lunedì 13 febbraio 2012

Quel che resta di Firenze

Ieri, sul frecciarossa di ritorno a Milano, seduta nella mia carrozza ristorante (storie di treni soppressi e di altri troppo pieni..), guardavo l'Emilia sepolta dalla neve e pensavo a cosa questi tre piccolissimi giorni a Firenze mi hanno lasciato impresso.
Quel che mi resta di Firenze è sicuramente un gran freddo, un pò di timido sole, un vento decisamente troppo potente e un bel pò di raffreddore. Ma queste cose sono solo la cornice, quello che bisogna scalfire per arrivare a quello che in realtà mi toglie il fiato ogni volta che ci penso.
 Quel che mi resta di Firenze sono le stradine, quasi tutte pedonali, la sua aria austera e di altri tempi, la sua aria piena di segreti da svelare. E' il suo imponente duomo con il Cupolone, in quella piazza brulicante di turisti, imperterriti anche nel gelo di febbraio. Quel che mi resta sono i colori, che la natura e l'uomo sembrano aver dipinto insieme. Un'amalgama di colori pastello, tenui e delicati, tutto si armonizza in un'immagine sola e l'occhio non può fare a meno che percepire una cosa sola. Quel che resta di Firenze sono le piazze, una più bella dell'altra. Piccoli e grandi scrigni che si aprono da stradine impervie. Spazi aperti in cui esplodono persone, giostre e mercatini. Quel che mi rimane sono i profumi di dolci di fronte alle pasticcerie, di sapori antichi quando il passo ti porta di fronte ad antiche trattorie, o fiaschetterie, come capita spesso di leggere sui cartelli.  Quel che mi rimane sono il rumore dell'Arno che scorre placido sotto il ponte vecchio.


 Quel che mi rimane di Firenze è il sole, pallido e timido di febbraio, che la inonda mentre la guardo da Piazzale Michelangelo. Mi sembra di dominarla tutta, da lassù, e sembra che si metta in posa, come se al posto di una fotografia le stessi facendo un dipinto. Ed è proprio quello che mi rimane, di lei, da lassù: un dipinto. Una serie di fotografia scattate con dita tremanti dal freddo, che sono tutto fuor che fotografie. Sono dipinti in acquarelli, in matita, in colori a olio. Le sfumature del cielo sono fatte con ampie pennellate, mentre quelle del cupolone con minuziosa perizia. Le impercettibili onde dell'Arno con spruzzi di azzurro, i colori dei tetti con un ocra chiaro. Le colline che la circondano sembrano abbracciarla, e si stagliano verdi e coraggiose nel vento.
Quel che mi rimane di lei è il Ponte Vecchio, così minuziosamente dettagliato, le finestrelle sulle case colorate che ricordano quelle di un presepe antico. Si staglia lì, sopra l'acqua pacifica, con i suoi colori accostati, costruito con poca attenzione alle varie altezze, che lo rendono quasi bambinesco. Un'opera di qualche bimbo che lo ha assemblato con ingenua creatività. La luce del sole lo accarezza piano, dà vita a quei colori. Il giallino, l'arancione, il rosso, il verde accesso delle persiane, alcune chiuse, alcune spalancate. La luce debole che proviene dall'interno, da una delle innumerevoli gioiellerie che tempestano quel ponte.


Quel che mi rimane di lei è il gusto della ribollita, la sua consistenza morbida e delicata e il suo sapore che sembra venire da lontano nel tempo. Il suo sapore che parla di contadini, di semplicità, di pasto consumato in silenzio ma anche nel chiacchiericcio della sera, proprio così, in terrine di terracotta bollenti. Mi rimane l'atmosfera delle mille osterie, delle mille enoteche, di quei tavolini di legno semplici ma eleganti, di quel mangiare osservati dalle innumerevoli bottiglie di vino. Quel che mi rimane è l'accento, la parlata un pò così, che ti viene voglia di fare tua, e ogni tanto ti viene da dire qualcosa come "Si va a mangiare", e ti scappa un sorriso. Quel che mi rimane è il profumo del cioccolato per tutta Piazza della Repubblica, perchè sì, sono riuscita a beccare la settimana della Fiera del Cioccolato. Da leccarsi i baffi. Budinetti di cioccolato, cremini, frutta ricoperta di cioccolato caldo che scende da una fontana.


Quel che mi rimane infondo è tanto amore. Ma tanto. Per questo paese stupendo, per tutto quello che in Italia c'è di stupendo e noi nemmeno ce ne accorgiamo. Per la magia che la storia dona a tutto il suolo che calpestiamo ogni giorno, per l'aura di mistero che ricopre le nostre città come una coperta sottile. Mi rimane l'amore per questa città, per l'arte, per Piazza Della Signoria, per Palazzo Vecchio e per la Galleria degli Uffizi. Per tutti i quadri, le pennellate, i piegamenti di testa per vedere meglio un particolare. L'amore per Palazzo Pitti e i suoi Giardini di Boboli, enormi e stupendi. E mi rimane sì, anche un sorriso grande. Perchè solo io sono in grado di ridicolizzare l'arte come una polla. Porto un pò di allegria, insomma.


Questa fuga da tutto, da Milano, da Savona, per chiuderci un weekend nella magia di Firenze, ci ha fatto solo che bene. E io, l'ho amata con tutta me stessa. Quel che mi rimane di questi tre giorni in questa città cristallizata nel tempo e nello spazio è l'amore per lei, per le sue strade, le sue piazze, la sua atmosfera. E l'amore per il modo in cui l'abbiamo vissuta noi. Cioè, come al solito. Da esploratori, da persone che vedono la realtà per la prima volta. Un poeta una volta ha detto che solamente i bambini e i poeti possono vedere le cose come se le vedessero davvero per la prima volta. E io e Lui le abbiamo viste così, assaporate così, come se i nostri occhi avessero avuto la possibilità da abbracciarle per la prima volta, le nostre dita posarsi sul parapetto del Ponte Vecchio come se fosse la prima pietra che avessimo toccato. Abbiamo lasciato che Firenze ci entrasse dentro con la curiosità di due bambini. Abbiamo lasciato che la novità ci travolgesse, ci portasse a pensare cose nuove ed amarle in quel modo così sorprendente che ti entra dentro e nulla può più toglierlo. Quei sentimenti che nonostante la vita cerchi di portarteli via con le unghie e con i denti, semplicemente non si staccano. Rimangono lì, impervi e statuari nel tempo e nello spazio. Proprio come Firenze.

giovedì 9 febbraio 2012

Ottime idee. (Ovvero: buoni propositi sparsi a manciate)

Quante volte, nel dormiveglia, una serie infinita di ottime idee ci concilia il sonno, convinti che dal chicchirichì della mattina dopo la vita migliorerà notevolmente? E quante volte, alzandoci poi, se ci va di culo ricordiamo cosa abbiamo pensato la sera prima e lo malediciamo mentalmente, o addirittura la fase rem ha cancellato ogni traccia di ottimi propositi?
Non ditemi che non è vero. 

Chissà cosa ci porta, la notte, ad essere più creativi e propositivi. Chissà quale grande aspettative (cfr Dickens) nutriamo nel domani. Vorrà ben dire qualcosa. Insomma, siamo ancora un popolo di speranzosi, in fondo. No?
Peccato poi per il desiderio realizzato a metà, che al mattino ci alziamo già con il piede sbagliato e arriviamo al lavoro/ università come se qualcuno ci avesse urinato nel caffè. Che razza di linea sottile c'è tra l'ottimismo serale e il pessimismo cosmico e universale del mattino dopo? Contando che non hai tempo per fare colazione e butti giù una boccata di latte gelato dal frigo, i denti li lavi mentre col calzascarpe e infili lo spazzolino nello stivale insieme al piede, la grande idea di notturna di fare dieci minuti di yoga ogni mattina prima di colazione finisce nella spazzatura insieme alla bratta del caffè che hai bruciato.
Ma, e c'è un MA, ogni tanto questi buoni propositi, per una serie di fortuite coincidenze cosmiche, riescono effettivamente a realizzarsi. Quindi riesci effettivamente ad andare in palestra, anche se alla sera ti raccogli col cucchiaino, finalmente hai la voglia e il tempo di trascinarti a farti le sopracciglia, che col tempo hai martoriato fino a farle sembrare dei bruchi anche parecchio storti, cambi gli occhiali, e finalmente ci vedi. (E lo sanno tutti, perchè per due giorni vaghi per casa e per strada dicendo a chiunque "Ci vedo, ci vedo! Le forme, i colori..ora tutto ha un senso!"). Ti compri un rossetto, che hai sempre sognato, e pure in saldo. Riesci anche a concludere degnamente gli esami. E con degnamente intendi alla grande, ma precisina come sei, ancora non ti vanno alla perfezione. Comunque, ogni tanto ci sono quelle mattine dove non hai fretta, dove scrivi un post davanti ad un caffè, il sole che entra dalla finestra e la voglia di fare che hai alla sera prima di crollare a bocca aperta sul cuscino. Quelle mattine dove tutto è pieno di prospettive, voglia di fare, fiducia in sè stessi e anche quella sensazione di esserti svegliata persino un pochettino più figa della sera precedente.
E diciamo che la prospettiva di una microfuga a Firenze nel weekend, anche se si prospetta il weekend più freddo degli ultimi duemila anni, rende il tutto decisamente più roseo. Sarà che l'idea di mettere in valigia a caso qualche cosa e spostarmi, vagare, fotografare, imprimere nella mente sapori, colori e odori già mi manda in fibrillazione.
I problemi, il futuro, tutto quello che viene, per una volta è lì, annichilito in un angolo, in standby. 

sabato 7 gennaio 2012

Si ritorna solo andando via.

Ok. E' una frase di Laura Pausini. Rabbrividisco mentalmente.
Ma fondamentalmente è intrisa di una forte verità.
Dentro di me sta esplodendo una voglia di andare, di ficcare in valigia miriadi di vestiti e aspettare il mio volo chiamato in aereoporto, guardarmi un film nelle interminabili ore di volo, e lasciarmi trasportare da cosa mi riserva il destino.
Mi spoglierei delle mia pelle per correre più veloce, andare e andare.
Assorbire, annusare, vedere, fare mio ogni paesaggio visto, ogni volto nuovo, ogni sorriso, ogni accento.
Rendere parte di me tutto ciò di cui faccio esperienza.
Immergermi in ogni colore, rumore, sguardo.
Potermi sentire un pò apolide, un pò cittadina del mondo, accogliendo a braccia aperte tradizioni non mie, adottarle e renderle familiari.
Poter tornare a casa, col mio bagaglio di regali, parole e immagini, e sentirmi diversa. E sorridere come sempre alla me che ero.
Crescere di anni in soli quattro mesi. Prendere dalla vita tutto quello che posso, aggiungere al mio bagaglio una miriade di sensazioni che mi porterò dietro per sempre.
Imparare a creare nuovi legami e a mantenere i vecchi, a cavarmela da sola, ad arrangiarmi, come ho sempre fatto ma in versione small.Dentro di me da qualche parte c'è una Alessandra libera, senza nessun legame, che non guarda in faccia a nessuno, forte e spensierata che non vede l'ora di andare senza guardarsi indietro, per godersi solo il bello di quello che questa esperienza può offrirmi.
Dall'altra parte, lasciare tutto ciò che mi è familiare, tutto ciò che non ho bisogno di guardare per vederlo, tutto quello che anche al buio, sfiorandone i contorni, so riconoscere e sentire mio, mi mette addosso una paura che paralizza.
Una paura che mi aumenta il battito cardiaco e più ci penso più mi sembra di diventare pazza.
Io, che non sono stata lontana da casa per più di quindici giorni, saprei sopravvivere per quattro mesi dall'altra parte del globo?

Io, con le mie crisi di panico, con le mie paranoie, con il mio umore altalenante, con le mie malinconie.
Io, un punto interrogativo, una mina vagante pronta ad esplodere in ogni momento.
E la domanda è solo una: e se non ce la facessi? E se non fossi pronta?
E da qui nessuna risposta, ma solo un percorso mentale che rotola come una valanga, e si ingigantisce ad ogni pensiero.
Se avessi un attacco di panico, nel mezzo di un paese che non è il mio, dove per spiegarmi non posso parlare la mia lingua, e nessuno di conosciuto mi tiene la mano?
E quando penso così, mi viene solo da chiudere gli occhi e ficcarmi sotto le coperte, come una duenne.
Sono così combattuta che riesco a cambiare idea ogni cinque minuti.
Le mete oramai sono lì, scritte in blu su un foglio di carta.
Gli esami vanno solo scelti.
Il modulo online va solo compilato.
Il mouse va solo cliccato, su quel bottone "Iscriviti al Bando".
Un gesto così semplice, ma che sembra pesare più di un macigno.

mercoledì 4 gennaio 2012

La tendenza al NO.

Devo avercela ben radicata nel sangue e nel DNA.
Ho letto una volta nelle pagine di Luciana Littizzetto che anche a lei piace dire NO.
Ma pensiamoci, non è mica sempre così facile.
Dire io NO. NON sono, NON voglio.
Spesso si è accondiscendenti a testa bassa, spesso si passa per qualcosa che non si è senza avere il coraggio di mettere insieme quelle due letterine per dire NO.
Che poi se ci sto a riflettere, la conformazione della parola NO è così piacevole da pronunciare. Detta bene anche solo col tono sta a supportare il senso. Un bel NO pronunciato lentamente. Ah. Goduria.
Comunque, dicevo.
Oggi sono in vena di NO e di NON.
Sono più irrequieta del solito, arrivo ad un traguardo ma non riesco a godermelo perchè non vedo l'ora di raggiungerne un altro. Non sto mai ferma, la mente vola sempre al successivo, incapace di godersi il presente.
Ma che razza di problema ho, io?
Comunque, al posto della lista dei propositi per l'anno nuovo, stavolta mi gira di fare una lista di NO. Di quello che NON sono e NON voglio essere. Di quello che NON voglio e NON mi piace.
Questa predisposizione al NO mi piace.
E' un pò liberatoria. Invece di un vaffanculo, per esempio.
Un bel NO! Provate.
Comunque, ritornando alla mia lista.

NON voglio una Louis Vouitton. Nè mi piacciono, nè tantomeno con le iniziali sopra. (Orrore.) NON trovo il senso di spendere dei soldi per una borsa che ormai hanno tutti in versione original o tarocca. E NON sono nemmeno una che odia il mainstream. Spesso faccio parte del mainstream. Ogni tanto nuoto da sola, da un'altra parte, in un altro oceano. Ogni tanto sì, nuoto controcorrente. Ma NON mi piace prendere una posizione, in cui sono mainstream e seguo quello che hanno gli altri oppure NON sono mainstream e faccio di tutto per distinguermi, anche se questo vuol dire andare a cercare l'ultimo piumino esistente degli anni 80 per non girare con quelli che hanno tutti.
Pesco quella che sono da quello che vedo, sento e annuso.
NON sono una che il primo gennaio pensa al bilancio dei gatti randagi uccisi dai botti. Ebbene si, sono un'anima di merda. Preferisco pensare alla bimba che ha perso un occhio oppure continuare a pensare a quanto siano ingiuste le guerre o gli sfruttamenti.
NON sono un'animalista convinta. Che NON vuol dire che vado in giro ad accettare gli animali per farmi le pellicce. Amo gli animali, non sono capace di schiacciare un ragno, ma siamo nella cacca fino al collo, e giuro che il problema delle pellicce mi sta a cuore, ma se devo fare una graduatoria ce ne sono almeno una decina prima, tra cui la pedofilia, le guerre, la violenza sulle donne, gli sfruttamenti, emergency. Per citarne qualcuno.
Quindi NON passo la vita a promuovere adozioni di cani randagi, avendo in casa due gatti persiani e un labrador pagato non so quante migliaia di euro. Non ti scrivo: "adotta anche tu Giorgetto, il cagnolino senza un occhio e due zampe" quando il mio fa la toeletta tutti i giorni e ha il collare di Vouitton e le zampe le ha ancora tutte e 4 ben funzionanti tanto che fa i concorsi canini.
Che poi anche i concorsi canini, che terribile tortura per gli animali.
Impomatati e addestrati per sfilare.
NON mi piacciono.
Sto diventando davvero troppo polemica. E NON mi piace nemmeno questo.
Forse era meglio la lista dei propositi.
Uhm.

lunedì 19 dicembre 2011

Giocando con i numeri..

Per tirare le somme.
Di quest'anno. Personalmente, di questi ultimi quattro mesi.
Se giro la testa all'indietro, chiudo gli occhi un istante, e mi rivedo solo sei mesi fa, mi accarezzo debolmente i capelli e sorrido alla me che ero.
Quest'anno per me è stato USA.
E' stato coronare il sogno che avevo fin da quando ho appeso la cartina degli States di fianco al letto, puntando il dito ogni sera in uno stato diverso.
Ho messo piede nella sfavillante New York, così perfetta come l'ho sempre sognata, e soprattutto con CHI ho sempre sognato di andarci. Per la prima volta, in punta di piedi. Trattenendo il fiato.
Credo non dimenticherò mai il momento in cui stavamo atterrando a Newark (si, anche perchè non credevo che quel minuscolo aereo traballante riuscisse ad atterrare senza spalmarsi sulle case) e da lontano ho visto l'Empire State Building e piccolissima laggiù Lady Liberty.
Il mio sogno americano è diventato realtà e purtroppo ancora prima di rendermi conto di tutto quello che mi stava accadendo ero già ranicchiata su un sedile in economica sul volo Tap che mi riportava in Europa.
L'America è così come la vedi, così come la immagini.
Sfavillante, telefilmica.
Irrazionale, povera.
Ricca, luminosa.
Illimitata, sconosciuta.
Disabitata ma anche sovraffollata.
Una contraddizione e un paradosso.
Libertà e regole.
Siamo sicuri che Hollywood sia limitata a Los Angeles?
Mi sembra tutto un grande set cinematografico, dove nulla è lasciato al caso.
Ho amato ogni centimetro di US che ho calpestato e sorvolato.
Le distese illimitate del Minnesota, senza una collina a vista d'occhio, i suoi milioni di laghi, le sue villette.
I grandi laghi visti dall'aereo, la desolazione di Minneapolis e la vitalità dei suoi dintorni.
Tanti piccoli colpi di fulmine, che hanno solamente solidificato la grande storia d'amore che c'è tra me e il Nuovo Mondo. Che non vedo l'ora di esplorare di nuovo.

E' stato l'anno del mio lancio a Milano tutta sola.
Tutta sola senza di Lui, che è rimasto nel Nuovo Mondo.
Piccoli grandi passi per la piccola Alessandra.
Che ha imparato a camminare da sola.
Ed è troppo bello quando inizi, che non smetti più.
E' stato l'anno del mio viaggio a Londra solitaria.
Io, la mia valigia e le cuffie nelle orecchie.
Io che viaggio da sola su un aereo.
Mi riguardo indietro e sorrido di nuovo a quella che ero.
Così piccola, così impaurita.
Ora sono ancora piccola, ma meno impaurita.

E' stato l'anno dei tre anni insieme.
Festeggiati davanti allo schermo di un pc, mangiando io cena e Lui pranzo.
Un appuntamento insolito.
E' stato l'anno in cui ci siamo riscoperti più forti.
In cui tutto quello in cui abbiamo creduto è stato messo a dura prova.
Mi guardo.
Si, anche da me.
Messo a dura prova dalle mie scenate da bambina, dalle mie paure.
Dalle mie incertezze.
E si, devo ammettere anche da lui.
E alla fine, siamo sempre qui.
Cresciuti.
Faccio una carezza a me e a Lui di tre anni fa.
Le cose cambiano, le persone cambiano, anche i sentimenti lo fanno.
Si cresce, si cambia idea, si vogliono altre cose.
Ma ogni tanto, si cambia insieme.

Venerdì torna.
A Linate.
Io sento già il cuore che mi rimbomba nel petto al pensiero.
Mi vedo sulla metro e sull'autobus a sudare freddo con le mani attorcigliate in tasca.
Mi vedo esplodere al suo arrivo.
Mi vedo sommersa, affogata da mille sensazioni, amplificate.
Mi abbraccio, mentalmente.
Mi preparo, perchè già mi tremano le gambe.
Mentre sono qui, a tirare le somme di questo nuovo capitolo di quella che sono,
che sa un pò di nuovo, un pò di antico.
Un pò di stampante, un pò di libro impolverato di biblioteca.
Che buon profumo.

giovedì 15 dicembre 2011

In questo viaggio chiamato TRENO..

Quante ore passa un essere umano con il fondoschiena appoggiato ad una lurida poltroncina di un intercity nell'arco di una vita?
Mah, non lo calcolerò mai per pigrizia e soprattutto per evitarmi un colpo al cuore. O uno scatto d'ira.
Comunque oggi, nel mio intercity delle 15.05, con cuffie nelle orecchie, ragazza bionda dell'est con profondi occhi azzurri di fronte e gli altri sei sedili occupati da una famiglia abbronzata e lampadata, pensavo a quante vite incrociamo in treno.
Livello di banalità del pensiero: 10.
Fatto sta, che tanti incontri in treno non dico che cambiano la vita, ma magari cambiano la giornata, toh.
O almeno l'ora successiva.
In meglio oppure in peggio, è vero. Tanto, tanto tanto peggio, a volte.
Ma devo dire che - fortunatamente - tante volte alcuni incontri mi hanno migliorato l'umore.
Anche per poco, sì.
Ma quel sorrisetto mentale mentre guardo fuori dal finestrino che tante cose mi hanno procurato ancora me lo ricordo.
Oggi per esempio avevo questa famiglia che occupava quattro posti di scompartimento.
Mi guardo intorno.
Scruto.
Curiosa.
Curiosa di entrare in un microscopico pezzo di vita altrui.
Molesta come sono, ogni tanto ascolto i discorsi.
Non capisco dove devono andare, scendono a Genova e poi proseguono in macchina.
Sono una famiglia alquanto anomala.
Genitori (?) decisamente lampadati, bimbo di una decina d'anni e fratello che ne avrà avuti  al massimo 18.
Chiacchierano, mangiano.
Parlano di imparare il portoghese, il figlio piccolo mi offre una caramella.
Io trasalisco dalle cuffie ma sorrido, un sorriso vero, di gratitudine.
Faccio di no con la testa, rigraziando.
Lui mi dice "Ma è buona, eh!"
Io annuisco e dico che lo so.
Primo sorriso della giornata andato.
Il fratello più grande mi mette la valigia sulla grata, il padre mi chiede di che modello è il mio telefono, se è uguale al suo.
Frammenti sconnessi di conversazioni, che mi fanno sentire più umana.
Non solo un'ombra muta che osserva il sole che tramonta fuori dal finestrino.
A Genova scendono. Mi salutano.
Io auguro buon viaggio e il fratello grande mi dice: "Anche a lei."
Sorrido di nuovo, non posso farne a meno.
Ma induco così timore da darmi del lei?
Perchè fisicamente potrei anche dimostrare 16 anni scarsi.
Ho giusto il tempo di sgranchirmi la schiena che un'altra marea di gente risale.
Di fronte a me si siede un uomo di mezza età che in mezzo francese e in mezzo inglese mi chiede se il treno va a Ventimiglia.
Deve andare a Nizza, da sua moglie.
Io azzardo un "Vous etez français?" e lui sorride.
Mi dice che non è francese, ma vive in Francia.
Un gruppo di quattro ragazzi che parla una lingua che non riesco a riconoscere occupa il posto della famiglia.
Quando arriva il momento di scendere, mi tirano giù la valigia, si alzano per farmi passare.
E allora lì capisco.
Capisco che tante cose possono cambiarti la giornata.
Un gesto gentile da uno sconosciuto è decisamente uno di questi.
Gesti che vanno oltre le lingue, le parole, il gesticolare.
Che vanno oltre l'età e la destinazione del viaggio.
E' qualcosa che ti scalda dentro, qualcosa di umano che si insinua.
E' fare parte di qualcosa.
Anche se è la vita di uno sconosciuto e che probabilmente non vedrai mai più.
Ma con cui hai condiviso, anche se in silenzio, anche con un gesto, una parte del tuo enorme viaggio.

mercoledì 7 dicembre 2011

L'estate fredda..

..no, non dei morti. Quelli li abbiamo passati da un pò.
Eppure qui si staziona sui 15 gradi, sole e tempo terso.
Pure a Milano ieri c'era un sole che faceva ben sperare e addirittura un bel venticello.
Gentile concessione dell'apocalisse? Maaaah.
Mio padre parla di lune in ritardo.
Io parlo di surriscaldamento globale.
Comunque, dal mio monoloculo di Milano questa settimana ho potuto aggiornarmi sulla manovra, le manovre, i tagli i cuciti le aggiunte e tutto quel che ne consegue.
Più volte, essendo da sola mi sono giostrata tra tutti i tg possibili.
No, il tg4 no, se ve lo state chiedendo.
Comunque, da brava linguista che ha fatto lo scientifico e non ha mai capito una parola di economia, vagavo con gli occhi davanti alla televisione come quando qualcuno ti parla di qualcosa convinto che lo stai seguendo e invece brancoli nel buio.
Qualcosa però l'ho capita: ci stanno, come al solito, inchiappettando.
L'ICI sulla prima casa ritorna, come un regalo di Natale.
Bentornato, ecco.
Però Monti rinuncia al suo stipendio. Uno dei tre.
Almeno è un bel gesto simbolico.
Leggo anche che il ristorante del Senato non fa più pagare il filetto 2,76 euro.
Tante buone cose.
Aumentano le tasse, aumenta la benzina.
Aumenta anche la velocità a cui girano le palle, immagino.
Quello che non aumenta sono i posti di lavoro, i soldi per la ricerca, le borse di studio.
Però continuiamo ad andare in pensione sempre più tardi: infondo, il ragionamento non fa una piega.
Contando che inizierò a lavorare a 40 anni, è giusto che almeno vada in pensione a 70!
Come sono polemica.
Non ho ancora capito se ho una posizione o i miei pensieri confusi vagano da una parte all'altra.
Beata ignoranza mia.

Altra polemica, che mi piace tanto.
Abbiamo appreso, alle soglie del 2012, i Maya e la fine, che il cappuccetto, il palloncino, quel cosetto viscido e trasparente, è una parola tabù. Censurata, eliminata.
Ma gondone posso dirlo?
Condom?
Non sono stati specifici.
Comunque vedo che ci concentriamo sempre sui problemi fondamentali.
Centriamo sempre il punto.
Insieme all'esplosione di collera e ira funesta per i cartelloni della nuova campagna di Benetton.
Che io trovo adorabile, peraltro.
Preti che baciano suore, il Papa che bacia l'Imam, Obama che bacia il presidente cinese.
Ed è subito inferno. No, non solo in senso figurato.
Blasfemia, indignazione, esorcismi (?).
Ed io che l'ho vista e ho pensato: ragazzi, sembra di fare un passo avanti.
Un bacio simbolico a tout le monde.Non si stanno mica infilando sei metri di lingua.
Non è un porno, ve lo giuro.
Una campagna che abbatte le barriere politiche, etniche e religiose.
SBAM. Che potenza in solamente una manciata di foto.
Eppure, i fedeli si sentono feriti nei loro sentimenti.
Da cosa, mi vien da dire.
Dalla scritta in grassetto che campeggia sotto ogni foto, UNHATE ?
Dal simbolo di pace in ogni contesto sociale, politico e religioso?

.....

Va bene, sento già il pizzichio delle fiamme che raggiunge il mio fondoschiena...

Quel che resta di Firenze

Ieri, sul frecciarossa di ritorno a Milano, seduta nella mia carrozza ristorante (storie di treni soppressi e di altri troppo pieni..), guardavo l'Emilia sepolta dalla neve e pensavo a cosa questi tre piccolissimi giorni a Firenze mi hanno lasciato impresso.
Quel che mi resta di Firenze è sicuramente un gran freddo, un pò di timido sole, un vento decisamente troppo potente e un bel pò di raffreddore. Ma queste cose sono solo la cornice, quello che bisogna scalfire per arrivare a quello che in realtà mi toglie il fiato ogni volta che ci penso.
 Quel che mi resta di Firenze sono le stradine, quasi tutte pedonali, la sua aria austera e di altri tempi, la sua aria piena di segreti da svelare. E' il suo imponente duomo con il Cupolone, in quella piazza brulicante di turisti, imperterriti anche nel gelo di febbraio. Quel che mi resta sono i colori, che la natura e l'uomo sembrano aver dipinto insieme. Un'amalgama di colori pastello, tenui e delicati, tutto si armonizza in un'immagine sola e l'occhio non può fare a meno che percepire una cosa sola. Quel che resta di Firenze sono le piazze, una più bella dell'altra. Piccoli e grandi scrigni che si aprono da stradine impervie. Spazi aperti in cui esplodono persone, giostre e mercatini. Quel che mi rimane sono i profumi di dolci di fronte alle pasticcerie, di sapori antichi quando il passo ti porta di fronte ad antiche trattorie, o fiaschetterie, come capita spesso di leggere sui cartelli.  Quel che mi rimane sono il rumore dell'Arno che scorre placido sotto il ponte vecchio.


 Quel che mi rimane di Firenze è il sole, pallido e timido di febbraio, che la inonda mentre la guardo da Piazzale Michelangelo. Mi sembra di dominarla tutta, da lassù, e sembra che si metta in posa, come se al posto di una fotografia le stessi facendo un dipinto. Ed è proprio quello che mi rimane, di lei, da lassù: un dipinto. Una serie di fotografia scattate con dita tremanti dal freddo, che sono tutto fuor che fotografie. Sono dipinti in acquarelli, in matita, in colori a olio. Le sfumature del cielo sono fatte con ampie pennellate, mentre quelle del cupolone con minuziosa perizia. Le impercettibili onde dell'Arno con spruzzi di azzurro, i colori dei tetti con un ocra chiaro. Le colline che la circondano sembrano abbracciarla, e si stagliano verdi e coraggiose nel vento.
Quel che mi rimane di lei è il Ponte Vecchio, così minuziosamente dettagliato, le finestrelle sulle case colorate che ricordano quelle di un presepe antico. Si staglia lì, sopra l'acqua pacifica, con i suoi colori accostati, costruito con poca attenzione alle varie altezze, che lo rendono quasi bambinesco. Un'opera di qualche bimbo che lo ha assemblato con ingenua creatività. La luce del sole lo accarezza piano, dà vita a quei colori. Il giallino, l'arancione, il rosso, il verde accesso delle persiane, alcune chiuse, alcune spalancate. La luce debole che proviene dall'interno, da una delle innumerevoli gioiellerie che tempestano quel ponte.


Quel che mi rimane di lei è il gusto della ribollita, la sua consistenza morbida e delicata e il suo sapore che sembra venire da lontano nel tempo. Il suo sapore che parla di contadini, di semplicità, di pasto consumato in silenzio ma anche nel chiacchiericcio della sera, proprio così, in terrine di terracotta bollenti. Mi rimane l'atmosfera delle mille osterie, delle mille enoteche, di quei tavolini di legno semplici ma eleganti, di quel mangiare osservati dalle innumerevoli bottiglie di vino. Quel che mi rimane è l'accento, la parlata un pò così, che ti viene voglia di fare tua, e ogni tanto ti viene da dire qualcosa come "Si va a mangiare", e ti scappa un sorriso. Quel che mi rimane è il profumo del cioccolato per tutta Piazza della Repubblica, perchè sì, sono riuscita a beccare la settimana della Fiera del Cioccolato. Da leccarsi i baffi. Budinetti di cioccolato, cremini, frutta ricoperta di cioccolato caldo che scende da una fontana.


Quel che mi rimane infondo è tanto amore. Ma tanto. Per questo paese stupendo, per tutto quello che in Italia c'è di stupendo e noi nemmeno ce ne accorgiamo. Per la magia che la storia dona a tutto il suolo che calpestiamo ogni giorno, per l'aura di mistero che ricopre le nostre città come una coperta sottile. Mi rimane l'amore per questa città, per l'arte, per Piazza Della Signoria, per Palazzo Vecchio e per la Galleria degli Uffizi. Per tutti i quadri, le pennellate, i piegamenti di testa per vedere meglio un particolare. L'amore per Palazzo Pitti e i suoi Giardini di Boboli, enormi e stupendi. E mi rimane sì, anche un sorriso grande. Perchè solo io sono in grado di ridicolizzare l'arte come una polla. Porto un pò di allegria, insomma.


Questa fuga da tutto, da Milano, da Savona, per chiuderci un weekend nella magia di Firenze, ci ha fatto solo che bene. E io, l'ho amata con tutta me stessa. Quel che mi rimane di questi tre giorni in questa città cristallizata nel tempo e nello spazio è l'amore per lei, per le sue strade, le sue piazze, la sua atmosfera. E l'amore per il modo in cui l'abbiamo vissuta noi. Cioè, come al solito. Da esploratori, da persone che vedono la realtà per la prima volta. Un poeta una volta ha detto che solamente i bambini e i poeti possono vedere le cose come se le vedessero davvero per la prima volta. E io e Lui le abbiamo viste così, assaporate così, come se i nostri occhi avessero avuto la possibilità da abbracciarle per la prima volta, le nostre dita posarsi sul parapetto del Ponte Vecchio come se fosse la prima pietra che avessimo toccato. Abbiamo lasciato che Firenze ci entrasse dentro con la curiosità di due bambini. Abbiamo lasciato che la novità ci travolgesse, ci portasse a pensare cose nuove ed amarle in quel modo così sorprendente che ti entra dentro e nulla può più toglierlo. Quei sentimenti che nonostante la vita cerchi di portarteli via con le unghie e con i denti, semplicemente non si staccano. Rimangono lì, impervi e statuari nel tempo e nello spazio. Proprio come Firenze.

Ottime idee. (Ovvero: buoni propositi sparsi a manciate)

Quante volte, nel dormiveglia, una serie infinita di ottime idee ci concilia il sonno, convinti che dal chicchirichì della mattina dopo la vita migliorerà notevolmente? E quante volte, alzandoci poi, se ci va di culo ricordiamo cosa abbiamo pensato la sera prima e lo malediciamo mentalmente, o addirittura la fase rem ha cancellato ogni traccia di ottimi propositi?
Non ditemi che non è vero. 

Chissà cosa ci porta, la notte, ad essere più creativi e propositivi. Chissà quale grande aspettative (cfr Dickens) nutriamo nel domani. Vorrà ben dire qualcosa. Insomma, siamo ancora un popolo di speranzosi, in fondo. No?
Peccato poi per il desiderio realizzato a metà, che al mattino ci alziamo già con il piede sbagliato e arriviamo al lavoro/ università come se qualcuno ci avesse urinato nel caffè. Che razza di linea sottile c'è tra l'ottimismo serale e il pessimismo cosmico e universale del mattino dopo? Contando che non hai tempo per fare colazione e butti giù una boccata di latte gelato dal frigo, i denti li lavi mentre col calzascarpe e infili lo spazzolino nello stivale insieme al piede, la grande idea di notturna di fare dieci minuti di yoga ogni mattina prima di colazione finisce nella spazzatura insieme alla bratta del caffè che hai bruciato.
Ma, e c'è un MA, ogni tanto questi buoni propositi, per una serie di fortuite coincidenze cosmiche, riescono effettivamente a realizzarsi. Quindi riesci effettivamente ad andare in palestra, anche se alla sera ti raccogli col cucchiaino, finalmente hai la voglia e il tempo di trascinarti a farti le sopracciglia, che col tempo hai martoriato fino a farle sembrare dei bruchi anche parecchio storti, cambi gli occhiali, e finalmente ci vedi. (E lo sanno tutti, perchè per due giorni vaghi per casa e per strada dicendo a chiunque "Ci vedo, ci vedo! Le forme, i colori..ora tutto ha un senso!"). Ti compri un rossetto, che hai sempre sognato, e pure in saldo. Riesci anche a concludere degnamente gli esami. E con degnamente intendi alla grande, ma precisina come sei, ancora non ti vanno alla perfezione. Comunque, ogni tanto ci sono quelle mattine dove non hai fretta, dove scrivi un post davanti ad un caffè, il sole che entra dalla finestra e la voglia di fare che hai alla sera prima di crollare a bocca aperta sul cuscino. Quelle mattine dove tutto è pieno di prospettive, voglia di fare, fiducia in sè stessi e anche quella sensazione di esserti svegliata persino un pochettino più figa della sera precedente.
E diciamo che la prospettiva di una microfuga a Firenze nel weekend, anche se si prospetta il weekend più freddo degli ultimi duemila anni, rende il tutto decisamente più roseo. Sarà che l'idea di mettere in valigia a caso qualche cosa e spostarmi, vagare, fotografare, imprimere nella mente sapori, colori e odori già mi manda in fibrillazione.
I problemi, il futuro, tutto quello che viene, per una volta è lì, annichilito in un angolo, in standby. 

Si ritorna solo andando via.

Ok. E' una frase di Laura Pausini. Rabbrividisco mentalmente.
Ma fondamentalmente è intrisa di una forte verità.
Dentro di me sta esplodendo una voglia di andare, di ficcare in valigia miriadi di vestiti e aspettare il mio volo chiamato in aereoporto, guardarmi un film nelle interminabili ore di volo, e lasciarmi trasportare da cosa mi riserva il destino.
Mi spoglierei delle mia pelle per correre più veloce, andare e andare.
Assorbire, annusare, vedere, fare mio ogni paesaggio visto, ogni volto nuovo, ogni sorriso, ogni accento.
Rendere parte di me tutto ciò di cui faccio esperienza.
Immergermi in ogni colore, rumore, sguardo.
Potermi sentire un pò apolide, un pò cittadina del mondo, accogliendo a braccia aperte tradizioni non mie, adottarle e renderle familiari.
Poter tornare a casa, col mio bagaglio di regali, parole e immagini, e sentirmi diversa. E sorridere come sempre alla me che ero.
Crescere di anni in soli quattro mesi. Prendere dalla vita tutto quello che posso, aggiungere al mio bagaglio una miriade di sensazioni che mi porterò dietro per sempre.
Imparare a creare nuovi legami e a mantenere i vecchi, a cavarmela da sola, ad arrangiarmi, come ho sempre fatto ma in versione small.Dentro di me da qualche parte c'è una Alessandra libera, senza nessun legame, che non guarda in faccia a nessuno, forte e spensierata che non vede l'ora di andare senza guardarsi indietro, per godersi solo il bello di quello che questa esperienza può offrirmi.
Dall'altra parte, lasciare tutto ciò che mi è familiare, tutto ciò che non ho bisogno di guardare per vederlo, tutto quello che anche al buio, sfiorandone i contorni, so riconoscere e sentire mio, mi mette addosso una paura che paralizza.
Una paura che mi aumenta il battito cardiaco e più ci penso più mi sembra di diventare pazza.
Io, che non sono stata lontana da casa per più di quindici giorni, saprei sopravvivere per quattro mesi dall'altra parte del globo?

Io, con le mie crisi di panico, con le mie paranoie, con il mio umore altalenante, con le mie malinconie.
Io, un punto interrogativo, una mina vagante pronta ad esplodere in ogni momento.
E la domanda è solo una: e se non ce la facessi? E se non fossi pronta?
E da qui nessuna risposta, ma solo un percorso mentale che rotola come una valanga, e si ingigantisce ad ogni pensiero.
Se avessi un attacco di panico, nel mezzo di un paese che non è il mio, dove per spiegarmi non posso parlare la mia lingua, e nessuno di conosciuto mi tiene la mano?
E quando penso così, mi viene solo da chiudere gli occhi e ficcarmi sotto le coperte, come una duenne.
Sono così combattuta che riesco a cambiare idea ogni cinque minuti.
Le mete oramai sono lì, scritte in blu su un foglio di carta.
Gli esami vanno solo scelti.
Il modulo online va solo compilato.
Il mouse va solo cliccato, su quel bottone "Iscriviti al Bando".
Un gesto così semplice, ma che sembra pesare più di un macigno.

La tendenza al NO.

Devo avercela ben radicata nel sangue e nel DNA.
Ho letto una volta nelle pagine di Luciana Littizzetto che anche a lei piace dire NO.
Ma pensiamoci, non è mica sempre così facile.
Dire io NO. NON sono, NON voglio.
Spesso si è accondiscendenti a testa bassa, spesso si passa per qualcosa che non si è senza avere il coraggio di mettere insieme quelle due letterine per dire NO.
Che poi se ci sto a riflettere, la conformazione della parola NO è così piacevole da pronunciare. Detta bene anche solo col tono sta a supportare il senso. Un bel NO pronunciato lentamente. Ah. Goduria.
Comunque, dicevo.
Oggi sono in vena di NO e di NON.
Sono più irrequieta del solito, arrivo ad un traguardo ma non riesco a godermelo perchè non vedo l'ora di raggiungerne un altro. Non sto mai ferma, la mente vola sempre al successivo, incapace di godersi il presente.
Ma che razza di problema ho, io?
Comunque, al posto della lista dei propositi per l'anno nuovo, stavolta mi gira di fare una lista di NO. Di quello che NON sono e NON voglio essere. Di quello che NON voglio e NON mi piace.
Questa predisposizione al NO mi piace.
E' un pò liberatoria. Invece di un vaffanculo, per esempio.
Un bel NO! Provate.
Comunque, ritornando alla mia lista.

NON voglio una Louis Vouitton. Nè mi piacciono, nè tantomeno con le iniziali sopra. (Orrore.) NON trovo il senso di spendere dei soldi per una borsa che ormai hanno tutti in versione original o tarocca. E NON sono nemmeno una che odia il mainstream. Spesso faccio parte del mainstream. Ogni tanto nuoto da sola, da un'altra parte, in un altro oceano. Ogni tanto sì, nuoto controcorrente. Ma NON mi piace prendere una posizione, in cui sono mainstream e seguo quello che hanno gli altri oppure NON sono mainstream e faccio di tutto per distinguermi, anche se questo vuol dire andare a cercare l'ultimo piumino esistente degli anni 80 per non girare con quelli che hanno tutti.
Pesco quella che sono da quello che vedo, sento e annuso.
NON sono una che il primo gennaio pensa al bilancio dei gatti randagi uccisi dai botti. Ebbene si, sono un'anima di merda. Preferisco pensare alla bimba che ha perso un occhio oppure continuare a pensare a quanto siano ingiuste le guerre o gli sfruttamenti.
NON sono un'animalista convinta. Che NON vuol dire che vado in giro ad accettare gli animali per farmi le pellicce. Amo gli animali, non sono capace di schiacciare un ragno, ma siamo nella cacca fino al collo, e giuro che il problema delle pellicce mi sta a cuore, ma se devo fare una graduatoria ce ne sono almeno una decina prima, tra cui la pedofilia, le guerre, la violenza sulle donne, gli sfruttamenti, emergency. Per citarne qualcuno.
Quindi NON passo la vita a promuovere adozioni di cani randagi, avendo in casa due gatti persiani e un labrador pagato non so quante migliaia di euro. Non ti scrivo: "adotta anche tu Giorgetto, il cagnolino senza un occhio e due zampe" quando il mio fa la toeletta tutti i giorni e ha il collare di Vouitton e le zampe le ha ancora tutte e 4 ben funzionanti tanto che fa i concorsi canini.
Che poi anche i concorsi canini, che terribile tortura per gli animali.
Impomatati e addestrati per sfilare.
NON mi piacciono.
Sto diventando davvero troppo polemica. E NON mi piace nemmeno questo.
Forse era meglio la lista dei propositi.
Uhm.

Giocando con i numeri..

Per tirare le somme.
Di quest'anno. Personalmente, di questi ultimi quattro mesi.
Se giro la testa all'indietro, chiudo gli occhi un istante, e mi rivedo solo sei mesi fa, mi accarezzo debolmente i capelli e sorrido alla me che ero.
Quest'anno per me è stato USA.
E' stato coronare il sogno che avevo fin da quando ho appeso la cartina degli States di fianco al letto, puntando il dito ogni sera in uno stato diverso.
Ho messo piede nella sfavillante New York, così perfetta come l'ho sempre sognata, e soprattutto con CHI ho sempre sognato di andarci. Per la prima volta, in punta di piedi. Trattenendo il fiato.
Credo non dimenticherò mai il momento in cui stavamo atterrando a Newark (si, anche perchè non credevo che quel minuscolo aereo traballante riuscisse ad atterrare senza spalmarsi sulle case) e da lontano ho visto l'Empire State Building e piccolissima laggiù Lady Liberty.
Il mio sogno americano è diventato realtà e purtroppo ancora prima di rendermi conto di tutto quello che mi stava accadendo ero già ranicchiata su un sedile in economica sul volo Tap che mi riportava in Europa.
L'America è così come la vedi, così come la immagini.
Sfavillante, telefilmica.
Irrazionale, povera.
Ricca, luminosa.
Illimitata, sconosciuta.
Disabitata ma anche sovraffollata.
Una contraddizione e un paradosso.
Libertà e regole.
Siamo sicuri che Hollywood sia limitata a Los Angeles?
Mi sembra tutto un grande set cinematografico, dove nulla è lasciato al caso.
Ho amato ogni centimetro di US che ho calpestato e sorvolato.
Le distese illimitate del Minnesota, senza una collina a vista d'occhio, i suoi milioni di laghi, le sue villette.
I grandi laghi visti dall'aereo, la desolazione di Minneapolis e la vitalità dei suoi dintorni.
Tanti piccoli colpi di fulmine, che hanno solamente solidificato la grande storia d'amore che c'è tra me e il Nuovo Mondo. Che non vedo l'ora di esplorare di nuovo.

E' stato l'anno del mio lancio a Milano tutta sola.
Tutta sola senza di Lui, che è rimasto nel Nuovo Mondo.
Piccoli grandi passi per la piccola Alessandra.
Che ha imparato a camminare da sola.
Ed è troppo bello quando inizi, che non smetti più.
E' stato l'anno del mio viaggio a Londra solitaria.
Io, la mia valigia e le cuffie nelle orecchie.
Io che viaggio da sola su un aereo.
Mi riguardo indietro e sorrido di nuovo a quella che ero.
Così piccola, così impaurita.
Ora sono ancora piccola, ma meno impaurita.

E' stato l'anno dei tre anni insieme.
Festeggiati davanti allo schermo di un pc, mangiando io cena e Lui pranzo.
Un appuntamento insolito.
E' stato l'anno in cui ci siamo riscoperti più forti.
In cui tutto quello in cui abbiamo creduto è stato messo a dura prova.
Mi guardo.
Si, anche da me.
Messo a dura prova dalle mie scenate da bambina, dalle mie paure.
Dalle mie incertezze.
E si, devo ammettere anche da lui.
E alla fine, siamo sempre qui.
Cresciuti.
Faccio una carezza a me e a Lui di tre anni fa.
Le cose cambiano, le persone cambiano, anche i sentimenti lo fanno.
Si cresce, si cambia idea, si vogliono altre cose.
Ma ogni tanto, si cambia insieme.

Venerdì torna.
A Linate.
Io sento già il cuore che mi rimbomba nel petto al pensiero.
Mi vedo sulla metro e sull'autobus a sudare freddo con le mani attorcigliate in tasca.
Mi vedo esplodere al suo arrivo.
Mi vedo sommersa, affogata da mille sensazioni, amplificate.
Mi abbraccio, mentalmente.
Mi preparo, perchè già mi tremano le gambe.
Mentre sono qui, a tirare le somme di questo nuovo capitolo di quella che sono,
che sa un pò di nuovo, un pò di antico.
Un pò di stampante, un pò di libro impolverato di biblioteca.
Che buon profumo.

In questo viaggio chiamato TRENO..

Quante ore passa un essere umano con il fondoschiena appoggiato ad una lurida poltroncina di un intercity nell'arco di una vita?
Mah, non lo calcolerò mai per pigrizia e soprattutto per evitarmi un colpo al cuore. O uno scatto d'ira.
Comunque oggi, nel mio intercity delle 15.05, con cuffie nelle orecchie, ragazza bionda dell'est con profondi occhi azzurri di fronte e gli altri sei sedili occupati da una famiglia abbronzata e lampadata, pensavo a quante vite incrociamo in treno.
Livello di banalità del pensiero: 10.
Fatto sta, che tanti incontri in treno non dico che cambiano la vita, ma magari cambiano la giornata, toh.
O almeno l'ora successiva.
In meglio oppure in peggio, è vero. Tanto, tanto tanto peggio, a volte.
Ma devo dire che - fortunatamente - tante volte alcuni incontri mi hanno migliorato l'umore.
Anche per poco, sì.
Ma quel sorrisetto mentale mentre guardo fuori dal finestrino che tante cose mi hanno procurato ancora me lo ricordo.
Oggi per esempio avevo questa famiglia che occupava quattro posti di scompartimento.
Mi guardo intorno.
Scruto.
Curiosa.
Curiosa di entrare in un microscopico pezzo di vita altrui.
Molesta come sono, ogni tanto ascolto i discorsi.
Non capisco dove devono andare, scendono a Genova e poi proseguono in macchina.
Sono una famiglia alquanto anomala.
Genitori (?) decisamente lampadati, bimbo di una decina d'anni e fratello che ne avrà avuti  al massimo 18.
Chiacchierano, mangiano.
Parlano di imparare il portoghese, il figlio piccolo mi offre una caramella.
Io trasalisco dalle cuffie ma sorrido, un sorriso vero, di gratitudine.
Faccio di no con la testa, rigraziando.
Lui mi dice "Ma è buona, eh!"
Io annuisco e dico che lo so.
Primo sorriso della giornata andato.
Il fratello più grande mi mette la valigia sulla grata, il padre mi chiede di che modello è il mio telefono, se è uguale al suo.
Frammenti sconnessi di conversazioni, che mi fanno sentire più umana.
Non solo un'ombra muta che osserva il sole che tramonta fuori dal finestrino.
A Genova scendono. Mi salutano.
Io auguro buon viaggio e il fratello grande mi dice: "Anche a lei."
Sorrido di nuovo, non posso farne a meno.
Ma induco così timore da darmi del lei?
Perchè fisicamente potrei anche dimostrare 16 anni scarsi.
Ho giusto il tempo di sgranchirmi la schiena che un'altra marea di gente risale.
Di fronte a me si siede un uomo di mezza età che in mezzo francese e in mezzo inglese mi chiede se il treno va a Ventimiglia.
Deve andare a Nizza, da sua moglie.
Io azzardo un "Vous etez français?" e lui sorride.
Mi dice che non è francese, ma vive in Francia.
Un gruppo di quattro ragazzi che parla una lingua che non riesco a riconoscere occupa il posto della famiglia.
Quando arriva il momento di scendere, mi tirano giù la valigia, si alzano per farmi passare.
E allora lì capisco.
Capisco che tante cose possono cambiarti la giornata.
Un gesto gentile da uno sconosciuto è decisamente uno di questi.
Gesti che vanno oltre le lingue, le parole, il gesticolare.
Che vanno oltre l'età e la destinazione del viaggio.
E' qualcosa che ti scalda dentro, qualcosa di umano che si insinua.
E' fare parte di qualcosa.
Anche se è la vita di uno sconosciuto e che probabilmente non vedrai mai più.
Ma con cui hai condiviso, anche se in silenzio, anche con un gesto, una parte del tuo enorme viaggio.

L'estate fredda..

..no, non dei morti. Quelli li abbiamo passati da un pò.
Eppure qui si staziona sui 15 gradi, sole e tempo terso.
Pure a Milano ieri c'era un sole che faceva ben sperare e addirittura un bel venticello.
Gentile concessione dell'apocalisse? Maaaah.
Mio padre parla di lune in ritardo.
Io parlo di surriscaldamento globale.
Comunque, dal mio monoloculo di Milano questa settimana ho potuto aggiornarmi sulla manovra, le manovre, i tagli i cuciti le aggiunte e tutto quel che ne consegue.
Più volte, essendo da sola mi sono giostrata tra tutti i tg possibili.
No, il tg4 no, se ve lo state chiedendo.
Comunque, da brava linguista che ha fatto lo scientifico e non ha mai capito una parola di economia, vagavo con gli occhi davanti alla televisione come quando qualcuno ti parla di qualcosa convinto che lo stai seguendo e invece brancoli nel buio.
Qualcosa però l'ho capita: ci stanno, come al solito, inchiappettando.
L'ICI sulla prima casa ritorna, come un regalo di Natale.
Bentornato, ecco.
Però Monti rinuncia al suo stipendio. Uno dei tre.
Almeno è un bel gesto simbolico.
Leggo anche che il ristorante del Senato non fa più pagare il filetto 2,76 euro.
Tante buone cose.
Aumentano le tasse, aumenta la benzina.
Aumenta anche la velocità a cui girano le palle, immagino.
Quello che non aumenta sono i posti di lavoro, i soldi per la ricerca, le borse di studio.
Però continuiamo ad andare in pensione sempre più tardi: infondo, il ragionamento non fa una piega.
Contando che inizierò a lavorare a 40 anni, è giusto che almeno vada in pensione a 70!
Come sono polemica.
Non ho ancora capito se ho una posizione o i miei pensieri confusi vagano da una parte all'altra.
Beata ignoranza mia.

Altra polemica, che mi piace tanto.
Abbiamo appreso, alle soglie del 2012, i Maya e la fine, che il cappuccetto, il palloncino, quel cosetto viscido e trasparente, è una parola tabù. Censurata, eliminata.
Ma gondone posso dirlo?
Condom?
Non sono stati specifici.
Comunque vedo che ci concentriamo sempre sui problemi fondamentali.
Centriamo sempre il punto.
Insieme all'esplosione di collera e ira funesta per i cartelloni della nuova campagna di Benetton.
Che io trovo adorabile, peraltro.
Preti che baciano suore, il Papa che bacia l'Imam, Obama che bacia il presidente cinese.
Ed è subito inferno. No, non solo in senso figurato.
Blasfemia, indignazione, esorcismi (?).
Ed io che l'ho vista e ho pensato: ragazzi, sembra di fare un passo avanti.
Un bacio simbolico a tout le monde.Non si stanno mica infilando sei metri di lingua.
Non è un porno, ve lo giuro.
Una campagna che abbatte le barriere politiche, etniche e religiose.
SBAM. Che potenza in solamente una manciata di foto.
Eppure, i fedeli si sentono feriti nei loro sentimenti.
Da cosa, mi vien da dire.
Dalla scritta in grassetto che campeggia sotto ogni foto, UNHATE ?
Dal simbolo di pace in ogni contesto sociale, politico e religioso?

.....

Va bene, sento già il pizzichio delle fiamme che raggiunge il mio fondoschiena...