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martedì 16 dicembre 2014

E' Natale e io corro

-L'adorabile foto è di Gail Albert Halaban-

Al liceo studiando Bergson ho sempre trovato geniale la divisione tra tempo esteriore e tempo interiore, lui e la sua precisione così francese a spiegarci con estrema razionalità e filosofia che il tempo scandito dalle lancette dell'orologio è ben diverso da quello percepito da ogni individuo. 


D'accordissimo. 

Al tempo però fissavo solo con impazienza il display del mio telefonino pregando che passasse in fretta l'ora di chimica perché non capivo una mazza. 


Tutto qui. 

Crescendo ho pensato come Bergson non abbia mai parlato, però, di tutto quel tempo vissuto alla rinfusa, senza che passi lentamente né velocemente, nel quale si viene sballottati qua e là tipo la giostra delle tazze a Disneyland, peraltro con la stessa sensazione di vomito imminente. 
Quel tempo in cui in un attimo ti ritrovi da una città ad un'altra senza ricordare il sedile del treno che hai appena preso, perché eri troppo occupata a ripassare per quell'esame che hai tra due gior no, in realtà hai passato metà del tempo a sbirciare nelle case altrui, quelle affacciate sulla ferrovia, sempre le stesse in cui sbirci ad ogni viaggio, una volta con le tende scostate e la luce gialla del lampadario alla sera, all'ora di cena, e una volta con la signora in grembiule che spazza il poggiolo. 



Bergson non ha mai parlato del tempo che passa veloce non perché sia necessariamente un bel momento, ma perché il cervello non riesce a soffermarsi, a capirlo, a gustarlo. 

Il cervello diciamo che non riesce punto. 
E allora la vita scorre un po' così, in quella non-beatitudine di chi non capisce, di chi non afferra quell'unico particolare che potrebbe far capire tutto. (The story of our lives, insomma) 
Scorre che ieri ero in una farmacia corsa a blaterare qualcosa in francese per avere una pomata contro le punture di medusa e domani è Natale, un semestre di università è passato e torno a dare esami come se nell'ultimo anno e mezzo non avessi fatto altro e invece ho fatto tutt'altro, e nei ritagli di tempo bazzico per negozi scintillanti e orrendamente addobbati cercando regali, tra le facce perplesse e spaesate degli uomini e quelle rapaci e pronte ad accaparrarsi l'ultima occasione delle donne. 
Menomale che esistono, gli uomini sotto Natale. 

Quasi tremano nelle Feltrinelli, da Zara, da Tiger, nascondendosi tra gli scaffali come i cani durante un temporale, con quell'occhio piegato all'ingiù dei bassethound e le mani intrecciate dietro la schiena, a volte con qualche sacchetto rosso e oro in mano, chiedendosi cosa diamine si cucinerà il quel fornetto del reparto smalti, forse un toast formato mignon, quanti brillantini debba avere un'agenda per piacere alla fidanzata o di che colore debbano essere i cuori del plaid di pile per la madre. 
Un po' tristi un po' con il mio sguardo del liceo nell'ora di chimica, con quella tipica espressione da "speriamo passi presto".
Menomale che esistono perché sono solidale con loro.
Ma per poco.
Perché sono già sulla cyclette a sudare via la focaccia del pomeriggio. 
E' Natale e io corro. 

mercoledì 6 febbraio 2013

Assenze fisiche e mentali


Un mese e qualche spicciolo da quando ho rimesso piede in suolo italiano e ancora ho un sentimento dolceamaro, come se da una parte ancora aspettassi il giorno in cui riprenderò quell'aereo, quel pullman e mi farò scaricare di nuovo alla stazione del pullman di Albany.
Sapete che sono una persona malinconica, che vive di ricordi, magari una manciata di rimorsi ma davvero pochi rimpianti.

In tutto questo Marina é tornata lì, ogni giorno posso vedere come se la cava senza di noi, senza di me, in quel dormitorio dove qualcuno dorme nel mio letto, ha appeso foto sul mio muro, sta impregnando la mia stanza di un odore che non é il mio.
Che presuntuoso il genere umano. Quella stanza, prima di me, sarà stata occupata da decine di studenti, eppure la sento mia quasi più di quella di casa.
Quante decisioni, quante chiacchiere, quanti sogni, quante paranoie, quante sveglie stropicciate, quanti notte brave addormentata vestita, quanto odore di cinese é rimasto quella volta che ero talmente stanca che alle cinque del mattino l'ho portato in camera, mentre la mia coinquilina dormiva. [Che coinquilina di merda, che sono]
Quante docce fatte di corsa, dieci minuti prima di uscire, con una mano impegnata a mettermi il mascara e l'altra a reggere il phon.
Quante notti piene di impegno nel trovare la serratura, a farmi shh da sola mentre cercavo di cambiarmi al buio all'alba per non svegliarla.
Quante confidenze, fatte da menti diverse, da culture diverse, che poi alla fine si assomigliano tutte.
Quanti sogni, speranze, paure condivise, sempre le stesse. Che tu abbia vent'anni in Spagna, in Italia, in Irlanda o in Brasile, li porti allo stesso modo.
Dicevo, vedo Ma che mi manda foto su snapchat [la trovata dell'anno] immersa nelle lenzuola zebrate che le ho lasciato, che va alla lezione di zumba a cui andavamo insieme, che beve una birra ad DeJohn's e, anche solo per una giornata, vorrei avere il dono dell'ubiquità. Spostarmi lì, fare finta che nulla sia cambiato, e continuare il semestre nella 306.

Percepisco l'assenza fisica, materiale, dei suoi abbracci, del suo profumo ogni volta che si stava insieme a chiacchierare. Mi manca l'assenza fisica del suono della risata di Sara, della sua energia, del suo saltellare allegro, della sua voglia di fare e di mediare, quella voglia di mediare che a me é sempre mancata, io spirito inquieto e battagliero che non sono altro. Mi manca l'assenza fisica di Marina che é sempre in grado di rassicurarti, di farti sentire che sí, andrà davvero tutto bene. Che tante volte le cose vanno prese alla leggera, cosa che io riesco a fare davvero male. Mi manca l'assenza fisica di Alice e della sua praticità, delle innumerevoli chiacchierate sulle scale, del continuo confronto tra li e qui, tra quello che ci aspettavamo prima di partire e quello che abbiamo davvero trovato qui.
Mi manca il sorriso di Lorraine, quello dolce, quello timido all'inizio ma ripieno di un affetto genuino.
Mi manca anche sentirmi rincoglionita le prime settimane, quando preferivo stare zitta durante una chiacchierata a cena piuttosto che sbagliare il verbo in una frase.
Mi mancano le voci di tutti, gli accenti che ho sempre fatto una fatica boia a capire, i modi di dire.
Degli Stati Uniti mi manca il modo di vivere la vita più rilassato e più impegnato allo stesso tempo.
Mi manca quella noncuranza del giudizio altrui che qui ci impregna fino a farci soffocare.
Mi manca quell'orgoglio di camminare per strada per quello che si é, non per quello che si indossa o per il taglio di capelli.
Mi manca quella voglia di scoprirsi dentro perché del fuori poco interessa.
Mi manca quella curiosità che le persone hanno per il diverso, per il nuovo, lo straniero.
Alla fine cosa é davvero diverso, straniero, nel paese che ha più radici e allo stesso tempo non ne ha?
Nel paese che vive di differenze e le esalta?
Mi manca tantissimo quel genere di gentilezza e cortesia genuine che le persone hanno nel sangue.
Mi manca scontrare qualcuno col carrello da Walmart, chiedere scusa e sentirmi rispondere col sorriso che non importa.
Ho preso per sbaglio il carrello di una signora all'Esselunga a Milano, la settimana scorsa, [vuoto, n.b.] e ha pensato che volessi rubarle l'euro che c'era dentro. Le ho chiesto scusa ridendo, perché avevo fatto confusione.
Lei non mi ha nemmeno guardata, si é ripresa il carrello ed é filata via, convinta che fossi una poco di buono.
Sai com'é, anche il capello tinto di rosso alla sciura milanese un po' sa di pericoloso.
Scusate, questa mi é proprio scappata.
In ogni caso, dicevo che mi manca quel rispetto per il prossimo che qui non abbiamo.
Certo, ogni paese ha le sue piaghe e contraddizioni, l'America ha da fare i conti con tutte le ferite aperte causate dalla lobby delle armi e dal sentimento nazionalista insito nelle tradizioni. Ma le persone hanno allo stesso tempo un senso di solidarietà che qui noi ce lo sogniamo, qui, nel paese dove nessuno fa niente per niente.
Mi manca l'ospitalità che ho ricevuto, da persone che mi hanno aperto la loro casa per il Thanksgiving senza avermi mai vista prima.
Mi manca l'accortezza delle persone che aprono una porta prima di te in università che te la tengono aperta per farti passare.
Mi mancano gli studenti che ringraziano l'autista del bus del college ogni santa mattina.
E lui che saluta tutti, fa fermate apposta per chi glielo chiede.
Mi mancano i professori che trattano gli studenti come individui pensanti, con cui instaurano un rapporto più profondo rispetto a quello faccia faccia un'aula universitaria.
Mi manca la signora della mensa che si ricorda chi sei, ti fa i complimenti per un maglione nuovo e ti dice quanto é bella la mattinata di sole che si vede dalle ampie vetrate della Dining Hall.


Mi manca perdermi in un mondo che non é il mio, ma che forse spesso mi ha capito molto meglio di quello in cui posso girare a occhi chiusi.

mercoledì 23 gennaio 2013

Quello che non ti aspetti

Mi ero ripromessa di scrivere sull'ultima settimana che ho passato in suolo statunitense, poi uno torna, si vede riappioppati i problemi che erano svaniti magicamente in quattro mesi di alienazione, e niente, non si ha avuto tempo.

Adesso lo si ha.
L'ultima settimana americana l'ho passata, indovinate voi dove?
Esatto.
In quello che è stato il crocevia di tutti i miei spostamenti in giro per gli stati, quello dove ho preso aerei, treni e pullman, dove ormai conoscevo a memoria Porth Authority, la stazione dei pullman, dove sono arrivata per l'ultima volta, in quei quattro mesi.

Ho passato il Natale a New York.
Per la prima volta, il giorno di Natale, ho visto New York addormentata, assopita, stropicciata.
I negozi chiusi, il vento forte di mare che trascinava foglie, cartacce, e pure senzatetto, qui e là, senza meta.
Persino il colosso di Macy's, in pieno centro, aveva le vetrine sfavillanti spente e le serrande abbassate.
Non male per la città che non dorme mai.
Ma in quel momento, vedendola spogliata dei suoi miti, della sua forza, delle sue luci, del suo vociare, con me e i pochi temerari che hanno sfidato la pioggia del 25 dicembre mista a neve per gironzolare all'aria aperta, mi sono sentita quasi a casa.
Il nesso sarà anche poco logico, ma la sensazione di sapere che ogni città si assopisce, si accoccola davanti al camino (che, peraltro, non ho mai avuto) dopo il pranzo di Natale, dove comunque una piccola minoranza preferisce andare al ristorante, soprattutto uomini d'affari russi e turisti, insomma questa sensazione, mi ha fatto sentire a casa.
Dove dopo pranzo alcuni valorosi escono di casa, più per esigenza di digerire che per voglia, e camminano lenti e imbottiti di cibo per le vie grigiognole senza nessun segno apparente di vita.
Perchè Natale è uguale a Savona come a New York.
Sono cose.

Ho sbirciato dentro finestre illuminate anche lì. Dentro Finestre moderne, con gli infissi scintillanti, in grandi grattacieli misto vetro, e cosa ci ho visto?
Una luce gialla, calda, in netto contrasto col nero lucido e freddo del guscio esterno, che faceva da contorno ad un enorme albero di Natale addobbato con cura.
Come poteva essere il mio.

Ora, sarò un cuore di panna, ma non ho mai potuto fare a meno di trovare il lato umano di tutte le città che ho visitato.
Il cuore pulsante, quello che va oltre al turismo, allo shopping, ai ristoranti in voga, ai locali dove si fa la coda fuori, alle viste famosi, ai musei e alle foto inflazionate. (Che ho fatto anche io, non preoccupatevi.)
Infatti, parlando di New York, ne avevo già parlato qui.
Quando inizi ad entrare in confidenza con una città, come con un'amica, non ti importa più di vederla ben truccata, con la piega, la tinta appena fatta, i vestiti stirati che sanno di detersivo.
Quando si entra in confidenza ci si vede in pigiama, col trucco un po' colato, con l'occhiaia che fa capolino.
Lo stesso mi succede con le città, e prima di New York mi era successo con Milano, con cui ho avuto il tempo di rapportarmi abbastanza a lungo, e passare dal detestare quella sua puzza sotto il naso, quel traffico impazzito e quella sua voglia di mostrarsi, ad amare dettagli più sottili, invisibili all'occhio famelico del turista.

E il cuore pulsante di New York l'ho trovato non sull'Empire State Building, non nel MoMa, non sulla crociera sull'Hudson (in ogni caso da togliere il fiato) ma nelle stradine del Greenwich Village, del Garment District, di Tribeca, di Chelsea. Dove ho trovato posticini piccoli e invitanti dove mangiare, anche il giorno di Natale, pochi negozi aperti e i resti di qualche mercatino di Natale. Sorseggiando Apple Cider bollente e tè allo zenzero e miele, così in contrasto col freddo pungente che arriva dall'oceano.

Il cuore pulsante l'ho trovato nella metropolitana, in quel budello infinito e puzzolente che si muove silenzioso sotto le strade di Manhattan, quando il 24 dicembre un gruppo di quattro uomini di mezza età di colore, muniti solo di cappello di Babbo Natale, hanno cantato Jingle Bells acappella con un'intonazione perfetta, un sorriso così aperto e bianco sui loro visi tesi e stanchi, con una gioia che faceva apertamente contrasto con le facce tese dei NewYorkesi. Il cuore pulsante è esploso quando tutto il vagone ha tolto le mani dai guanti, dalle tasche dei cappotti, per scoppiare in un applauso felice, genuino, non forzato, un applauso per quei due minuti di felicità e allegria genuina che sono così difficili da trovare in metropolitana all'ora di punta.

Come al solito, inutile descrivere la vista dall'Empire, i corridori professionali e non in Central Park, il Top of The Rock o le luci di Natale del Rockefeller Center.
A me piace la New York un pò così.
Che mi ricorda casa.








giovedì 27 dicembre 2012

Are you coming home?


Cause di forza maggiore (leggi: impacchettamento, addii e mancanza di wifi) nessun post all'ultimo momento prima di lasciare quel buco che mi ha accolta per ben 4 mesi.
Forse é stato meglio così.
Primo post dal mio nuovo bambino. 
E adesso faccio i conti con l'ultima notte a NYC. Ultima notte negli States. 
L'ultima volta che ho dormito nel mio letto é stata la notte del 17 agosto. 
Per quattro mesi mi sono addormentata in letti sconosciuti, uno dei quali era quasi diventato casa. 
Il mio odore ci era rimasto impresso sopra. Non nelle lenzuola. Proprio nel letto. 
Nel materasso, nelle doghe, nel legno. 
La stanza 306 avrà per sempre un pó del mio odore, non importa chi ci dormirà. Chissá chi, poi. 
In ogni caso, sono nella mia minuscola stanza nel cuore di Manhattan, oggi ha nevicato potentemente e mi sono bagnata fino all'osso. Tento invano di far entrare tutto nelle valige. 
Sono così agitata che non so descriverlo.
Il semestre che ho appena passato é così vivido nella mia mente e allo stesso tempo così sfocato, come fosse stato tutto un sogno. 
Solo una settimana fa salutavo tutti.
Mi aspettavo singhiozzi, lacrime, nasi rossi e mascara colato.
E invece, composta e sorridente, ho abbracciato tutti, uno per uno, con la promessa di rivederci presto.
Sono salita sul mio taxi, unito pollici e indici a forma di cuore dal finestrino, e guardato per l'ultima volta tutti loro fuori dall'Alumni, con un sorriso.
Ok, ho iniziato a piagnucolare appena girato l'angolo.
Ma per pochino.
Non ho ancora realizzato il tutto, credo.
Forse penso solo di prendere il pullman che mi riporta lí, domani.
invece che un volo Delta che mi recapita a Malpensa.

Quante parole che avrei da dire, quanto sonno che ho in questo momento e quanto groppo in gola che mi si sta creando. 
Ho troppi pensieri ingarbugliati. Mi toccherà sbrogliarli.
Prima o poi.
Non adesso.
Fare i conti con troppe cose contemporaneamente non é da me.

Le metto tutte in stand by per qualche giorno.
Finché non saró rincoglionita dal jet-lag e odore di casa.
Allora sí, che sará il momento di fare i conti con i miei nodi alla gola.



Are you coming home?

giovedì 29 novembre 2012

Datemi un Tacchino. Ovvero il mio primo Thanksgiving.



Mi sto maledicendo mentalmente perchè sono passate due settimane dall'ultima volta che ho prodotto qualcosa di leggibile, e avrei voluto scrivere molto di più. Soprattutto perchè tra meno di un mese porto via baracca e burattini e ritornerò a scrivere di...di che? Della metro di Milano e della mia Hyundai Atos del 99.
Quindi vi sto per rifilare un post epico.
Non tanto per quello che scrivo, ma per quello che ho vissuto.
Come sapete qui in Obamalandia festeggiano il Thanksgiving.
E a tutti viene in mente un mega tacchino e cibo a volontà.
E fondamentalmente è quello.
Ma la magia di questa tradizione mi ha travolta come la mattina di Natale quando avevo dieci anni.
Ma partiamo dall'inizio.
Come al solito mi sono portata dietro la mia famiglia adottiva, ovvero Sara e Marina.
Lunedì notte abbiamo dormito tre ore, alle sei eravamo di fronte all'entrata dell'Alumni ad aspettare il taxi.
Freddo, sonno, occhi gonfi, un borsone a testa e ancora la bocca impastata dal sonno. Forse il segno del cuscino sulla guancia. Ma l'aria che ho respirato in quel momento, l'aria di partenza, di viaggio, di novità, di scoperta, di avventura, di nuovi volti, voci e risate, di abbracci e voglia di vivere, non la dimenticherò mai.
Fatto sta che mi sentivo parecchio poetica anche in quel momento, su quel sedile del solito pullman che ci stava portando a New York alle sette di mattina. Quindi ho avuto la forza di sbloccare il mio iPhone (vedete a cosa serve, voi che non capite chi è slavo della tecnologia?) e scrivere una nota chilometrica sul viaggio, le amicizie, il senso della vita e tutti i luoghi comuni che vi vengono in mente.
Ma è davvero una dolcezza.
Quindi la posterò.

20 novembre. 7:58
Nemmeno le otto di mattina. Tre ore di sonno. Musica nelle orecchie e sole che sorge. E tutto quello che mi viene in mente è che sono fatta esattamente per questo. Per spogliarmi di tutto. Mettere due vestiti a caso 
(falso, falsissimo: ci ho pensato per due giorni a lezione, a cosa portare.) in un borsone e muovermi. Partire. Viaggiare. Vedere. Questo paese mi strega, mi chiama e non posso non rispondere. Sto guardando il cielo, ora. E' enorme (Va bene, forse era meglio rileggerlo prima di salvarlo sul cellulare. La banalità fatta a nota). Tutto qui sembra più grande. Sconfinato, non prova mai a soffocarti. Abbraccia. Accoglie. Gli alberi, le strade, le foglie, i colori. I colori sono più grandi, più forti, più penetranti. Ti entrano dentro e non puoi farci nulla. I colori del cielo sono forti, vivi, inebrianti. Tutto fa venire voglia di muoversi, correre, volare, scoprire, scoprirsi. Sono su un sedile di un pullman in mezzo al nulla tra Albany e New York, con due persone che non conoscevo fino a tre mesi fa e ora non riesco a immaginare il momento in cui dovrò separarmi da loro. Mi sento come se non avessi fatto altro nella vita. Da sempre. Non mi sono mai sentita così viva. Così piena di vita, di voglia di fare, i miei occhi non ne hanno mai abbastanza. Mi riscopro con gli angoli della bocca piegati all'insù. Senza accorgermene. Mi lascio andare. Non ancora del tutto. Spesso tendo ancora a controllare, a trovare dei punti fermi, a volere una sicurezza. Ho sempre avuto bisogno di avere tutto sotto controllo. Ma qui è una sfida continua, e io vinco spesso. Ma anche perdere non è male.

Insomma, una perla di poesia, neh?
Cosa volete, dopo tre ore di sonno e un panino al formaggio e salame alle sette del mattino?
Abbiamo volato da NYC a Chicago. Due ore e mezza e tre o quattro stati dopo siamo atterrate nella Città del Vento. Chicago è stupenda. Sono senza parole. Se uno sogna New York guardando Gossip Girl, non ha idea di cosa si perde non sognando Chicago.
Chicago è una distesa di casette e casupole che diventano un gruppo di grattacieli affacciati sul lago. Che potrebbe benissimo essere il Mediterraneo.
New York è e sempre sarà New York.
La città di cui mi stampavo le foto dal mio pc windows 95 e me le appendevo al muro.
Sarà sempre la città in cui ho visto camminare Carrie Bradshaw con le sue Manolo da capogiro.
Ma Chicago ha un fascino che porta via il fiato.
Downtown è decisamente più piccola di Manhattan, più concentrata.
Ma ha ampie strade, negozi ad ogni angolo, palazzi moderni ma anche dal sapore europeo.
Non ti dà quella sensazione di fretta, di vite che corrono frenetiche, di persone che si scontrano uscendo dalla metro o che litigano per un taxi.
Non si sente quell'odore persistente e acido di vino che ti entra nelle narici e non se ne va più.
Chicago è una metropoli che ti mette a tuo agio. Non ti spinge, non ti mette fretta nella rush hour.
A due passi dal Loop metti piedi in Millennium park.
Rimani affascinata dal Bean che riflette tutto il mondo alle tue spalle.
Fai due passi a bordo lago. Ti perdi tra il cielo, il vento, il verde del parco e l'argento scintillante dei grattacieli. Provate a immaginare grattacieli di cui non vedi la fine e un molo enorme che si perde in un lago grande quanto il nostro mare. E' qualcosa di incomprensibile per noi.








Dopo un giorno e mezzo a Chicago abbiamo di nuovo impacchettato tutto e via, dei noodles in una scatola e pronte sul treno per Milwaukee.
Altro giro, altro stato.
Siamo state prelevate direttamente alla stazione da Matt, e via in direzione Grafton, a una ventina di minuti da Milwaukee.
Non appena abbiamo messo piede nella sua casa persa in mezzo agli alberi spogli, non appena abbiamo abbracciato i suoi genitori che ci hanno accolto a braccia aperte, abbiamo sentito aria di famiglia.
Una casetta curata in ogni dettaglio, una casa che sa di famiglia, di cose vere.
L'ospitalità di queste persone non la dimenticherò mai.
Credo che il vero padrone di casa riesca a fare in modo che il proprio ospite si senta davvero a casa, e non solo un ospite che ha paura di toccare qualsiasi cosa per paura di rovinarla.
E si, loro sono stati padroni di casa perfetti.
Dopo pochi minuti ci sentivamo già a casa.
Ci hanno accolte senza problemi, per uno dei giorni più importanti e intimi dell'anno.
Abbiamo aiutato Linda (la mamma) a preparare l'apple crumble, abbiamo chiacchierato e raccontato le nostre vite come se ci conoscessimo da sempre.
Abbiamo abbracciato ogni parente, abbiamo sorriso ad ogni complimento, abbiamo riso ad ogni battuta.
Abbiamo visto il tacchino fumante uscire dal forno.
Abbiamo pregato insieme a loro. Abbiamo ringraziato per il cibo.
Mi ci vedete, voi, a dire la preghiera prima di mangiare?
Eppure lì, in quel momento, mi è sembrata l'unica cosa sensata da fare.
Immergersi dentro culture diverse dalla tua ti fa capire che non sempre hai ragione.
E soprattutto che non sempre esiste un giusto o sbagliato, ma che la vita è molto più flessibile e malleabile, che i confini non sono così netti e che muoversi tra una barriera e l'altra è spettacolare.
Non ho mai dormito meglio in quel letto preparato con amore, che sapeva di lenzuola lavate di fresco e coperte di una nonna che le ha conservate con cura.
Non ho mai apprezzato così tanto un caffè solubile al bancone di una cucina.
Non mi sono mai sentita così serena a più di settemila chilometri da casa.
Due giorni di dolce far niente, di cibo, di football, di maratone di film e di tenerezza in famiglia.
Sarà che mi è venuta in mente la mia, di famiglia, sarà che mi hanno dato l'impressione di essere davvero uniti, sarà che sono lontana da casa, ma non mi sono mai sentita così tanto a casa in questi tre mesi come in quella cittadina nel mezzo del Wisconsin.


Dopo due giorni siamo ripartite.
Tante cose in più nel cuore, un velo di tristezza nel cuore negli abbracci.
Chissà se ci rivedremo ancora.
Nel viaggio di ritorno a Chicago non sono riuscita a dormire.
Ho scritto una nuova nota.

23 novembre. 10:26
Altro mezzo di trasporto, altro Stato, altra alba. Sono sul treno che torna a Chicago dopo due giorni di America pura a Grafton. Immersa nel nulla, fattorie con granai stile Clark Kent, casette da set di Desperate Housewives. Ho amato il MidWest, con il suo accento morbido e comprensibile, molto meno ritmato di quello di New York. E' quando inizi a distinguere gli accenti che ti senti davvero potente, fuck yeah. Scusate. Dicevo. Ho amato il MidWest per il suo adattarsi perfettamente al mio concetto di America. L'America che va oltre la metropoli, quella che si nasconde in casette di legno, in dettagli, in ghirlande di foglie secche, in bandiere con tacchini, in lucine di Natale attorcigliate intorno ai corrimano dei portici delle case. Ho amato il MidWest per la sua aria di fresco, di aperto. Per i sorrisi della gente che ho incontrato e mi ha ospitato. Per la gentilezza e la cura con cui sono stata trattata, una sconosciuta a casa loro. Ho passato un giorno del ringraziamento da sogno. Ho sorriso emozionata ad ogni passo della cottura dei piatti. Ho abbracciato parenti che non vedrò probabilmente mai più. Ho guardato dentro occhi che forse non incrocerò più ma le sensazioni che mi hanno dato non le dimenticherò mai. Mi sento anche io di ringraziare. In questo momento sono così ubriaca di cibo, affetto, sorrisi, abbracci, e sonno che snocciolerei una lista infinita.
Che parte dai miei genitori. Che mi hanno dato la possibilità di essere dove sono. Che nonostante le mille paure hanno stretto i denti e mi hanno lasciata andare. Va avanti con tutte le persone che mi sono accanto da casa, vicine ma lontane. Con chi mi ha sempre supportata, anche con i miei deliri. Un grazie gigantesco alle due persone che mi hanno coccolata come se fossimo amiche da sempre, Sara e Marina. Con loro le parole spesso non servono, sappiamo benissimo quando tacere.
Ringrazio chiunque sia capitato sulla mia strada in questi tre mesi, perchè ha contribuito a spogliarmi di tante mie paure e a rendere il mio sorriso meno insicuro.
Ringrazio di avere la possibilità di farmi entrare tutto nella pelle, di vivere quello che ho sempre immaginato dall'interno. Di capirlo. Di rigirarmelo tra le mani come un giocattolo e scrutarlo con la curiosità di un bambino. 
Ringrazio me, perchè non ho più paura di superare i miei limiti. Perchè la sensazione di guardarsi intorno non ha paragoni.

Siamo ritornate a Chicago. E questo è quello che abbiamo trovato.




Per finire, ho trovato un'ultima nota.
Stavo guardando l'alba dall'oblò. Sul mio volo delle 5.45.
Stavo tornando a quella che per questi tre mesi è stata casa.

24 novembre. 6:38Sei e trentotto. Guardo a destra e vedo nuvole pannose, stringo gli occhi verso il sole che ha appena fatto capolino dalla distesa bianca e increspata. Ho dormito tre ore.
Posso vedere i miei occhietti stanchi riflessi nello schermo del telefono.
Una figa, insomma.
Il nostro Thanksgiving break è quasi finito e torniamo a casa cariche di nuove cose.
Abbiamo messi piede nella Willis Tower. 103 piani. Immaginatemi nello sclero dell'altezza. Ma mi ha tolto il fiato. Il mondo visto dall'alto ha tutto un altro gusto. Un pò come guardarlo da questo oblò. Paradossalmente è uno dei pochi posti dove mi sento al sicuro. Quassù, nel silenzio. Mentre le altre dormono e io mi perdo nelle tonnellate di stupidaggini che ho nella testa e nei colori di una mattina di novembre oltreoceano.

Questo è tutto quello che sono riuscita a produrre sull'aereo.
Che è tanto con sole tre ore di sonno alle spalle.
Ma la cosa stupenda è che ripartirei domani mattina, senza una meta, senza un albergo, senza nulla.
Solo con la voglia di fare che mi accompagna sempre e le mie due compari.




E l'iPhone. Ovviamente.

mercoledì 14 novembre 2012

Obamatown - Neverending trip



Dateci un weekend, ottanta dollari e infinite 8 ore totali di pullman e andiamo in capo al mondo.
O meglio, nella capitale degli Stati Uniti.
Sei e mezza di mattina, tre tonne imbacuccate come fossimo al polo, un taxi, una stazione dei pullman.
Un pò di nanna sconnessa fino a New York.
Due passi fino all'altra stazione dei pullman.
E poi via, pigiate negli ultimi sedili di un Megabus verso l'infinito e oltre.
Roba che io non riesco a dormire nel mio letto, figuriamoci su un sedile del bus.
Abbiamo attraversato il New Jersey, un pezzo di Pennsylvania, il Delaware e il Maryland.
Mi sono sentita molto Jack Kerouac in On The Road, peccato che al posto della macchina mi è toccato il pullman. Ma almeno avevo il wifi. I vantaggi di viaggiare nell'era di Steve Jobs.
Sfiorato lo sclero dopo un'ora in più di ritardo, mettiamo piede fuori dalla stazione.
Premetto che chi di voi è stato a Washignton mi ha detto: mah, robetta. Fa schifino.
E io con la gioia di un ornitorinco ho trascinato le mie membra in un posto che pensavo facesse schifino.
Ma la vita ha voluto sorprendermi, e o a me piacciono le cose brutte, o Washington è davvero bella.
Cioè, tenete conto che io vivo ad Albany.
Dove credo abbiano preso spunto per tutti i personaggi di Prison Break.
(Per la cronaca, tutto il personale che lavora alla dining hall è ex carcerato. Seriamente)
Quindi, immaginatemi nella capitale ricca del paese più orgoglioso di sé stesso al mondo.
Nessun grattacielo, solo grandezza.
Palazzi messi un pò lì a caso, imponenti, vicino a casette a due piani che ricordano tanto una Londra per bene.
E poi lei, la Casa Bianca.
Minuscola.
Voi vi aspettate una roba gigantesca ma la foto che vedete qui sopra è stata zoomata diecimila volte.
Ma il suo effetto lo fa stesso.






E poi uno spazio enorme, infinito, che sa di respiro e di storia.
Cosa non facile da trovare in America, soprattutto per noi abituati a Roma e ai suoi millenni di brividi storici.
Qui la cosa più vecchia che hanno è il Thanksgiving.
Comunque, dicevo, sa davvero di storia.
Camminavo lungo l'immensa fontana del Lincoln memorial e mi immaginavo Martin Luther King fare il suo discorso.
Perchè sono idiota nell'anima, ma poi mi commuovo per queste cose.
Ho in mente le foto in bianco nero di quel posto immenso, gremito di gente, con un uomo che la tiene in pugno dicendo di avere un sogno. E sbam. Mi emoziono come una bambina.
Il tempio che sembra romano, la statua enorme di Lincoln.
E poi l'obelisco.
Immenso, circondato da innumerevoli bandiere statunitensi.
Roba che nemmeno noi quando abbiamo vinto i mondiali.
Ed è subito Dan Brown e la storia dei massoni.
Certo che quando voglio faccio proprio la mia porca figura di persona colta.
Abbiamo visto il Capitol.
E il monumento a Martin Luther King.
E quello alla guerra del Vietnam.
Abbiamo chiacchierato con i veterani. Sulle loro magliette c'è scritto "Every day is a bonus".
E hanno ragione.Si impara anche così, in una ventosa mattinata turistica a Washington.
E infine il lago artificiale, e sull'altra sponda il Jefferson memorial.
Altro tempio, altro premio.
Un'altra statua.
Un altro silenzio e un'altra riflessione.
Gli americani quando si impegnano mi strappano il cuore.

Abbiamo fatto foto, mangiato in un ristorante spagnolo, scoperto le vie lussuose della capitale.
Ci hanno offerto il gelato all'Hard Rock Cafè perchè eravamo internazionali.
Abbiamo fatto colazione col Washington post e il sole caldo in faccia.
Un ottantenne di nome Luigi, americano ma di origini spagnole ci ha chiesto se abbiamo partecipato a Miss Universo.
Abbiamo mangiato cinese alle quattro del mattino.
Abbiamo riso, ballato, bevuto qualche birra, sognato insieme.
Abbiamo condiviso tutto quello che si può condividere.
Il bello di questa esperienza e di questi viaggi è che ti avvicinano alle persone, di botto.
Così, di corsa, ti costringono ad aprirti, a farti vedere, a lasciarti scoprire.
Velocemente.
Senza aver tempo di pensare.
Ti legano agli altri in un modo che non accade spesso.
Quando sei catapultata in un altro mondo, con un'altra lingua, senza nessun appoggio, sei più vulnerabile.
E trovare qualcuno che ti copra le spalle è una sensazione meravigliosa.


E poi nulla, abbiamo fatto qualche foto con le attrazioni locali.
(Possiamo fare una foto con voi? EH? Roba che manco le quattordicenni con Justin Bieber. Ma tant'è.)

domenica 30 settembre 2012

Quel weekend in Canada



 Due macchine, dieci persone, 4 ore. Qualche bagaglio, una sosta per cena al MacDonald's. Un pò di pioggia, una stanchezza devastante. Della musica country alla radio. Chiacchiere sonnecchianti. Scene di panico al confine Canadese per un passaporto scivolato chissà dove. Patatine al gusto bacon, pipì in una diner tipica americana. Stropicciamento di occhi e sbadigli. Strada sbagliata e naso attaccato al finestrino non appena attraversato il ponte di Montréal.
Questa è la descrizione del nostro road trip verso il Canada.
Se penso a quanto ero fottutamente emozionata. Un pò Kerouac, un pò il giro del mondo in ottanta giorni. Un pò beat generation, un pò non-più-adolescente degli anni novanta.


Una highway tutta dritta, una macchina col cambio automatico, alberi, alberi e solo alberi che non ti fanno rimpiangere per nulla la pianura padana, nuvole pannose e tramonti mozzafiato. L'emozione del Road Trip è davvero indescrivibile. Ti senti grande, grossa, indipendente, viva, in un'avventura che racconterai con un sapore un pò bittersweet. Perchè non avrai più ventidue anni e i road trips saranno un dolce ricordo che brucia un pò.
Se penso all'adrenalina, a dieci persone che un mese prima nemmeno si conoscevano, che raggruppano praticamente tutto il mondo in due macchine, mi viene quasi da sorridere piangendo.
Siamo arrivati a Montréal col naso all'insù, persi nelle luci che si specchiavano nel fiume, ubriachi dall'ebbrezza di sentirci grandi.
Montréal è incredibile, è come se qualcuno avesse fatto un collage di particolari, prendendoli un pò a caso dagli Stati Uniti e dall'Europa. Lei si diverte a travestirsi da Parigi, con nomi con Notre Dame o Champ de Mars, gioca all'Europa. Tutti parlano francese, le insegne fanno sorridere e sembra di essere solamente oltralpe e non oltreoceano.

Giri l'angolo e passeggi nel quartiere latino. Alzi gli occhi e ti pare di scorgere i grattacieli di New York. Ci sono chiese gotiche ovunque, sanpietrini e negozi che ricordano molto le viette francesi. Bistrot all'aperto con solari ombrelloni gialli, nel bel mezzo delle vie pedonali. Si respira aria di Europa, di nostalgia, di passato che tende verso il futuro ma rimane saldamente aggrappato alle tradizioni. Una Francia esportata, letteralmente. Che nel trasloco ha perso qualche granello di Europa, rimpiazzato da grattacieli, uffici, grandi marciapiedi e strade trafficate. Ma i parchi, le insegne, i negozi, i cartelli, le ringhiere dei balconi, quelli sono genuinamente europei.








Guardare questi scatti tutti di fila mi fa davvero sorridere e sospirare. Quella città così viva, così Americana nel profondo ma così francese nelle radici. La penultima foto l'abbiamo scattata da un'isoletta nel mezzo del fiume, un pò come se fosse l'Ile Saint Louis nel mezzo della Senna. Eppure lo skyline ti ricorda vagamente Manhattan vista da Brooklyn. E' tutto un sovrapporsi di immagini e colori, di sapori e culture, tutto che sta perfettamente in equilibrio con l'atmosfera calorosa e vibrante.
Abbiamo mangiato in ristoranti, un Irish Pub ma siamo diventati praticamente clienti abituali del Mac dietro l'angolo. Vi dico solo che non voglio più vedere un cheeseburger per molto tempo.
Abbiamo sperimentato il club canadese, dove per metà della serata passa solo rap/house francese, per cui i canadesi vanno pazzi e si dimenano come indemoniati.Abbiamo anche sperimentato il dannato dollaro canadese, rischiando di rimanere senza soldi perchè le nostre carte di credito non andavano bene agli atm.

L'ultimo giorno siamo andati al Parc Olympique. Questa è la vista dalla torre costruita per le Olimpiadi.
E io soffro di vertigini. Vi dico solo questo.



Ho anche sperimentato per la prima volta in 22 anni l'ostello. E vi giuro che dopo quello posso sopravvivere a tutto. Scendo nei dettagli solo in privato, ma il bagno in comune uomini e donne è un'esperienza ai limiti del paranormale. Paranormal activity è una commedia rosa, al confronto.
Ma il bello di questo viaggio è stato anche questo.
Riscoprirmi. Innamorarmi della nuova me.
Vivere della mia forza che ho scoperto solo recentemente di avere.
Sorridermi.
Essere orgogliosa delle mie paranoie lasciate lungo il tragitto.
Smettere di trattarmi come una bambina.
Ammettere le mie debolezze e poi superarle con un bel dito medio.
Voltarmi finalmente indietro e guardare con apprensione a quella che ero, un pò come una mamma col proprio bambino che ha imparato a camminare.

E io, altrochè se cammino.


domenica 5 agosto 2012

Tutto si muove rapido

Oggi mancano ufficialmente due settimane. Egnente, non riesco a farmene una ragione. Nel senso che razionalmente so tutto: il mio volo, la mia futura casa, le mie future coinquiline. Ho studiato a memoria la piantina del campus, dell'appartamento, il mio orario delle lezioni. Penso tanto, troppo. So che tra due settimane vivrò nello stato di New York, mi ingozzerò di Bagel e trotterellerò sulle rive dell'Hudson, ma è un pò come se stessi seguendo il percorso di un'altra. Come se infondo all'areoporto ci andrò, ma solo per salutare quella che parte. Per fare ciao ciao con la manina, voltarmi e ritornare in macchina e poi a casa. Nel mio letto. Con le mie luci, i miei odori, le mie ore. Il mio tempo e il mio spazio. Qui è tutto fottutamente mio. Mi dico che mancano due settimane, che ho quasi tutto pronto, ed è la stessa cosa che ripeto a tutti, con lo stesso tono, gli stessi sorrisi e gli stessi gesti. Racconto come se riportassi un pettegolezzo o la storia di qualcun'altro. E d'improvviso invidio tutti, che il 20 agosto si sveglieranno sempre nello stesso posto e con la stessa vita. E loro invidiano me. Che buffa che è la vita. Lì, è un'altra vita. Un altro mondo, un'altra lingua, un altro tutto. A volte mi sorprendo a fantasticare, felice come una bambina il giorno di Natale. A volte mi sorprendo con un nodo alla gola e una sensazione di claustrofobia, di soffocamento. Che non sia capace di godermi nulla? Più che possibile, se non probabile.

Ho paura. Di tutto. Una fottuta paura di tutto, che mi paralizza, mi blocca dal produrre qualsiasi pensiero razionale. Di qualsiasi barlume di positività. Ma in fondo, questo viaggio lo faccio per questo. Per spogliarmi delle mie paure, per lasciarle sull'areo e abbandonarle mentre mi volto. Questo viaggio lo faccio per fare pace con me, per mitigarmi al vento dell'oceano. Per smussare gli angoli che non mi piacciono, per rimproverarmi silenziosamente e darmi una pacca sulla spalla ogni volta che supero un ostacolo. Lo faccio per svuotarmi i polmoni dell'aria malsana che respiro ogni tanto. Per guardare tutto con occhi nuovi. Per apprezzare tanto le novità come le cose che già mi appartengono. Questo viaggio lo faccio per dimostrarmi che posso. Posso e non solo nei pensieri, ma posso sul serio. Senza l'aiuto di nessuno, nel mio silenzio e nei miei pianti. Nel mio panico sordo e in quella sensazione all'altezza dello stomaco che a volte me lo stringe fino a farmi smettere di respirare. Voglio poter riprendere il controllo di me stessa in ogni momento, cosa che non ho più tanto spesso. Voglio potermi sentire potente, nel pieno delle mie facoltà. Voglio tornare e sentirmi orgogliosa di me stessa. So quanto sarà difficile, ma so anche che posso farcela.

Quando ho un tentennamento, rileggo questa frase, così tremendamente poetica e allo stesso tempo duramente reale.

Tra vent’anni sarete più delusi per le cose che non avete fatto che per quelle che avete fatto. Quindi mollate le cime. Allontanatevi dal porto sicuro. Prendete con le vostre vele i venti. Esplorate. Sognate. Scoprite. Mark Twain








Payphone - Maroon 5 ON AIR

sabato 9 giugno 2012

Obamalandia?

Mancano più o meno due mesi al mio planare in Obamalandia e io ancora galoppo nella valle del "ma chi, io?", senza ancora aver bene realizzato che su quell'aereo alle 9 del mattino ci piazzerò le mie, di chiappe. (La finezza mi contraddistingue sempre.) Ah, per chi nono conoscesse ancora le origini del mio viaggio oltreoceano può dare un'occhiata QUI e scoprire tutto. Comunque, è iniziato il periodo in cui sogno quello che il mio inconscio cerca di dirmi durante il giorno ma io metto a tacere con determinazione.
Stanotte ad esempio ho sognato che era IL giorno. Io ero la reincarnazione del panico, sovrastata solo dalla Regina delle Follie Organizzative, ovvero mia madre. Riesce ad essere dannatamente pressante anche nei sogni, quella donna. Anyway, ho sognato che il giorno della partenza avevo ancora le valigie da fare, che cacciavo berretti di lana e espadrillas (che peraltro non possiedo) a caso nella valigia, che dimenticavo venti volte qualcosa di basilare come il passaporto e che mio padre alla fine dei conti saliva con me sull'aereo per poi scendere alla "fermata" dopo. Insomma, non sono cose normali. E no, non ho mangiato pesante ieri sera.
Ma la domanda fondamentale è: se questi sogni compaiono a due mesi dalla partenza, cosa mi accadrà una settimana prima? Avrò bisogno di una dose di valium in endovena.

Perchè questa è la mia merdos simpaticissima caratteristica: vivo qualsiasi cosa con una pesantezza estenuante. Se di giorno penso alla magnifica esperienza che mi aspetta, i viaggi che farò, le cose che imparerò, il mio inconscio mi spara una pera di paranoie appena abbasso un attimo la guardia. Sarà che sono figlia dell'Apprensione reincarnata in una donna alta un metro e 65? Che, per darvi un esempio della follia pre-partenza, mi regala momenti di imbarazzo autentici. Riporterò il dialogo, per dovere di cronaca.

Io: "Mà, pensavo che in America potremmo affittare una macchina, chessò arrivare fino a Chicago on the road, stile Kerouac..."
Mia madre: "'Sta attenta a non finire in prigione, lì ti fanno passare una notte in cella come niente"

La risposta giusta sarebbe stata "WTF?" ma mi sono limitata a fissarla in modo strano. Mi sembra di essere tornata ad avere 14 anni. Dite che regredisco, invece che andare avanti?
Ma tant'è, ora si pensa alle parti organizzative. Sono quasi riuscita ad avere un visto, mi manca il colloquio in ambasciata americana che ha tempi di prenotazioni che nemmeno le asl locali. Spesa totale: infinta. Si paga la tassa consolare, la tassa Sevis, si paga per prendere appuntamento. Una passeggiata.
Ho anche fatto i vaccini. Uno a destra e uno a sinistra. Peccato che il richiamo per l'antitetanica mi abbia intorpidito il braccio sinistro e ora mi sento il muscolo dolorante che nemmeno dopo sei ore di pesi.
In più ho avuto la brillante idea di prendere il sole per due ore ieri ed è stato subito eritema. Sono l'idiozia.
Poi mi vengono dubbi e domande di ogni genere, che solo una mente deviata come la mia poteva produrre. Vi illustro una lista, per farvi capire che tipo di persona io sia e per rileggerla tra qualche mese e darmi della scema.

1- Dovrò portarmi una scorta di sapone intimo? La risposta già ce l'ho: si. A parte che ho già sperimentato l'anno scorso, con Lui che quando sono andata a trovarlo mi ha pregata di portargliene qualche flacone da tenere per i successivi tre mesi. Ma, a rigor di logica, gli abitanti di Hamburgerlandia non hanno il bidet. Tantomeno hanno un sapone per pulirsi il didietro. Mezzochilo di valigia è già stato occupato, così.

2-Dovrò portarmi una farmacia? Anche qui la risposta è si. Oltre ai farmaci senza ricetta, mi è stato detto che anche i farmaci da banco sono miscugli strani che non corrispondono mai a quelli italiani o europei. Quindi un altro bel mezzochilo di valigia sarà occupato.

3-Dovrei portare qualche specialità italiana da far gustare alle mie future coinquiline? Qui la risposta esatta ancora mi manca. Mia madre sostiene di volermi dare del pesto e della focaccia. Contando che la focaccia ci arriverebbe di legno, forse è meglio puntare sul pesto. Sarà illegale? Mah.

4- Quanti vestiti servono mediamente ad una persona in 4 mesi? Ve lo dico io: troppi. Contando che i 4 mesi in questione comprendono periodi dai 30 ai -10 gradi, ci vuole un'ampia gamma di vestiti, anche se mio padre ritiene che io debba prepararmi la valigia come un marine: un paio di jeans, una giacca, un paio di scarpe. Anche qui ci sarà da lavorare duramente.

5. Ha senso portarmi il phon? Direte, sì. Io direi no. L'anno scorso ho attaccato il phon super potente (ho tanti capelli) con l'adattatore in quel di Minneapolis, e tutto quello che ne è uscito a potenza massima è stato un soffio che l'alito del bue nella mangiatoia scaldava di più. Chissà quanto costerà un phon in Obamalandia.

6. Quanto piagnucolerò il giorno della partenza? Tenendo conto che io piango a ripetizione ogni volta che vedo la pubbicità della mamma sulle olimpiadi, ma anche per molto meno, direi tendente à + infinito. Immagino già la vergogna di posizionarmi al mio posto in aereo, sola come una cagna, (rigorosamente vicino all'american boy obeso di turno) con occhiali scuri e naso rosso allla Rudolph.

Ok. Questi erano i quesiti più significativi. Ma ce ne saranno altri. E mancano ancora due mesi.

martedì 29 maggio 2012

Cipressi, Silenzio e Scale di Legno.


Due parole, un'occhiata al calendario, una telefonata agli zii toscani che possiedono e gestiscono da soli un delizioso agriturismo. Pieno di benzina, canzoni caricate nell'iPhone, Tommy (TomTom di fiducia, ndr). Dopo l'esame di Diritto alle quattro e mezza di pomeriggio, a Milano, con trenta gradi e la verve di una cavalletta secca (del quale peraltro non ho ancora l'esito), quattro ore e mezza di viaggio invece di due e mezza per tornare a Savona, una distesa di merd esami all'orizzonte, una microfuga di quattro giorni immersi in un punto sperduto della Toscana, tra Torrita di Siena e Pienza, è stata una boccata di aria fresca. Non amo spammare, ma l'agriturismo Renello, in località Trequanda, immerso nelle colline, a metà tra la Val di Chiana e la Val d'Orcia, è qualcosa al di sopra dell'adorabile. Agriturismo che davvero si può definire tale: l'accento toscano ti accoglie caldo e ti inebria, puoi acquistare e gustare vino e olio squisiti, fare colazione pranzo e cena con i prodotti dell'orto (non ho mai mangiato delle bietole così buone) e fare un bagno in piscina con vista colline.
Insomma, fuggiti in fretta e furia dall'asfalto di Milano, buttando tre cose in valigia, dopo qualche oretta di macchina iniziamo a leggere sui cartelli nomi di paesi e località che già nella mente si immaginano pronunciate con accento toscano: Pienza, Bettolle, Petroio, Cortona (che poi in realtà è in Umbria..), Montalcino, Monticchiello. Piccole o più grandi perle fatte di pietre antiche, salite e vecchie mura. Il buon Tommy ci accompagna per stradine arzigogolate fino all'entrata costellata di Cipressi. Muovo i passi intorno all'agriturismo per curiosare e sono impressionata prima di tutto dal silenzio: qualche ronzio lontano di insetti, un cinguettio saltuario. Tanto che riuscivo a sentire il fruscio del vento tra gli ulivi. Uno spuntino di pecorino, prosciutto della Val d'Orcia e salame, e sono pronta per andare a posare il mio piccolo bagaglio nella stanza. Stanza che in realtà è una deliziosa casetta su due piani, rustica da far paura. La porta di legno cigola leggermente, all'interno è arredata con sapienza e mobili antichi. Salgo le scale di legno, gustandomi con le orecchie ogni cigolio dei miei passi. Arrivo nella stanza da letto, sui toni del verdolino. Letto in ferro battuto, coperta spessa di una volta, le foto dei cugini di Lui da piccoli incorniciate. Di una deliziosità da farti restringere il cuore. Questo è quello che vedevo dalla finestra.

Dopo pochi minuti di macchina, fermandoci ogni due per tre per fare foto al panorama mozzafiato, arriviamo a Pienza, un gioiellino di paesino quasi tutto pedonale, a strapiombo sulla Val d'Orcia.

La sera, a cena, seduti ad un pesante tavolo di legno in agriturismo, abbiamo mangiato tagliatelle al ragù toscano, capriolo e patate al forno, torta di mele fatta in casa, il tutto preceduto da uno spritz con vino locale e crostoni con fegatini, salsiccia e stracchino e bruschette. Non potete immaginare la bontà. Un pò ubriaca di cibo, fumo di sigaretta e parole, quella sera ho assistito a discorsi genuini, di quelli che puoi fare solo alla luce fioca che rischiara un agriturismo antico, davanti ad una tavola
imbandita semplicemente ma ricca di significato. La sera ho alzato il naso all'insù prima di aprire la porta di legno del nostro appartamento: nessuna nuvola, solo stelle. Nessuna luce, solo buio e puntini luminosi. Non ricordavo nemmeno l'ultima volta che avevo visto le stelle in quel modo.



Qui c'è una carrellata di foto della sottoscritta che si gode l'aria, il vento sulla faccia, quella sensazione di essere parte di qualcosa. Ad occhi chiusi, con il naso all'insù, tutti i sensi svegli, sull'attenti, che captano ogni rumore, ogni suono, ogni odore e colore. Il tavolino di legno delizioso di fronte alla nostra casetta che ha ospitato dolci colazioni assonnate e stropicciate al sole del mattino. 


Qui invece una veduta mozziafato di Montalcino da una piccola fortezza (vertigini portami via.) E la terrazza dove abbiamo cenato l'ultima sera. Una terrazza ampia, decorata nei più piccoli particolari, che si apriva a braccia larghe sulla Val d'Orcia, direttamente verso il monte Amiata. Abbiamo cenato guardando lì, le colline. Il venticello fresco, le dita delle mani che si intrecciavano e occhi socchiusi che si godevano la vista e il rumore del vento. Il rumore delle spighe che si muovono nel vento credo non lo dimenticherò mai.

Quattro giorni del genere, tra Cipressi, Silenzio e Scale di Legno.
Tante cose che tutti, troppi, diamo per scontate. Il silenzio. La luce del sole sui campi di grano. Il rosso acceso dei papaveri che ti cattura, vorresti avvicinarti e divorarlo, da quanto è intenso. 


E poi l'odore di terra, quello schietto, quello che sa di sudore, di fatica, di sole e di pioggia.
L'odore della natura, quello che non è l'odore di erba tagliata in mezzo alle nostre città.
L'odore di fresco anche sotto il sole, l'odore di vita vibrante e di tutto ciò che è vivo e si sta muovendo, sta respirando e sta lavorando tutto intorno.
Su stradine assolate, alcune sterrate, il rumore di una macchina solitaria e il colore del cielo che si mischia con quello scuro degli occhiali da sole. Un bacio a labbra che sanno di ciliegie colte dall'albero e terra.
Il verde delle spighe non ancora mature che combacia perfettamente col beige delle case e il rosso dei papaveri. Il rumore dei grilli che viene cullato da quello del vento.
E non ti serve altro, per sentirti vivo.
Per sentire che sì, il sangue che ti scorre nelle vene è caldo ed è parte di tutto quello che vedi. 
  

giovedì 22 marzo 2012

Hamburgerlandia

Fa tanto "Babe va in città". In effetti mi sento un pò Babe. Maialino coraggioso che dalla tranquilla fattoria si avventura nella grande città. Che poi la città sia Albany, piiiiiiccola capitale dello stato di New York (manco voi lo sapevate, deh?), poco importa. Che oggi abbia intravisto la simpatica tizia dell'altro corso che mi ha fottuto il posto a San Francisco, nemmeno. Perchè, cari amici tutti, parto. Cioè, non ora. Nè domani. A fine agosto, si, ma a me a giorni alterni pare di dover prendere baracca e burattini e traslarmi dall'altra parte dell'oceano.
Da vera maniaca del controllo e un tantino ossessivo-compulsiva, già mi sono fatta un giro sugli orari dei corsi del fall semester (altro che qui, che gli orari dei corsi li indovini il giorno prima al totocalcio), i voli, i possibili alloggi. Ogni cellula del mio corpo freme e vorrebbe sapere tutto subito, organizzare tutto all'istante e avere la tranquillità di aver fatto tutto alla perfezione. Perchè se avete avuto a che fare con Hamburgerlandia nella vostra vita sapete quanto i suoi simpatici abitanti siano una delle popolazioni più esigenti nell'universo conosciuto. Prima di partire si assicurano che tu non abbia partecipato al genocidio nazista del '45, che non partecipi ad attività terroristiche e che non contribuisci al commercio nero di bambini. Come? Chiedendotelo. Dei geni, in pratica. Voglio trovare quello che scrive sì.
Una volta messo piede sul suolo del Nuovo Mondo passi circa otto anni in coda alla dogana, dove ti chiedono le cose più svariate e senza senso, come che mestieri fanno i tuoi, chi sei venuto a trovare e perchè, quanti soldi ti sei portato e il tuo colore preferito. No, l'ultima non è vera. Le altre purtroppo sì.
Se poi sfortunatamente hai bisogno di un Visto, ti toccheranno appuntamenti frequenti con il consolato americano che riceve una volta ogni martedì dispari del mese, vuole tutti i documenti che la tua anagrafe e la tua banca possono offrirgli e anche un rene. Per sicurezza. Che simpatici. Essere un exchange student non è mai stato così facile.

A parte queste piacevoli operazioni burocratiche, il tempo speso daydreaming è aumentato del duecento percento. Cosa io abbia provato quando ho letto la mail dell'università che mi assegnava la destinazione, non ve lo so spiegare con esattezza. Cioè no, il primo pensiero è stato. "Ma cazzo, non è SF". Ok. Non è proprio l'aneddoto da raccontare ai posteri, lo so. Secondariamente ho chiamato chiunque annunciando la novella e ho atteso che i miei si riprendessero dall'esaurimento (se sopravvivono all'ammontare dei costi, avrò la certezza che sono immortali). Non sapevo nemmeno io se dire che ero felice o no. Fino a quel momento è stato tutto vago, una cosa che poteva succedere come no. Lì era scritto nero su bianco. Con anche un minaccioso: vedi di confermare entro una settimana. Non con queste esatte parole, ma il succo era quello. Insomma, una cosa un pò pressante. Era reale. Lì, che mi fissava. E io fissavo la mail.
Da allora cambio idea ogni dieci secondi, ho confermato dopo tre o quattro giorni sapendo che in fondo sarei partita. La cosa mi terrorizza e mi elettrizza allo stesso tempo. Ho paura che io e le mie paranoie, le mie ansie, non troveremmo il nostro posto in quella cittadina sull'Hudson. Che non ci sentiremo a nostro agio. Dall'altra, sono già con un piede su un aereo. Ogni tanto mi trovo a fare una lista mentale della roba da mettere in valigia, del numero di giacche e di scarpe. Immagino momenti che vivrò, persone che incontrerò, che per ora ancora mancano di volti. Mi focalizzo sui grandi dettagli, in pratica. Vivo di mille sensazioni contrastanti, che vanno dalla gioia infinita alla disperazione mentale tanto che ho paura che possa esplodere. I saluti in aereoporto già mi straziano il cuore. Detesto i saluti. Non riesco mai a staccarmi, ogni gesto non può essere l'ultimo. Maledetta sensibilità mia.
Cosa significherà tutto questo per me, non ve lo so dire. Non so nemmeno cosa significhi adesso. Non so nemmeno come vivere la mia futura partenza. Per ora mi limito al mio daydreaming.

lunedì 13 febbraio 2012

Quel che resta di Firenze

Ieri, sul frecciarossa di ritorno a Milano, seduta nella mia carrozza ristorante (storie di treni soppressi e di altri troppo pieni..), guardavo l'Emilia sepolta dalla neve e pensavo a cosa questi tre piccolissimi giorni a Firenze mi hanno lasciato impresso.
Quel che mi resta di Firenze è sicuramente un gran freddo, un pò di timido sole, un vento decisamente troppo potente e un bel pò di raffreddore. Ma queste cose sono solo la cornice, quello che bisogna scalfire per arrivare a quello che in realtà mi toglie il fiato ogni volta che ci penso.
 Quel che mi resta di Firenze sono le stradine, quasi tutte pedonali, la sua aria austera e di altri tempi, la sua aria piena di segreti da svelare. E' il suo imponente duomo con il Cupolone, in quella piazza brulicante di turisti, imperterriti anche nel gelo di febbraio. Quel che mi resta sono i colori, che la natura e l'uomo sembrano aver dipinto insieme. Un'amalgama di colori pastello, tenui e delicati, tutto si armonizza in un'immagine sola e l'occhio non può fare a meno che percepire una cosa sola. Quel che resta di Firenze sono le piazze, una più bella dell'altra. Piccoli e grandi scrigni che si aprono da stradine impervie. Spazi aperti in cui esplodono persone, giostre e mercatini. Quel che mi rimane sono i profumi di dolci di fronte alle pasticcerie, di sapori antichi quando il passo ti porta di fronte ad antiche trattorie, o fiaschetterie, come capita spesso di leggere sui cartelli.  Quel che mi rimane sono il rumore dell'Arno che scorre placido sotto il ponte vecchio.


 Quel che mi rimane di Firenze è il sole, pallido e timido di febbraio, che la inonda mentre la guardo da Piazzale Michelangelo. Mi sembra di dominarla tutta, da lassù, e sembra che si metta in posa, come se al posto di una fotografia le stessi facendo un dipinto. Ed è proprio quello che mi rimane, di lei, da lassù: un dipinto. Una serie di fotografia scattate con dita tremanti dal freddo, che sono tutto fuor che fotografie. Sono dipinti in acquarelli, in matita, in colori a olio. Le sfumature del cielo sono fatte con ampie pennellate, mentre quelle del cupolone con minuziosa perizia. Le impercettibili onde dell'Arno con spruzzi di azzurro, i colori dei tetti con un ocra chiaro. Le colline che la circondano sembrano abbracciarla, e si stagliano verdi e coraggiose nel vento.
Quel che mi rimane di lei è il Ponte Vecchio, così minuziosamente dettagliato, le finestrelle sulle case colorate che ricordano quelle di un presepe antico. Si staglia lì, sopra l'acqua pacifica, con i suoi colori accostati, costruito con poca attenzione alle varie altezze, che lo rendono quasi bambinesco. Un'opera di qualche bimbo che lo ha assemblato con ingenua creatività. La luce del sole lo accarezza piano, dà vita a quei colori. Il giallino, l'arancione, il rosso, il verde accesso delle persiane, alcune chiuse, alcune spalancate. La luce debole che proviene dall'interno, da una delle innumerevoli gioiellerie che tempestano quel ponte.


Quel che mi rimane di lei è il gusto della ribollita, la sua consistenza morbida e delicata e il suo sapore che sembra venire da lontano nel tempo. Il suo sapore che parla di contadini, di semplicità, di pasto consumato in silenzio ma anche nel chiacchiericcio della sera, proprio così, in terrine di terracotta bollenti. Mi rimane l'atmosfera delle mille osterie, delle mille enoteche, di quei tavolini di legno semplici ma eleganti, di quel mangiare osservati dalle innumerevoli bottiglie di vino. Quel che mi rimane è l'accento, la parlata un pò così, che ti viene voglia di fare tua, e ogni tanto ti viene da dire qualcosa come "Si va a mangiare", e ti scappa un sorriso. Quel che mi rimane è il profumo del cioccolato per tutta Piazza della Repubblica, perchè sì, sono riuscita a beccare la settimana della Fiera del Cioccolato. Da leccarsi i baffi. Budinetti di cioccolato, cremini, frutta ricoperta di cioccolato caldo che scende da una fontana.


Quel che mi rimane infondo è tanto amore. Ma tanto. Per questo paese stupendo, per tutto quello che in Italia c'è di stupendo e noi nemmeno ce ne accorgiamo. Per la magia che la storia dona a tutto il suolo che calpestiamo ogni giorno, per l'aura di mistero che ricopre le nostre città come una coperta sottile. Mi rimane l'amore per questa città, per l'arte, per Piazza Della Signoria, per Palazzo Vecchio e per la Galleria degli Uffizi. Per tutti i quadri, le pennellate, i piegamenti di testa per vedere meglio un particolare. L'amore per Palazzo Pitti e i suoi Giardini di Boboli, enormi e stupendi. E mi rimane sì, anche un sorriso grande. Perchè solo io sono in grado di ridicolizzare l'arte come una polla. Porto un pò di allegria, insomma.


Questa fuga da tutto, da Milano, da Savona, per chiuderci un weekend nella magia di Firenze, ci ha fatto solo che bene. E io, l'ho amata con tutta me stessa. Quel che mi rimane di questi tre giorni in questa città cristallizata nel tempo e nello spazio è l'amore per lei, per le sue strade, le sue piazze, la sua atmosfera. E l'amore per il modo in cui l'abbiamo vissuta noi. Cioè, come al solito. Da esploratori, da persone che vedono la realtà per la prima volta. Un poeta una volta ha detto che solamente i bambini e i poeti possono vedere le cose come se le vedessero davvero per la prima volta. E io e Lui le abbiamo viste così, assaporate così, come se i nostri occhi avessero avuto la possibilità da abbracciarle per la prima volta, le nostre dita posarsi sul parapetto del Ponte Vecchio come se fosse la prima pietra che avessimo toccato. Abbiamo lasciato che Firenze ci entrasse dentro con la curiosità di due bambini. Abbiamo lasciato che la novità ci travolgesse, ci portasse a pensare cose nuove ed amarle in quel modo così sorprendente che ti entra dentro e nulla può più toglierlo. Quei sentimenti che nonostante la vita cerchi di portarteli via con le unghie e con i denti, semplicemente non si staccano. Rimangono lì, impervi e statuari nel tempo e nello spazio. Proprio come Firenze.

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E' Natale e io corro

-L'adorabile foto è di Gail Albert Halaban-

Al liceo studiando Bergson ho sempre trovato geniale la divisione tra tempo esteriore e tempo interiore, lui e la sua precisione così francese a spiegarci con estrema razionalità e filosofia che il tempo scandito dalle lancette dell'orologio è ben diverso da quello percepito da ogni individuo. 


D'accordissimo. 

Al tempo però fissavo solo con impazienza il display del mio telefonino pregando che passasse in fretta l'ora di chimica perché non capivo una mazza. 


Tutto qui. 

Crescendo ho pensato come Bergson non abbia mai parlato, però, di tutto quel tempo vissuto alla rinfusa, senza che passi lentamente né velocemente, nel quale si viene sballottati qua e là tipo la giostra delle tazze a Disneyland, peraltro con la stessa sensazione di vomito imminente. 
Quel tempo in cui in un attimo ti ritrovi da una città ad un'altra senza ricordare il sedile del treno che hai appena preso, perché eri troppo occupata a ripassare per quell'esame che hai tra due gior no, in realtà hai passato metà del tempo a sbirciare nelle case altrui, quelle affacciate sulla ferrovia, sempre le stesse in cui sbirci ad ogni viaggio, una volta con le tende scostate e la luce gialla del lampadario alla sera, all'ora di cena, e una volta con la signora in grembiule che spazza il poggiolo. 



Bergson non ha mai parlato del tempo che passa veloce non perché sia necessariamente un bel momento, ma perché il cervello non riesce a soffermarsi, a capirlo, a gustarlo. 

Il cervello diciamo che non riesce punto. 
E allora la vita scorre un po' così, in quella non-beatitudine di chi non capisce, di chi non afferra quell'unico particolare che potrebbe far capire tutto. (The story of our lives, insomma) 
Scorre che ieri ero in una farmacia corsa a blaterare qualcosa in francese per avere una pomata contro le punture di medusa e domani è Natale, un semestre di università è passato e torno a dare esami come se nell'ultimo anno e mezzo non avessi fatto altro e invece ho fatto tutt'altro, e nei ritagli di tempo bazzico per negozi scintillanti e orrendamente addobbati cercando regali, tra le facce perplesse e spaesate degli uomini e quelle rapaci e pronte ad accaparrarsi l'ultima occasione delle donne. 
Menomale che esistono, gli uomini sotto Natale. 

Quasi tremano nelle Feltrinelli, da Zara, da Tiger, nascondendosi tra gli scaffali come i cani durante un temporale, con quell'occhio piegato all'ingiù dei bassethound e le mani intrecciate dietro la schiena, a volte con qualche sacchetto rosso e oro in mano, chiedendosi cosa diamine si cucinerà il quel fornetto del reparto smalti, forse un toast formato mignon, quanti brillantini debba avere un'agenda per piacere alla fidanzata o di che colore debbano essere i cuori del plaid di pile per la madre. 
Un po' tristi un po' con il mio sguardo del liceo nell'ora di chimica, con quella tipica espressione da "speriamo passi presto".
Menomale che esistono perché sono solidale con loro.
Ma per poco.
Perché sono già sulla cyclette a sudare via la focaccia del pomeriggio. 
E' Natale e io corro. 

Assenze fisiche e mentali


Un mese e qualche spicciolo da quando ho rimesso piede in suolo italiano e ancora ho un sentimento dolceamaro, come se da una parte ancora aspettassi il giorno in cui riprenderò quell'aereo, quel pullman e mi farò scaricare di nuovo alla stazione del pullman di Albany.
Sapete che sono una persona malinconica, che vive di ricordi, magari una manciata di rimorsi ma davvero pochi rimpianti.

In tutto questo Marina é tornata lì, ogni giorno posso vedere come se la cava senza di noi, senza di me, in quel dormitorio dove qualcuno dorme nel mio letto, ha appeso foto sul mio muro, sta impregnando la mia stanza di un odore che non é il mio.
Che presuntuoso il genere umano. Quella stanza, prima di me, sarà stata occupata da decine di studenti, eppure la sento mia quasi più di quella di casa.
Quante decisioni, quante chiacchiere, quanti sogni, quante paranoie, quante sveglie stropicciate, quanti notte brave addormentata vestita, quanto odore di cinese é rimasto quella volta che ero talmente stanca che alle cinque del mattino l'ho portato in camera, mentre la mia coinquilina dormiva. [Che coinquilina di merda, che sono]
Quante docce fatte di corsa, dieci minuti prima di uscire, con una mano impegnata a mettermi il mascara e l'altra a reggere il phon.
Quante notti piene di impegno nel trovare la serratura, a farmi shh da sola mentre cercavo di cambiarmi al buio all'alba per non svegliarla.
Quante confidenze, fatte da menti diverse, da culture diverse, che poi alla fine si assomigliano tutte.
Quanti sogni, speranze, paure condivise, sempre le stesse. Che tu abbia vent'anni in Spagna, in Italia, in Irlanda o in Brasile, li porti allo stesso modo.
Dicevo, vedo Ma che mi manda foto su snapchat [la trovata dell'anno] immersa nelle lenzuola zebrate che le ho lasciato, che va alla lezione di zumba a cui andavamo insieme, che beve una birra ad DeJohn's e, anche solo per una giornata, vorrei avere il dono dell'ubiquità. Spostarmi lì, fare finta che nulla sia cambiato, e continuare il semestre nella 306.

Percepisco l'assenza fisica, materiale, dei suoi abbracci, del suo profumo ogni volta che si stava insieme a chiacchierare. Mi manca l'assenza fisica del suono della risata di Sara, della sua energia, del suo saltellare allegro, della sua voglia di fare e di mediare, quella voglia di mediare che a me é sempre mancata, io spirito inquieto e battagliero che non sono altro. Mi manca l'assenza fisica di Marina che é sempre in grado di rassicurarti, di farti sentire che sí, andrà davvero tutto bene. Che tante volte le cose vanno prese alla leggera, cosa che io riesco a fare davvero male. Mi manca l'assenza fisica di Alice e della sua praticità, delle innumerevoli chiacchierate sulle scale, del continuo confronto tra li e qui, tra quello che ci aspettavamo prima di partire e quello che abbiamo davvero trovato qui.
Mi manca il sorriso di Lorraine, quello dolce, quello timido all'inizio ma ripieno di un affetto genuino.
Mi manca anche sentirmi rincoglionita le prime settimane, quando preferivo stare zitta durante una chiacchierata a cena piuttosto che sbagliare il verbo in una frase.
Mi mancano le voci di tutti, gli accenti che ho sempre fatto una fatica boia a capire, i modi di dire.
Degli Stati Uniti mi manca il modo di vivere la vita più rilassato e più impegnato allo stesso tempo.
Mi manca quella noncuranza del giudizio altrui che qui ci impregna fino a farci soffocare.
Mi manca quell'orgoglio di camminare per strada per quello che si é, non per quello che si indossa o per il taglio di capelli.
Mi manca quella voglia di scoprirsi dentro perché del fuori poco interessa.
Mi manca quella curiosità che le persone hanno per il diverso, per il nuovo, lo straniero.
Alla fine cosa é davvero diverso, straniero, nel paese che ha più radici e allo stesso tempo non ne ha?
Nel paese che vive di differenze e le esalta?
Mi manca tantissimo quel genere di gentilezza e cortesia genuine che le persone hanno nel sangue.
Mi manca scontrare qualcuno col carrello da Walmart, chiedere scusa e sentirmi rispondere col sorriso che non importa.
Ho preso per sbaglio il carrello di una signora all'Esselunga a Milano, la settimana scorsa, [vuoto, n.b.] e ha pensato che volessi rubarle l'euro che c'era dentro. Le ho chiesto scusa ridendo, perché avevo fatto confusione.
Lei non mi ha nemmeno guardata, si é ripresa il carrello ed é filata via, convinta che fossi una poco di buono.
Sai com'é, anche il capello tinto di rosso alla sciura milanese un po' sa di pericoloso.
Scusate, questa mi é proprio scappata.
In ogni caso, dicevo che mi manca quel rispetto per il prossimo che qui non abbiamo.
Certo, ogni paese ha le sue piaghe e contraddizioni, l'America ha da fare i conti con tutte le ferite aperte causate dalla lobby delle armi e dal sentimento nazionalista insito nelle tradizioni. Ma le persone hanno allo stesso tempo un senso di solidarietà che qui noi ce lo sogniamo, qui, nel paese dove nessuno fa niente per niente.
Mi manca l'ospitalità che ho ricevuto, da persone che mi hanno aperto la loro casa per il Thanksgiving senza avermi mai vista prima.
Mi manca l'accortezza delle persone che aprono una porta prima di te in università che te la tengono aperta per farti passare.
Mi mancano gli studenti che ringraziano l'autista del bus del college ogni santa mattina.
E lui che saluta tutti, fa fermate apposta per chi glielo chiede.
Mi mancano i professori che trattano gli studenti come individui pensanti, con cui instaurano un rapporto più profondo rispetto a quello faccia faccia un'aula universitaria.
Mi manca la signora della mensa che si ricorda chi sei, ti fa i complimenti per un maglione nuovo e ti dice quanto é bella la mattinata di sole che si vede dalle ampie vetrate della Dining Hall.


Mi manca perdermi in un mondo che non é il mio, ma che forse spesso mi ha capito molto meglio di quello in cui posso girare a occhi chiusi.

Quello che non ti aspetti

Mi ero ripromessa di scrivere sull'ultima settimana che ho passato in suolo statunitense, poi uno torna, si vede riappioppati i problemi che erano svaniti magicamente in quattro mesi di alienazione, e niente, non si ha avuto tempo.

Adesso lo si ha.
L'ultima settimana americana l'ho passata, indovinate voi dove?
Esatto.
In quello che è stato il crocevia di tutti i miei spostamenti in giro per gli stati, quello dove ho preso aerei, treni e pullman, dove ormai conoscevo a memoria Porth Authority, la stazione dei pullman, dove sono arrivata per l'ultima volta, in quei quattro mesi.

Ho passato il Natale a New York.
Per la prima volta, il giorno di Natale, ho visto New York addormentata, assopita, stropicciata.
I negozi chiusi, il vento forte di mare che trascinava foglie, cartacce, e pure senzatetto, qui e là, senza meta.
Persino il colosso di Macy's, in pieno centro, aveva le vetrine sfavillanti spente e le serrande abbassate.
Non male per la città che non dorme mai.
Ma in quel momento, vedendola spogliata dei suoi miti, della sua forza, delle sue luci, del suo vociare, con me e i pochi temerari che hanno sfidato la pioggia del 25 dicembre mista a neve per gironzolare all'aria aperta, mi sono sentita quasi a casa.
Il nesso sarà anche poco logico, ma la sensazione di sapere che ogni città si assopisce, si accoccola davanti al camino (che, peraltro, non ho mai avuto) dopo il pranzo di Natale, dove comunque una piccola minoranza preferisce andare al ristorante, soprattutto uomini d'affari russi e turisti, insomma questa sensazione, mi ha fatto sentire a casa.
Dove dopo pranzo alcuni valorosi escono di casa, più per esigenza di digerire che per voglia, e camminano lenti e imbottiti di cibo per le vie grigiognole senza nessun segno apparente di vita.
Perchè Natale è uguale a Savona come a New York.
Sono cose.

Ho sbirciato dentro finestre illuminate anche lì. Dentro Finestre moderne, con gli infissi scintillanti, in grandi grattacieli misto vetro, e cosa ci ho visto?
Una luce gialla, calda, in netto contrasto col nero lucido e freddo del guscio esterno, che faceva da contorno ad un enorme albero di Natale addobbato con cura.
Come poteva essere il mio.

Ora, sarò un cuore di panna, ma non ho mai potuto fare a meno di trovare il lato umano di tutte le città che ho visitato.
Il cuore pulsante, quello che va oltre al turismo, allo shopping, ai ristoranti in voga, ai locali dove si fa la coda fuori, alle viste famosi, ai musei e alle foto inflazionate. (Che ho fatto anche io, non preoccupatevi.)
Infatti, parlando di New York, ne avevo già parlato qui.
Quando inizi ad entrare in confidenza con una città, come con un'amica, non ti importa più di vederla ben truccata, con la piega, la tinta appena fatta, i vestiti stirati che sanno di detersivo.
Quando si entra in confidenza ci si vede in pigiama, col trucco un po' colato, con l'occhiaia che fa capolino.
Lo stesso mi succede con le città, e prima di New York mi era successo con Milano, con cui ho avuto il tempo di rapportarmi abbastanza a lungo, e passare dal detestare quella sua puzza sotto il naso, quel traffico impazzito e quella sua voglia di mostrarsi, ad amare dettagli più sottili, invisibili all'occhio famelico del turista.

E il cuore pulsante di New York l'ho trovato non sull'Empire State Building, non nel MoMa, non sulla crociera sull'Hudson (in ogni caso da togliere il fiato) ma nelle stradine del Greenwich Village, del Garment District, di Tribeca, di Chelsea. Dove ho trovato posticini piccoli e invitanti dove mangiare, anche il giorno di Natale, pochi negozi aperti e i resti di qualche mercatino di Natale. Sorseggiando Apple Cider bollente e tè allo zenzero e miele, così in contrasto col freddo pungente che arriva dall'oceano.

Il cuore pulsante l'ho trovato nella metropolitana, in quel budello infinito e puzzolente che si muove silenzioso sotto le strade di Manhattan, quando il 24 dicembre un gruppo di quattro uomini di mezza età di colore, muniti solo di cappello di Babbo Natale, hanno cantato Jingle Bells acappella con un'intonazione perfetta, un sorriso così aperto e bianco sui loro visi tesi e stanchi, con una gioia che faceva apertamente contrasto con le facce tese dei NewYorkesi. Il cuore pulsante è esploso quando tutto il vagone ha tolto le mani dai guanti, dalle tasche dei cappotti, per scoppiare in un applauso felice, genuino, non forzato, un applauso per quei due minuti di felicità e allegria genuina che sono così difficili da trovare in metropolitana all'ora di punta.

Come al solito, inutile descrivere la vista dall'Empire, i corridori professionali e non in Central Park, il Top of The Rock o le luci di Natale del Rockefeller Center.
A me piace la New York un pò così.
Che mi ricorda casa.








Are you coming home?


Cause di forza maggiore (leggi: impacchettamento, addii e mancanza di wifi) nessun post all'ultimo momento prima di lasciare quel buco che mi ha accolta per ben 4 mesi.
Forse é stato meglio così.
Primo post dal mio nuovo bambino. 
E adesso faccio i conti con l'ultima notte a NYC. Ultima notte negli States. 
L'ultima volta che ho dormito nel mio letto é stata la notte del 17 agosto. 
Per quattro mesi mi sono addormentata in letti sconosciuti, uno dei quali era quasi diventato casa. 
Il mio odore ci era rimasto impresso sopra. Non nelle lenzuola. Proprio nel letto. 
Nel materasso, nelle doghe, nel legno. 
La stanza 306 avrà per sempre un pó del mio odore, non importa chi ci dormirà. Chissá chi, poi. 
In ogni caso, sono nella mia minuscola stanza nel cuore di Manhattan, oggi ha nevicato potentemente e mi sono bagnata fino all'osso. Tento invano di far entrare tutto nelle valige. 
Sono così agitata che non so descriverlo.
Il semestre che ho appena passato é così vivido nella mia mente e allo stesso tempo così sfocato, come fosse stato tutto un sogno. 
Solo una settimana fa salutavo tutti.
Mi aspettavo singhiozzi, lacrime, nasi rossi e mascara colato.
E invece, composta e sorridente, ho abbracciato tutti, uno per uno, con la promessa di rivederci presto.
Sono salita sul mio taxi, unito pollici e indici a forma di cuore dal finestrino, e guardato per l'ultima volta tutti loro fuori dall'Alumni, con un sorriso.
Ok, ho iniziato a piagnucolare appena girato l'angolo.
Ma per pochino.
Non ho ancora realizzato il tutto, credo.
Forse penso solo di prendere il pullman che mi riporta lí, domani.
invece che un volo Delta che mi recapita a Malpensa.

Quante parole che avrei da dire, quanto sonno che ho in questo momento e quanto groppo in gola che mi si sta creando. 
Ho troppi pensieri ingarbugliati. Mi toccherà sbrogliarli.
Prima o poi.
Non adesso.
Fare i conti con troppe cose contemporaneamente non é da me.

Le metto tutte in stand by per qualche giorno.
Finché non saró rincoglionita dal jet-lag e odore di casa.
Allora sí, che sará il momento di fare i conti con i miei nodi alla gola.



Are you coming home?

Datemi un Tacchino. Ovvero il mio primo Thanksgiving.



Mi sto maledicendo mentalmente perchè sono passate due settimane dall'ultima volta che ho prodotto qualcosa di leggibile, e avrei voluto scrivere molto di più. Soprattutto perchè tra meno di un mese porto via baracca e burattini e ritornerò a scrivere di...di che? Della metro di Milano e della mia Hyundai Atos del 99.
Quindi vi sto per rifilare un post epico.
Non tanto per quello che scrivo, ma per quello che ho vissuto.
Come sapete qui in Obamalandia festeggiano il Thanksgiving.
E a tutti viene in mente un mega tacchino e cibo a volontà.
E fondamentalmente è quello.
Ma la magia di questa tradizione mi ha travolta come la mattina di Natale quando avevo dieci anni.
Ma partiamo dall'inizio.
Come al solito mi sono portata dietro la mia famiglia adottiva, ovvero Sara e Marina.
Lunedì notte abbiamo dormito tre ore, alle sei eravamo di fronte all'entrata dell'Alumni ad aspettare il taxi.
Freddo, sonno, occhi gonfi, un borsone a testa e ancora la bocca impastata dal sonno. Forse il segno del cuscino sulla guancia. Ma l'aria che ho respirato in quel momento, l'aria di partenza, di viaggio, di novità, di scoperta, di avventura, di nuovi volti, voci e risate, di abbracci e voglia di vivere, non la dimenticherò mai.
Fatto sta che mi sentivo parecchio poetica anche in quel momento, su quel sedile del solito pullman che ci stava portando a New York alle sette di mattina. Quindi ho avuto la forza di sbloccare il mio iPhone (vedete a cosa serve, voi che non capite chi è slavo della tecnologia?) e scrivere una nota chilometrica sul viaggio, le amicizie, il senso della vita e tutti i luoghi comuni che vi vengono in mente.
Ma è davvero una dolcezza.
Quindi la posterò.

20 novembre. 7:58
Nemmeno le otto di mattina. Tre ore di sonno. Musica nelle orecchie e sole che sorge. E tutto quello che mi viene in mente è che sono fatta esattamente per questo. Per spogliarmi di tutto. Mettere due vestiti a caso 
(falso, falsissimo: ci ho pensato per due giorni a lezione, a cosa portare.) in un borsone e muovermi. Partire. Viaggiare. Vedere. Questo paese mi strega, mi chiama e non posso non rispondere. Sto guardando il cielo, ora. E' enorme (Va bene, forse era meglio rileggerlo prima di salvarlo sul cellulare. La banalità fatta a nota). Tutto qui sembra più grande. Sconfinato, non prova mai a soffocarti. Abbraccia. Accoglie. Gli alberi, le strade, le foglie, i colori. I colori sono più grandi, più forti, più penetranti. Ti entrano dentro e non puoi farci nulla. I colori del cielo sono forti, vivi, inebrianti. Tutto fa venire voglia di muoversi, correre, volare, scoprire, scoprirsi. Sono su un sedile di un pullman in mezzo al nulla tra Albany e New York, con due persone che non conoscevo fino a tre mesi fa e ora non riesco a immaginare il momento in cui dovrò separarmi da loro. Mi sento come se non avessi fatto altro nella vita. Da sempre. Non mi sono mai sentita così viva. Così piena di vita, di voglia di fare, i miei occhi non ne hanno mai abbastanza. Mi riscopro con gli angoli della bocca piegati all'insù. Senza accorgermene. Mi lascio andare. Non ancora del tutto. Spesso tendo ancora a controllare, a trovare dei punti fermi, a volere una sicurezza. Ho sempre avuto bisogno di avere tutto sotto controllo. Ma qui è una sfida continua, e io vinco spesso. Ma anche perdere non è male.

Insomma, una perla di poesia, neh?
Cosa volete, dopo tre ore di sonno e un panino al formaggio e salame alle sette del mattino?
Abbiamo volato da NYC a Chicago. Due ore e mezza e tre o quattro stati dopo siamo atterrate nella Città del Vento. Chicago è stupenda. Sono senza parole. Se uno sogna New York guardando Gossip Girl, non ha idea di cosa si perde non sognando Chicago.
Chicago è una distesa di casette e casupole che diventano un gruppo di grattacieli affacciati sul lago. Che potrebbe benissimo essere il Mediterraneo.
New York è e sempre sarà New York.
La città di cui mi stampavo le foto dal mio pc windows 95 e me le appendevo al muro.
Sarà sempre la città in cui ho visto camminare Carrie Bradshaw con le sue Manolo da capogiro.
Ma Chicago ha un fascino che porta via il fiato.
Downtown è decisamente più piccola di Manhattan, più concentrata.
Ma ha ampie strade, negozi ad ogni angolo, palazzi moderni ma anche dal sapore europeo.
Non ti dà quella sensazione di fretta, di vite che corrono frenetiche, di persone che si scontrano uscendo dalla metro o che litigano per un taxi.
Non si sente quell'odore persistente e acido di vino che ti entra nelle narici e non se ne va più.
Chicago è una metropoli che ti mette a tuo agio. Non ti spinge, non ti mette fretta nella rush hour.
A due passi dal Loop metti piedi in Millennium park.
Rimani affascinata dal Bean che riflette tutto il mondo alle tue spalle.
Fai due passi a bordo lago. Ti perdi tra il cielo, il vento, il verde del parco e l'argento scintillante dei grattacieli. Provate a immaginare grattacieli di cui non vedi la fine e un molo enorme che si perde in un lago grande quanto il nostro mare. E' qualcosa di incomprensibile per noi.








Dopo un giorno e mezzo a Chicago abbiamo di nuovo impacchettato tutto e via, dei noodles in una scatola e pronte sul treno per Milwaukee.
Altro giro, altro stato.
Siamo state prelevate direttamente alla stazione da Matt, e via in direzione Grafton, a una ventina di minuti da Milwaukee.
Non appena abbiamo messo piede nella sua casa persa in mezzo agli alberi spogli, non appena abbiamo abbracciato i suoi genitori che ci hanno accolto a braccia aperte, abbiamo sentito aria di famiglia.
Una casetta curata in ogni dettaglio, una casa che sa di famiglia, di cose vere.
L'ospitalità di queste persone non la dimenticherò mai.
Credo che il vero padrone di casa riesca a fare in modo che il proprio ospite si senta davvero a casa, e non solo un ospite che ha paura di toccare qualsiasi cosa per paura di rovinarla.
E si, loro sono stati padroni di casa perfetti.
Dopo pochi minuti ci sentivamo già a casa.
Ci hanno accolte senza problemi, per uno dei giorni più importanti e intimi dell'anno.
Abbiamo aiutato Linda (la mamma) a preparare l'apple crumble, abbiamo chiacchierato e raccontato le nostre vite come se ci conoscessimo da sempre.
Abbiamo abbracciato ogni parente, abbiamo sorriso ad ogni complimento, abbiamo riso ad ogni battuta.
Abbiamo visto il tacchino fumante uscire dal forno.
Abbiamo pregato insieme a loro. Abbiamo ringraziato per il cibo.
Mi ci vedete, voi, a dire la preghiera prima di mangiare?
Eppure lì, in quel momento, mi è sembrata l'unica cosa sensata da fare.
Immergersi dentro culture diverse dalla tua ti fa capire che non sempre hai ragione.
E soprattutto che non sempre esiste un giusto o sbagliato, ma che la vita è molto più flessibile e malleabile, che i confini non sono così netti e che muoversi tra una barriera e l'altra è spettacolare.
Non ho mai dormito meglio in quel letto preparato con amore, che sapeva di lenzuola lavate di fresco e coperte di una nonna che le ha conservate con cura.
Non ho mai apprezzato così tanto un caffè solubile al bancone di una cucina.
Non mi sono mai sentita così serena a più di settemila chilometri da casa.
Due giorni di dolce far niente, di cibo, di football, di maratone di film e di tenerezza in famiglia.
Sarà che mi è venuta in mente la mia, di famiglia, sarà che mi hanno dato l'impressione di essere davvero uniti, sarà che sono lontana da casa, ma non mi sono mai sentita così tanto a casa in questi tre mesi come in quella cittadina nel mezzo del Wisconsin.


Dopo due giorni siamo ripartite.
Tante cose in più nel cuore, un velo di tristezza nel cuore negli abbracci.
Chissà se ci rivedremo ancora.
Nel viaggio di ritorno a Chicago non sono riuscita a dormire.
Ho scritto una nuova nota.

23 novembre. 10:26
Altro mezzo di trasporto, altro Stato, altra alba. Sono sul treno che torna a Chicago dopo due giorni di America pura a Grafton. Immersa nel nulla, fattorie con granai stile Clark Kent, casette da set di Desperate Housewives. Ho amato il MidWest, con il suo accento morbido e comprensibile, molto meno ritmato di quello di New York. E' quando inizi a distinguere gli accenti che ti senti davvero potente, fuck yeah. Scusate. Dicevo. Ho amato il MidWest per il suo adattarsi perfettamente al mio concetto di America. L'America che va oltre la metropoli, quella che si nasconde in casette di legno, in dettagli, in ghirlande di foglie secche, in bandiere con tacchini, in lucine di Natale attorcigliate intorno ai corrimano dei portici delle case. Ho amato il MidWest per la sua aria di fresco, di aperto. Per i sorrisi della gente che ho incontrato e mi ha ospitato. Per la gentilezza e la cura con cui sono stata trattata, una sconosciuta a casa loro. Ho passato un giorno del ringraziamento da sogno. Ho sorriso emozionata ad ogni passo della cottura dei piatti. Ho abbracciato parenti che non vedrò probabilmente mai più. Ho guardato dentro occhi che forse non incrocerò più ma le sensazioni che mi hanno dato non le dimenticherò mai. Mi sento anche io di ringraziare. In questo momento sono così ubriaca di cibo, affetto, sorrisi, abbracci, e sonno che snocciolerei una lista infinita.
Che parte dai miei genitori. Che mi hanno dato la possibilità di essere dove sono. Che nonostante le mille paure hanno stretto i denti e mi hanno lasciata andare. Va avanti con tutte le persone che mi sono accanto da casa, vicine ma lontane. Con chi mi ha sempre supportata, anche con i miei deliri. Un grazie gigantesco alle due persone che mi hanno coccolata come se fossimo amiche da sempre, Sara e Marina. Con loro le parole spesso non servono, sappiamo benissimo quando tacere.
Ringrazio chiunque sia capitato sulla mia strada in questi tre mesi, perchè ha contribuito a spogliarmi di tante mie paure e a rendere il mio sorriso meno insicuro.
Ringrazio di avere la possibilità di farmi entrare tutto nella pelle, di vivere quello che ho sempre immaginato dall'interno. Di capirlo. Di rigirarmelo tra le mani come un giocattolo e scrutarlo con la curiosità di un bambino. 
Ringrazio me, perchè non ho più paura di superare i miei limiti. Perchè la sensazione di guardarsi intorno non ha paragoni.

Siamo ritornate a Chicago. E questo è quello che abbiamo trovato.




Per finire, ho trovato un'ultima nota.
Stavo guardando l'alba dall'oblò. Sul mio volo delle 5.45.
Stavo tornando a quella che per questi tre mesi è stata casa.

24 novembre. 6:38Sei e trentotto. Guardo a destra e vedo nuvole pannose, stringo gli occhi verso il sole che ha appena fatto capolino dalla distesa bianca e increspata. Ho dormito tre ore.
Posso vedere i miei occhietti stanchi riflessi nello schermo del telefono.
Una figa, insomma.
Il nostro Thanksgiving break è quasi finito e torniamo a casa cariche di nuove cose.
Abbiamo messi piede nella Willis Tower. 103 piani. Immaginatemi nello sclero dell'altezza. Ma mi ha tolto il fiato. Il mondo visto dall'alto ha tutto un altro gusto. Un pò come guardarlo da questo oblò. Paradossalmente è uno dei pochi posti dove mi sento al sicuro. Quassù, nel silenzio. Mentre le altre dormono e io mi perdo nelle tonnellate di stupidaggini che ho nella testa e nei colori di una mattina di novembre oltreoceano.

Questo è tutto quello che sono riuscita a produrre sull'aereo.
Che è tanto con sole tre ore di sonno alle spalle.
Ma la cosa stupenda è che ripartirei domani mattina, senza una meta, senza un albergo, senza nulla.
Solo con la voglia di fare che mi accompagna sempre e le mie due compari.




E l'iPhone. Ovviamente.

Obamatown - Neverending trip



Dateci un weekend, ottanta dollari e infinite 8 ore totali di pullman e andiamo in capo al mondo.
O meglio, nella capitale degli Stati Uniti.
Sei e mezza di mattina, tre tonne imbacuccate come fossimo al polo, un taxi, una stazione dei pullman.
Un pò di nanna sconnessa fino a New York.
Due passi fino all'altra stazione dei pullman.
E poi via, pigiate negli ultimi sedili di un Megabus verso l'infinito e oltre.
Roba che io non riesco a dormire nel mio letto, figuriamoci su un sedile del bus.
Abbiamo attraversato il New Jersey, un pezzo di Pennsylvania, il Delaware e il Maryland.
Mi sono sentita molto Jack Kerouac in On The Road, peccato che al posto della macchina mi è toccato il pullman. Ma almeno avevo il wifi. I vantaggi di viaggiare nell'era di Steve Jobs.
Sfiorato lo sclero dopo un'ora in più di ritardo, mettiamo piede fuori dalla stazione.
Premetto che chi di voi è stato a Washignton mi ha detto: mah, robetta. Fa schifino.
E io con la gioia di un ornitorinco ho trascinato le mie membra in un posto che pensavo facesse schifino.
Ma la vita ha voluto sorprendermi, e o a me piacciono le cose brutte, o Washington è davvero bella.
Cioè, tenete conto che io vivo ad Albany.
Dove credo abbiano preso spunto per tutti i personaggi di Prison Break.
(Per la cronaca, tutto il personale che lavora alla dining hall è ex carcerato. Seriamente)
Quindi, immaginatemi nella capitale ricca del paese più orgoglioso di sé stesso al mondo.
Nessun grattacielo, solo grandezza.
Palazzi messi un pò lì a caso, imponenti, vicino a casette a due piani che ricordano tanto una Londra per bene.
E poi lei, la Casa Bianca.
Minuscola.
Voi vi aspettate una roba gigantesca ma la foto che vedete qui sopra è stata zoomata diecimila volte.
Ma il suo effetto lo fa stesso.






E poi uno spazio enorme, infinito, che sa di respiro e di storia.
Cosa non facile da trovare in America, soprattutto per noi abituati a Roma e ai suoi millenni di brividi storici.
Qui la cosa più vecchia che hanno è il Thanksgiving.
Comunque, dicevo, sa davvero di storia.
Camminavo lungo l'immensa fontana del Lincoln memorial e mi immaginavo Martin Luther King fare il suo discorso.
Perchè sono idiota nell'anima, ma poi mi commuovo per queste cose.
Ho in mente le foto in bianco nero di quel posto immenso, gremito di gente, con un uomo che la tiene in pugno dicendo di avere un sogno. E sbam. Mi emoziono come una bambina.
Il tempio che sembra romano, la statua enorme di Lincoln.
E poi l'obelisco.
Immenso, circondato da innumerevoli bandiere statunitensi.
Roba che nemmeno noi quando abbiamo vinto i mondiali.
Ed è subito Dan Brown e la storia dei massoni.
Certo che quando voglio faccio proprio la mia porca figura di persona colta.
Abbiamo visto il Capitol.
E il monumento a Martin Luther King.
E quello alla guerra del Vietnam.
Abbiamo chiacchierato con i veterani. Sulle loro magliette c'è scritto "Every day is a bonus".
E hanno ragione.Si impara anche così, in una ventosa mattinata turistica a Washington.
E infine il lago artificiale, e sull'altra sponda il Jefferson memorial.
Altro tempio, altro premio.
Un'altra statua.
Un altro silenzio e un'altra riflessione.
Gli americani quando si impegnano mi strappano il cuore.

Abbiamo fatto foto, mangiato in un ristorante spagnolo, scoperto le vie lussuose della capitale.
Ci hanno offerto il gelato all'Hard Rock Cafè perchè eravamo internazionali.
Abbiamo fatto colazione col Washington post e il sole caldo in faccia.
Un ottantenne di nome Luigi, americano ma di origini spagnole ci ha chiesto se abbiamo partecipato a Miss Universo.
Abbiamo mangiato cinese alle quattro del mattino.
Abbiamo riso, ballato, bevuto qualche birra, sognato insieme.
Abbiamo condiviso tutto quello che si può condividere.
Il bello di questa esperienza e di questi viaggi è che ti avvicinano alle persone, di botto.
Così, di corsa, ti costringono ad aprirti, a farti vedere, a lasciarti scoprire.
Velocemente.
Senza aver tempo di pensare.
Ti legano agli altri in un modo che non accade spesso.
Quando sei catapultata in un altro mondo, con un'altra lingua, senza nessun appoggio, sei più vulnerabile.
E trovare qualcuno che ti copra le spalle è una sensazione meravigliosa.


E poi nulla, abbiamo fatto qualche foto con le attrazioni locali.
(Possiamo fare una foto con voi? EH? Roba che manco le quattordicenni con Justin Bieber. Ma tant'è.)

Quel weekend in Canada



 Due macchine, dieci persone, 4 ore. Qualche bagaglio, una sosta per cena al MacDonald's. Un pò di pioggia, una stanchezza devastante. Della musica country alla radio. Chiacchiere sonnecchianti. Scene di panico al confine Canadese per un passaporto scivolato chissà dove. Patatine al gusto bacon, pipì in una diner tipica americana. Stropicciamento di occhi e sbadigli. Strada sbagliata e naso attaccato al finestrino non appena attraversato il ponte di Montréal.
Questa è la descrizione del nostro road trip verso il Canada.
Se penso a quanto ero fottutamente emozionata. Un pò Kerouac, un pò il giro del mondo in ottanta giorni. Un pò beat generation, un pò non-più-adolescente degli anni novanta.


Una highway tutta dritta, una macchina col cambio automatico, alberi, alberi e solo alberi che non ti fanno rimpiangere per nulla la pianura padana, nuvole pannose e tramonti mozzafiato. L'emozione del Road Trip è davvero indescrivibile. Ti senti grande, grossa, indipendente, viva, in un'avventura che racconterai con un sapore un pò bittersweet. Perchè non avrai più ventidue anni e i road trips saranno un dolce ricordo che brucia un pò.
Se penso all'adrenalina, a dieci persone che un mese prima nemmeno si conoscevano, che raggruppano praticamente tutto il mondo in due macchine, mi viene quasi da sorridere piangendo.
Siamo arrivati a Montréal col naso all'insù, persi nelle luci che si specchiavano nel fiume, ubriachi dall'ebbrezza di sentirci grandi.
Montréal è incredibile, è come se qualcuno avesse fatto un collage di particolari, prendendoli un pò a caso dagli Stati Uniti e dall'Europa. Lei si diverte a travestirsi da Parigi, con nomi con Notre Dame o Champ de Mars, gioca all'Europa. Tutti parlano francese, le insegne fanno sorridere e sembra di essere solamente oltralpe e non oltreoceano.

Giri l'angolo e passeggi nel quartiere latino. Alzi gli occhi e ti pare di scorgere i grattacieli di New York. Ci sono chiese gotiche ovunque, sanpietrini e negozi che ricordano molto le viette francesi. Bistrot all'aperto con solari ombrelloni gialli, nel bel mezzo delle vie pedonali. Si respira aria di Europa, di nostalgia, di passato che tende verso il futuro ma rimane saldamente aggrappato alle tradizioni. Una Francia esportata, letteralmente. Che nel trasloco ha perso qualche granello di Europa, rimpiazzato da grattacieli, uffici, grandi marciapiedi e strade trafficate. Ma i parchi, le insegne, i negozi, i cartelli, le ringhiere dei balconi, quelli sono genuinamente europei.








Guardare questi scatti tutti di fila mi fa davvero sorridere e sospirare. Quella città così viva, così Americana nel profondo ma così francese nelle radici. La penultima foto l'abbiamo scattata da un'isoletta nel mezzo del fiume, un pò come se fosse l'Ile Saint Louis nel mezzo della Senna. Eppure lo skyline ti ricorda vagamente Manhattan vista da Brooklyn. E' tutto un sovrapporsi di immagini e colori, di sapori e culture, tutto che sta perfettamente in equilibrio con l'atmosfera calorosa e vibrante.
Abbiamo mangiato in ristoranti, un Irish Pub ma siamo diventati praticamente clienti abituali del Mac dietro l'angolo. Vi dico solo che non voglio più vedere un cheeseburger per molto tempo.
Abbiamo sperimentato il club canadese, dove per metà della serata passa solo rap/house francese, per cui i canadesi vanno pazzi e si dimenano come indemoniati.Abbiamo anche sperimentato il dannato dollaro canadese, rischiando di rimanere senza soldi perchè le nostre carte di credito non andavano bene agli atm.

L'ultimo giorno siamo andati al Parc Olympique. Questa è la vista dalla torre costruita per le Olimpiadi.
E io soffro di vertigini. Vi dico solo questo.



Ho anche sperimentato per la prima volta in 22 anni l'ostello. E vi giuro che dopo quello posso sopravvivere a tutto. Scendo nei dettagli solo in privato, ma il bagno in comune uomini e donne è un'esperienza ai limiti del paranormale. Paranormal activity è una commedia rosa, al confronto.
Ma il bello di questo viaggio è stato anche questo.
Riscoprirmi. Innamorarmi della nuova me.
Vivere della mia forza che ho scoperto solo recentemente di avere.
Sorridermi.
Essere orgogliosa delle mie paranoie lasciate lungo il tragitto.
Smettere di trattarmi come una bambina.
Ammettere le mie debolezze e poi superarle con un bel dito medio.
Voltarmi finalmente indietro e guardare con apprensione a quella che ero, un pò come una mamma col proprio bambino che ha imparato a camminare.

E io, altrochè se cammino.


Tutto si muove rapido

Oggi mancano ufficialmente due settimane. Egnente, non riesco a farmene una ragione. Nel senso che razionalmente so tutto: il mio volo, la mia futura casa, le mie future coinquiline. Ho studiato a memoria la piantina del campus, dell'appartamento, il mio orario delle lezioni. Penso tanto, troppo. So che tra due settimane vivrò nello stato di New York, mi ingozzerò di Bagel e trotterellerò sulle rive dell'Hudson, ma è un pò come se stessi seguendo il percorso di un'altra. Come se infondo all'areoporto ci andrò, ma solo per salutare quella che parte. Per fare ciao ciao con la manina, voltarmi e ritornare in macchina e poi a casa. Nel mio letto. Con le mie luci, i miei odori, le mie ore. Il mio tempo e il mio spazio. Qui è tutto fottutamente mio. Mi dico che mancano due settimane, che ho quasi tutto pronto, ed è la stessa cosa che ripeto a tutti, con lo stesso tono, gli stessi sorrisi e gli stessi gesti. Racconto come se riportassi un pettegolezzo o la storia di qualcun'altro. E d'improvviso invidio tutti, che il 20 agosto si sveglieranno sempre nello stesso posto e con la stessa vita. E loro invidiano me. Che buffa che è la vita. Lì, è un'altra vita. Un altro mondo, un'altra lingua, un altro tutto. A volte mi sorprendo a fantasticare, felice come una bambina il giorno di Natale. A volte mi sorprendo con un nodo alla gola e una sensazione di claustrofobia, di soffocamento. Che non sia capace di godermi nulla? Più che possibile, se non probabile.

Ho paura. Di tutto. Una fottuta paura di tutto, che mi paralizza, mi blocca dal produrre qualsiasi pensiero razionale. Di qualsiasi barlume di positività. Ma in fondo, questo viaggio lo faccio per questo. Per spogliarmi delle mie paure, per lasciarle sull'areo e abbandonarle mentre mi volto. Questo viaggio lo faccio per fare pace con me, per mitigarmi al vento dell'oceano. Per smussare gli angoli che non mi piacciono, per rimproverarmi silenziosamente e darmi una pacca sulla spalla ogni volta che supero un ostacolo. Lo faccio per svuotarmi i polmoni dell'aria malsana che respiro ogni tanto. Per guardare tutto con occhi nuovi. Per apprezzare tanto le novità come le cose che già mi appartengono. Questo viaggio lo faccio per dimostrarmi che posso. Posso e non solo nei pensieri, ma posso sul serio. Senza l'aiuto di nessuno, nel mio silenzio e nei miei pianti. Nel mio panico sordo e in quella sensazione all'altezza dello stomaco che a volte me lo stringe fino a farmi smettere di respirare. Voglio poter riprendere il controllo di me stessa in ogni momento, cosa che non ho più tanto spesso. Voglio potermi sentire potente, nel pieno delle mie facoltà. Voglio tornare e sentirmi orgogliosa di me stessa. So quanto sarà difficile, ma so anche che posso farcela.

Quando ho un tentennamento, rileggo questa frase, così tremendamente poetica e allo stesso tempo duramente reale.

Tra vent’anni sarete più delusi per le cose che non avete fatto che per quelle che avete fatto. Quindi mollate le cime. Allontanatevi dal porto sicuro. Prendete con le vostre vele i venti. Esplorate. Sognate. Scoprite. Mark Twain








Payphone - Maroon 5 ON AIR

Obamalandia?

Mancano più o meno due mesi al mio planare in Obamalandia e io ancora galoppo nella valle del "ma chi, io?", senza ancora aver bene realizzato che su quell'aereo alle 9 del mattino ci piazzerò le mie, di chiappe. (La finezza mi contraddistingue sempre.) Ah, per chi nono conoscesse ancora le origini del mio viaggio oltreoceano può dare un'occhiata QUI e scoprire tutto. Comunque, è iniziato il periodo in cui sogno quello che il mio inconscio cerca di dirmi durante il giorno ma io metto a tacere con determinazione.
Stanotte ad esempio ho sognato che era IL giorno. Io ero la reincarnazione del panico, sovrastata solo dalla Regina delle Follie Organizzative, ovvero mia madre. Riesce ad essere dannatamente pressante anche nei sogni, quella donna. Anyway, ho sognato che il giorno della partenza avevo ancora le valigie da fare, che cacciavo berretti di lana e espadrillas (che peraltro non possiedo) a caso nella valigia, che dimenticavo venti volte qualcosa di basilare come il passaporto e che mio padre alla fine dei conti saliva con me sull'aereo per poi scendere alla "fermata" dopo. Insomma, non sono cose normali. E no, non ho mangiato pesante ieri sera.
Ma la domanda fondamentale è: se questi sogni compaiono a due mesi dalla partenza, cosa mi accadrà una settimana prima? Avrò bisogno di una dose di valium in endovena.

Perchè questa è la mia merdos simpaticissima caratteristica: vivo qualsiasi cosa con una pesantezza estenuante. Se di giorno penso alla magnifica esperienza che mi aspetta, i viaggi che farò, le cose che imparerò, il mio inconscio mi spara una pera di paranoie appena abbasso un attimo la guardia. Sarà che sono figlia dell'Apprensione reincarnata in una donna alta un metro e 65? Che, per darvi un esempio della follia pre-partenza, mi regala momenti di imbarazzo autentici. Riporterò il dialogo, per dovere di cronaca.

Io: "Mà, pensavo che in America potremmo affittare una macchina, chessò arrivare fino a Chicago on the road, stile Kerouac..."
Mia madre: "'Sta attenta a non finire in prigione, lì ti fanno passare una notte in cella come niente"

La risposta giusta sarebbe stata "WTF?" ma mi sono limitata a fissarla in modo strano. Mi sembra di essere tornata ad avere 14 anni. Dite che regredisco, invece che andare avanti?
Ma tant'è, ora si pensa alle parti organizzative. Sono quasi riuscita ad avere un visto, mi manca il colloquio in ambasciata americana che ha tempi di prenotazioni che nemmeno le asl locali. Spesa totale: infinta. Si paga la tassa consolare, la tassa Sevis, si paga per prendere appuntamento. Una passeggiata.
Ho anche fatto i vaccini. Uno a destra e uno a sinistra. Peccato che il richiamo per l'antitetanica mi abbia intorpidito il braccio sinistro e ora mi sento il muscolo dolorante che nemmeno dopo sei ore di pesi.
In più ho avuto la brillante idea di prendere il sole per due ore ieri ed è stato subito eritema. Sono l'idiozia.
Poi mi vengono dubbi e domande di ogni genere, che solo una mente deviata come la mia poteva produrre. Vi illustro una lista, per farvi capire che tipo di persona io sia e per rileggerla tra qualche mese e darmi della scema.

1- Dovrò portarmi una scorta di sapone intimo? La risposta già ce l'ho: si. A parte che ho già sperimentato l'anno scorso, con Lui che quando sono andata a trovarlo mi ha pregata di portargliene qualche flacone da tenere per i successivi tre mesi. Ma, a rigor di logica, gli abitanti di Hamburgerlandia non hanno il bidet. Tantomeno hanno un sapone per pulirsi il didietro. Mezzochilo di valigia è già stato occupato, così.

2-Dovrò portarmi una farmacia? Anche qui la risposta è si. Oltre ai farmaci senza ricetta, mi è stato detto che anche i farmaci da banco sono miscugli strani che non corrispondono mai a quelli italiani o europei. Quindi un altro bel mezzochilo di valigia sarà occupato.

3-Dovrei portare qualche specialità italiana da far gustare alle mie future coinquiline? Qui la risposta esatta ancora mi manca. Mia madre sostiene di volermi dare del pesto e della focaccia. Contando che la focaccia ci arriverebbe di legno, forse è meglio puntare sul pesto. Sarà illegale? Mah.

4- Quanti vestiti servono mediamente ad una persona in 4 mesi? Ve lo dico io: troppi. Contando che i 4 mesi in questione comprendono periodi dai 30 ai -10 gradi, ci vuole un'ampia gamma di vestiti, anche se mio padre ritiene che io debba prepararmi la valigia come un marine: un paio di jeans, una giacca, un paio di scarpe. Anche qui ci sarà da lavorare duramente.

5. Ha senso portarmi il phon? Direte, sì. Io direi no. L'anno scorso ho attaccato il phon super potente (ho tanti capelli) con l'adattatore in quel di Minneapolis, e tutto quello che ne è uscito a potenza massima è stato un soffio che l'alito del bue nella mangiatoia scaldava di più. Chissà quanto costerà un phon in Obamalandia.

6. Quanto piagnucolerò il giorno della partenza? Tenendo conto che io piango a ripetizione ogni volta che vedo la pubbicità della mamma sulle olimpiadi, ma anche per molto meno, direi tendente à + infinito. Immagino già la vergogna di posizionarmi al mio posto in aereo, sola come una cagna, (rigorosamente vicino all'american boy obeso di turno) con occhiali scuri e naso rosso allla Rudolph.

Ok. Questi erano i quesiti più significativi. Ma ce ne saranno altri. E mancano ancora due mesi.

Cipressi, Silenzio e Scale di Legno.


Due parole, un'occhiata al calendario, una telefonata agli zii toscani che possiedono e gestiscono da soli un delizioso agriturismo. Pieno di benzina, canzoni caricate nell'iPhone, Tommy (TomTom di fiducia, ndr). Dopo l'esame di Diritto alle quattro e mezza di pomeriggio, a Milano, con trenta gradi e la verve di una cavalletta secca (del quale peraltro non ho ancora l'esito), quattro ore e mezza di viaggio invece di due e mezza per tornare a Savona, una distesa di merd esami all'orizzonte, una microfuga di quattro giorni immersi in un punto sperduto della Toscana, tra Torrita di Siena e Pienza, è stata una boccata di aria fresca. Non amo spammare, ma l'agriturismo Renello, in località Trequanda, immerso nelle colline, a metà tra la Val di Chiana e la Val d'Orcia, è qualcosa al di sopra dell'adorabile. Agriturismo che davvero si può definire tale: l'accento toscano ti accoglie caldo e ti inebria, puoi acquistare e gustare vino e olio squisiti, fare colazione pranzo e cena con i prodotti dell'orto (non ho mai mangiato delle bietole così buone) e fare un bagno in piscina con vista colline.
Insomma, fuggiti in fretta e furia dall'asfalto di Milano, buttando tre cose in valigia, dopo qualche oretta di macchina iniziamo a leggere sui cartelli nomi di paesi e località che già nella mente si immaginano pronunciate con accento toscano: Pienza, Bettolle, Petroio, Cortona (che poi in realtà è in Umbria..), Montalcino, Monticchiello. Piccole o più grandi perle fatte di pietre antiche, salite e vecchie mura. Il buon Tommy ci accompagna per stradine arzigogolate fino all'entrata costellata di Cipressi. Muovo i passi intorno all'agriturismo per curiosare e sono impressionata prima di tutto dal silenzio: qualche ronzio lontano di insetti, un cinguettio saltuario. Tanto che riuscivo a sentire il fruscio del vento tra gli ulivi. Uno spuntino di pecorino, prosciutto della Val d'Orcia e salame, e sono pronta per andare a posare il mio piccolo bagaglio nella stanza. Stanza che in realtà è una deliziosa casetta su due piani, rustica da far paura. La porta di legno cigola leggermente, all'interno è arredata con sapienza e mobili antichi. Salgo le scale di legno, gustandomi con le orecchie ogni cigolio dei miei passi. Arrivo nella stanza da letto, sui toni del verdolino. Letto in ferro battuto, coperta spessa di una volta, le foto dei cugini di Lui da piccoli incorniciate. Di una deliziosità da farti restringere il cuore. Questo è quello che vedevo dalla finestra.

Dopo pochi minuti di macchina, fermandoci ogni due per tre per fare foto al panorama mozzafiato, arriviamo a Pienza, un gioiellino di paesino quasi tutto pedonale, a strapiombo sulla Val d'Orcia.

La sera, a cena, seduti ad un pesante tavolo di legno in agriturismo, abbiamo mangiato tagliatelle al ragù toscano, capriolo e patate al forno, torta di mele fatta in casa, il tutto preceduto da uno spritz con vino locale e crostoni con fegatini, salsiccia e stracchino e bruschette. Non potete immaginare la bontà. Un pò ubriaca di cibo, fumo di sigaretta e parole, quella sera ho assistito a discorsi genuini, di quelli che puoi fare solo alla luce fioca che rischiara un agriturismo antico, davanti ad una tavola
imbandita semplicemente ma ricca di significato. La sera ho alzato il naso all'insù prima di aprire la porta di legno del nostro appartamento: nessuna nuvola, solo stelle. Nessuna luce, solo buio e puntini luminosi. Non ricordavo nemmeno l'ultima volta che avevo visto le stelle in quel modo.



Qui c'è una carrellata di foto della sottoscritta che si gode l'aria, il vento sulla faccia, quella sensazione di essere parte di qualcosa. Ad occhi chiusi, con il naso all'insù, tutti i sensi svegli, sull'attenti, che captano ogni rumore, ogni suono, ogni odore e colore. Il tavolino di legno delizioso di fronte alla nostra casetta che ha ospitato dolci colazioni assonnate e stropicciate al sole del mattino. 


Qui invece una veduta mozziafato di Montalcino da una piccola fortezza (vertigini portami via.) E la terrazza dove abbiamo cenato l'ultima sera. Una terrazza ampia, decorata nei più piccoli particolari, che si apriva a braccia larghe sulla Val d'Orcia, direttamente verso il monte Amiata. Abbiamo cenato guardando lì, le colline. Il venticello fresco, le dita delle mani che si intrecciavano e occhi socchiusi che si godevano la vista e il rumore del vento. Il rumore delle spighe che si muovono nel vento credo non lo dimenticherò mai.

Quattro giorni del genere, tra Cipressi, Silenzio e Scale di Legno.
Tante cose che tutti, troppi, diamo per scontate. Il silenzio. La luce del sole sui campi di grano. Il rosso acceso dei papaveri che ti cattura, vorresti avvicinarti e divorarlo, da quanto è intenso. 


E poi l'odore di terra, quello schietto, quello che sa di sudore, di fatica, di sole e di pioggia.
L'odore della natura, quello che non è l'odore di erba tagliata in mezzo alle nostre città.
L'odore di fresco anche sotto il sole, l'odore di vita vibrante e di tutto ciò che è vivo e si sta muovendo, sta respirando e sta lavorando tutto intorno.
Su stradine assolate, alcune sterrate, il rumore di una macchina solitaria e il colore del cielo che si mischia con quello scuro degli occhiali da sole. Un bacio a labbra che sanno di ciliegie colte dall'albero e terra.
Il verde delle spighe non ancora mature che combacia perfettamente col beige delle case e il rosso dei papaveri. Il rumore dei grilli che viene cullato da quello del vento.
E non ti serve altro, per sentirti vivo.
Per sentire che sì, il sangue che ti scorre nelle vene è caldo ed è parte di tutto quello che vedi. 
  

Hamburgerlandia

Fa tanto "Babe va in città". In effetti mi sento un pò Babe. Maialino coraggioso che dalla tranquilla fattoria si avventura nella grande città. Che poi la città sia Albany, piiiiiiccola capitale dello stato di New York (manco voi lo sapevate, deh?), poco importa. Che oggi abbia intravisto la simpatica tizia dell'altro corso che mi ha fottuto il posto a San Francisco, nemmeno. Perchè, cari amici tutti, parto. Cioè, non ora. Nè domani. A fine agosto, si, ma a me a giorni alterni pare di dover prendere baracca e burattini e traslarmi dall'altra parte dell'oceano.
Da vera maniaca del controllo e un tantino ossessivo-compulsiva, già mi sono fatta un giro sugli orari dei corsi del fall semester (altro che qui, che gli orari dei corsi li indovini il giorno prima al totocalcio), i voli, i possibili alloggi. Ogni cellula del mio corpo freme e vorrebbe sapere tutto subito, organizzare tutto all'istante e avere la tranquillità di aver fatto tutto alla perfezione. Perchè se avete avuto a che fare con Hamburgerlandia nella vostra vita sapete quanto i suoi simpatici abitanti siano una delle popolazioni più esigenti nell'universo conosciuto. Prima di partire si assicurano che tu non abbia partecipato al genocidio nazista del '45, che non partecipi ad attività terroristiche e che non contribuisci al commercio nero di bambini. Come? Chiedendotelo. Dei geni, in pratica. Voglio trovare quello che scrive sì.
Una volta messo piede sul suolo del Nuovo Mondo passi circa otto anni in coda alla dogana, dove ti chiedono le cose più svariate e senza senso, come che mestieri fanno i tuoi, chi sei venuto a trovare e perchè, quanti soldi ti sei portato e il tuo colore preferito. No, l'ultima non è vera. Le altre purtroppo sì.
Se poi sfortunatamente hai bisogno di un Visto, ti toccheranno appuntamenti frequenti con il consolato americano che riceve una volta ogni martedì dispari del mese, vuole tutti i documenti che la tua anagrafe e la tua banca possono offrirgli e anche un rene. Per sicurezza. Che simpatici. Essere un exchange student non è mai stato così facile.

A parte queste piacevoli operazioni burocratiche, il tempo speso daydreaming è aumentato del duecento percento. Cosa io abbia provato quando ho letto la mail dell'università che mi assegnava la destinazione, non ve lo so spiegare con esattezza. Cioè no, il primo pensiero è stato. "Ma cazzo, non è SF". Ok. Non è proprio l'aneddoto da raccontare ai posteri, lo so. Secondariamente ho chiamato chiunque annunciando la novella e ho atteso che i miei si riprendessero dall'esaurimento (se sopravvivono all'ammontare dei costi, avrò la certezza che sono immortali). Non sapevo nemmeno io se dire che ero felice o no. Fino a quel momento è stato tutto vago, una cosa che poteva succedere come no. Lì era scritto nero su bianco. Con anche un minaccioso: vedi di confermare entro una settimana. Non con queste esatte parole, ma il succo era quello. Insomma, una cosa un pò pressante. Era reale. Lì, che mi fissava. E io fissavo la mail.
Da allora cambio idea ogni dieci secondi, ho confermato dopo tre o quattro giorni sapendo che in fondo sarei partita. La cosa mi terrorizza e mi elettrizza allo stesso tempo. Ho paura che io e le mie paranoie, le mie ansie, non troveremmo il nostro posto in quella cittadina sull'Hudson. Che non ci sentiremo a nostro agio. Dall'altra, sono già con un piede su un aereo. Ogni tanto mi trovo a fare una lista mentale della roba da mettere in valigia, del numero di giacche e di scarpe. Immagino momenti che vivrò, persone che incontrerò, che per ora ancora mancano di volti. Mi focalizzo sui grandi dettagli, in pratica. Vivo di mille sensazioni contrastanti, che vanno dalla gioia infinita alla disperazione mentale tanto che ho paura che possa esplodere. I saluti in aereoporto già mi straziano il cuore. Detesto i saluti. Non riesco mai a staccarmi, ogni gesto non può essere l'ultimo. Maledetta sensibilità mia.
Cosa significherà tutto questo per me, non ve lo so dire. Non so nemmeno cosa significhi adesso. Non so nemmeno come vivere la mia futura partenza. Per ora mi limito al mio daydreaming.

Quel che resta di Firenze

Ieri, sul frecciarossa di ritorno a Milano, seduta nella mia carrozza ristorante (storie di treni soppressi e di altri troppo pieni..), guardavo l'Emilia sepolta dalla neve e pensavo a cosa questi tre piccolissimi giorni a Firenze mi hanno lasciato impresso.
Quel che mi resta di Firenze è sicuramente un gran freddo, un pò di timido sole, un vento decisamente troppo potente e un bel pò di raffreddore. Ma queste cose sono solo la cornice, quello che bisogna scalfire per arrivare a quello che in realtà mi toglie il fiato ogni volta che ci penso.
 Quel che mi resta di Firenze sono le stradine, quasi tutte pedonali, la sua aria austera e di altri tempi, la sua aria piena di segreti da svelare. E' il suo imponente duomo con il Cupolone, in quella piazza brulicante di turisti, imperterriti anche nel gelo di febbraio. Quel che mi resta sono i colori, che la natura e l'uomo sembrano aver dipinto insieme. Un'amalgama di colori pastello, tenui e delicati, tutto si armonizza in un'immagine sola e l'occhio non può fare a meno che percepire una cosa sola. Quel che resta di Firenze sono le piazze, una più bella dell'altra. Piccoli e grandi scrigni che si aprono da stradine impervie. Spazi aperti in cui esplodono persone, giostre e mercatini. Quel che mi rimane sono i profumi di dolci di fronte alle pasticcerie, di sapori antichi quando il passo ti porta di fronte ad antiche trattorie, o fiaschetterie, come capita spesso di leggere sui cartelli.  Quel che mi rimane sono il rumore dell'Arno che scorre placido sotto il ponte vecchio.


 Quel che mi rimane di Firenze è il sole, pallido e timido di febbraio, che la inonda mentre la guardo da Piazzale Michelangelo. Mi sembra di dominarla tutta, da lassù, e sembra che si metta in posa, come se al posto di una fotografia le stessi facendo un dipinto. Ed è proprio quello che mi rimane, di lei, da lassù: un dipinto. Una serie di fotografia scattate con dita tremanti dal freddo, che sono tutto fuor che fotografie. Sono dipinti in acquarelli, in matita, in colori a olio. Le sfumature del cielo sono fatte con ampie pennellate, mentre quelle del cupolone con minuziosa perizia. Le impercettibili onde dell'Arno con spruzzi di azzurro, i colori dei tetti con un ocra chiaro. Le colline che la circondano sembrano abbracciarla, e si stagliano verdi e coraggiose nel vento.
Quel che mi rimane di lei è il Ponte Vecchio, così minuziosamente dettagliato, le finestrelle sulle case colorate che ricordano quelle di un presepe antico. Si staglia lì, sopra l'acqua pacifica, con i suoi colori accostati, costruito con poca attenzione alle varie altezze, che lo rendono quasi bambinesco. Un'opera di qualche bimbo che lo ha assemblato con ingenua creatività. La luce del sole lo accarezza piano, dà vita a quei colori. Il giallino, l'arancione, il rosso, il verde accesso delle persiane, alcune chiuse, alcune spalancate. La luce debole che proviene dall'interno, da una delle innumerevoli gioiellerie che tempestano quel ponte.


Quel che mi rimane di lei è il gusto della ribollita, la sua consistenza morbida e delicata e il suo sapore che sembra venire da lontano nel tempo. Il suo sapore che parla di contadini, di semplicità, di pasto consumato in silenzio ma anche nel chiacchiericcio della sera, proprio così, in terrine di terracotta bollenti. Mi rimane l'atmosfera delle mille osterie, delle mille enoteche, di quei tavolini di legno semplici ma eleganti, di quel mangiare osservati dalle innumerevoli bottiglie di vino. Quel che mi rimane è l'accento, la parlata un pò così, che ti viene voglia di fare tua, e ogni tanto ti viene da dire qualcosa come "Si va a mangiare", e ti scappa un sorriso. Quel che mi rimane è il profumo del cioccolato per tutta Piazza della Repubblica, perchè sì, sono riuscita a beccare la settimana della Fiera del Cioccolato. Da leccarsi i baffi. Budinetti di cioccolato, cremini, frutta ricoperta di cioccolato caldo che scende da una fontana.


Quel che mi rimane infondo è tanto amore. Ma tanto. Per questo paese stupendo, per tutto quello che in Italia c'è di stupendo e noi nemmeno ce ne accorgiamo. Per la magia che la storia dona a tutto il suolo che calpestiamo ogni giorno, per l'aura di mistero che ricopre le nostre città come una coperta sottile. Mi rimane l'amore per questa città, per l'arte, per Piazza Della Signoria, per Palazzo Vecchio e per la Galleria degli Uffizi. Per tutti i quadri, le pennellate, i piegamenti di testa per vedere meglio un particolare. L'amore per Palazzo Pitti e i suoi Giardini di Boboli, enormi e stupendi. E mi rimane sì, anche un sorriso grande. Perchè solo io sono in grado di ridicolizzare l'arte come una polla. Porto un pò di allegria, insomma.


Questa fuga da tutto, da Milano, da Savona, per chiuderci un weekend nella magia di Firenze, ci ha fatto solo che bene. E io, l'ho amata con tutta me stessa. Quel che mi rimane di questi tre giorni in questa città cristallizata nel tempo e nello spazio è l'amore per lei, per le sue strade, le sue piazze, la sua atmosfera. E l'amore per il modo in cui l'abbiamo vissuta noi. Cioè, come al solito. Da esploratori, da persone che vedono la realtà per la prima volta. Un poeta una volta ha detto che solamente i bambini e i poeti possono vedere le cose come se le vedessero davvero per la prima volta. E io e Lui le abbiamo viste così, assaporate così, come se i nostri occhi avessero avuto la possibilità da abbracciarle per la prima volta, le nostre dita posarsi sul parapetto del Ponte Vecchio come se fosse la prima pietra che avessimo toccato. Abbiamo lasciato che Firenze ci entrasse dentro con la curiosità di due bambini. Abbiamo lasciato che la novità ci travolgesse, ci portasse a pensare cose nuove ed amarle in quel modo così sorprendente che ti entra dentro e nulla può più toglierlo. Quei sentimenti che nonostante la vita cerchi di portarteli via con le unghie e con i denti, semplicemente non si staccano. Rimangono lì, impervi e statuari nel tempo e nello spazio. Proprio come Firenze.