Stanotte penso di aver passato l'ultima notte nel mio monoloculo di Milano. Qui a fianco un angolo di quella che è stata la mia spartana cucina insieme al Danno [ Per scoprire chi è il danno, se ti sei appena sintonizzato, leggi QUI ] per più o meno un anno della mia futile esistenza. Mancavano le tende, a quell'epoca, ora ci sono, lo giuro. Per il resto, sì, è vuotina. Ma il punto non è quello. Il punto è che tra una settimana impacchetterò quel poco di mio che c'è rimasto e ficcherò praticamente tutto l'ultimo anno della mia vita in qualche scatolone e due occhiate rapide finali alle stanze.
Detesto gli arrivederci, i saluti, figuriamoci gli addii. Odio salutare, dover lasciare indietro, dimenticare, lasciare che il tempo offuschi i ricordi e sfumi i contorni delle cose. Ho lasciato un anno fa l'appartamento in cui ho vissuto i primi due anni di università e ora se chiudo gli occhi ricordo ancora bene alcuni odori, alcuni angoli, ma so che qualcosa, piano piano, sta sfumando e perderò irrimediabilmente dettagli fondamentali. Ma insomma, tutto cambia nella vita? E ora, dopo quello vecchio, tocca abbandonare questo.
Il mio terzo anno di università è perfettamente richiudibile dentro un bilocale con cucina, balcone, bagnetto e camera. Calza alla perfezione. Credo inizierò a stendere un patetico elenco random di tutto quello che potrei etichettare e catalogare per stiparlo in quelle mura.
Le innumerevoli, nebbiose e freschine serate in cui io e il Danno abbiamo mangiato cinese recuperato in rosticceria sotto casa, per poi riguardare "Tu la conosci Claudia" e ripetere le battute a memoria, oppure piagnucolare con "Ho voglia di te", che ci ricordava tremendamente la nostra adolescenza (Sì, ai tempi mi era piaciuto, eqquindi?! ).
Le innumerevoli notti passate insonni, a rigirarsi nel letto con gli occhi sbarrati per i motivi più disparati, i tappi nelle orecchie, il rumore della strada, lo sciacquone del cesso che non si schiaccia con un bottone ma che si gira con una manovella.
I pranzi e le cene cucinate nel loculo, lasciando odore di porro per tutta la casa ( un metro per due, credo ), i tentativi di sushi con Lui, i risotti alla zucca della Knor con Lei, le domeniche sere ad aspettarla, il gossip riassuntivo della settimana, le sue cicche di sigarette lasciate ovunque.
La mia fobia del gas lasciato aperto e il mio ricontrollare i fornelli ( forse questo lo lascerei volentieri andare ), il suo prendermi per il culo.
Il giapponese sotto casa e le volte in cui a pranzo mi sono sentita libera di andarci a pranzare da sola, le cene sushi con Lui o le abbuffate sushi e fritto con Lei.
Le innumerevoli e interminabili chiamate Skype con Lui,a orari improponibili, le litigate con uno schermo, i pugni sbattuti sul tavolo e le urla che avranno segnato la vicina per sempre. Il nostro anniversario passato davanti a Skype, Lui pranzo e io cena.
La partenza e il ritorno da Londra, il mio primo viaggio da sola, libera, spogliata della maggior parte dei miei pudori, delle mie ansie e delle mie paranoie.
Le lenzuola zebrate che sanno di noi, le innumerevoli pagine studiate su quel tavolo abbarbicata alla sedia, gli infiniti caffè con il latte freddo o la panna, i miei tentativi di andare in palestra a fare pilates.
Le serate, il ritornare a casa scalza dopo aver tolto i tacche nel cortile, il mal di testa, i raffreddori, il freddo, la nebbia, il caldo quando si scioglie l'asfalto, le colazioni di fretta e con lo stomaco annodato prima di ogni maledetto esame. Lo studio silenzioso mio e del danno in sessione d'esame.
Innumerevoli puntate di serie americane, di Cortesie per gli Ospiti, di cucina con Buddy, di Malattie imbarazzanti. Decine di telefonate in lacrime ai Miei, decine di incazzature.
La volta in cui ho spostato il materasso urlando, le mie lacrime ranicchiata sul coperchio del wc, la pioggia, la grandine. La portinaia, la Sabi. Gli operai costanti, il supermercato sotto casa, il signore che vende i giornali, sempre gli stessi, sempre con lo stesso sorriso stampato in faccia e il "Ciao bella", a cui ho comprato un paio di giornali sorridendo.
Le cene cucinate da me e cucinate da Lui, antipasti di serate chiuse, piccole, semplici, in quel bilocale. Tutto quello quelle mura hanno sentito, e che non racconteranno a nessuno.
Un altro anno della mia vita vissuto così, riflettendoci troppo su come al mio solito, overanalysing. Un altro anno scivolato sulla mia pelle senza che potessi premere per un attimo il tasto pausa. Impacchettato e portato via. Ma un pezzo di quell'anno rimarrà sempre in Corso Genova 25.
Visualizzazione post con etichetta Milano. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Milano. Mostra tutti i post
venerdì 6 luglio 2012
lunedì 26 marzo 2012
Tra Bastioni, circonvallazioni e SUV.
Che città èèè? Si, avete indovinato, è Milano.
Vi ho già detto che da tre anni più o meno è la mia seconda casa e non ho ancora capito se ne sono innamorata o mi schifa? Che strano sentimento. Sarà che il primo anno è stato un pò come strapparmi da casa, e quindi il nostro primo appuntamento è stato alquanto deludente, ma mi è rimasta un pò questa sensazione di fastidio all'arrivo in Stazione Centrale. D'altra parte, col tempo ho imparato ad amarla e a sentirla mia.
Certo, incarna a pieno tutti i luoghi comuni che vi vengono in mente se ci pensate un attimo. In fondo tutti i luoghi comuni hanno un fondicino di verità.
Milano vive di SUV che manco in America. Di solito le guidatrici sono donne. Donne che cagano il loro panfilo dove più aggrada. Meta prediletta: i binari del tram. Manco a dirlo. Alcuni giorni fa ero sul mio tram dopo quella duecento ore di lezione, cullata dall'accelerare/frenare tipico del mio trammino, quando tutto si stoppa e un suono melodioso mi giunge alle orecchie: quello di centomila clacson. Ahhh. Mi sporgo e scopro l'arcano: è lui, sì, il SUV con la S maiuscola che campeggia in tutta la sua maestosità sui binari. Dopo alcuni minuti che a me sembrano secoli in slow motion, la proprietaria esce da Calzedonia (rileggete bene, Calzedonia) con il suo sacchetto, sale, sgomma e parte. Comodo, no?
Milano è La città in Italia dove la maggior parte della gente non conosce i colori del semaforo. Oppure glieli insegnano proprio sbagliati. Verde: vai a tutta velocità, non curarti minimamente degli ostacoli. Giallo: sbrigati che altrimenti sei in ritardo per andare a prendere il pargolo, pigia su quell'acceleratore. Rosso: E' la tua chance, dai gas e investi tutto il possibile. (Il rosso comma due indica: se per caso qualcuno ti insulta, non scusarti mai e inveisci il più possibile aggiungendo al suono anche le immagini e i gesti.)
Io ogni tanto tento di rischiare la morte. Mi metto lì, vedo la macchina in lontananza, faccio due passi sulle strisce e aspetto. La maggior parte delle volte mi fanno un pelo che manco Valentino sulla moto e devo reggermi bene la sciarpa sennò mi parte. Ma è tutta una questione di abitudine e di accaparrarsi le sette vite come i gatti.
Milano è la città divisa in due: conducenti di mezzi pubblici gentili e conducenti stronzi. Ne incontrerai sicuro di tutti i tipi. Quelli gentili ti aprono le porte mentre corri la Stramilano per prendere l'ultima 94 (ultimA, gli autobus qui sono femmine), con la faccia paonazza e la pezza fino ai piedi, e ti indicano la fermata se hai una cartina 8x6 in mano. Quelli stronzi ti chiudono le porte anche se sono fermi, quando hai la valigia, la borsa del pc, la borsa frigo e il cane appresso. E sono le 11.53 di sera. E ti guardano anche con quel sorrisino come a dire "toh, te l'ho fatta. Ora vai pure a piedi". Ma anche lì, le imprecazioni diventano di uso comune e ci si abitua.
Milano è la città dove effettivamente puoi fare ciò che vuoi quando vuoi. Fare colazione alle 4 di pomeriggio oppure aperitivo alle 23, fare shopping fino a sera tarda e cambiare tre discoteche in una notte sola. Lasciarti svenire al parco la domenica in mezzo a duemila cacche di cane sulla coperta della nonna e ustionarti con l'abbronzatura da muratore.
Milano ti dà l'idea di essere completamente solo nel mondo oppure sempre in compagnia di qualcuno. A seconda delle situazioni. Incontri sempre qualcuno anche se è immensa, ti fermi a chiacchierare, fai duecento attività diverse, e ti senti un pò la regina delle publi relations. Poi c'è la giornata in cui ti sputano nel caffè e ti senti sola come un cane, tutte le persone su cui posi lo sguardo sono in compagnia e molto spesso ridono, e tu ti senti persa nei meandri della metropoli.
Milano ha i suoi luoghi comuni ma ama anche eliminarli. Vive di contraddizioni ma è impossibile non innamorarsene. Anche se ti tocca lottare per la vita ad ogni attraversamento pedonale.
Vi ho già detto che da tre anni più o meno è la mia seconda casa e non ho ancora capito se ne sono innamorata o mi schifa? Che strano sentimento. Sarà che il primo anno è stato un pò come strapparmi da casa, e quindi il nostro primo appuntamento è stato alquanto deludente, ma mi è rimasta un pò questa sensazione di fastidio all'arrivo in Stazione Centrale. D'altra parte, col tempo ho imparato ad amarla e a sentirla mia.
Certo, incarna a pieno tutti i luoghi comuni che vi vengono in mente se ci pensate un attimo. In fondo tutti i luoghi comuni hanno un fondicino di verità.
Milano vive di SUV che manco in America. Di solito le guidatrici sono donne. Donne che cagano il loro panfilo dove più aggrada. Meta prediletta: i binari del tram. Manco a dirlo. Alcuni giorni fa ero sul mio tram dopo quella duecento ore di lezione, cullata dall'accelerare/frenare tipico del mio trammino, quando tutto si stoppa e un suono melodioso mi giunge alle orecchie: quello di centomila clacson. Ahhh. Mi sporgo e scopro l'arcano: è lui, sì, il SUV con la S maiuscola che campeggia in tutta la sua maestosità sui binari. Dopo alcuni minuti che a me sembrano secoli in slow motion, la proprietaria esce da Calzedonia (rileggete bene, Calzedonia) con il suo sacchetto, sale, sgomma e parte. Comodo, no?
Milano è La città in Italia dove la maggior parte della gente non conosce i colori del semaforo. Oppure glieli insegnano proprio sbagliati. Verde: vai a tutta velocità, non curarti minimamente degli ostacoli. Giallo: sbrigati che altrimenti sei in ritardo per andare a prendere il pargolo, pigia su quell'acceleratore. Rosso: E' la tua chance, dai gas e investi tutto il possibile. (Il rosso comma due indica: se per caso qualcuno ti insulta, non scusarti mai e inveisci il più possibile aggiungendo al suono anche le immagini e i gesti.)
Io ogni tanto tento di rischiare la morte. Mi metto lì, vedo la macchina in lontananza, faccio due passi sulle strisce e aspetto. La maggior parte delle volte mi fanno un pelo che manco Valentino sulla moto e devo reggermi bene la sciarpa sennò mi parte. Ma è tutta una questione di abitudine e di accaparrarsi le sette vite come i gatti.
Milano è la città divisa in due: conducenti di mezzi pubblici gentili e conducenti stronzi. Ne incontrerai sicuro di tutti i tipi. Quelli gentili ti aprono le porte mentre corri la Stramilano per prendere l'ultima 94 (ultimA, gli autobus qui sono femmine), con la faccia paonazza e la pezza fino ai piedi, e ti indicano la fermata se hai una cartina 8x6 in mano. Quelli stronzi ti chiudono le porte anche se sono fermi, quando hai la valigia, la borsa del pc, la borsa frigo e il cane appresso. E sono le 11.53 di sera. E ti guardano anche con quel sorrisino come a dire "toh, te l'ho fatta. Ora vai pure a piedi". Ma anche lì, le imprecazioni diventano di uso comune e ci si abitua.
Milano è la città dove effettivamente puoi fare ciò che vuoi quando vuoi. Fare colazione alle 4 di pomeriggio oppure aperitivo alle 23, fare shopping fino a sera tarda e cambiare tre discoteche in una notte sola. Lasciarti svenire al parco la domenica in mezzo a duemila cacche di cane sulla coperta della nonna e ustionarti con l'abbronzatura da muratore.
Milano ti dà l'idea di essere completamente solo nel mondo oppure sempre in compagnia di qualcuno. A seconda delle situazioni. Incontri sempre qualcuno anche se è immensa, ti fermi a chiacchierare, fai duecento attività diverse, e ti senti un pò la regina delle publi relations. Poi c'è la giornata in cui ti sputano nel caffè e ti senti sola come un cane, tutte le persone su cui posi lo sguardo sono in compagnia e molto spesso ridono, e tu ti senti persa nei meandri della metropoli.
Milano ha i suoi luoghi comuni ma ama anche eliminarli. Vive di contraddizioni ma è impossibile non innamorarsene. Anche se ti tocca lottare per la vita ad ogni attraversamento pedonale.
venerdì 2 marzo 2012
Che amica sei.
Ok, ho un pelo di pausa. Giusto un pelo. Un venerdì di marzo che qui a Milano sembra maggio e si iniziano a vedere in giro i benefici della primavera. Parti del corpo bianchicce che fanno capolino ai raggi di sole caldo dell'ora di pranzo. Tra cui, il mio collo e ciò che esce del mio scollo dalla t-shirt. E non sono un bel vedere. Automobilisti che addirittura si ringraziano con la mano agli incroci. Cose ai confini della realtà, quindi.
Si vedono giovincelli e non trotterellare felici sulle biciclette con la prima arietta calda, che se non stai attento ti trotterellano anche sulla schiena, se al drin drin del loro campanello non ti sposti dal marciapiede con un balzo felino.
Ma comunque, la primavera è nell'aria e si sente.
Si sente dall'odore di ascella un pò meno rinchiusa nelle aule, per esempio. Ogni tanto senti anche una zaffata di profumo, e quello è IL segnale. Altro che rondini.
Si vede dall'occhio bovino dell'operaio (e dico operaio per non citare uomo in giacca e cravatta o tabacchino) che fissa le gambe delle passanti fasciate in striminziti jeans e non più sotto cappotti e cappottoni.
Insomma, la primavera è alle porte. Ci lamentavamo della neve, e ora tra qualche giorno l'asfalto milanese inizierà a sciogliersi come nelle migliori giornate di agosto. Le gioie di vivere in una metropoli sono anche queste.
Ma. Ciò di cui volevo scribacchiare era un denominatore comunque di qualsiasi Donna con la d maiuscola che si rispetti. Il nugolo di amiche al fianco. Ora, nella mia - seppur breve - allegra e a volte fantozziana esistenza, amiche ne ho avute a iosa. Certo, non tutte nello stesso momento. Alcune perse, alcune ritrovate, alcune fanculizzate con estremo fastidio, altre che ancora accompagnano i momenti bui in cui spesso mi butto a braccia aperte. Ma di amiche altrui ne ho sentito parlare altrettanto. Amiche di amiche che sono simpatiche, che a tratti diventano di altri, che tradiscono. Insomma, un discreto gruppo di donnicciuole che hanno in comune alcune caratteristiche e differiscono in tante altre.
L'altro giorno, in treno, stavo pensando ad una categorizzazione. (Alti pensieri su una poltroncina dell'intercity.) Nonostante le amiche di amiche, le mie, le tue, e le loro siano decine di persone diverse, si possono dividere in gruppo ben precisi. Ora, se ci saranno amiche (mie) che leggeranno, che sappiano che non penso a nessuna in particolare, ma possono comunque pensarsi come importantissimi tasselli e fonti di ricerca per questo (fantozziano appunto) studio del genere amicale femminile.
La siamese
Ovvero, la BF in stile Paris Hilton. Insomma, chi non ne ha mai avuta una? Ai tempi delle medie con cui dividevi il panino allo stracchino, alle superiori con cui saltavi ginnastica per fumare la prima sigaretta in cortile, all'università con cui fingevi di studiare. L'insostituibile, la gemella. A volte vi siete anche comprate dei vestiti uguali, promettendovi non metterveli mai nello stesso momento. E poi l'avete fatto. Lei è quella con cui hai passato intere serate al telefono con somma gioia dell'operatore telefonico, quella che vedi con una frequenza insostenibile anche per due fidanzati ma necessaria per voi due. Quella a cui telefoni in caso di necessità (il colore dello smalto da intonare alla borsa o la rottura del fidanzato), e quella che si sorbirà sempre e comunque le tue crisi adolescenziali (anche se l'adolescenza è già finita da un pezzo). E' l'amica paziente, intima, di solito dal carattere solare e poco irritevole, pronta a soccorrere. Con l'animo da crocerossina. Ora, questa tipologia di amica tende a evolversi in due modi: o ve la portate dietro per il resto della vita, finendo a ottant'anni a fumare le stesse sigarette extraslim e farvi la tinta sui capelli bianchi insieme (novanta su cento zitelle) oppure ad un certo punto dell'esistenza il cordone ombelicale tra voi due si assottiglia e inizierete ad avere vite separate con contatti casuali. In realtà esiste anche una terza alternativa, in cui un certo giorno vi svegliate e l'idea di rivolgervi anche una sola parola vi mette i brividi, e il cordone viene così tranciato di netto con due cesoie e chi si è visto si è visto.
La vedo non vedo
Amica in pianta stabile, vi volete solitamente tanto bbene. Ma, e esiste una serie infinita di ma, vi vedete non estremamente spesso per motivi vari. Di solito si ha molta confidenza, quando ci si vede è come se non vi foste mai lasciate, e anche lei è pronta ad ascoltare le vostre tragedie. Ma in questo caso le tragedie sono di livello superiore. Per le minuscolerie c'è la giù sopra citata La Siamese. Quando arrivi a chiamare la vedo non vedo per una crisi, di solito è seria. Puoi sparire per qualche settimana se non per qualche mese e viceversa senza nessun rimorso, perchè prima o poi una delle due farà una chiamata per vedere se l'altra ancora respira. Di queste amiche di solito se ne hanno un discreto numero, più o meno vicine, e spesso rimangono sporadici raggi di luce durante tutta l'esistenza.
L'immaginaria
In realtà esiste eccome, ma non per te. Probabilmente una volta eravate amiche, o vi siete trovare in simpatiche occasioni insieme, avete magari anche fatto qualche discorso. Ma poi la tua vita è andata avanti con determinazione e lei è rimasta nel dimenticatoio. Tu però non sei finita nel suo, che continua a riempirti la casella di posta di e-mails, ti manda messaggi sul telefono con faccine degne di un artista e ti propone grandi uscite e abbuffate serali. Tu, un pò per gentilezza, un pò per pena, a qualcuna accetti. Trascinando spesso l'amica siamese con te. In realtà sarebbe anche una personcina simpatica, presa a tratti e con due o tre bicchieri di vino in corpo, ma proprio non fa per te. Ma il taglio del cordone ombelicale con la cesoia temi possa portarle un male da cui non si riprenderebbe più.
Il danno
Questa amica di solito è una variante della simbiosi. Nel senso che siete molto vicine, vi vedete spesso, sapete (quasi) tutto l'una dell'altra. Solo che il vostro rapporto oltre che amicale assomiglia molto a quello materno. Nel quale la madre sei tu. E' una piccola Gian Burrasca capace di ficcarsi in ogni situazione possibile, anche in quelle in cui pensavi che nemmeno lei ci sarebbe arrivata. Ci sono varie prove da superare nella tua esistenza per starle accanto, come quella di fare il palo, sorbirsi tiritere sull'ultima relazione disastrosa, e tu sapevi che lo sarebbe stata e glielo hai anche detto. Spesso per proprietà transitiva finisci anche tu nei suoi casini. O devi tirarla fuori. Ti spinge a fare cose con estremo entusiasmo che solo dopo ti rendi conto essere delle stronzate colossali, ma riuscirai sempre a perdonarla ed essere pronta a farti trascinare la volta successiva.
L'antitesi
Amiche siete amiche. Piacerti ti piace. Ma quando la gente vi vede insieme o quando ti fermi un secondo a pensare, ti chiedi cosa diavolo abbiate in comune. Un pò come se foste Giovanardi e Luxuria. Siete opposte caratterialmente, fisicamente, non avete nemmeno un gusto in comune. Tu adori il sushi, lei fa una campagna a favore del tonno pinne gialle. Tu adori i tacchi alti, lei va in giro solo con sandali da frate. Adori il cinema d'autore, lei fa fatica a distinguere Tarantino da Spielberg. Tu leggi solo Novella duemila, lei da fuoco alle foto con Signorini. Lei va in vacanza in un resort alle barbados, tu in un interrail in Marocco con lo zaino in spalla. Lei è buddista e tu atea. Insomma, non ce n'è una che vi accomuni, ma in qualche modo riuscite a far incontrare i vostri gusti, mentre lei ti guarda mangiare con schifo un futomaki e prega in silenzio che ti rimanga sullo stomaco.
Insomma, tipologie di amiche diverse, che non sempre sono così rigide, ma giuro di poterne classificare alcune, mie, viste, sentite, non mie, conosciute, di cui mi hanno raccontato.
E sorrido.
Si vedono giovincelli e non trotterellare felici sulle biciclette con la prima arietta calda, che se non stai attento ti trotterellano anche sulla schiena, se al drin drin del loro campanello non ti sposti dal marciapiede con un balzo felino.
Ma comunque, la primavera è nell'aria e si sente.
Si sente dall'odore di ascella un pò meno rinchiusa nelle aule, per esempio. Ogni tanto senti anche una zaffata di profumo, e quello è IL segnale. Altro che rondini.
Si vede dall'occhio bovino dell'operaio (e dico operaio per non citare uomo in giacca e cravatta o tabacchino) che fissa le gambe delle passanti fasciate in striminziti jeans e non più sotto cappotti e cappottoni.
Insomma, la primavera è alle porte. Ci lamentavamo della neve, e ora tra qualche giorno l'asfalto milanese inizierà a sciogliersi come nelle migliori giornate di agosto. Le gioie di vivere in una metropoli sono anche queste.
Ma. Ciò di cui volevo scribacchiare era un denominatore comunque di qualsiasi Donna con la d maiuscola che si rispetti. Il nugolo di amiche al fianco. Ora, nella mia - seppur breve - allegra e a volte fantozziana esistenza, amiche ne ho avute a iosa. Certo, non tutte nello stesso momento. Alcune perse, alcune ritrovate, alcune fanculizzate con estremo fastidio, altre che ancora accompagnano i momenti bui in cui spesso mi butto a braccia aperte. Ma di amiche altrui ne ho sentito parlare altrettanto. Amiche di amiche che sono simpatiche, che a tratti diventano di altri, che tradiscono. Insomma, un discreto gruppo di donnicciuole che hanno in comune alcune caratteristiche e differiscono in tante altre.
L'altro giorno, in treno, stavo pensando ad una categorizzazione. (Alti pensieri su una poltroncina dell'intercity.) Nonostante le amiche di amiche, le mie, le tue, e le loro siano decine di persone diverse, si possono dividere in gruppo ben precisi. Ora, se ci saranno amiche (mie) che leggeranno, che sappiano che non penso a nessuna in particolare, ma possono comunque pensarsi come importantissimi tasselli e fonti di ricerca per questo (fantozziano appunto) studio del genere amicale femminile.
La siamese
Ovvero, la BF in stile Paris Hilton. Insomma, chi non ne ha mai avuta una? Ai tempi delle medie con cui dividevi il panino allo stracchino, alle superiori con cui saltavi ginnastica per fumare la prima sigaretta in cortile, all'università con cui fingevi di studiare. L'insostituibile, la gemella. A volte vi siete anche comprate dei vestiti uguali, promettendovi non metterveli mai nello stesso momento. E poi l'avete fatto. Lei è quella con cui hai passato intere serate al telefono con somma gioia dell'operatore telefonico, quella che vedi con una frequenza insostenibile anche per due fidanzati ma necessaria per voi due. Quella a cui telefoni in caso di necessità (il colore dello smalto da intonare alla borsa o la rottura del fidanzato), e quella che si sorbirà sempre e comunque le tue crisi adolescenziali (anche se l'adolescenza è già finita da un pezzo). E' l'amica paziente, intima, di solito dal carattere solare e poco irritevole, pronta a soccorrere. Con l'animo da crocerossina. Ora, questa tipologia di amica tende a evolversi in due modi: o ve la portate dietro per il resto della vita, finendo a ottant'anni a fumare le stesse sigarette extraslim e farvi la tinta sui capelli bianchi insieme (novanta su cento zitelle) oppure ad un certo punto dell'esistenza il cordone ombelicale tra voi due si assottiglia e inizierete ad avere vite separate con contatti casuali. In realtà esiste anche una terza alternativa, in cui un certo giorno vi svegliate e l'idea di rivolgervi anche una sola parola vi mette i brividi, e il cordone viene così tranciato di netto con due cesoie e chi si è visto si è visto.
La vedo non vedo
Amica in pianta stabile, vi volete solitamente tanto bbene. Ma, e esiste una serie infinita di ma, vi vedete non estremamente spesso per motivi vari. Di solito si ha molta confidenza, quando ci si vede è come se non vi foste mai lasciate, e anche lei è pronta ad ascoltare le vostre tragedie. Ma in questo caso le tragedie sono di livello superiore. Per le minuscolerie c'è la giù sopra citata La Siamese. Quando arrivi a chiamare la vedo non vedo per una crisi, di solito è seria. Puoi sparire per qualche settimana se non per qualche mese e viceversa senza nessun rimorso, perchè prima o poi una delle due farà una chiamata per vedere se l'altra ancora respira. Di queste amiche di solito se ne hanno un discreto numero, più o meno vicine, e spesso rimangono sporadici raggi di luce durante tutta l'esistenza.
L'immaginaria
In realtà esiste eccome, ma non per te. Probabilmente una volta eravate amiche, o vi siete trovare in simpatiche occasioni insieme, avete magari anche fatto qualche discorso. Ma poi la tua vita è andata avanti con determinazione e lei è rimasta nel dimenticatoio. Tu però non sei finita nel suo, che continua a riempirti la casella di posta di e-mails, ti manda messaggi sul telefono con faccine degne di un artista e ti propone grandi uscite e abbuffate serali. Tu, un pò per gentilezza, un pò per pena, a qualcuna accetti. Trascinando spesso l'amica siamese con te. In realtà sarebbe anche una personcina simpatica, presa a tratti e con due o tre bicchieri di vino in corpo, ma proprio non fa per te. Ma il taglio del cordone ombelicale con la cesoia temi possa portarle un male da cui non si riprenderebbe più.
Il danno
Questa amica di solito è una variante della simbiosi. Nel senso che siete molto vicine, vi vedete spesso, sapete (quasi) tutto l'una dell'altra. Solo che il vostro rapporto oltre che amicale assomiglia molto a quello materno. Nel quale la madre sei tu. E' una piccola Gian Burrasca capace di ficcarsi in ogni situazione possibile, anche in quelle in cui pensavi che nemmeno lei ci sarebbe arrivata. Ci sono varie prove da superare nella tua esistenza per starle accanto, come quella di fare il palo, sorbirsi tiritere sull'ultima relazione disastrosa, e tu sapevi che lo sarebbe stata e glielo hai anche detto. Spesso per proprietà transitiva finisci anche tu nei suoi casini. O devi tirarla fuori. Ti spinge a fare cose con estremo entusiasmo che solo dopo ti rendi conto essere delle stronzate colossali, ma riuscirai sempre a perdonarla ed essere pronta a farti trascinare la volta successiva.
L'antitesi
Amiche siete amiche. Piacerti ti piace. Ma quando la gente vi vede insieme o quando ti fermi un secondo a pensare, ti chiedi cosa diavolo abbiate in comune. Un pò come se foste Giovanardi e Luxuria. Siete opposte caratterialmente, fisicamente, non avete nemmeno un gusto in comune. Tu adori il sushi, lei fa una campagna a favore del tonno pinne gialle. Tu adori i tacchi alti, lei va in giro solo con sandali da frate. Adori il cinema d'autore, lei fa fatica a distinguere Tarantino da Spielberg. Tu leggi solo Novella duemila, lei da fuoco alle foto con Signorini. Lei va in vacanza in un resort alle barbados, tu in un interrail in Marocco con lo zaino in spalla. Lei è buddista e tu atea. Insomma, non ce n'è una che vi accomuni, ma in qualche modo riuscite a far incontrare i vostri gusti, mentre lei ti guarda mangiare con schifo un futomaki e prega in silenzio che ti rimanga sullo stomaco.
Insomma, tipologie di amiche diverse, che non sempre sono così rigide, ma giuro di poterne classificare alcune, mie, viste, sentite, non mie, conosciute, di cui mi hanno raccontato.
E sorrido.
Iscriviti a:
Post (Atom)
Visualizzazione post con etichetta Milano. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Milano. Mostra tutti i post
Addii e mancanze
Stanotte penso di aver passato l'ultima notte nel mio monoloculo di Milano. Qui a fianco un angolo di quella che è stata la mia spartana cucina insieme al Danno [ Per scoprire chi è il danno, se ti sei appena sintonizzato, leggi QUI ] per più o meno un anno della mia futile esistenza. Mancavano le tende, a quell'epoca, ora ci sono, lo giuro. Per il resto, sì, è vuotina. Ma il punto non è quello. Il punto è che tra una settimana impacchetterò quel poco di mio che c'è rimasto e ficcherò praticamente tutto l'ultimo anno della mia vita in qualche scatolone e due occhiate rapide finali alle stanze.
Detesto gli arrivederci, i saluti, figuriamoci gli addii. Odio salutare, dover lasciare indietro, dimenticare, lasciare che il tempo offuschi i ricordi e sfumi i contorni delle cose. Ho lasciato un anno fa l'appartamento in cui ho vissuto i primi due anni di università e ora se chiudo gli occhi ricordo ancora bene alcuni odori, alcuni angoli, ma so che qualcosa, piano piano, sta sfumando e perderò irrimediabilmente dettagli fondamentali. Ma insomma, tutto cambia nella vita? E ora, dopo quello vecchio, tocca abbandonare questo.
Il mio terzo anno di università è perfettamente richiudibile dentro un bilocale con cucina, balcone, bagnetto e camera. Calza alla perfezione. Credo inizierò a stendere un patetico elenco random di tutto quello che potrei etichettare e catalogare per stiparlo in quelle mura.
Le innumerevoli, nebbiose e freschine serate in cui io e il Danno abbiamo mangiato cinese recuperato in rosticceria sotto casa, per poi riguardare "Tu la conosci Claudia" e ripetere le battute a memoria, oppure piagnucolare con "Ho voglia di te", che ci ricordava tremendamente la nostra adolescenza (Sì, ai tempi mi era piaciuto, eqquindi?! ).
Le innumerevoli notti passate insonni, a rigirarsi nel letto con gli occhi sbarrati per i motivi più disparati, i tappi nelle orecchie, il rumore della strada, lo sciacquone del cesso che non si schiaccia con un bottone ma che si gira con una manovella.
I pranzi e le cene cucinate nel loculo, lasciando odore di porro per tutta la casa ( un metro per due, credo ), i tentativi di sushi con Lui, i risotti alla zucca della Knor con Lei, le domeniche sere ad aspettarla, il gossip riassuntivo della settimana, le sue cicche di sigarette lasciate ovunque.
La mia fobia del gas lasciato aperto e il mio ricontrollare i fornelli ( forse questo lo lascerei volentieri andare ), il suo prendermi per il culo.
Il giapponese sotto casa e le volte in cui a pranzo mi sono sentita libera di andarci a pranzare da sola, le cene sushi con Lui o le abbuffate sushi e fritto con Lei.
Le innumerevoli e interminabili chiamate Skype con Lui,a orari improponibili, le litigate con uno schermo, i pugni sbattuti sul tavolo e le urla che avranno segnato la vicina per sempre. Il nostro anniversario passato davanti a Skype, Lui pranzo e io cena.
La partenza e il ritorno da Londra, il mio primo viaggio da sola, libera, spogliata della maggior parte dei miei pudori, delle mie ansie e delle mie paranoie.
Le lenzuola zebrate che sanno di noi, le innumerevoli pagine studiate su quel tavolo abbarbicata alla sedia, gli infiniti caffè con il latte freddo o la panna, i miei tentativi di andare in palestra a fare pilates.
Le serate, il ritornare a casa scalza dopo aver tolto i tacche nel cortile, il mal di testa, i raffreddori, il freddo, la nebbia, il caldo quando si scioglie l'asfalto, le colazioni di fretta e con lo stomaco annodato prima di ogni maledetto esame. Lo studio silenzioso mio e del danno in sessione d'esame.
Innumerevoli puntate di serie americane, di Cortesie per gli Ospiti, di cucina con Buddy, di Malattie imbarazzanti. Decine di telefonate in lacrime ai Miei, decine di incazzature.
La volta in cui ho spostato il materasso urlando, le mie lacrime ranicchiata sul coperchio del wc, la pioggia, la grandine. La portinaia, la Sabi. Gli operai costanti, il supermercato sotto casa, il signore che vende i giornali, sempre gli stessi, sempre con lo stesso sorriso stampato in faccia e il "Ciao bella", a cui ho comprato un paio di giornali sorridendo.
Le cene cucinate da me e cucinate da Lui, antipasti di serate chiuse, piccole, semplici, in quel bilocale. Tutto quello quelle mura hanno sentito, e che non racconteranno a nessuno.
Un altro anno della mia vita vissuto così, riflettendoci troppo su come al mio solito, overanalysing. Un altro anno scivolato sulla mia pelle senza che potessi premere per un attimo il tasto pausa. Impacchettato e portato via. Ma un pezzo di quell'anno rimarrà sempre in Corso Genova 25.
Detesto gli arrivederci, i saluti, figuriamoci gli addii. Odio salutare, dover lasciare indietro, dimenticare, lasciare che il tempo offuschi i ricordi e sfumi i contorni delle cose. Ho lasciato un anno fa l'appartamento in cui ho vissuto i primi due anni di università e ora se chiudo gli occhi ricordo ancora bene alcuni odori, alcuni angoli, ma so che qualcosa, piano piano, sta sfumando e perderò irrimediabilmente dettagli fondamentali. Ma insomma, tutto cambia nella vita? E ora, dopo quello vecchio, tocca abbandonare questo.
Il mio terzo anno di università è perfettamente richiudibile dentro un bilocale con cucina, balcone, bagnetto e camera. Calza alla perfezione. Credo inizierò a stendere un patetico elenco random di tutto quello che potrei etichettare e catalogare per stiparlo in quelle mura.
Le innumerevoli, nebbiose e freschine serate in cui io e il Danno abbiamo mangiato cinese recuperato in rosticceria sotto casa, per poi riguardare "Tu la conosci Claudia" e ripetere le battute a memoria, oppure piagnucolare con "Ho voglia di te", che ci ricordava tremendamente la nostra adolescenza (Sì, ai tempi mi era piaciuto, eqquindi?! ).
Le innumerevoli notti passate insonni, a rigirarsi nel letto con gli occhi sbarrati per i motivi più disparati, i tappi nelle orecchie, il rumore della strada, lo sciacquone del cesso che non si schiaccia con un bottone ma che si gira con una manovella.
I pranzi e le cene cucinate nel loculo, lasciando odore di porro per tutta la casa ( un metro per due, credo ), i tentativi di sushi con Lui, i risotti alla zucca della Knor con Lei, le domeniche sere ad aspettarla, il gossip riassuntivo della settimana, le sue cicche di sigarette lasciate ovunque.
La mia fobia del gas lasciato aperto e il mio ricontrollare i fornelli ( forse questo lo lascerei volentieri andare ), il suo prendermi per il culo.
Il giapponese sotto casa e le volte in cui a pranzo mi sono sentita libera di andarci a pranzare da sola, le cene sushi con Lui o le abbuffate sushi e fritto con Lei.
Le innumerevoli e interminabili chiamate Skype con Lui,a orari improponibili, le litigate con uno schermo, i pugni sbattuti sul tavolo e le urla che avranno segnato la vicina per sempre. Il nostro anniversario passato davanti a Skype, Lui pranzo e io cena.
La partenza e il ritorno da Londra, il mio primo viaggio da sola, libera, spogliata della maggior parte dei miei pudori, delle mie ansie e delle mie paranoie.
Le lenzuola zebrate che sanno di noi, le innumerevoli pagine studiate su quel tavolo abbarbicata alla sedia, gli infiniti caffè con il latte freddo o la panna, i miei tentativi di andare in palestra a fare pilates.
Le serate, il ritornare a casa scalza dopo aver tolto i tacche nel cortile, il mal di testa, i raffreddori, il freddo, la nebbia, il caldo quando si scioglie l'asfalto, le colazioni di fretta e con lo stomaco annodato prima di ogni maledetto esame. Lo studio silenzioso mio e del danno in sessione d'esame.
Innumerevoli puntate di serie americane, di Cortesie per gli Ospiti, di cucina con Buddy, di Malattie imbarazzanti. Decine di telefonate in lacrime ai Miei, decine di incazzature.
La volta in cui ho spostato il materasso urlando, le mie lacrime ranicchiata sul coperchio del wc, la pioggia, la grandine. La portinaia, la Sabi. Gli operai costanti, il supermercato sotto casa, il signore che vende i giornali, sempre gli stessi, sempre con lo stesso sorriso stampato in faccia e il "Ciao bella", a cui ho comprato un paio di giornali sorridendo.
Le cene cucinate da me e cucinate da Lui, antipasti di serate chiuse, piccole, semplici, in quel bilocale. Tutto quello quelle mura hanno sentito, e che non racconteranno a nessuno.
Un altro anno della mia vita vissuto così, riflettendoci troppo su come al mio solito, overanalysing. Un altro anno scivolato sulla mia pelle senza che potessi premere per un attimo il tasto pausa. Impacchettato e portato via. Ma un pezzo di quell'anno rimarrà sempre in Corso Genova 25.
Tra Bastioni, circonvallazioni e SUV.
Che città èèè? Si, avete indovinato, è Milano.
Vi ho già detto che da tre anni più o meno è la mia seconda casa e non ho ancora capito se ne sono innamorata o mi schifa? Che strano sentimento. Sarà che il primo anno è stato un pò come strapparmi da casa, e quindi il nostro primo appuntamento è stato alquanto deludente, ma mi è rimasta un pò questa sensazione di fastidio all'arrivo in Stazione Centrale. D'altra parte, col tempo ho imparato ad amarla e a sentirla mia.
Certo, incarna a pieno tutti i luoghi comuni che vi vengono in mente se ci pensate un attimo. In fondo tutti i luoghi comuni hanno un fondicino di verità.
Milano vive di SUV che manco in America. Di solito le guidatrici sono donne. Donne che cagano il loro panfilo dove più aggrada. Meta prediletta: i binari del tram. Manco a dirlo. Alcuni giorni fa ero sul mio tram dopo quella duecento ore di lezione, cullata dall'accelerare/frenare tipico del mio trammino, quando tutto si stoppa e un suono melodioso mi giunge alle orecchie: quello di centomila clacson. Ahhh. Mi sporgo e scopro l'arcano: è lui, sì, il SUV con la S maiuscola che campeggia in tutta la sua maestosità sui binari. Dopo alcuni minuti che a me sembrano secoli in slow motion, la proprietaria esce da Calzedonia (rileggete bene, Calzedonia) con il suo sacchetto, sale, sgomma e parte. Comodo, no?
Milano è La città in Italia dove la maggior parte della gente non conosce i colori del semaforo. Oppure glieli insegnano proprio sbagliati. Verde: vai a tutta velocità, non curarti minimamente degli ostacoli. Giallo: sbrigati che altrimenti sei in ritardo per andare a prendere il pargolo, pigia su quell'acceleratore. Rosso: E' la tua chance, dai gas e investi tutto il possibile. (Il rosso comma due indica: se per caso qualcuno ti insulta, non scusarti mai e inveisci il più possibile aggiungendo al suono anche le immagini e i gesti.)
Io ogni tanto tento di rischiare la morte. Mi metto lì, vedo la macchina in lontananza, faccio due passi sulle strisce e aspetto. La maggior parte delle volte mi fanno un pelo che manco Valentino sulla moto e devo reggermi bene la sciarpa sennò mi parte. Ma è tutta una questione di abitudine e di accaparrarsi le sette vite come i gatti.
Milano è la città divisa in due: conducenti di mezzi pubblici gentili e conducenti stronzi. Ne incontrerai sicuro di tutti i tipi. Quelli gentili ti aprono le porte mentre corri la Stramilano per prendere l'ultima 94 (ultimA, gli autobus qui sono femmine), con la faccia paonazza e la pezza fino ai piedi, e ti indicano la fermata se hai una cartina 8x6 in mano. Quelli stronzi ti chiudono le porte anche se sono fermi, quando hai la valigia, la borsa del pc, la borsa frigo e il cane appresso. E sono le 11.53 di sera. E ti guardano anche con quel sorrisino come a dire "toh, te l'ho fatta. Ora vai pure a piedi". Ma anche lì, le imprecazioni diventano di uso comune e ci si abitua.
Milano è la città dove effettivamente puoi fare ciò che vuoi quando vuoi. Fare colazione alle 4 di pomeriggio oppure aperitivo alle 23, fare shopping fino a sera tarda e cambiare tre discoteche in una notte sola. Lasciarti svenire al parco la domenica in mezzo a duemila cacche di cane sulla coperta della nonna e ustionarti con l'abbronzatura da muratore.
Milano ti dà l'idea di essere completamente solo nel mondo oppure sempre in compagnia di qualcuno. A seconda delle situazioni. Incontri sempre qualcuno anche se è immensa, ti fermi a chiacchierare, fai duecento attività diverse, e ti senti un pò la regina delle publi relations. Poi c'è la giornata in cui ti sputano nel caffè e ti senti sola come un cane, tutte le persone su cui posi lo sguardo sono in compagnia e molto spesso ridono, e tu ti senti persa nei meandri della metropoli.
Milano ha i suoi luoghi comuni ma ama anche eliminarli. Vive di contraddizioni ma è impossibile non innamorarsene. Anche se ti tocca lottare per la vita ad ogni attraversamento pedonale.
Vi ho già detto che da tre anni più o meno è la mia seconda casa e non ho ancora capito se ne sono innamorata o mi schifa? Che strano sentimento. Sarà che il primo anno è stato un pò come strapparmi da casa, e quindi il nostro primo appuntamento è stato alquanto deludente, ma mi è rimasta un pò questa sensazione di fastidio all'arrivo in Stazione Centrale. D'altra parte, col tempo ho imparato ad amarla e a sentirla mia.
Certo, incarna a pieno tutti i luoghi comuni che vi vengono in mente se ci pensate un attimo. In fondo tutti i luoghi comuni hanno un fondicino di verità.
Milano vive di SUV che manco in America. Di solito le guidatrici sono donne. Donne che cagano il loro panfilo dove più aggrada. Meta prediletta: i binari del tram. Manco a dirlo. Alcuni giorni fa ero sul mio tram dopo quella duecento ore di lezione, cullata dall'accelerare/frenare tipico del mio trammino, quando tutto si stoppa e un suono melodioso mi giunge alle orecchie: quello di centomila clacson. Ahhh. Mi sporgo e scopro l'arcano: è lui, sì, il SUV con la S maiuscola che campeggia in tutta la sua maestosità sui binari. Dopo alcuni minuti che a me sembrano secoli in slow motion, la proprietaria esce da Calzedonia (rileggete bene, Calzedonia) con il suo sacchetto, sale, sgomma e parte. Comodo, no?
Milano è La città in Italia dove la maggior parte della gente non conosce i colori del semaforo. Oppure glieli insegnano proprio sbagliati. Verde: vai a tutta velocità, non curarti minimamente degli ostacoli. Giallo: sbrigati che altrimenti sei in ritardo per andare a prendere il pargolo, pigia su quell'acceleratore. Rosso: E' la tua chance, dai gas e investi tutto il possibile. (Il rosso comma due indica: se per caso qualcuno ti insulta, non scusarti mai e inveisci il più possibile aggiungendo al suono anche le immagini e i gesti.)
Io ogni tanto tento di rischiare la morte. Mi metto lì, vedo la macchina in lontananza, faccio due passi sulle strisce e aspetto. La maggior parte delle volte mi fanno un pelo che manco Valentino sulla moto e devo reggermi bene la sciarpa sennò mi parte. Ma è tutta una questione di abitudine e di accaparrarsi le sette vite come i gatti.
Milano è la città divisa in due: conducenti di mezzi pubblici gentili e conducenti stronzi. Ne incontrerai sicuro di tutti i tipi. Quelli gentili ti aprono le porte mentre corri la Stramilano per prendere l'ultima 94 (ultimA, gli autobus qui sono femmine), con la faccia paonazza e la pezza fino ai piedi, e ti indicano la fermata se hai una cartina 8x6 in mano. Quelli stronzi ti chiudono le porte anche se sono fermi, quando hai la valigia, la borsa del pc, la borsa frigo e il cane appresso. E sono le 11.53 di sera. E ti guardano anche con quel sorrisino come a dire "toh, te l'ho fatta. Ora vai pure a piedi". Ma anche lì, le imprecazioni diventano di uso comune e ci si abitua.
Milano è la città dove effettivamente puoi fare ciò che vuoi quando vuoi. Fare colazione alle 4 di pomeriggio oppure aperitivo alle 23, fare shopping fino a sera tarda e cambiare tre discoteche in una notte sola. Lasciarti svenire al parco la domenica in mezzo a duemila cacche di cane sulla coperta della nonna e ustionarti con l'abbronzatura da muratore.
Milano ti dà l'idea di essere completamente solo nel mondo oppure sempre in compagnia di qualcuno. A seconda delle situazioni. Incontri sempre qualcuno anche se è immensa, ti fermi a chiacchierare, fai duecento attività diverse, e ti senti un pò la regina delle publi relations. Poi c'è la giornata in cui ti sputano nel caffè e ti senti sola come un cane, tutte le persone su cui posi lo sguardo sono in compagnia e molto spesso ridono, e tu ti senti persa nei meandri della metropoli.
Milano ha i suoi luoghi comuni ma ama anche eliminarli. Vive di contraddizioni ma è impossibile non innamorarsene. Anche se ti tocca lottare per la vita ad ogni attraversamento pedonale.
Che amica sei.
Ok, ho un pelo di pausa. Giusto un pelo. Un venerdì di marzo che qui a Milano sembra maggio e si iniziano a vedere in giro i benefici della primavera. Parti del corpo bianchicce che fanno capolino ai raggi di sole caldo dell'ora di pranzo. Tra cui, il mio collo e ciò che esce del mio scollo dalla t-shirt. E non sono un bel vedere. Automobilisti che addirittura si ringraziano con la mano agli incroci. Cose ai confini della realtà, quindi.
Si vedono giovincelli e non trotterellare felici sulle biciclette con la prima arietta calda, che se non stai attento ti trotterellano anche sulla schiena, se al drin drin del loro campanello non ti sposti dal marciapiede con un balzo felino.
Ma comunque, la primavera è nell'aria e si sente.
Si sente dall'odore di ascella un pò meno rinchiusa nelle aule, per esempio. Ogni tanto senti anche una zaffata di profumo, e quello è IL segnale. Altro che rondini.
Si vede dall'occhio bovino dell'operaio (e dico operaio per non citare uomo in giacca e cravatta o tabacchino) che fissa le gambe delle passanti fasciate in striminziti jeans e non più sotto cappotti e cappottoni.
Insomma, la primavera è alle porte. Ci lamentavamo della neve, e ora tra qualche giorno l'asfalto milanese inizierà a sciogliersi come nelle migliori giornate di agosto. Le gioie di vivere in una metropoli sono anche queste.
Ma. Ciò di cui volevo scribacchiare era un denominatore comunque di qualsiasi Donna con la d maiuscola che si rispetti. Il nugolo di amiche al fianco. Ora, nella mia - seppur breve - allegra e a volte fantozziana esistenza, amiche ne ho avute a iosa. Certo, non tutte nello stesso momento. Alcune perse, alcune ritrovate, alcune fanculizzate con estremo fastidio, altre che ancora accompagnano i momenti bui in cui spesso mi butto a braccia aperte. Ma di amiche altrui ne ho sentito parlare altrettanto. Amiche di amiche che sono simpatiche, che a tratti diventano di altri, che tradiscono. Insomma, un discreto gruppo di donnicciuole che hanno in comune alcune caratteristiche e differiscono in tante altre.
L'altro giorno, in treno, stavo pensando ad una categorizzazione. (Alti pensieri su una poltroncina dell'intercity.) Nonostante le amiche di amiche, le mie, le tue, e le loro siano decine di persone diverse, si possono dividere in gruppo ben precisi. Ora, se ci saranno amiche (mie) che leggeranno, che sappiano che non penso a nessuna in particolare, ma possono comunque pensarsi come importantissimi tasselli e fonti di ricerca per questo (fantozziano appunto) studio del genere amicale femminile.
La siamese
Ovvero, la BF in stile Paris Hilton. Insomma, chi non ne ha mai avuta una? Ai tempi delle medie con cui dividevi il panino allo stracchino, alle superiori con cui saltavi ginnastica per fumare la prima sigaretta in cortile, all'università con cui fingevi di studiare. L'insostituibile, la gemella. A volte vi siete anche comprate dei vestiti uguali, promettendovi non metterveli mai nello stesso momento. E poi l'avete fatto. Lei è quella con cui hai passato intere serate al telefono con somma gioia dell'operatore telefonico, quella che vedi con una frequenza insostenibile anche per due fidanzati ma necessaria per voi due. Quella a cui telefoni in caso di necessità (il colore dello smalto da intonare alla borsa o la rottura del fidanzato), e quella che si sorbirà sempre e comunque le tue crisi adolescenziali (anche se l'adolescenza è già finita da un pezzo). E' l'amica paziente, intima, di solito dal carattere solare e poco irritevole, pronta a soccorrere. Con l'animo da crocerossina. Ora, questa tipologia di amica tende a evolversi in due modi: o ve la portate dietro per il resto della vita, finendo a ottant'anni a fumare le stesse sigarette extraslim e farvi la tinta sui capelli bianchi insieme (novanta su cento zitelle) oppure ad un certo punto dell'esistenza il cordone ombelicale tra voi due si assottiglia e inizierete ad avere vite separate con contatti casuali. In realtà esiste anche una terza alternativa, in cui un certo giorno vi svegliate e l'idea di rivolgervi anche una sola parola vi mette i brividi, e il cordone viene così tranciato di netto con due cesoie e chi si è visto si è visto.
La vedo non vedo
Amica in pianta stabile, vi volete solitamente tanto bbene. Ma, e esiste una serie infinita di ma, vi vedete non estremamente spesso per motivi vari. Di solito si ha molta confidenza, quando ci si vede è come se non vi foste mai lasciate, e anche lei è pronta ad ascoltare le vostre tragedie. Ma in questo caso le tragedie sono di livello superiore. Per le minuscolerie c'è la giù sopra citata La Siamese. Quando arrivi a chiamare la vedo non vedo per una crisi, di solito è seria. Puoi sparire per qualche settimana se non per qualche mese e viceversa senza nessun rimorso, perchè prima o poi una delle due farà una chiamata per vedere se l'altra ancora respira. Di queste amiche di solito se ne hanno un discreto numero, più o meno vicine, e spesso rimangono sporadici raggi di luce durante tutta l'esistenza.
L'immaginaria
In realtà esiste eccome, ma non per te. Probabilmente una volta eravate amiche, o vi siete trovare in simpatiche occasioni insieme, avete magari anche fatto qualche discorso. Ma poi la tua vita è andata avanti con determinazione e lei è rimasta nel dimenticatoio. Tu però non sei finita nel suo, che continua a riempirti la casella di posta di e-mails, ti manda messaggi sul telefono con faccine degne di un artista e ti propone grandi uscite e abbuffate serali. Tu, un pò per gentilezza, un pò per pena, a qualcuna accetti. Trascinando spesso l'amica siamese con te. In realtà sarebbe anche una personcina simpatica, presa a tratti e con due o tre bicchieri di vino in corpo, ma proprio non fa per te. Ma il taglio del cordone ombelicale con la cesoia temi possa portarle un male da cui non si riprenderebbe più.
Il danno
Questa amica di solito è una variante della simbiosi. Nel senso che siete molto vicine, vi vedete spesso, sapete (quasi) tutto l'una dell'altra. Solo che il vostro rapporto oltre che amicale assomiglia molto a quello materno. Nel quale la madre sei tu. E' una piccola Gian Burrasca capace di ficcarsi in ogni situazione possibile, anche in quelle in cui pensavi che nemmeno lei ci sarebbe arrivata. Ci sono varie prove da superare nella tua esistenza per starle accanto, come quella di fare il palo, sorbirsi tiritere sull'ultima relazione disastrosa, e tu sapevi che lo sarebbe stata e glielo hai anche detto. Spesso per proprietà transitiva finisci anche tu nei suoi casini. O devi tirarla fuori. Ti spinge a fare cose con estremo entusiasmo che solo dopo ti rendi conto essere delle stronzate colossali, ma riuscirai sempre a perdonarla ed essere pronta a farti trascinare la volta successiva.
L'antitesi
Amiche siete amiche. Piacerti ti piace. Ma quando la gente vi vede insieme o quando ti fermi un secondo a pensare, ti chiedi cosa diavolo abbiate in comune. Un pò come se foste Giovanardi e Luxuria. Siete opposte caratterialmente, fisicamente, non avete nemmeno un gusto in comune. Tu adori il sushi, lei fa una campagna a favore del tonno pinne gialle. Tu adori i tacchi alti, lei va in giro solo con sandali da frate. Adori il cinema d'autore, lei fa fatica a distinguere Tarantino da Spielberg. Tu leggi solo Novella duemila, lei da fuoco alle foto con Signorini. Lei va in vacanza in un resort alle barbados, tu in un interrail in Marocco con lo zaino in spalla. Lei è buddista e tu atea. Insomma, non ce n'è una che vi accomuni, ma in qualche modo riuscite a far incontrare i vostri gusti, mentre lei ti guarda mangiare con schifo un futomaki e prega in silenzio che ti rimanga sullo stomaco.
Insomma, tipologie di amiche diverse, che non sempre sono così rigide, ma giuro di poterne classificare alcune, mie, viste, sentite, non mie, conosciute, di cui mi hanno raccontato.
E sorrido.
Si vedono giovincelli e non trotterellare felici sulle biciclette con la prima arietta calda, che se non stai attento ti trotterellano anche sulla schiena, se al drin drin del loro campanello non ti sposti dal marciapiede con un balzo felino.
Ma comunque, la primavera è nell'aria e si sente.
Si sente dall'odore di ascella un pò meno rinchiusa nelle aule, per esempio. Ogni tanto senti anche una zaffata di profumo, e quello è IL segnale. Altro che rondini.
Si vede dall'occhio bovino dell'operaio (e dico operaio per non citare uomo in giacca e cravatta o tabacchino) che fissa le gambe delle passanti fasciate in striminziti jeans e non più sotto cappotti e cappottoni.
Insomma, la primavera è alle porte. Ci lamentavamo della neve, e ora tra qualche giorno l'asfalto milanese inizierà a sciogliersi come nelle migliori giornate di agosto. Le gioie di vivere in una metropoli sono anche queste.
Ma. Ciò di cui volevo scribacchiare era un denominatore comunque di qualsiasi Donna con la d maiuscola che si rispetti. Il nugolo di amiche al fianco. Ora, nella mia - seppur breve - allegra e a volte fantozziana esistenza, amiche ne ho avute a iosa. Certo, non tutte nello stesso momento. Alcune perse, alcune ritrovate, alcune fanculizzate con estremo fastidio, altre che ancora accompagnano i momenti bui in cui spesso mi butto a braccia aperte. Ma di amiche altrui ne ho sentito parlare altrettanto. Amiche di amiche che sono simpatiche, che a tratti diventano di altri, che tradiscono. Insomma, un discreto gruppo di donnicciuole che hanno in comune alcune caratteristiche e differiscono in tante altre.
L'altro giorno, in treno, stavo pensando ad una categorizzazione. (Alti pensieri su una poltroncina dell'intercity.) Nonostante le amiche di amiche, le mie, le tue, e le loro siano decine di persone diverse, si possono dividere in gruppo ben precisi. Ora, se ci saranno amiche (mie) che leggeranno, che sappiano che non penso a nessuna in particolare, ma possono comunque pensarsi come importantissimi tasselli e fonti di ricerca per questo (fantozziano appunto) studio del genere amicale femminile.
La siamese
Ovvero, la BF in stile Paris Hilton. Insomma, chi non ne ha mai avuta una? Ai tempi delle medie con cui dividevi il panino allo stracchino, alle superiori con cui saltavi ginnastica per fumare la prima sigaretta in cortile, all'università con cui fingevi di studiare. L'insostituibile, la gemella. A volte vi siete anche comprate dei vestiti uguali, promettendovi non metterveli mai nello stesso momento. E poi l'avete fatto. Lei è quella con cui hai passato intere serate al telefono con somma gioia dell'operatore telefonico, quella che vedi con una frequenza insostenibile anche per due fidanzati ma necessaria per voi due. Quella a cui telefoni in caso di necessità (il colore dello smalto da intonare alla borsa o la rottura del fidanzato), e quella che si sorbirà sempre e comunque le tue crisi adolescenziali (anche se l'adolescenza è già finita da un pezzo). E' l'amica paziente, intima, di solito dal carattere solare e poco irritevole, pronta a soccorrere. Con l'animo da crocerossina. Ora, questa tipologia di amica tende a evolversi in due modi: o ve la portate dietro per il resto della vita, finendo a ottant'anni a fumare le stesse sigarette extraslim e farvi la tinta sui capelli bianchi insieme (novanta su cento zitelle) oppure ad un certo punto dell'esistenza il cordone ombelicale tra voi due si assottiglia e inizierete ad avere vite separate con contatti casuali. In realtà esiste anche una terza alternativa, in cui un certo giorno vi svegliate e l'idea di rivolgervi anche una sola parola vi mette i brividi, e il cordone viene così tranciato di netto con due cesoie e chi si è visto si è visto.
La vedo non vedo
Amica in pianta stabile, vi volete solitamente tanto bbene. Ma, e esiste una serie infinita di ma, vi vedete non estremamente spesso per motivi vari. Di solito si ha molta confidenza, quando ci si vede è come se non vi foste mai lasciate, e anche lei è pronta ad ascoltare le vostre tragedie. Ma in questo caso le tragedie sono di livello superiore. Per le minuscolerie c'è la giù sopra citata La Siamese. Quando arrivi a chiamare la vedo non vedo per una crisi, di solito è seria. Puoi sparire per qualche settimana se non per qualche mese e viceversa senza nessun rimorso, perchè prima o poi una delle due farà una chiamata per vedere se l'altra ancora respira. Di queste amiche di solito se ne hanno un discreto numero, più o meno vicine, e spesso rimangono sporadici raggi di luce durante tutta l'esistenza.
L'immaginaria
In realtà esiste eccome, ma non per te. Probabilmente una volta eravate amiche, o vi siete trovare in simpatiche occasioni insieme, avete magari anche fatto qualche discorso. Ma poi la tua vita è andata avanti con determinazione e lei è rimasta nel dimenticatoio. Tu però non sei finita nel suo, che continua a riempirti la casella di posta di e-mails, ti manda messaggi sul telefono con faccine degne di un artista e ti propone grandi uscite e abbuffate serali. Tu, un pò per gentilezza, un pò per pena, a qualcuna accetti. Trascinando spesso l'amica siamese con te. In realtà sarebbe anche una personcina simpatica, presa a tratti e con due o tre bicchieri di vino in corpo, ma proprio non fa per te. Ma il taglio del cordone ombelicale con la cesoia temi possa portarle un male da cui non si riprenderebbe più.
Il danno
Questa amica di solito è una variante della simbiosi. Nel senso che siete molto vicine, vi vedete spesso, sapete (quasi) tutto l'una dell'altra. Solo che il vostro rapporto oltre che amicale assomiglia molto a quello materno. Nel quale la madre sei tu. E' una piccola Gian Burrasca capace di ficcarsi in ogni situazione possibile, anche in quelle in cui pensavi che nemmeno lei ci sarebbe arrivata. Ci sono varie prove da superare nella tua esistenza per starle accanto, come quella di fare il palo, sorbirsi tiritere sull'ultima relazione disastrosa, e tu sapevi che lo sarebbe stata e glielo hai anche detto. Spesso per proprietà transitiva finisci anche tu nei suoi casini. O devi tirarla fuori. Ti spinge a fare cose con estremo entusiasmo che solo dopo ti rendi conto essere delle stronzate colossali, ma riuscirai sempre a perdonarla ed essere pronta a farti trascinare la volta successiva.
L'antitesi
Amiche siete amiche. Piacerti ti piace. Ma quando la gente vi vede insieme o quando ti fermi un secondo a pensare, ti chiedi cosa diavolo abbiate in comune. Un pò come se foste Giovanardi e Luxuria. Siete opposte caratterialmente, fisicamente, non avete nemmeno un gusto in comune. Tu adori il sushi, lei fa una campagna a favore del tonno pinne gialle. Tu adori i tacchi alti, lei va in giro solo con sandali da frate. Adori il cinema d'autore, lei fa fatica a distinguere Tarantino da Spielberg. Tu leggi solo Novella duemila, lei da fuoco alle foto con Signorini. Lei va in vacanza in un resort alle barbados, tu in un interrail in Marocco con lo zaino in spalla. Lei è buddista e tu atea. Insomma, non ce n'è una che vi accomuni, ma in qualche modo riuscite a far incontrare i vostri gusti, mentre lei ti guarda mangiare con schifo un futomaki e prega in silenzio che ti rimanga sullo stomaco.
Insomma, tipologie di amiche diverse, che non sempre sono così rigide, ma giuro di poterne classificare alcune, mie, viste, sentite, non mie, conosciute, di cui mi hanno raccontato.
E sorrido.
Iscriviti a:
Post (Atom)