegno con il menefreghismo di chi pensava "tanto che in America si ingrassa è una leggenda". Sbagliato. Molto sbagliato.
Un anno fa ero probabilmente alla mia prima festa clandestina negli appartamenti dell'università, tra giocatori di football in calzino bianco alto fino a metà polpaccio, ciabatte e beveroni anabolizzanti in giro per casa. Che, giudicando dalle stazze, pareva funzionassero.
Un anno fa stavo per scoprire che spesso sarei tornata nella mia stanza alle cinque del mattino trovando la mia coinquilina a studiare. Nella stessa posizione in cui era alle dieci di sera.
Un anno fa stavo per scoprire come ravioli al vapore e spaghetti di soia non siano così male dopo una sbronza.
Un anno fa stavo probabilmente provando l'accoppiata birra&fourloko, una bevanda a metà tra la redbull e il bacardi. Con la certezza che mi sarei svegliata ogni mezz'ora la notte successiva con la tachicardia.
Un anno fa non sapevo che avrei fatto parecchie puntate all'health center. Facendomi amiche le infermiere.
E invece siamo già ad oggi.
La laurea un traguardo non più da attendere con ansia ma alle spalle.
Una nebulosa fitta all'orizzonte che, ogni tanto, sembra organizzarsi in una sfocata scritta "sei fottuta".
Per ora mi stropiccio gli occhi.

Nel posto dove vivo

Devo parlarvi di Barcellona. Delle meraviglie che ho visto attraverso gli occhi di chi ci vive e non da chi è in vacanza. Dei profumi, degli odori, dei colori, del vento caldo, del colore del mare.

Ma, tornando, pensavo alle differenze tra il mondo che ho costruito nella mia testa, fin da quando ne ho ricordi, e il mondo dove ogni giorno metto piede, in precario equilibrio.

Pensavo che nel mondo che immaginavo da bambina, quello in cui la parola "governo" era solo la prima persona singolare del verbo che usavo per amministrare il mio regno di bambole, peluches, capricci e Piccini Picciò (darei un rene per giocarci ancora), le cose non andrebbero proprio come vanno ora.
Nel mondo dove la mia elastica mente prepuberale vorticava felice io pensavo a salvare tutti i miei peluches da un pseudo diluvio/incendio/terremoto universale, mettendoli in salvo tutti sul mio letto.
Con sdraiata mia nonna.
La ricoprivo di un manto di pelosi polverosi che pora donna come ha fatto a non odiarmi.
Nel mondo dove i miei pensieri di bambina ancora vivono lo spreco era orrore, in quel mondo dove mi hanno insegnato che le cose si buttano se si deve, non se non si vogliono più come un giocattolo vecchio.
Nel mondo dei miei occhi di bimba i più deboli, che al tempo erano proprio i peluches, magari anche quelli un po' più bruttini e spelacchiati, andavano aiutati, abbracciati, protetti.


E si vede che il mondo dove la mia mente turbolenta ancora viaggia indisturbata è il contrario di quello dove mi trovo a passeggiare ogni giorno.
Nel posto dove vivo le manifestazioni si fanno in piazza per supportare quattro assassini che hanno ammazzato di botte un ragazzo. Un ragazzo che forse era ubriaco, forse aveva fumato uno spinello, forse aveva sbagliato qualcosa, come tutti noi sbagliamo qualcosa. Un ragazzo che subito dopo la prima autopsia, coperto di sangue, si dava per morto per "conseguenze di alcool e droga", che notoriamente ti aprono ferite mortali in testa.
Nel posto dove vivo i politici dei partiti che io, noi, paghiamo, manifestano per quattro assassini sotto il comune dove la mamma della vittima lavora.
Nel posto dove vivo questi quattro poliziotti che vorrei ribadire sono in ogni caso assassini tanto quanto  il nostro Pistorius additato come un mostro, sono incoraggiati da molti perchè non scontino nemmeno sei mesi in carcere.

Nel posto dove vivo pubblicità di stracci per pulire sono ritenute indecenti e schifose, che ricordano o addirittura inneggiano il femminicidio.
Nel posto dove vivo ci indigniamo per una pubblicità che fa sorridere ma non per le prostitute minorenni pagate da padri di famiglia, vecchi, di cui alcuni anche pagati di nuovo da noi, che ci governano.
Nel posto dove vivo ci battiamo per far rimuovere questa pubblicità ma ci schifa la rumena picchiata perchè "ste cazzo di zingare che schifo".

Nel posto dove vivo non si scende in piazza per la pace, la musica, l'arte, l'amore, la cultura che sta cadendo a pezzi, l'istruzione, la sanità.
Nel posto dove vivo si scende in piazza per manifestare contro la giustizia.
Non per la giustizia. Contro.
Nel posto dove vivo un condannato per un reato caduto in prescrizione non è un pezzo di merda delinquente ma un povero uomo vittima di una giustizia cattiva che gli fa la bua.
Nel posto dove vivo essere amici di mafiosi non è un problema, purché uno sia bibliofilo. (Recentemente ha pure citato Plutarco)

Nel posto dove vivo chi è indagato per le stragi di mafia del 92-93 telefona al Capo Dello Stato per farsi spostare di Procura, e la gente si arrabbia perchè si sente la voce di Napolitano al telefono, non perchè è un favoritismo ingiusto, irreale, immotivato.

Nel posto dove vivo intasiamo bacheche di avvisi di cani e gatti abbandonati, maltrattati, malati, mentre in casa abbiamo pellicce, borse di pelle, mocassini di coccodrillo.
Nel posto dove vivo siamo animalisti e ambientalisti, ma poi vogliamo il TAV.
Nel posto dove vivo amiamo più gli animali delle persone.
Con convinzione.
Con rabbia.
Nel posto dove vivo non si riesce a considerare un animale un essere vivente degno di rispetto ma a sua volta degno di un rispetto diverso da quello riservato ad un essere umano.
Nel posto dove vivo la pietà per l'essere umano va sfumandosi.

Nel posto dove vivo si difende la famiglia.
Ma solo quella che ci fa comodo.
Nel posto dove vivo difende la famiglia chi ha tre mogli, due divorzi, una decina di figli e va a troie.
Nel posto dove vivo chi si ama da una vita ma non crede nel matrimonio è un poveraccio e non merita niente.
Nel posto dove vivo c'è ancora gente che si permette di decidere su cosa gli altri debbano fare col loro culo.
Nel posto dove vivo io sono volgare in questo post, ma tutti i parlamentari che dormono, giocano all'ipad, si insultano in parlamento, non lo sono.
Nel posto dove vivo chi vuole morire dignitosamente non può.
Nel posto dove vivo la religione dovrebbe significare amore e invece significa spesso chiusura mentale.

Il mio mondo al contrario è davvero molto più bello di così.
Dovreste farci un salto, ogni tanto.

Elenchi a caso

Penultimo giorno di febbraio, grigio, smog e traffico. Così ho pensato di bene di resistere alla tentazione di sfanculare il mondo ma ho incanalato tutte le mie energie negative per snocciolare un elenco a casaccio di cose per cui non posso fare a meno di sentirmi viva. E di sorridere.

Visto che oggi per scrivere un articolo avevo bisogno di ispirazione mi sono sparata Via del Campo in loop per tipo due ore, quindi la prima cosa sono le canzoni di Faber, l'odore di salino, camminare sulla spiaggia a piedi nudi, l'abbraccio dei miei quando torno a casa, il profumo della nonna, la soddisfazione di un 30 all'esame per cui avevi studiato come un pazzo, la soddisfazione di un 30 all'esame per cui non avevi studiato un cazzo, il profumo del caffè al mattino, la tua canzone preferita che passa alla radio, una cena con gli amici, il sushi, Claudio Santamaria, l'odore di grigliata nelle sere d'estate, la sudata ogni volta che esco dalla palestra, più distrutta ma soddisfatta, i complimenti per qualcosa che ti riesce bene, un tuo articolo pubblicato, svegliarsi prima della sveglia, le pantofole dopo una serata sui tacchi, le frittate della nonna, una cena di pesce in riva al mare, l'odore di casa dopo mesi fuori, il concerto che volevi da una vita, una sera a teatro, i jeans che desideravi in saldo, il film che volevi vedere da sempre in tv, l'odore di erba bagnata in montagna, trovare dei mirtilli e spappolarseli in bocca durante una passeggiata, le foto vecchie, i diari di quando eri bambina, il mare di Bergeggi, una chiacchierata con un'amica con cui non parlavi da tanto, una sbronza di quelle potenti, una giornata piena che ti lascia quel sapore in bocca di soddisfazione, i miglioramenti visibili in qualcosa che non credevi possibile, il tram che passa nel momento in cui arrivi alla fermata, il cielo azzurro quando apri la finestra al mattino, il profumo di lavatrice, la focaccia di Peisino, le canzoni dei Muse, i ricordi del Liceo, leggere un giornale davanti ad un caffè, la soddisfazione di quando superi i tuoi limiti, la camomilla prima di dormire, gli aperitivi estivi, lo shopping dopo un esame, lo smalto quando non ti si sbecca, la cassa vuota al supermercato, chi ti sorride e ringrazia perché gli hai tenuto la porta aperta, un bambino che ti sorride in coda alla cassa, le vecchie canzoni di Liga che mi ricordano i miei 12 anni, Stefano Accorsi, i film di Tarantino, le mie serie americane preferite, i libri di Ammaniti, andare a mangiare fuori senza averlo programmato, i viaggi in aereo, il treno quando è puntuale, la metro vuota, chi ti aiuta a tirar giù la valigia, le parole belle di un'amica.

E niente, provate a scrivere il vostro. Funziona.

Il breviario del RDM.



Per RDM intendo Regalo Di Merda.
Oggi stavo guidando, e nella profondità dei miei pensieri mi è capitato di pensare a quanti regali di merda ho ricevuto (ma sicuramente anche fatto) nella vita. Ora, mi pare il momento giusto di inserire u disclaimer: non c'è nessun riferimento specifico nel fiume di puttanate che scrivo, quindi se per caso una volta nella vita mi avete regalato una roba che mi fa schifo, non me la prendo con voi. Giuro. Perché probabilmente ho fatto un regalo di merda anche io a voi l'anno dopo.

Bon, detto questo, stavo appunto pensando a ogni ricorrenza, dal Natale al compleanno passando per l'Hannukkah, il mesiversario e l'onomastico. Quante volte abbiamo ricevuto una roba atroce, che non regaleremmo nemmeno a quel professore universitario che ci ha bocciato otto volte all'esame? Quante volte abbiamo fatto regali alla cazzo di cane, con buone intenzioni (o anche no), senza minimamente contare i gusti del destinatario. Lo so che l'avete fatto tutti.

Negli anni ho compreso cosa aborro ricevere come regalo, e cosa gli altri aborrono ricevere. Crediate che non abbia mai visto facce di disgusto (malamente) celate sotto sorrisini di gratitudine quando la mia amica che detesta il rosa si vede arrivare un'accoppiata cappello-sciarpa-guanti rosa cipria con fiocco sul fucsia? Quanti Natali quello zio che non vedi da quando ancora ti scaccolavi in pubblico (non vale per tutti, ho amici che lo fanno con soddisfazione ancora davanti al mondo) ti ha regalato maglioni di merda che hai riciclato all'amico del cuore al compleanno dopo? Quante volte hai visto quel cd dei Modà in offerta, che a te piacciono tanto, e senza battere ciglio lo hai regalato all'amica che ascolta solo i Metallica? (brutta immagine, lo so).

Quindi, dato che pure tra due mesi si avvicina il mio compleanno, voi, amici, parenti, che sarete obbligati dalla buona educazione e da tutto il bene che mi volete a farmi un regalo, beccatevi questi aneddoti e consigli nel mio primo Breviario Dei Regali Di Merda.

1. La trousse dei trucchi. Specificatamente quelle di Pupa. Ne sto collezionando alcune che diventeranno pezzi rari e antichi. Ho ricevuto, nell'ordine: una girandola, una puposka (pupa + matrioska. La genialità), una zebra apribile in venti (ma lì lo sforzo c'è stato, a me piace lo zebrato), una cupola rosa shocking, una mucca, orsetti vari. Questo regalo lo passo solo a mia nonna a cui dico che mi piace tantissimo perchè si impegna un sacco. Agli altri, no. Ci metto otto anni a usarle tutte, e per tutte intendo i colori fattibili, il verde pisello e il lucidalabbra giallo canarino non sono umanamente mettibili. Sappiatelo. Che finisca l'era della trousse. Amen.

2. Se non conoscete bene il destinatario - in questo caso me - andateci piano con i libri. Uno dei miei migliori amici (quello che si scaccola, per chiarirci) l'anno scorso mi ha regalato uno di quei libri della collezione di Tiffany. Non ricordo precisamente il titolo. Io che Tiffany lo vedo solo nel film con la Hepburn. Io che quando ci passo in via della Spiga praticamente mettono un cartello fuori con la mia faccia e scritto "Io non posso entrare". Inutile dire che non l'ho mai letto. Dovrei, solo per dovere di cronaca. Ma so che mi farei del male. Stessa cosa per cui se regalate a Giacomo un romanzo che non sia un thriller o un fantascientifico/fantastico siate certi che non solo non lo leggerà mai, ma potrebbe usarlo come carta igienica. Viceversa, se un giorno mi regalate una copia di otto chili del Signore degli Anelli, vi ci prendo a librate.

3.Le cose di Hello Kitty. Ora, io capisco che tutte noi siamo state bambine. Abbiamo fatto cose che percaritànonricordarmele, abbiamo avuto dubbi gusti come il pantalone a zampa d'elefante, la Nike tamarra e il ciuffo rosa a 14 anni, ma alla veneranda età di quasi 23 anni Hello Kitty non potete sventolarmelo sotto il naso. Ho avuto un portachiavi per la moto suo, una volta. L'ho fatto sparire qualche anno fa.

4. Le polo. Questa è una cosa proprio mia. Sarà che a mia madre piacciono tanto e la prendo sempre in giro sul fatto che sembri una mancata insegnante di ginnastica, che me ne sono messe talmente tante della Fred Perry alle superiori, ma la polo bacchettona proprio non mi va giù.

5. Le paillettes. Questo invece vale per la maggior parte del genere femminile. A meno che io non faccia parte di un circolo di Burlesque, o abbia una festa di carnevale imminente, la paillette no. Nel suo viscido lucidume non si riesce ad abbinare con una mazza, fa subito vicoli di via Pré se usata senza parsimonia e, se la destinataria ha passato i 15 anni da un pezzo, fa tanto ritorno alla gioventù mancata.

6. Il peluche. Teneri a dieci anni, romantici a 15, carini a 18. Li ho apprezzati, e guardo con tenerezza anche l'esercito di Cuccioli, pinguini, asinelli, Winnie the Pooh giganti, foche, coniglietti, Wall-e (sì, anche lui) che ho sull'ultima mensola della libreria (roba che se entrate in camera mia sembra di stare nel magico mondo di Barbie) ma dopo una certa età sono superati. Quindi, in generale, se ormai il tempo dei mesiversari e del "ti vuoi mettere con me?" è finito da un pezzo, glissiamo sul peluche.

Alla fine di questa (tutto sommato corta) lista di regali che sono proprio NO, ci sono tanti ma tanti regali che si possono fare (non solo a me, sto diffondendo il verbo, ma se volete a me io non mi lamento), alcuni vanno anche a seconda del grado di conoscenza: dei biglietti per il teatro, una cornice con una foto, un libro ben scelto (ricordo per chi se lo fosse perso, per me NO fantascienza, per dire eh), un massaggio (e qui chi si deve sentire in colpa CI SI SENTA), quella borsetta di H&M che dico sempre che la adoro ma non me la compro mai, un phon nuovo (questo a me che il mio ormai soffia aria tiepida, roba che il bue del presente scalda di più), un buono da Zara (per questo vi bacerei sulla fronte con schiocco molto rumoroso), una cena fuori, un corso di fotografia (se il destinatario non sa manco usare la Kodak con ancora il rullino forse no), un mazzo di fiori, una crema per il corpo, se proprio mi volete un sacco bene fate una colletta e aiutatemi a cambiare la Atos. Bon. Mi sembra di aver detto tutto.

Ma voi, che RDM avete ricevuto?

Assenze fisiche e mentali


Un mese e qualche spicciolo da quando ho rimesso piede in suolo italiano e ancora ho un sentimento dolceamaro, come se da una parte ancora aspettassi il giorno in cui riprenderò quell'aereo, quel pullman e mi farò scaricare di nuovo alla stazione del pullman di Albany.
Sapete che sono una persona malinconica, che vive di ricordi, magari una manciata di rimorsi ma davvero pochi rimpianti.

In tutto questo Marina é tornata lì, ogni giorno posso vedere come se la cava senza di noi, senza di me, in quel dormitorio dove qualcuno dorme nel mio letto, ha appeso foto sul mio muro, sta impregnando la mia stanza di un odore che non é il mio.
Che presuntuoso il genere umano. Quella stanza, prima di me, sarà stata occupata da decine di studenti, eppure la sento mia quasi più di quella di casa.
Quante decisioni, quante chiacchiere, quanti sogni, quante paranoie, quante sveglie stropicciate, quanti notte brave addormentata vestita, quanto odore di cinese é rimasto quella volta che ero talmente stanca che alle cinque del mattino l'ho portato in camera, mentre la mia coinquilina dormiva. [Che coinquilina di merda, che sono]
Quante docce fatte di corsa, dieci minuti prima di uscire, con una mano impegnata a mettermi il mascara e l'altra a reggere il phon.
Quante notti piene di impegno nel trovare la serratura, a farmi shh da sola mentre cercavo di cambiarmi al buio all'alba per non svegliarla.
Quante confidenze, fatte da menti diverse, da culture diverse, che poi alla fine si assomigliano tutte.
Quanti sogni, speranze, paure condivise, sempre le stesse. Che tu abbia vent'anni in Spagna, in Italia, in Irlanda o in Brasile, li porti allo stesso modo.
Dicevo, vedo Ma che mi manda foto su snapchat [la trovata dell'anno] immersa nelle lenzuola zebrate che le ho lasciato, che va alla lezione di zumba a cui andavamo insieme, che beve una birra ad DeJohn's e, anche solo per una giornata, vorrei avere il dono dell'ubiquità. Spostarmi lì, fare finta che nulla sia cambiato, e continuare il semestre nella 306.

Percepisco l'assenza fisica, materiale, dei suoi abbracci, del suo profumo ogni volta che si stava insieme a chiacchierare. Mi manca l'assenza fisica del suono della risata di Sara, della sua energia, del suo saltellare allegro, della sua voglia di fare e di mediare, quella voglia di mediare che a me é sempre mancata, io spirito inquieto e battagliero che non sono altro. Mi manca l'assenza fisica di Marina che é sempre in grado di rassicurarti, di farti sentire che sí, andrà davvero tutto bene. Che tante volte le cose vanno prese alla leggera, cosa che io riesco a fare davvero male. Mi manca l'assenza fisica di Alice e della sua praticità, delle innumerevoli chiacchierate sulle scale, del continuo confronto tra li e qui, tra quello che ci aspettavamo prima di partire e quello che abbiamo davvero trovato qui.
Mi manca il sorriso di Lorraine, quello dolce, quello timido all'inizio ma ripieno di un affetto genuino.
Mi manca anche sentirmi rincoglionita le prime settimane, quando preferivo stare zitta durante una chiacchierata a cena piuttosto che sbagliare il verbo in una frase.
Mi mancano le voci di tutti, gli accenti che ho sempre fatto una fatica boia a capire, i modi di dire.
Degli Stati Uniti mi manca il modo di vivere la vita più rilassato e più impegnato allo stesso tempo.
Mi manca quella noncuranza del giudizio altrui che qui ci impregna fino a farci soffocare.
Mi manca quell'orgoglio di camminare per strada per quello che si é, non per quello che si indossa o per il taglio di capelli.
Mi manca quella voglia di scoprirsi dentro perché del fuori poco interessa.
Mi manca quella curiosità che le persone hanno per il diverso, per il nuovo, lo straniero.
Alla fine cosa é davvero diverso, straniero, nel paese che ha più radici e allo stesso tempo non ne ha?
Nel paese che vive di differenze e le esalta?
Mi manca tantissimo quel genere di gentilezza e cortesia genuine che le persone hanno nel sangue.
Mi manca scontrare qualcuno col carrello da Walmart, chiedere scusa e sentirmi rispondere col sorriso che non importa.
Ho preso per sbaglio il carrello di una signora all'Esselunga a Milano, la settimana scorsa, [vuoto, n.b.] e ha pensato che volessi rubarle l'euro che c'era dentro. Le ho chiesto scusa ridendo, perché avevo fatto confusione.
Lei non mi ha nemmeno guardata, si é ripresa il carrello ed é filata via, convinta che fossi una poco di buono.
Sai com'é, anche il capello tinto di rosso alla sciura milanese un po' sa di pericoloso.
Scusate, questa mi é proprio scappata.
In ogni caso, dicevo che mi manca quel rispetto per il prossimo che qui non abbiamo.
Certo, ogni paese ha le sue piaghe e contraddizioni, l'America ha da fare i conti con tutte le ferite aperte causate dalla lobby delle armi e dal sentimento nazionalista insito nelle tradizioni. Ma le persone hanno allo stesso tempo un senso di solidarietà che qui noi ce lo sogniamo, qui, nel paese dove nessuno fa niente per niente.
Mi manca l'ospitalità che ho ricevuto, da persone che mi hanno aperto la loro casa per il Thanksgiving senza avermi mai vista prima.
Mi manca l'accortezza delle persone che aprono una porta prima di te in università che te la tengono aperta per farti passare.
Mi mancano gli studenti che ringraziano l'autista del bus del college ogni santa mattina.
E lui che saluta tutti, fa fermate apposta per chi glielo chiede.
Mi mancano i professori che trattano gli studenti come individui pensanti, con cui instaurano un rapporto più profondo rispetto a quello faccia faccia un'aula universitaria.
Mi manca la signora della mensa che si ricorda chi sei, ti fa i complimenti per un maglione nuovo e ti dice quanto é bella la mattinata di sole che si vede dalle ampie vetrate della Dining Hall.


Mi manca perdermi in un mondo che non é il mio, ma che forse spesso mi ha capito molto meglio di quello in cui posso girare a occhi chiusi.

Quello che non ti aspetti

Mi ero ripromessa di scrivere sull'ultima settimana che ho passato in suolo statunitense, poi uno torna, si vede riappioppati i problemi che erano svaniti magicamente in quattro mesi di alienazione, e niente, non si ha avuto tempo.

Adesso lo si ha.
L'ultima settimana americana l'ho passata, indovinate voi dove?
Esatto.
In quello che è stato il crocevia di tutti i miei spostamenti in giro per gli stati, quello dove ho preso aerei, treni e pullman, dove ormai conoscevo a memoria Porth Authority, la stazione dei pullman, dove sono arrivata per l'ultima volta, in quei quattro mesi.

Ho passato il Natale a New York.
Per la prima volta, il giorno di Natale, ho visto New York addormentata, assopita, stropicciata.
I negozi chiusi, il vento forte di mare che trascinava foglie, cartacce, e pure senzatetto, qui e là, senza meta.
Persino il colosso di Macy's, in pieno centro, aveva le vetrine sfavillanti spente e le serrande abbassate.
Non male per la città che non dorme mai.
Ma in quel momento, vedendola spogliata dei suoi miti, della sua forza, delle sue luci, del suo vociare, con me e i pochi temerari che hanno sfidato la pioggia del 25 dicembre mista a neve per gironzolare all'aria aperta, mi sono sentita quasi a casa.
Il nesso sarà anche poco logico, ma la sensazione di sapere che ogni città si assopisce, si accoccola davanti al camino (che, peraltro, non ho mai avuto) dopo il pranzo di Natale, dove comunque una piccola minoranza preferisce andare al ristorante, soprattutto uomini d'affari russi e turisti, insomma questa sensazione, mi ha fatto sentire a casa.
Dove dopo pranzo alcuni valorosi escono di casa, più per esigenza di digerire che per voglia, e camminano lenti e imbottiti di cibo per le vie grigiognole senza nessun segno apparente di vita.
Perchè Natale è uguale a Savona come a New York.
Sono cose.

Ho sbirciato dentro finestre illuminate anche lì. Dentro Finestre moderne, con gli infissi scintillanti, in grandi grattacieli misto vetro, e cosa ci ho visto?
Una luce gialla, calda, in netto contrasto col nero lucido e freddo del guscio esterno, che faceva da contorno ad un enorme albero di Natale addobbato con cura.
Come poteva essere il mio.

Ora, sarò un cuore di panna, ma non ho mai potuto fare a meno di trovare il lato umano di tutte le città che ho visitato.
Il cuore pulsante, quello che va oltre al turismo, allo shopping, ai ristoranti in voga, ai locali dove si fa la coda fuori, alle viste famosi, ai musei e alle foto inflazionate. (Che ho fatto anche io, non preoccupatevi.)
Infatti, parlando di New York, ne avevo già parlato qui.
Quando inizi ad entrare in confidenza con una città, come con un'amica, non ti importa più di vederla ben truccata, con la piega, la tinta appena fatta, i vestiti stirati che sanno di detersivo.
Quando si entra in confidenza ci si vede in pigiama, col trucco un po' colato, con l'occhiaia che fa capolino.
Lo stesso mi succede con le città, e prima di New York mi era successo con Milano, con cui ho avuto il tempo di rapportarmi abbastanza a lungo, e passare dal detestare quella sua puzza sotto il naso, quel traffico impazzito e quella sua voglia di mostrarsi, ad amare dettagli più sottili, invisibili all'occhio famelico del turista.

E il cuore pulsante di New York l'ho trovato non sull'Empire State Building, non nel MoMa, non sulla crociera sull'Hudson (in ogni caso da togliere il fiato) ma nelle stradine del Greenwich Village, del Garment District, di Tribeca, di Chelsea. Dove ho trovato posticini piccoli e invitanti dove mangiare, anche il giorno di Natale, pochi negozi aperti e i resti di qualche mercatino di Natale. Sorseggiando Apple Cider bollente e tè allo zenzero e miele, così in contrasto col freddo pungente che arriva dall'oceano.

Il cuore pulsante l'ho trovato nella metropolitana, in quel budello infinito e puzzolente che si muove silenzioso sotto le strade di Manhattan, quando il 24 dicembre un gruppo di quattro uomini di mezza età di colore, muniti solo di cappello di Babbo Natale, hanno cantato Jingle Bells acappella con un'intonazione perfetta, un sorriso così aperto e bianco sui loro visi tesi e stanchi, con una gioia che faceva apertamente contrasto con le facce tese dei NewYorkesi. Il cuore pulsante è esploso quando tutto il vagone ha tolto le mani dai guanti, dalle tasche dei cappotti, per scoppiare in un applauso felice, genuino, non forzato, un applauso per quei due minuti di felicità e allegria genuina che sono così difficili da trovare in metropolitana all'ora di punta.

Come al solito, inutile descrivere la vista dall'Empire, i corridori professionali e non in Central Park, il Top of The Rock o le luci di Natale del Rockefeller Center.
A me piace la New York un pò così.
Che mi ricorda casa.








La forza dell'ormone

Sarà che sono più tonda e si sa, più ciccetta hai più ormoni gironzolano indisturbati nel tuo corpo, sarà che mi sono autodiagnosticata un bipolarismo cronico, sarà che sono donna e per definizione fuori di testa molto sensibile, ma stasera c'ho la malinconia nell'anima.
Di casa?
Non esattamente.
Di qui.
Ieri sera eravamo al pub, IL pub, il nostro. La WTs.
Avevo anche un esame di francese oggi, in cui ho dovuto registrarmi per 3 minuti su di un Mac. Parlando in francese. Ma la cosa bella è che era un video.
In ogni caso, eravamo tutti lì.
Un'amica irlandese venuta qui per la settimana partiva oggi e volevamo salutarla.
Egnente, immaginatevi che già sono triste di aver salutato lei dopo una settimana, figuriamoci tutti gli altri.
Poi il fato, il destino, il karma e il feng shui messi insieme hanno fatto passare alla radio questa canzone:

Vitamin C - Graduation

Vi consiglio di ascoltarla soprattutto se siete dei nostalgici degli anni novanta e dei licei alla Dawson's Creek.
E guardatevi il video perchè l'abbigliamento (americano) anni novanta merita non poco.
Il testo in poche parole parla di una classe di liceo che si separerà dopo 5 anni.
Finisci il liceo, non hai la più pallida idea di cosa tu abbia studiato a fare, di cosa tu voglia fare nella vita ma ti senti sul tetto del mondo.
Quando hai 18 anni, una rivoluzione nella mente, una ribellione nel cuore e una hola nelle mutande.
Ups.
In ogni caso, quando prometti che sì, sarete amici per sempre no matter what.
Che ci sarai sempre.
Che vorrete sempre bbbbene.
E sai benissimo che con la metà di loro non parlerai mai più.
Ma comunque, per non sprofondare nel cinismo più buio, ritorniamo al mio punto.
Passa questa canzone alla radio.
E via con i "ci pensi tra un mese ci salutiamo tutti.." "Oh, facciamo un Eurotrip appena finisco l'internship.." "St'estate vengo in Brasile!" (Questa l'ho detta io, madre e padre). E quando li dici ci credi.
Perchè è vero, che ci vuoi credere.
Sai benissimo che nulla sarà come te lo immagini, che una volta partiti tutti rivedersi sarà uno di quei gusti dolciamari che sanno di minestra del giorno dopo.
Sai benissimo che alla fine tutto cambia, perchè semplicemente deve cambiare.
Ma aggrapparci con le unghie a quello che ormai ci appartiene è scritto nel nostro DNA.
Qui inizia a mancare un mesetto e ormai questo "non voglio tornare a casa" inizia ad essere un ritornello buttato lì in ogni conversazione.
Che poi in realtà so che vorrei tornare.Ma con la certezza di poter ritornare qui con uno schiocco di dita.
Mi manca tutto, costantemente.
Il bidet prima di voi tutti, sappiatelo.
Ma comunque non vedo l'ora di riabbracciarvi tutti, e spupazzarvi per bene.
E' solo che quando sono partita sapevo benissimo che sarei tornata.
Nessuna certezza è crollata.
Troverò tutto come l'avevo lasciato (o quasi).
Quando lascerò questo posto so benissimo che non lo rivedrò più.
(Va bene. Dov'è lo sgabello? E il cappio? Un antidepressivo?)
Ma perchè ci sto pensando adesso?
Sto blaterando.
Saranno le troppe poche ore di sonno.
(E la quantità di zuccheri che ingurgito)



Ho prodotto di nuovo un post che non mi soddisfa, ma voi cliccate qui sopra, ascoltatevi la canzone e pensate a quando avete promesso a qualcuno che non vi sarete mai separati, perchè in quel momento ci credevate e sognavate un'amicizia infinita.
E per la miseria, me lo sono fatto anche tatuare sul polso, che io sono una sognatrice.
Troppo concentrata nel mio mondo per avere voglia di aprire gli occhi. 

Cipressi, Silenzio e Scale di Legno.


Due parole, un'occhiata al calendario, una telefonata agli zii toscani che possiedono e gestiscono da soli un delizioso agriturismo. Pieno di benzina, canzoni caricate nell'iPhone, Tommy (TomTom di fiducia, ndr). Dopo l'esame di Diritto alle quattro e mezza di pomeriggio, a Milano, con trenta gradi e la verve di una cavalletta secca (del quale peraltro non ho ancora l'esito), quattro ore e mezza di viaggio invece di due e mezza per tornare a Savona, una distesa di merd esami all'orizzonte, una microfuga di quattro giorni immersi in un punto sperduto della Toscana, tra Torrita di Siena e Pienza, è stata una boccata di aria fresca. Non amo spammare, ma l'agriturismo Renello, in località Trequanda, immerso nelle colline, a metà tra la Val di Chiana e la Val d'Orcia, è qualcosa al di sopra dell'adorabile. Agriturismo che davvero si può definire tale: l'accento toscano ti accoglie caldo e ti inebria, puoi acquistare e gustare vino e olio squisiti, fare colazione pranzo e cena con i prodotti dell'orto (non ho mai mangiato delle bietole così buone) e fare un bagno in piscina con vista colline.
Insomma, fuggiti in fretta e furia dall'asfalto di Milano, buttando tre cose in valigia, dopo qualche oretta di macchina iniziamo a leggere sui cartelli nomi di paesi e località che già nella mente si immaginano pronunciate con accento toscano: Pienza, Bettolle, Petroio, Cortona (che poi in realtà è in Umbria..), Montalcino, Monticchiello. Piccole o più grandi perle fatte di pietre antiche, salite e vecchie mura. Il buon Tommy ci accompagna per stradine arzigogolate fino all'entrata costellata di Cipressi. Muovo i passi intorno all'agriturismo per curiosare e sono impressionata prima di tutto dal silenzio: qualche ronzio lontano di insetti, un cinguettio saltuario. Tanto che riuscivo a sentire il fruscio del vento tra gli ulivi. Uno spuntino di pecorino, prosciutto della Val d'Orcia e salame, e sono pronta per andare a posare il mio piccolo bagaglio nella stanza. Stanza che in realtà è una deliziosa casetta su due piani, rustica da far paura. La porta di legno cigola leggermente, all'interno è arredata con sapienza e mobili antichi. Salgo le scale di legno, gustandomi con le orecchie ogni cigolio dei miei passi. Arrivo nella stanza da letto, sui toni del verdolino. Letto in ferro battuto, coperta spessa di una volta, le foto dei cugini di Lui da piccoli incorniciate. Di una deliziosità da farti restringere il cuore. Questo è quello che vedevo dalla finestra.

Dopo pochi minuti di macchina, fermandoci ogni due per tre per fare foto al panorama mozzafiato, arriviamo a Pienza, un gioiellino di paesino quasi tutto pedonale, a strapiombo sulla Val d'Orcia.

La sera, a cena, seduti ad un pesante tavolo di legno in agriturismo, abbiamo mangiato tagliatelle al ragù toscano, capriolo e patate al forno, torta di mele fatta in casa, il tutto preceduto da uno spritz con vino locale e crostoni con fegatini, salsiccia e stracchino e bruschette. Non potete immaginare la bontà. Un pò ubriaca di cibo, fumo di sigaretta e parole, quella sera ho assistito a discorsi genuini, di quelli che puoi fare solo alla luce fioca che rischiara un agriturismo antico, davanti ad una tavola
imbandita semplicemente ma ricca di significato. La sera ho alzato il naso all'insù prima di aprire la porta di legno del nostro appartamento: nessuna nuvola, solo stelle. Nessuna luce, solo buio e puntini luminosi. Non ricordavo nemmeno l'ultima volta che avevo visto le stelle in quel modo.



Qui c'è una carrellata di foto della sottoscritta che si gode l'aria, il vento sulla faccia, quella sensazione di essere parte di qualcosa. Ad occhi chiusi, con il naso all'insù, tutti i sensi svegli, sull'attenti, che captano ogni rumore, ogni suono, ogni odore e colore. Il tavolino di legno delizioso di fronte alla nostra casetta che ha ospitato dolci colazioni assonnate e stropicciate al sole del mattino. 


Qui invece una veduta mozziafato di Montalcino da una piccola fortezza (vertigini portami via.) E la terrazza dove abbiamo cenato l'ultima sera. Una terrazza ampia, decorata nei più piccoli particolari, che si apriva a braccia larghe sulla Val d'Orcia, direttamente verso il monte Amiata. Abbiamo cenato guardando lì, le colline. Il venticello fresco, le dita delle mani che si intrecciavano e occhi socchiusi che si godevano la vista e il rumore del vento. Il rumore delle spighe che si muovono nel vento credo non lo dimenticherò mai.

Quattro giorni del genere, tra Cipressi, Silenzio e Scale di Legno.
Tante cose che tutti, troppi, diamo per scontate. Il silenzio. La luce del sole sui campi di grano. Il rosso acceso dei papaveri che ti cattura, vorresti avvicinarti e divorarlo, da quanto è intenso. 


E poi l'odore di terra, quello schietto, quello che sa di sudore, di fatica, di sole e di pioggia.
L'odore della natura, quello che non è l'odore di erba tagliata in mezzo alle nostre città.
L'odore di fresco anche sotto il sole, l'odore di vita vibrante e di tutto ciò che è vivo e si sta muovendo, sta respirando e sta lavorando tutto intorno.
Su stradine assolate, alcune sterrate, il rumore di una macchina solitaria e il colore del cielo che si mischia con quello scuro degli occhiali da sole. Un bacio a labbra che sanno di ciliegie colte dall'albero e terra.
Il verde delle spighe non ancora mature che combacia perfettamente col beige delle case e il rosso dei papaveri. Il rumore dei grilli che viene cullato da quello del vento.
E non ti serve altro, per sentirti vivo.
Per sentire che sì, il sangue che ti scorre nelle vene è caldo ed è parte di tutto quello che vedi.