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domenica 25 gennaio 2015

"Charlie?" ovvero qualche bilancio


Non che di solito abbia un filo conduttore nella mia testa. 
Ma stavolta ho aperto blogger un po' per noia, un po' perché ultimamente chiunque è diventato opinionista del web e io non ho più detto una mazza, un po' perché in questa domenica sera ventosa e silenziosa l'alternativa sarebbe stato il candeggiare i bordi della mia finestra, intrisi di una muffa pelosetta e sulle 50 sfumature di grigio. 
Chi ha il sadomaso, chi i parassiti. 
Quindi. La muffa sta ancora lì.
E le mie dita qui, un po' incerte, con l'indice che va a battere ripetutamente sul tasto canc.
Ma mi sembrava un po' d'obbligo, questa cosa di tirare le somme. 
Tirare le somme del tempo che passa, della libertà d'espressione, di questo inverno bislacco, dell'anno appena trascorso (sì, ci ho messo un po' ad elaborare il bilancio e lo snocciolo il 25gennaio) e di questo nuovo ridente 2015 che si è appena aperto davanti a noi. 
Sarà che il passaggio da quel "14" a quel "15" a me ricorda tanto quello tra i 14 e i 15 anni, quando ero ancora digiuna delle tonnellate di sigarette fumate sino a qualche anno fa, quando i miei capelli erano ancora vergini di tinte e soprattutto c'erano (spoiler: non sono ancora pelata, li ho solo tagliati), quando non avevo preso più chili di una gravidanza in cinque mesi, quando ancora pensavo che la professione che avrei voluto intraprendere sin da pargola fosse un misto tra Tiziano Terzani e Bob Woodward e invece i tempi sono un pelino cambiati, sarà che ero anche una fulgida stella nell'universo degli adolescenti in crisi ma in fondo teneramente piena di speranze, ma quest'anno mi ricorda proprio quel periodo.
E no, non perché ho deciso di riesumare i jeans a zampa d'elefante della Fornarina
Ma perché questo passaggio 14-15 è pieno delle stesse speranze, mutate, stropicciate, ridimensionate, forse parecchio disilluse, ma pur sempre speranze. 
Questo passaggio è avvenuto senza troppe aspettative, senza grandi preparativi.
Senza perizomi rossi.
Senza buttare dalla finestra qualcosa di vecchio.
Senza la frenesia che precede l'organizzazione di un cambiamento epocale.
Ma con qualche amico in più, un po' di focaccia e dei calici da vino da sedici euro.
Eppure qualcosa si deve essere mosso.
Qualcosa proprio lì, tra le costole, tra lo sterno e il fegato, in mezzo ai reni. 
Qualcosa di pesante, intricato ed annodato.
Che si è spostato altrove. (Forse sui fianchi?)
Si è mosso e ha emesso una risata.

Nel frattempo c'è stata Frida, qualche rigurgito di una signorina mora sul mio maglione, del cibo cinese, un gratta e vinci, qualche crisi di nervi, qualche chilo di peperonata (toglietemi tutto, ma non il pepper), qualche sogno premonitore, un grembiule, il miracolo del pane che lievita, un 36, un po' di Messico, un po' di Ungheria, un po' di Modena e un po' di Polonia, senza nemmeno spostarsi. 
E c'è stato Charlie. 
Che per me Charlie era pelato e con una maglietta gialla.
E invece Charlie con l'accento sulla "i" è entrato con prorompenza nelle nostre vite, proprio il giorno in cui il mondo ha scoperto la libertà d'espressione.
In tutto questo ho solo una domanda: poniamo che io, indossando i colori del Genoa e con una trombetta da stadio in mano mi rechi, appunto, allo stadio. Al derby. All'uscita della curva sud. (N.B. Ho scelto Sampdoria e Genoa solo perché vagamente ne ricordo i colori e i giocatori, non per razzismo calcistico). E con il mio migliore estro artistico disegni un cartello, che espongo ben in evidenza in mano, con un'immagine stilizzata di un nuovo calciatore e la didascalia "Eto sterco". E con suddetto cartello tra le mie manine sante, mi ponga ben di fronte agli ultras ripetendogli anche a voce il concetto di cui sopra. 
Possiamo ragionevolmente supporre che nel migliore dei casi io vinca uno stupro e nel peggiore qualche pietrata in mezzo agli occhi? Possiamo.
Ora. 
La domanda è la seguente: sono loro degli animali senza pietà o io un pochino demente e provocatoria, o entrambi? E' stata, la mia, libertà di espressione? 

La posso piantare?
Sì. 



martedì 23 settembre 2014

Tutto sul tetto


C'è una cosa, in particolare, che amo delle città. Oltre ai volti, le strade, le piazze, l'atmosfera, le facciate. Quello che mi fa innamorare di una città sono i tetti. Spesso dimenticati, bistrattati, ricevono uno sguardo distratto mentre si cerca di capire se quei due nuvoloni neri porteranno pioggia o no. Invece io alzo subito il naso al cielo e cerco di scorgere tutto quello che sta sopra. Terrazze nascoste in misere e grigie alternanze di palazzotti semi nuovi, tetti di tegole, alcuni con le travi a vista, grigi, rossi, dritti, sghimbesci, in un mosaico di colori, forme e bellezze che dà ad ogni città un profilo unico. Ho amato quelli squadrati, di cemento e acciaio, nudi di Downtown Manhattan, quelli di tegole, spesso di legno, delle perliferie di Albany, quelli dalle mille tonalità di grigio fumo e quegli abbaini dalle forme perfette di Parigi, quelli multiformi e seriosi di Milano, e oggi ho amato quelli inconfondibili di Genova. Musica, nessuna cartina, un passo dopo l'altro nell'incredibile umanità che si incontra nelle budella più crude della città. Un occhio sui vicoli, un occhio alla striscia di cielo che si vedeva in cima per scorgere uno scorcio, un filo di tetto, vedere cosa c'è al di là. Ancora più su. Così ad ogni piazza, ogni slargo, ogni salita, la soddisfazione di scorgere una terrazza minuscola, incastonata tra quattro palazzine di altezze diverse, con qualche pianta un dondolo e i rampicanti che si sono impossessati della ringhiera. Che gioia i tetti, questa volta allineati come tanti soldatini sull'attenti, che si vedono dando le spalle a palazzo Ducale, in piazza Matteotti. Vere e proprie foreste coltivate dalla terrazza di un attico, tende a righe, antenne di qualche televisione che chissà chi starà guardando. C'è così tanta vita tra i tetti di Genova. E immaginarla dà un senso di energia, di essere parte di qualcosa, di un'umanità che sotto quei tetti pulsa e freme. 

domenica 30 settembre 2012

Quel weekend in Canada



 Due macchine, dieci persone, 4 ore. Qualche bagaglio, una sosta per cena al MacDonald's. Un pò di pioggia, una stanchezza devastante. Della musica country alla radio. Chiacchiere sonnecchianti. Scene di panico al confine Canadese per un passaporto scivolato chissà dove. Patatine al gusto bacon, pipì in una diner tipica americana. Stropicciamento di occhi e sbadigli. Strada sbagliata e naso attaccato al finestrino non appena attraversato il ponte di Montréal.
Questa è la descrizione del nostro road trip verso il Canada.
Se penso a quanto ero fottutamente emozionata. Un pò Kerouac, un pò il giro del mondo in ottanta giorni. Un pò beat generation, un pò non-più-adolescente degli anni novanta.


Una highway tutta dritta, una macchina col cambio automatico, alberi, alberi e solo alberi che non ti fanno rimpiangere per nulla la pianura padana, nuvole pannose e tramonti mozzafiato. L'emozione del Road Trip è davvero indescrivibile. Ti senti grande, grossa, indipendente, viva, in un'avventura che racconterai con un sapore un pò bittersweet. Perchè non avrai più ventidue anni e i road trips saranno un dolce ricordo che brucia un pò.
Se penso all'adrenalina, a dieci persone che un mese prima nemmeno si conoscevano, che raggruppano praticamente tutto il mondo in due macchine, mi viene quasi da sorridere piangendo.
Siamo arrivati a Montréal col naso all'insù, persi nelle luci che si specchiavano nel fiume, ubriachi dall'ebbrezza di sentirci grandi.
Montréal è incredibile, è come se qualcuno avesse fatto un collage di particolari, prendendoli un pò a caso dagli Stati Uniti e dall'Europa. Lei si diverte a travestirsi da Parigi, con nomi con Notre Dame o Champ de Mars, gioca all'Europa. Tutti parlano francese, le insegne fanno sorridere e sembra di essere solamente oltralpe e non oltreoceano.

Giri l'angolo e passeggi nel quartiere latino. Alzi gli occhi e ti pare di scorgere i grattacieli di New York. Ci sono chiese gotiche ovunque, sanpietrini e negozi che ricordano molto le viette francesi. Bistrot all'aperto con solari ombrelloni gialli, nel bel mezzo delle vie pedonali. Si respira aria di Europa, di nostalgia, di passato che tende verso il futuro ma rimane saldamente aggrappato alle tradizioni. Una Francia esportata, letteralmente. Che nel trasloco ha perso qualche granello di Europa, rimpiazzato da grattacieli, uffici, grandi marciapiedi e strade trafficate. Ma i parchi, le insegne, i negozi, i cartelli, le ringhiere dei balconi, quelli sono genuinamente europei.








Guardare questi scatti tutti di fila mi fa davvero sorridere e sospirare. Quella città così viva, così Americana nel profondo ma così francese nelle radici. La penultima foto l'abbiamo scattata da un'isoletta nel mezzo del fiume, un pò come se fosse l'Ile Saint Louis nel mezzo della Senna. Eppure lo skyline ti ricorda vagamente Manhattan vista da Brooklyn. E' tutto un sovrapporsi di immagini e colori, di sapori e culture, tutto che sta perfettamente in equilibrio con l'atmosfera calorosa e vibrante.
Abbiamo mangiato in ristoranti, un Irish Pub ma siamo diventati praticamente clienti abituali del Mac dietro l'angolo. Vi dico solo che non voglio più vedere un cheeseburger per molto tempo.
Abbiamo sperimentato il club canadese, dove per metà della serata passa solo rap/house francese, per cui i canadesi vanno pazzi e si dimenano come indemoniati.Abbiamo anche sperimentato il dannato dollaro canadese, rischiando di rimanere senza soldi perchè le nostre carte di credito non andavano bene agli atm.

L'ultimo giorno siamo andati al Parc Olympique. Questa è la vista dalla torre costruita per le Olimpiadi.
E io soffro di vertigini. Vi dico solo questo.



Ho anche sperimentato per la prima volta in 22 anni l'ostello. E vi giuro che dopo quello posso sopravvivere a tutto. Scendo nei dettagli solo in privato, ma il bagno in comune uomini e donne è un'esperienza ai limiti del paranormale. Paranormal activity è una commedia rosa, al confronto.
Ma il bello di questo viaggio è stato anche questo.
Riscoprirmi. Innamorarmi della nuova me.
Vivere della mia forza che ho scoperto solo recentemente di avere.
Sorridermi.
Essere orgogliosa delle mie paranoie lasciate lungo il tragitto.
Smettere di trattarmi come una bambina.
Ammettere le mie debolezze e poi superarle con un bel dito medio.
Voltarmi finalmente indietro e guardare con apprensione a quella che ero, un pò come una mamma col proprio bambino che ha imparato a camminare.

E io, altrochè se cammino.


giovedì 23 agosto 2012

This is SUCH an american thing

Avrei voluto tenere un diario giornaliero. Sono arrivata domenica, oggi è mercoledì e scrivo per la prima volta. Giusto per sottolineare che i miei programmi raramente vengono mantenuti.
Ma qui la vita si muove troppo rapida per fermarsi a pensare. Ho ancora metà dei vestiti nelle valigie aperte e sparse per il pavimento della camera, l'altra metà è sul letto e tutto il resto della mia roba è buttato a caso sulla scrivania. La sera sono troppo stanca per poter fare qualcosa e crollo in un sonno profondo.
Sì, leggete bene. Io che crollo in un sonno profondo. Praticamente senza pensare, senza grandi paranoie.
E' così bello che sono quasi sconvolta.
Tutto fila liscio qui, come se fosse un ingranaggio ben oliato, sto conoscendo persone da ogni parte del mondo e stupende nella loro diversità, per questi primi tre giorni nonostante la stanchezza, la malinconia serale e la mancanza di casa, il jet lag e la casa vuota non ho avuto nemmeno una delle mie solite paranoie. Sarà l'aria americana, con le sue bandiere sempre issate, il suo cielo così immenso da non sembrare nemmeno nello stesso universo italiano e il suo accento così OOOOOSOME?

Già, qui il cielo è gigantesco, le nuvole hanno un'altra forma e l'erba un altro verde. Tutto profuma di un odore diverso, nuovo ma familiare, il vento accarezza in un modo tutto nuovo.

Sono sopraffatta, quasi sedata. Non mi riconosco quasi, e mi piaccio.
Sono serena. A parte piccoli inconvenienti come l'essere una delle due che vive lontana da tutti, ma qui sono tutti così lovely che mi accompagnano a casa a piedi alle undici di sera anche se il loro dorm è dalla parte opposta. Scopro in persone sconosciute angoli familiari, sicuri, confortevoli. Nelle parole, nei sorrisi, nei gesti. Mi sento a casa anche se un costante nodo alla gola fa capolino ogni tanto.
Credo di non aver ancora realizzato che starò qui per altri quattro mesi. Il mio cervello ha superato il grande salto nel vuoto del distacco e ora sembra anestetizzato, oppure un pò in botta dopo un'operazione all'appendicite.
La cosa bella di tutto questo è che in soli tre giorni di full time english quando parlo italiano mi vengono fuori parole inglesi e ogni tanto faccio un casino della serie "Si sarebbe bello, potremmo arrange something"
C'è un'anima americana dentro di me, me lo sento. Such an american thing.
Qui è tutto come nei telefilm, gli americani sono come nei telefilm, il cibo, oggi ho persino visto la BALLROOM nell'università. La ballroom, capite?
Mi ci manca uno school prom con tanto di punch e poi volo nel paradiso di Smallville, Seven Heaven e Dawson's Creek.

In questi tre giorni ho fatto più cose di quante ne faccia di solito in un mese: una orientation con tanto di cartellino con nome e nazionalità, uno shopping da fare invidia a pazzi per la spesa da Walmart, un giro al Crossgates (il big big big mall), colazione in università con pancakes, frutta e maple syrup, un hamburger in terrazza per pranzo in università, qualche birra in downtown, un giro sulle rive dell'Hudson, uno spettacolo di magia e quattrocentomila scambi culturali guardando negli occhi mille mondi diversi.
Più conosco il mondo, più lo adoro.

Egnente, gli americani sono molto american. Tutto è molto a stelle e strisce. Per dire:
1. L'aria condizionata è una costante. Che fuori ci siano trenta gradi o meno dieci.
2. Nei supermercati lo spazio riservato alla frutta e verdura è un milionesimo.
3. La gente compra davvero taniche di maionese da 3litri. Rileggete, tre litri.
4. Lo shampoo ed ogni altro detergente sono di dimensioni cosmiche.
5. Le linguine con salsa agrodolce e peperoni NON sono commestibili.
6. I guidatori di autobus ti salutano con un sorriso e un "have a good one".
7. Le flip flops sono le scarpe della vita.
8. Se urti per sbaglio qualcuno e chiedi scusa, ti sorride e ti dice scusa a sua volta.
9. Ogni giorno è buono per fare uscire una nuova coca cola ad un gusto assurdo.
10. Gli americani si emozionano per i maghi in erba.


Così è come mi sento dopo tre giorni americani. Ora che ci penso, grazie al cielo non ho scritto la sera che sono arrivata. Il mio umore non era esattamente dei migliori, dopo nove ore di volo, tre di pullman intermezzate da una viaggetto in metropolitana di New York, una chiave bloccata nella serratura e niente lenzuola nè cuscino.

Ma la cosa spettacolare è che sto sopravvivendo, e, per ora, alla grande.
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"Charlie?" ovvero qualche bilancio


Non che di solito abbia un filo conduttore nella mia testa. 
Ma stavolta ho aperto blogger un po' per noia, un po' perché ultimamente chiunque è diventato opinionista del web e io non ho più detto una mazza, un po' perché in questa domenica sera ventosa e silenziosa l'alternativa sarebbe stato il candeggiare i bordi della mia finestra, intrisi di una muffa pelosetta e sulle 50 sfumature di grigio. 
Chi ha il sadomaso, chi i parassiti. 
Quindi. La muffa sta ancora lì.
E le mie dita qui, un po' incerte, con l'indice che va a battere ripetutamente sul tasto canc.
Ma mi sembrava un po' d'obbligo, questa cosa di tirare le somme. 
Tirare le somme del tempo che passa, della libertà d'espressione, di questo inverno bislacco, dell'anno appena trascorso (sì, ci ho messo un po' ad elaborare il bilancio e lo snocciolo il 25gennaio) e di questo nuovo ridente 2015 che si è appena aperto davanti a noi. 
Sarà che il passaggio da quel "14" a quel "15" a me ricorda tanto quello tra i 14 e i 15 anni, quando ero ancora digiuna delle tonnellate di sigarette fumate sino a qualche anno fa, quando i miei capelli erano ancora vergini di tinte e soprattutto c'erano (spoiler: non sono ancora pelata, li ho solo tagliati), quando non avevo preso più chili di una gravidanza in cinque mesi, quando ancora pensavo che la professione che avrei voluto intraprendere sin da pargola fosse un misto tra Tiziano Terzani e Bob Woodward e invece i tempi sono un pelino cambiati, sarà che ero anche una fulgida stella nell'universo degli adolescenti in crisi ma in fondo teneramente piena di speranze, ma quest'anno mi ricorda proprio quel periodo.
E no, non perché ho deciso di riesumare i jeans a zampa d'elefante della Fornarina
Ma perché questo passaggio 14-15 è pieno delle stesse speranze, mutate, stropicciate, ridimensionate, forse parecchio disilluse, ma pur sempre speranze. 
Questo passaggio è avvenuto senza troppe aspettative, senza grandi preparativi.
Senza perizomi rossi.
Senza buttare dalla finestra qualcosa di vecchio.
Senza la frenesia che precede l'organizzazione di un cambiamento epocale.
Ma con qualche amico in più, un po' di focaccia e dei calici da vino da sedici euro.
Eppure qualcosa si deve essere mosso.
Qualcosa proprio lì, tra le costole, tra lo sterno e il fegato, in mezzo ai reni. 
Qualcosa di pesante, intricato ed annodato.
Che si è spostato altrove. (Forse sui fianchi?)
Si è mosso e ha emesso una risata.

Nel frattempo c'è stata Frida, qualche rigurgito di una signorina mora sul mio maglione, del cibo cinese, un gratta e vinci, qualche crisi di nervi, qualche chilo di peperonata (toglietemi tutto, ma non il pepper), qualche sogno premonitore, un grembiule, il miracolo del pane che lievita, un 36, un po' di Messico, un po' di Ungheria, un po' di Modena e un po' di Polonia, senza nemmeno spostarsi. 
E c'è stato Charlie. 
Che per me Charlie era pelato e con una maglietta gialla.
E invece Charlie con l'accento sulla "i" è entrato con prorompenza nelle nostre vite, proprio il giorno in cui il mondo ha scoperto la libertà d'espressione.
In tutto questo ho solo una domanda: poniamo che io, indossando i colori del Genoa e con una trombetta da stadio in mano mi rechi, appunto, allo stadio. Al derby. All'uscita della curva sud. (N.B. Ho scelto Sampdoria e Genoa solo perché vagamente ne ricordo i colori e i giocatori, non per razzismo calcistico). E con il mio migliore estro artistico disegni un cartello, che espongo ben in evidenza in mano, con un'immagine stilizzata di un nuovo calciatore e la didascalia "Eto sterco". E con suddetto cartello tra le mie manine sante, mi ponga ben di fronte agli ultras ripetendogli anche a voce il concetto di cui sopra. 
Possiamo ragionevolmente supporre che nel migliore dei casi io vinca uno stupro e nel peggiore qualche pietrata in mezzo agli occhi? Possiamo.
Ora. 
La domanda è la seguente: sono loro degli animali senza pietà o io un pochino demente e provocatoria, o entrambi? E' stata, la mia, libertà di espressione? 

La posso piantare?
Sì. 



Tutto sul tetto


C'è una cosa, in particolare, che amo delle città. Oltre ai volti, le strade, le piazze, l'atmosfera, le facciate. Quello che mi fa innamorare di una città sono i tetti. Spesso dimenticati, bistrattati, ricevono uno sguardo distratto mentre si cerca di capire se quei due nuvoloni neri porteranno pioggia o no. Invece io alzo subito il naso al cielo e cerco di scorgere tutto quello che sta sopra. Terrazze nascoste in misere e grigie alternanze di palazzotti semi nuovi, tetti di tegole, alcuni con le travi a vista, grigi, rossi, dritti, sghimbesci, in un mosaico di colori, forme e bellezze che dà ad ogni città un profilo unico. Ho amato quelli squadrati, di cemento e acciaio, nudi di Downtown Manhattan, quelli di tegole, spesso di legno, delle perliferie di Albany, quelli dalle mille tonalità di grigio fumo e quegli abbaini dalle forme perfette di Parigi, quelli multiformi e seriosi di Milano, e oggi ho amato quelli inconfondibili di Genova. Musica, nessuna cartina, un passo dopo l'altro nell'incredibile umanità che si incontra nelle budella più crude della città. Un occhio sui vicoli, un occhio alla striscia di cielo che si vedeva in cima per scorgere uno scorcio, un filo di tetto, vedere cosa c'è al di là. Ancora più su. Così ad ogni piazza, ogni slargo, ogni salita, la soddisfazione di scorgere una terrazza minuscola, incastonata tra quattro palazzine di altezze diverse, con qualche pianta un dondolo e i rampicanti che si sono impossessati della ringhiera. Che gioia i tetti, questa volta allineati come tanti soldatini sull'attenti, che si vedono dando le spalle a palazzo Ducale, in piazza Matteotti. Vere e proprie foreste coltivate dalla terrazza di un attico, tende a righe, antenne di qualche televisione che chissà chi starà guardando. C'è così tanta vita tra i tetti di Genova. E immaginarla dà un senso di energia, di essere parte di qualcosa, di un'umanità che sotto quei tetti pulsa e freme. 

Quel weekend in Canada



 Due macchine, dieci persone, 4 ore. Qualche bagaglio, una sosta per cena al MacDonald's. Un pò di pioggia, una stanchezza devastante. Della musica country alla radio. Chiacchiere sonnecchianti. Scene di panico al confine Canadese per un passaporto scivolato chissà dove. Patatine al gusto bacon, pipì in una diner tipica americana. Stropicciamento di occhi e sbadigli. Strada sbagliata e naso attaccato al finestrino non appena attraversato il ponte di Montréal.
Questa è la descrizione del nostro road trip verso il Canada.
Se penso a quanto ero fottutamente emozionata. Un pò Kerouac, un pò il giro del mondo in ottanta giorni. Un pò beat generation, un pò non-più-adolescente degli anni novanta.


Una highway tutta dritta, una macchina col cambio automatico, alberi, alberi e solo alberi che non ti fanno rimpiangere per nulla la pianura padana, nuvole pannose e tramonti mozzafiato. L'emozione del Road Trip è davvero indescrivibile. Ti senti grande, grossa, indipendente, viva, in un'avventura che racconterai con un sapore un pò bittersweet. Perchè non avrai più ventidue anni e i road trips saranno un dolce ricordo che brucia un pò.
Se penso all'adrenalina, a dieci persone che un mese prima nemmeno si conoscevano, che raggruppano praticamente tutto il mondo in due macchine, mi viene quasi da sorridere piangendo.
Siamo arrivati a Montréal col naso all'insù, persi nelle luci che si specchiavano nel fiume, ubriachi dall'ebbrezza di sentirci grandi.
Montréal è incredibile, è come se qualcuno avesse fatto un collage di particolari, prendendoli un pò a caso dagli Stati Uniti e dall'Europa. Lei si diverte a travestirsi da Parigi, con nomi con Notre Dame o Champ de Mars, gioca all'Europa. Tutti parlano francese, le insegne fanno sorridere e sembra di essere solamente oltralpe e non oltreoceano.

Giri l'angolo e passeggi nel quartiere latino. Alzi gli occhi e ti pare di scorgere i grattacieli di New York. Ci sono chiese gotiche ovunque, sanpietrini e negozi che ricordano molto le viette francesi. Bistrot all'aperto con solari ombrelloni gialli, nel bel mezzo delle vie pedonali. Si respira aria di Europa, di nostalgia, di passato che tende verso il futuro ma rimane saldamente aggrappato alle tradizioni. Una Francia esportata, letteralmente. Che nel trasloco ha perso qualche granello di Europa, rimpiazzato da grattacieli, uffici, grandi marciapiedi e strade trafficate. Ma i parchi, le insegne, i negozi, i cartelli, le ringhiere dei balconi, quelli sono genuinamente europei.








Guardare questi scatti tutti di fila mi fa davvero sorridere e sospirare. Quella città così viva, così Americana nel profondo ma così francese nelle radici. La penultima foto l'abbiamo scattata da un'isoletta nel mezzo del fiume, un pò come se fosse l'Ile Saint Louis nel mezzo della Senna. Eppure lo skyline ti ricorda vagamente Manhattan vista da Brooklyn. E' tutto un sovrapporsi di immagini e colori, di sapori e culture, tutto che sta perfettamente in equilibrio con l'atmosfera calorosa e vibrante.
Abbiamo mangiato in ristoranti, un Irish Pub ma siamo diventati praticamente clienti abituali del Mac dietro l'angolo. Vi dico solo che non voglio più vedere un cheeseburger per molto tempo.
Abbiamo sperimentato il club canadese, dove per metà della serata passa solo rap/house francese, per cui i canadesi vanno pazzi e si dimenano come indemoniati.Abbiamo anche sperimentato il dannato dollaro canadese, rischiando di rimanere senza soldi perchè le nostre carte di credito non andavano bene agli atm.

L'ultimo giorno siamo andati al Parc Olympique. Questa è la vista dalla torre costruita per le Olimpiadi.
E io soffro di vertigini. Vi dico solo questo.



Ho anche sperimentato per la prima volta in 22 anni l'ostello. E vi giuro che dopo quello posso sopravvivere a tutto. Scendo nei dettagli solo in privato, ma il bagno in comune uomini e donne è un'esperienza ai limiti del paranormale. Paranormal activity è una commedia rosa, al confronto.
Ma il bello di questo viaggio è stato anche questo.
Riscoprirmi. Innamorarmi della nuova me.
Vivere della mia forza che ho scoperto solo recentemente di avere.
Sorridermi.
Essere orgogliosa delle mie paranoie lasciate lungo il tragitto.
Smettere di trattarmi come una bambina.
Ammettere le mie debolezze e poi superarle con un bel dito medio.
Voltarmi finalmente indietro e guardare con apprensione a quella che ero, un pò come una mamma col proprio bambino che ha imparato a camminare.

E io, altrochè se cammino.


This is SUCH an american thing

Avrei voluto tenere un diario giornaliero. Sono arrivata domenica, oggi è mercoledì e scrivo per la prima volta. Giusto per sottolineare che i miei programmi raramente vengono mantenuti.
Ma qui la vita si muove troppo rapida per fermarsi a pensare. Ho ancora metà dei vestiti nelle valigie aperte e sparse per il pavimento della camera, l'altra metà è sul letto e tutto il resto della mia roba è buttato a caso sulla scrivania. La sera sono troppo stanca per poter fare qualcosa e crollo in un sonno profondo.
Sì, leggete bene. Io che crollo in un sonno profondo. Praticamente senza pensare, senza grandi paranoie.
E' così bello che sono quasi sconvolta.
Tutto fila liscio qui, come se fosse un ingranaggio ben oliato, sto conoscendo persone da ogni parte del mondo e stupende nella loro diversità, per questi primi tre giorni nonostante la stanchezza, la malinconia serale e la mancanza di casa, il jet lag e la casa vuota non ho avuto nemmeno una delle mie solite paranoie. Sarà l'aria americana, con le sue bandiere sempre issate, il suo cielo così immenso da non sembrare nemmeno nello stesso universo italiano e il suo accento così OOOOOSOME?

Già, qui il cielo è gigantesco, le nuvole hanno un'altra forma e l'erba un altro verde. Tutto profuma di un odore diverso, nuovo ma familiare, il vento accarezza in un modo tutto nuovo.

Sono sopraffatta, quasi sedata. Non mi riconosco quasi, e mi piaccio.
Sono serena. A parte piccoli inconvenienti come l'essere una delle due che vive lontana da tutti, ma qui sono tutti così lovely che mi accompagnano a casa a piedi alle undici di sera anche se il loro dorm è dalla parte opposta. Scopro in persone sconosciute angoli familiari, sicuri, confortevoli. Nelle parole, nei sorrisi, nei gesti. Mi sento a casa anche se un costante nodo alla gola fa capolino ogni tanto.
Credo di non aver ancora realizzato che starò qui per altri quattro mesi. Il mio cervello ha superato il grande salto nel vuoto del distacco e ora sembra anestetizzato, oppure un pò in botta dopo un'operazione all'appendicite.
La cosa bella di tutto questo è che in soli tre giorni di full time english quando parlo italiano mi vengono fuori parole inglesi e ogni tanto faccio un casino della serie "Si sarebbe bello, potremmo arrange something"
C'è un'anima americana dentro di me, me lo sento. Such an american thing.
Qui è tutto come nei telefilm, gli americani sono come nei telefilm, il cibo, oggi ho persino visto la BALLROOM nell'università. La ballroom, capite?
Mi ci manca uno school prom con tanto di punch e poi volo nel paradiso di Smallville, Seven Heaven e Dawson's Creek.

In questi tre giorni ho fatto più cose di quante ne faccia di solito in un mese: una orientation con tanto di cartellino con nome e nazionalità, uno shopping da fare invidia a pazzi per la spesa da Walmart, un giro al Crossgates (il big big big mall), colazione in università con pancakes, frutta e maple syrup, un hamburger in terrazza per pranzo in università, qualche birra in downtown, un giro sulle rive dell'Hudson, uno spettacolo di magia e quattrocentomila scambi culturali guardando negli occhi mille mondi diversi.
Più conosco il mondo, più lo adoro.

Egnente, gli americani sono molto american. Tutto è molto a stelle e strisce. Per dire:
1. L'aria condizionata è una costante. Che fuori ci siano trenta gradi o meno dieci.
2. Nei supermercati lo spazio riservato alla frutta e verdura è un milionesimo.
3. La gente compra davvero taniche di maionese da 3litri. Rileggete, tre litri.
4. Lo shampoo ed ogni altro detergente sono di dimensioni cosmiche.
5. Le linguine con salsa agrodolce e peperoni NON sono commestibili.
6. I guidatori di autobus ti salutano con un sorriso e un "have a good one".
7. Le flip flops sono le scarpe della vita.
8. Se urti per sbaglio qualcuno e chiedi scusa, ti sorride e ti dice scusa a sua volta.
9. Ogni giorno è buono per fare uscire una nuova coca cola ad un gusto assurdo.
10. Gli americani si emozionano per i maghi in erba.


Così è come mi sento dopo tre giorni americani. Ora che ci penso, grazie al cielo non ho scritto la sera che sono arrivata. Il mio umore non era esattamente dei migliori, dopo nove ore di volo, tre di pullman intermezzate da una viaggetto in metropolitana di New York, una chiave bloccata nella serratura e niente lenzuola nè cuscino.

Ma la cosa spettacolare è che sto sopravvivendo, e, per ora, alla grande.