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martedì 31 marzo 2015

E tu, da che parte stai?


La perfezione ha un non so che di inquietante. 
Un po' come il corpo di Christian Bale in American Psycho, un Ken splendido splendente prima che quella tuttofare di Barbie gli rovinasse la vita. 
La perfezione ha quel fascino morboso di un incidente stradale per cui rallenti fin quasi a tamponare la macchina davanti solo per vedere quello spiraglio di tragedia, quel rivolo di sangue, quel casco frantumato sull'asfalto. 
La perfezione suscita l'invidia rovente di chi invece proprio non ci arriva. 
La perfezione ha quel ruolo di linea di demarcazione tra quello che si è e quella roba bellissima che si potrebbe essere, avere, fare, dire, sembrare, apparire, metteteci un verbo a caso.
E allora via, bianco e nero, bello e brutto, la vita si divide in una -appunto perfetta- ottica dicotomica e o sei di qui o sei di lì. 
Un muro di Berlino emozionale per cui le sfumature non esistono. 

Che poi la quotidianità sarebbe così facile dividerla in giusto e sbagliato.
Vero e falso.
Bello e brutto. 
Amico e nemico. 
Che poi uno tende un po' a farla, sta linea a mò di tabella Excel. 
Di qui quello che sì, sta con me. 
Di lì quello che, diamine, non va bene, non è giusto, non è vero. 
Chi mangia carne di là (scusate, è che sotto Pasqua la crociata dell'agnello va di moda, e se lo ricorda anche la Brambilla), chi non la mangia sta con me. 
Chi tifa e chi no, chi è religioso e chi è ateo, chi crede nel nucleare e chi no, chi ha paura dei musulmani (?) e chi no. 
Non c'è spazio per altro. 
Quello che rimane tra le pieghe del bianco e del nero sparisce, inglobato nelle due fazioni ben differenziate e opposte, senza dialogo, senza possibilità di discussione. 
Basta scegliere da che parte stare. 
E poi via, si imparano due o tre regole sulla propria squadra, e si gioca. 
Colpi bassi inclusi. 
Una continua lotta dove il ring ha perso qualsiasi forma. 
Senza spazio né tempo, ormai è così facile dire la propria. 
Lo sto facendo pure io adesso, e figurarsi. 

Eppure tutto questo è inquietante. 
Quasi quanto un centinaio di commenti sotto alla foto di un cane riportato al canile da una padrona che "ha scoperto di essere incinta". 
Tanti, gli auguri alla neomamma. 
"Abortisci"
"Spero che tuo figlio ti sputa"
"Stessa fine dovrai fare, tuo figlio ti abbandonerà e morirai sola"
"Un altra che si fa mettere in cinta e spero che muore"
E dulcis in fundo "ci puo sempre essere caduta spontanea dalle scale"
Non so se il nesso tra la consecutio temporum e la violenza verbale sia scientificamente provato, ma come ricerca sociologica fa parecchio paura. 
Noi e voi.
I buoni e i cattivi. 
Il bene e il male. 
Tutto il resto è adrenalina.

(Di sicuro non grammatica)



mercoledì 26 novembre 2014

La mia violenza.


Era il 25 novembre, è stato il 25 novembre. 
Un 2 e un 5 pieni sino all'orlo di parole forti, eleganti, determinate. 
Niente violenza. 
Niente violenza sulle donne. 

Consapevolezza. Forza di reagire.

E già è parecchio inquietante che ci sia il bisogno di ricordarsi, un giorno all'anno, che legnare le donne, ma soprattutto chiunque, non è carino. È un po' peggio di dimenticarsi l'anniversario.
Ma il risvolto che più fa rabbrividire, quello che scivola tra le pieghe dei luoghi comuni e dei volti di donna con l'occhio nero spalmati su tutti i muri, quello che si nasconde dietro le campagne mediatiche sui social, adorabili con i propri hashtag, anni luce prima dei convegni con gli psicologi e gli assistenti sociali, è quello degli altri 364 giorni.
Quelli della vita quotidiana, quelli prima di una relazione, quelli prima di.
La mia violenza, ma anche la tua, la sua, quella della mia farmacista, è così banale e perfettamente mascherata che non ha le forme della violenza. 

Non lascia lividi, non spinge giù dalle scale, non telefona di notte a tutte le ore minacciandomi. 

Non ha le sembianze del femminicidio, che se word me lo dà errore un diamine di motivo ci sarà.

Ma lascia l'amaro in bocca quando in treno il signore di mezza età, seduto di fronte a me, con la ventiquattrore di pelle e il cellulare in mano lo alza con nonchalance, altezza volto, e finge di concentrarsi su un messaggio. Finché non si sente distintamente un click tipico della fotografia.
Lascia l'amaro in bocca quando i consigli della sessuologa sbandierati sulle riviste sostengono che per mantenere alta la libido di coppia siano le nostre, di chiappe, a dover essere stringate e circondate da fili di lustrini, anche a gennaio, e le nostre, di gambe, perfettamente depilate, e le nostre, di sopracciglia, che non prendano possesso dell'intera faccia come quella della -pur meravigliosa- adorabile Frida Kahlo.
Lascia l'amaro in bocca quando le calze nere e il tacco che indosso con -ben poca- disinvoltura per una cena elegante sembrano essere il corrispondente segnico di un cartello con scritto "la calza nera l'ho messa per te, buon uomo che mi fissi sul pullman".
Lascia l'amaro in bocca quando nel tuo lavoro e in una presentazione "come sei carina sul palco" mentre i tuoi colleghi "come sono professionali".

Lascia l'amaro in bocca quando si pensa che l'umanità intera, uomini e donne, dovrebbe ragionare a fondo sul fatto di questa mania di catalogare il sesso femminile quello "debole". E soprattutto decidere se lo sia sempre, in ogni circostanza, o solo quando fa comodo (agli uni e agli altri).

E' sesso debole solo quando ci si fa offrire l'aperitivo o si entra gratis nei locali ma è sesso forte quando si chiede la parità sul lavoro. E al contrario è parità dei sessi quando la valigia me la devo camallare per sei rampe di scale in stazione Principe senza che un buon samaritano muscoloso mi presti le sue braccia, ma non lo è quando invece guido, che, in quanto donna, direziono il mio automezzo ad canis cazzum. Lascia l'amaro in bocca quando sembra che la parola sindaca, assessora e avvocatessa siano la priorità nel mondo lavorativo, culturale e sociale dei paesi avanzati.

Quando basterebbe molto meno.

martedì 26 agosto 2014

Punto (e virgola) e a capo


Sono così maledettamente incostante.
Sarà che scrivere di gioie e traguardi suona così zuccherosamente finto, esagerato e autocelebrativo che non mi viene naturale farlo, sarà che scrivere aiuta la mia fragile autostima a sfogarsi, ma mi ritrovo ad entrare nelle pagine di questo blog nei momenti che più mi scuotono nel profondo, quelli esilaranti e allo stesso tempo spaventosi che anticipano un cambiamento.
Per la quarta volta in cinque anni sono pronta a impacchettare la mia vita e smuoverla un po', agitare le acque per vedere cosa si trova sotto la superficie e dare nuovi stimoli al mio animo inquieto.
Per la quarta volta in cinque anni sono effettivamente e inesorabilmente terrorizzata e iperattiva allo stesso tempo. Pianifico, come al solito, i minimi dettagli di un futuro che già ho costruito nei meandri della mia testa, accavallo aspettative e realtà rischiando, due volte su tre, la delusione, analizzo the worst case scenario ancora prima che questo possa anche solo figurare come un'ombra nel mio destino. Sarà che manipolo troppo la mia vita, la plasmo a mia immagine e somiglianza così tante volte nella teoria che ormai quando arriva alla pratica è già sgualcita, di seconda mano, senza freschezza.
La mia furiosa impazienza mi ha sempre portata a questo. Eppure cerco, disperatamente, di evitarlo.
E allora sono qui, sul ciglio di quella che sta per delinearsi come una nuova avventura, uno slancio verso qualcosa di nuovo e sconosciuto, l'ennesimo trasloco, le ennesime mura di una stanza che piano piano prenderà il mio odore, attutirà i miei suoni e custodirà, per qualche tempo, i miei sonni irrequieti. Un punto fermo che sa essere lì, pronto a sorreggere in caso di dondolio troppo pericolante, ma che non va a sostituire i miei arti.
Come al solito varco a passo incerto le porte di ogni nuova esperienza, mai sicura delle mie decisioni, con un vagone di "se" e "ma" perennemente ancorato alle mie spalle, ma, ancora una volta, c'è un qualcosa che mi smuove, nel profondo, mi spinge, mi regala quel tipo di sconsideratezza che scaturisce solo da un animo sicuro.
Basta solo fare un respiro profondo e ricordarsi di mettere un piede davanti all'altro.

domenica 29 settembre 2013

Mentre l'umido entra nelle ossa e appiccica tutto


Ho detto benvenuto all'autunno come ho attraversato gli ultimi cambiamenti di quest'anno. Con una placida indifferenza.
Me ne sono accorta dall'umido pesante che ovatta tutti i movimenti e i pensieri.
Dal vento che si insinua un po' ovunque.
Dalla mancanza di un caldo soffocante che si riflette sulle piastrelle bianche del posto dove lavoro.
Alterno momenti di pace universale a attimi farciti di manie di persecuzione.
Osservo di più e parlo di meno.
Metto segnalibri e sottolineo a matita.
Cerco di manipolare il tempo come voglio io, mettendo al rallentatore giorni di pigro entusiasmo. E tentando di occupare al meglio quelli di mesta disperazione, quelli in cui rapportarsi con me è piacevole come un pomeriggio con Uncle Scrooge della Favola di Natale di Dickens. 
Mi ascolto più spesso.
Tento di placare il ribollire nervoso delle mie viscere.
A volte ci riesco. Complici le pagine di alcuni libri, le colazioni al sole, qualche progetto, le lenzuola stropicciate delle mattine in cui regna la calma, il ritorno davanti a quello specchio e i primi passi sul linoleum nero, due corse col fiato spezzato e la faccia bollente.
Altre volte ci riesco meno.
Ma tendo ad essere più indulgente con me. 

domenica 3 marzo 2013

Nuovi territori del bruciamento di ciccia


Da gennaio in poi parte ogni anno la solita corsa alla prova costume, la prova pantaloncino di pizzo, la prova canottierina scollata, quella che fa dannare milioni di donne, guardando con ansia bovina il calendario quando ormai si galoppa verso metà marzo e si hanno sulle spalle cosce svariati cuscinetti di ciccia non graditi. Che tu sia grassa quanto un fil di ferro ma ti veda come la sorella gemella che Ferrara non ha mai avuto, che tu sia fatta a forma di pera, che tu abbia il triplo mento come Peter Griffin, che tu abbia degli sbalzi di peso come Britney Spears nei tempi migliori, poco importa, le pugnette mentali ti accompagneranno sempre e per sempre, l’unica cosa di cui ho la certezza che abbia vita eterna è quindi la pugnetta sul peso. Che fare quindi?
Non voglio cadere nel banale proponendovi la dieta degli ultimi due mesi, dove sgranocchi miglio come le mie antiche cocorite (pace all’anima loro), ciucci un kiwi a cena e sostieni anche a gran voce di seguire una dieta equilibrata. Perché no, una dieta in cui salti i pasti, ti ingozzi anche di due barrette proteiche a metà pomeriggio e ingurgiti due o tre lassativi alla sera come fossero caramelle tuttiigusti+1 non è una dieta equilibrata, non lasciatevi convincere.
Nemmeno la fettina impanata di seitan, vegana al duemila percento, che sa di cartone gommoso, non è una grande alternativa. E per finire dichiarate guerra anche voi al tofu, che io sono sicura sia stucco di imbianchino spacciato per alimento vegano e salutare.

Quindi, sorvolando su tutto questo, volevo parlare del nuovo modo con cui esemplari di sesso femminile di tutto il mondo scuotono felici anche e bacini, sudando come in spiaggia a Riccione il 15 agosto, la faccia paonazza e i capelli incollati alla faccia come dopo una doccia. 

Volevo introdurvi tutti nel meraviglioso mondo della zumba.
L’approccio a zumba è semplice, poco impegnativo, ti senti una valletta di Passaparola in dieci secondi senza mai essere passata per i corridoi di zoccoland..di Mediaset.
Non necessiti di particolare abbigliamento, tanto in ogni caso sarai solo tu e un altro branco di irriducibili, in un range di età che va dai 20 ai 60. Inutile dire che se sei più verso i 20 hai anche il vantaggio di sentirti meglio di una ballerini di Amici.
Comunque, avendo io provato svariati corsi, posso assicurarvi che quelli tenuti dal manzo di turno sono decisamente più interessanti. Non tanto per lui, che nonostante in alcuni casi sia anche parecchio caruccio da osservare da dietro, ti guarda come un vegetariano guarderebbe un hamburger, ma perché l’approccio dell’uomo alla zumba è molto più goliardico. (E come non potrebbe, quando ci sono in gioco esseri pelomuniti tutto lo è)
Per farvi qualche esempio, con l’istruttore maschio si può (e si deve) nell’ordine: interrompere un pezzo per farselo tutto girando a braccetto come nelle sagre di paese, urlare “zumba!!1!” con grande entusiasmo alla fine di un passo, accompagnare ogni balletto da urletti incitatori, fare finta di suonare una chitarra mentre si alza la gamba verso la spalla, sentirsi dire “forza ragazze, shakerate quei sederi!!1!”. Nulla di più esilarante.

Sono quelle lezioni in cui ritrovi alla mezz’ora con la canottiera che sembra uscita fresca di lavatrice, i ciuffi di capelli incollati al collo e alla faccia, la bocca secca e la temperatura interna di 58 gradi con umidità al 99%. Ma non importa, perché al successivo “zumbaaaa!” dell’istruttore vedrai la signora accanto a te che scuote le tette come nel pezzo di Burlesque più in voga del momento, e non vorresti mai fare la figura del pesce lesso, a nemmeno 23 anni.
(In una delle palestre che ho provato avevo sempre accanto una donna sulla quarantina, bionda e liscia, palestrata al punto giusto, che non sbagliava mai un passo. Mi dava una merda incredibile. Soprannominata J.Lo per la pettinatura a codini che molto spesso sfoggiava)

Insomma, la zumba è l’ultima frontiera del sudore, per farti tornare a casa senza polmoni ma con l’animo leggero. E la cosa bella è che fa bene anche all’umore.
Provare per credere. 

mercoledì 9 gennaio 2013

Pugnette più consapevoli

Primo post che non sia volante o in territorio a stelle e hamburger.
Di nuovo dalla mia scrivania, anche se tramite piccì nuovo.
Sono tornata da tipo due settimane, nel mio guscio, e l'unica cosa che mi pare di aver fatto è esser regredita.
Ho passato una settimana a rotolarmi nel letto fino alle 5 di mattina, col cervello che faceva la spaccata tra il nuovo continente e il vecchio, a svegliarmi a ore improbabili, a desinare a orari davvero poco umani, a non avere progetti. A rispondere alle domande delle persone con un "umphf" di circostanza, al pensare alla mia imminente laurea come una mucca pensa al momento del macello, a propormi ogni maledetta sera di dormire presto e svegliarmi presto per studiare, senza aver mantenuto il proposito manco una volta. Ho ritrovato un pò della voglia di fare, quella che ti fa sentire piena di vita, manco fossi Tonino Guerra e il suo ottimismo che è il profumo della vita, quando mi hanno portata nella nuova redazione per il giornale online con cui collaboro.
Perchè sì, sognare un fa mai male, no?
Ho avuto una di quelle giornate superproduttive conclusa con una lezione di zumba per buttare giù 'sta buzza da Homer Simpson che mi è venuta dopo svariati camion di Budwiser.
Ma sono stata in grado di cambiare umore nello stesso tempo con cui Sara Tommasi si cala le mutande, quindi tempo il mattino dopo, con sveglia ad un'ora improbabile, mi sono lasciata riportare nel mare di apatia in cui mi autoseppellisco spesso.
Insomma, sono sempre la solita svanita che mi fa incazzare. E più mi faccio incazzare più mi deprimo, più mi vittimizzo e più non combino nulla.
Era da un bel pò che non mi sentivo così, sarà che l'aria di casa per molte cose rinvigorisce (annuncio cum sommo gaudio che ho perso due chili) per altre mi stende a terra come solo un provincialismo semisnob può fare.
Da una parte mi ritrovo a camminare per le (tre strade) di casa con gli occhi che si meravigliano di dettagli che ci sono sempre stati e io non avevo mai notati, dall'altra ogni mattina mi sveglio con uno spleen esistenziale che manco Baudelaire nelle sue giornate peggiori.
Sarà che la coccola fa piacere, ammorbidisce, ci riporta all'infanzia, ci vizia e riempie i nostri vuoti, ma nello stesso tempo annienta le battaglie già vinte con l'indipendenza.
Assopisce il neurone, impigrisce.
Se non sono forzata dagli eventi, io mi lascio cullare dalla mia nullafacenza, senza ritorno, senza possibilità di redenzione.

Una cosa, però, ho imparato laggiù, in quel posto bruttino e provinciale che ho chiamato Casa per quattro mesi, che nessuna pigrizia, nessun vizio e nessuna brutta abitudine riuscirà a strapparmi via.
Che, prima di tutto, devo fare i conti con me.
Che poco importa fare i conti con gli altri, se prima di tutto non ci sei tu.
Che non c'è nessuno che io debba temere più di me, del mio giudizio e del mio benessere.
Cosa che non avevo mai calcolato.
Il mio giudizio era sempre una conseguenza degli eventi, della catena di persone che bisogna compiacere nella vita perché-sai-ormai-siamo-qui-e-dobbiamo-sorridere, dell'essere a posto davanti a chi sai che ti ha sempre giudicata e sempre lo farà, o forse lo farà solo nella tua testa.
Insomma, sono sempre stata in balia di una lunga serie di pugnette mentali che si fa sempre una fatica boia a lasciarsi alle spalle.
Non dico di averle seminate in terra statunitense e lasciate lì a beneficio del prossimo, perchè spesso me ne porto dietro ancora una svariata quantità, ma sono pugnette più consapevoli.


Saran traguardi, no?

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E tu, da che parte stai?


La perfezione ha un non so che di inquietante. 
Un po' come il corpo di Christian Bale in American Psycho, un Ken splendido splendente prima che quella tuttofare di Barbie gli rovinasse la vita. 
La perfezione ha quel fascino morboso di un incidente stradale per cui rallenti fin quasi a tamponare la macchina davanti solo per vedere quello spiraglio di tragedia, quel rivolo di sangue, quel casco frantumato sull'asfalto. 
La perfezione suscita l'invidia rovente di chi invece proprio non ci arriva. 
La perfezione ha quel ruolo di linea di demarcazione tra quello che si è e quella roba bellissima che si potrebbe essere, avere, fare, dire, sembrare, apparire, metteteci un verbo a caso.
E allora via, bianco e nero, bello e brutto, la vita si divide in una -appunto perfetta- ottica dicotomica e o sei di qui o sei di lì. 
Un muro di Berlino emozionale per cui le sfumature non esistono. 

Che poi la quotidianità sarebbe così facile dividerla in giusto e sbagliato.
Vero e falso.
Bello e brutto. 
Amico e nemico. 
Che poi uno tende un po' a farla, sta linea a mò di tabella Excel. 
Di qui quello che sì, sta con me. 
Di lì quello che, diamine, non va bene, non è giusto, non è vero. 
Chi mangia carne di là (scusate, è che sotto Pasqua la crociata dell'agnello va di moda, e se lo ricorda anche la Brambilla), chi non la mangia sta con me. 
Chi tifa e chi no, chi è religioso e chi è ateo, chi crede nel nucleare e chi no, chi ha paura dei musulmani (?) e chi no. 
Non c'è spazio per altro. 
Quello che rimane tra le pieghe del bianco e del nero sparisce, inglobato nelle due fazioni ben differenziate e opposte, senza dialogo, senza possibilità di discussione. 
Basta scegliere da che parte stare. 
E poi via, si imparano due o tre regole sulla propria squadra, e si gioca. 
Colpi bassi inclusi. 
Una continua lotta dove il ring ha perso qualsiasi forma. 
Senza spazio né tempo, ormai è così facile dire la propria. 
Lo sto facendo pure io adesso, e figurarsi. 

Eppure tutto questo è inquietante. 
Quasi quanto un centinaio di commenti sotto alla foto di un cane riportato al canile da una padrona che "ha scoperto di essere incinta". 
Tanti, gli auguri alla neomamma. 
"Abortisci"
"Spero che tuo figlio ti sputa"
"Stessa fine dovrai fare, tuo figlio ti abbandonerà e morirai sola"
"Un altra che si fa mettere in cinta e spero che muore"
E dulcis in fundo "ci puo sempre essere caduta spontanea dalle scale"
Non so se il nesso tra la consecutio temporum e la violenza verbale sia scientificamente provato, ma come ricerca sociologica fa parecchio paura. 
Noi e voi.
I buoni e i cattivi. 
Il bene e il male. 
Tutto il resto è adrenalina.

(Di sicuro non grammatica)



La mia violenza.


Era il 25 novembre, è stato il 25 novembre. 
Un 2 e un 5 pieni sino all'orlo di parole forti, eleganti, determinate. 
Niente violenza. 
Niente violenza sulle donne. 

Consapevolezza. Forza di reagire.

E già è parecchio inquietante che ci sia il bisogno di ricordarsi, un giorno all'anno, che legnare le donne, ma soprattutto chiunque, non è carino. È un po' peggio di dimenticarsi l'anniversario.
Ma il risvolto che più fa rabbrividire, quello che scivola tra le pieghe dei luoghi comuni e dei volti di donna con l'occhio nero spalmati su tutti i muri, quello che si nasconde dietro le campagne mediatiche sui social, adorabili con i propri hashtag, anni luce prima dei convegni con gli psicologi e gli assistenti sociali, è quello degli altri 364 giorni.
Quelli della vita quotidiana, quelli prima di una relazione, quelli prima di.
La mia violenza, ma anche la tua, la sua, quella della mia farmacista, è così banale e perfettamente mascherata che non ha le forme della violenza. 

Non lascia lividi, non spinge giù dalle scale, non telefona di notte a tutte le ore minacciandomi. 

Non ha le sembianze del femminicidio, che se word me lo dà errore un diamine di motivo ci sarà.

Ma lascia l'amaro in bocca quando in treno il signore di mezza età, seduto di fronte a me, con la ventiquattrore di pelle e il cellulare in mano lo alza con nonchalance, altezza volto, e finge di concentrarsi su un messaggio. Finché non si sente distintamente un click tipico della fotografia.
Lascia l'amaro in bocca quando i consigli della sessuologa sbandierati sulle riviste sostengono che per mantenere alta la libido di coppia siano le nostre, di chiappe, a dover essere stringate e circondate da fili di lustrini, anche a gennaio, e le nostre, di gambe, perfettamente depilate, e le nostre, di sopracciglia, che non prendano possesso dell'intera faccia come quella della -pur meravigliosa- adorabile Frida Kahlo.
Lascia l'amaro in bocca quando le calze nere e il tacco che indosso con -ben poca- disinvoltura per una cena elegante sembrano essere il corrispondente segnico di un cartello con scritto "la calza nera l'ho messa per te, buon uomo che mi fissi sul pullman".
Lascia l'amaro in bocca quando nel tuo lavoro e in una presentazione "come sei carina sul palco" mentre i tuoi colleghi "come sono professionali".

Lascia l'amaro in bocca quando si pensa che l'umanità intera, uomini e donne, dovrebbe ragionare a fondo sul fatto di questa mania di catalogare il sesso femminile quello "debole". E soprattutto decidere se lo sia sempre, in ogni circostanza, o solo quando fa comodo (agli uni e agli altri).

E' sesso debole solo quando ci si fa offrire l'aperitivo o si entra gratis nei locali ma è sesso forte quando si chiede la parità sul lavoro. E al contrario è parità dei sessi quando la valigia me la devo camallare per sei rampe di scale in stazione Principe senza che un buon samaritano muscoloso mi presti le sue braccia, ma non lo è quando invece guido, che, in quanto donna, direziono il mio automezzo ad canis cazzum. Lascia l'amaro in bocca quando sembra che la parola sindaca, assessora e avvocatessa siano la priorità nel mondo lavorativo, culturale e sociale dei paesi avanzati.

Quando basterebbe molto meno.

Punto (e virgola) e a capo


Sono così maledettamente incostante.
Sarà che scrivere di gioie e traguardi suona così zuccherosamente finto, esagerato e autocelebrativo che non mi viene naturale farlo, sarà che scrivere aiuta la mia fragile autostima a sfogarsi, ma mi ritrovo ad entrare nelle pagine di questo blog nei momenti che più mi scuotono nel profondo, quelli esilaranti e allo stesso tempo spaventosi che anticipano un cambiamento.
Per la quarta volta in cinque anni sono pronta a impacchettare la mia vita e smuoverla un po', agitare le acque per vedere cosa si trova sotto la superficie e dare nuovi stimoli al mio animo inquieto.
Per la quarta volta in cinque anni sono effettivamente e inesorabilmente terrorizzata e iperattiva allo stesso tempo. Pianifico, come al solito, i minimi dettagli di un futuro che già ho costruito nei meandri della mia testa, accavallo aspettative e realtà rischiando, due volte su tre, la delusione, analizzo the worst case scenario ancora prima che questo possa anche solo figurare come un'ombra nel mio destino. Sarà che manipolo troppo la mia vita, la plasmo a mia immagine e somiglianza così tante volte nella teoria che ormai quando arriva alla pratica è già sgualcita, di seconda mano, senza freschezza.
La mia furiosa impazienza mi ha sempre portata a questo. Eppure cerco, disperatamente, di evitarlo.
E allora sono qui, sul ciglio di quella che sta per delinearsi come una nuova avventura, uno slancio verso qualcosa di nuovo e sconosciuto, l'ennesimo trasloco, le ennesime mura di una stanza che piano piano prenderà il mio odore, attutirà i miei suoni e custodirà, per qualche tempo, i miei sonni irrequieti. Un punto fermo che sa essere lì, pronto a sorreggere in caso di dondolio troppo pericolante, ma che non va a sostituire i miei arti.
Come al solito varco a passo incerto le porte di ogni nuova esperienza, mai sicura delle mie decisioni, con un vagone di "se" e "ma" perennemente ancorato alle mie spalle, ma, ancora una volta, c'è un qualcosa che mi smuove, nel profondo, mi spinge, mi regala quel tipo di sconsideratezza che scaturisce solo da un animo sicuro.
Basta solo fare un respiro profondo e ricordarsi di mettere un piede davanti all'altro.

Mentre l'umido entra nelle ossa e appiccica tutto


Ho detto benvenuto all'autunno come ho attraversato gli ultimi cambiamenti di quest'anno. Con una placida indifferenza.
Me ne sono accorta dall'umido pesante che ovatta tutti i movimenti e i pensieri.
Dal vento che si insinua un po' ovunque.
Dalla mancanza di un caldo soffocante che si riflette sulle piastrelle bianche del posto dove lavoro.
Alterno momenti di pace universale a attimi farciti di manie di persecuzione.
Osservo di più e parlo di meno.
Metto segnalibri e sottolineo a matita.
Cerco di manipolare il tempo come voglio io, mettendo al rallentatore giorni di pigro entusiasmo. E tentando di occupare al meglio quelli di mesta disperazione, quelli in cui rapportarsi con me è piacevole come un pomeriggio con Uncle Scrooge della Favola di Natale di Dickens. 
Mi ascolto più spesso.
Tento di placare il ribollire nervoso delle mie viscere.
A volte ci riesco. Complici le pagine di alcuni libri, le colazioni al sole, qualche progetto, le lenzuola stropicciate delle mattine in cui regna la calma, il ritorno davanti a quello specchio e i primi passi sul linoleum nero, due corse col fiato spezzato e la faccia bollente.
Altre volte ci riesco meno.
Ma tendo ad essere più indulgente con me. 

Nuovi territori del bruciamento di ciccia


Da gennaio in poi parte ogni anno la solita corsa alla prova costume, la prova pantaloncino di pizzo, la prova canottierina scollata, quella che fa dannare milioni di donne, guardando con ansia bovina il calendario quando ormai si galoppa verso metà marzo e si hanno sulle spalle cosce svariati cuscinetti di ciccia non graditi. Che tu sia grassa quanto un fil di ferro ma ti veda come la sorella gemella che Ferrara non ha mai avuto, che tu sia fatta a forma di pera, che tu abbia il triplo mento come Peter Griffin, che tu abbia degli sbalzi di peso come Britney Spears nei tempi migliori, poco importa, le pugnette mentali ti accompagneranno sempre e per sempre, l’unica cosa di cui ho la certezza che abbia vita eterna è quindi la pugnetta sul peso. Che fare quindi?
Non voglio cadere nel banale proponendovi la dieta degli ultimi due mesi, dove sgranocchi miglio come le mie antiche cocorite (pace all’anima loro), ciucci un kiwi a cena e sostieni anche a gran voce di seguire una dieta equilibrata. Perché no, una dieta in cui salti i pasti, ti ingozzi anche di due barrette proteiche a metà pomeriggio e ingurgiti due o tre lassativi alla sera come fossero caramelle tuttiigusti+1 non è una dieta equilibrata, non lasciatevi convincere.
Nemmeno la fettina impanata di seitan, vegana al duemila percento, che sa di cartone gommoso, non è una grande alternativa. E per finire dichiarate guerra anche voi al tofu, che io sono sicura sia stucco di imbianchino spacciato per alimento vegano e salutare.

Quindi, sorvolando su tutto questo, volevo parlare del nuovo modo con cui esemplari di sesso femminile di tutto il mondo scuotono felici anche e bacini, sudando come in spiaggia a Riccione il 15 agosto, la faccia paonazza e i capelli incollati alla faccia come dopo una doccia. 

Volevo introdurvi tutti nel meraviglioso mondo della zumba.
L’approccio a zumba è semplice, poco impegnativo, ti senti una valletta di Passaparola in dieci secondi senza mai essere passata per i corridoi di zoccoland..di Mediaset.
Non necessiti di particolare abbigliamento, tanto in ogni caso sarai solo tu e un altro branco di irriducibili, in un range di età che va dai 20 ai 60. Inutile dire che se sei più verso i 20 hai anche il vantaggio di sentirti meglio di una ballerini di Amici.
Comunque, avendo io provato svariati corsi, posso assicurarvi che quelli tenuti dal manzo di turno sono decisamente più interessanti. Non tanto per lui, che nonostante in alcuni casi sia anche parecchio caruccio da osservare da dietro, ti guarda come un vegetariano guarderebbe un hamburger, ma perché l’approccio dell’uomo alla zumba è molto più goliardico. (E come non potrebbe, quando ci sono in gioco esseri pelomuniti tutto lo è)
Per farvi qualche esempio, con l’istruttore maschio si può (e si deve) nell’ordine: interrompere un pezzo per farselo tutto girando a braccetto come nelle sagre di paese, urlare “zumba!!1!” con grande entusiasmo alla fine di un passo, accompagnare ogni balletto da urletti incitatori, fare finta di suonare una chitarra mentre si alza la gamba verso la spalla, sentirsi dire “forza ragazze, shakerate quei sederi!!1!”. Nulla di più esilarante.

Sono quelle lezioni in cui ritrovi alla mezz’ora con la canottiera che sembra uscita fresca di lavatrice, i ciuffi di capelli incollati al collo e alla faccia, la bocca secca e la temperatura interna di 58 gradi con umidità al 99%. Ma non importa, perché al successivo “zumbaaaa!” dell’istruttore vedrai la signora accanto a te che scuote le tette come nel pezzo di Burlesque più in voga del momento, e non vorresti mai fare la figura del pesce lesso, a nemmeno 23 anni.
(In una delle palestre che ho provato avevo sempre accanto una donna sulla quarantina, bionda e liscia, palestrata al punto giusto, che non sbagliava mai un passo. Mi dava una merda incredibile. Soprannominata J.Lo per la pettinatura a codini che molto spesso sfoggiava)

Insomma, la zumba è l’ultima frontiera del sudore, per farti tornare a casa senza polmoni ma con l’animo leggero. E la cosa bella è che fa bene anche all’umore.
Provare per credere. 

Pugnette più consapevoli

Primo post che non sia volante o in territorio a stelle e hamburger.
Di nuovo dalla mia scrivania, anche se tramite piccì nuovo.
Sono tornata da tipo due settimane, nel mio guscio, e l'unica cosa che mi pare di aver fatto è esser regredita.
Ho passato una settimana a rotolarmi nel letto fino alle 5 di mattina, col cervello che faceva la spaccata tra il nuovo continente e il vecchio, a svegliarmi a ore improbabili, a desinare a orari davvero poco umani, a non avere progetti. A rispondere alle domande delle persone con un "umphf" di circostanza, al pensare alla mia imminente laurea come una mucca pensa al momento del macello, a propormi ogni maledetta sera di dormire presto e svegliarmi presto per studiare, senza aver mantenuto il proposito manco una volta. Ho ritrovato un pò della voglia di fare, quella che ti fa sentire piena di vita, manco fossi Tonino Guerra e il suo ottimismo che è il profumo della vita, quando mi hanno portata nella nuova redazione per il giornale online con cui collaboro.
Perchè sì, sognare un fa mai male, no?
Ho avuto una di quelle giornate superproduttive conclusa con una lezione di zumba per buttare giù 'sta buzza da Homer Simpson che mi è venuta dopo svariati camion di Budwiser.
Ma sono stata in grado di cambiare umore nello stesso tempo con cui Sara Tommasi si cala le mutande, quindi tempo il mattino dopo, con sveglia ad un'ora improbabile, mi sono lasciata riportare nel mare di apatia in cui mi autoseppellisco spesso.
Insomma, sono sempre la solita svanita che mi fa incazzare. E più mi faccio incazzare più mi deprimo, più mi vittimizzo e più non combino nulla.
Era da un bel pò che non mi sentivo così, sarà che l'aria di casa per molte cose rinvigorisce (annuncio cum sommo gaudio che ho perso due chili) per altre mi stende a terra come solo un provincialismo semisnob può fare.
Da una parte mi ritrovo a camminare per le (tre strade) di casa con gli occhi che si meravigliano di dettagli che ci sono sempre stati e io non avevo mai notati, dall'altra ogni mattina mi sveglio con uno spleen esistenziale che manco Baudelaire nelle sue giornate peggiori.
Sarà che la coccola fa piacere, ammorbidisce, ci riporta all'infanzia, ci vizia e riempie i nostri vuoti, ma nello stesso tempo annienta le battaglie già vinte con l'indipendenza.
Assopisce il neurone, impigrisce.
Se non sono forzata dagli eventi, io mi lascio cullare dalla mia nullafacenza, senza ritorno, senza possibilità di redenzione.

Una cosa, però, ho imparato laggiù, in quel posto bruttino e provinciale che ho chiamato Casa per quattro mesi, che nessuna pigrizia, nessun vizio e nessuna brutta abitudine riuscirà a strapparmi via.
Che, prima di tutto, devo fare i conti con me.
Che poco importa fare i conti con gli altri, se prima di tutto non ci sei tu.
Che non c'è nessuno che io debba temere più di me, del mio giudizio e del mio benessere.
Cosa che non avevo mai calcolato.
Il mio giudizio era sempre una conseguenza degli eventi, della catena di persone che bisogna compiacere nella vita perché-sai-ormai-siamo-qui-e-dobbiamo-sorridere, dell'essere a posto davanti a chi sai che ti ha sempre giudicata e sempre lo farà, o forse lo farà solo nella tua testa.
Insomma, sono sempre stata in balia di una lunga serie di pugnette mentali che si fa sempre una fatica boia a lasciarsi alle spalle.
Non dico di averle seminate in terra statunitense e lasciate lì a beneficio del prossimo, perchè spesso me ne porto dietro ancora una svariata quantità, ma sono pugnette più consapevoli.


Saran traguardi, no?