lunedì 26 marzo 2012

Tra Bastioni, circonvallazioni e SUV.

Che città èèè? Si, avete indovinato, è Milano.
Vi ho già detto che da tre anni più o meno è la mia seconda casa e non ho ancora capito se ne sono innamorata o mi schifa? Che strano sentimento. Sarà che il primo anno è stato un pò come strapparmi da casa, e quindi il nostro primo appuntamento è stato alquanto deludente, ma mi è rimasta un pò questa sensazione di fastidio all'arrivo in Stazione Centrale. D'altra parte, col tempo ho imparato ad amarla e a sentirla mia.
Certo, incarna a pieno tutti i luoghi comuni che vi vengono in mente se ci pensate un attimo. In fondo tutti i luoghi comuni hanno un fondicino di verità.
Milano vive di SUV che manco in America. Di solito le guidatrici sono donne. Donne che cagano il loro panfilo dove più aggrada. Meta prediletta: i binari del tram. Manco a dirlo. Alcuni giorni fa ero sul mio tram dopo quella duecento ore di lezione, cullata dall'accelerare/frenare tipico del mio trammino, quando tutto si stoppa e un suono melodioso mi giunge alle orecchie: quello di centomila clacson. Ahhh. Mi sporgo e scopro l'arcano: è lui, sì, il SUV con la S maiuscola che campeggia in tutta la sua maestosità sui binari. Dopo alcuni minuti che a me sembrano secoli in slow motion, la proprietaria esce da Calzedonia (rileggete bene, Calzedonia) con il suo sacchetto, sale, sgomma e parte. Comodo, no?

Milano è La città in Italia dove la maggior parte della gente non conosce i colori del semaforo. Oppure glieli insegnano proprio sbagliati. Verde: vai a tutta velocità, non curarti minimamente degli ostacoli. Giallo: sbrigati che altrimenti sei in ritardo per andare a prendere il pargolo, pigia su quell'acceleratore. Rosso: E' la tua chance, dai gas e investi tutto il possibile. (Il rosso comma due indica: se per caso qualcuno ti insulta, non scusarti mai e inveisci il più possibile aggiungendo al suono anche le immagini e i gesti.)
Io ogni tanto tento di rischiare la morte. Mi metto lì, vedo la macchina in lontananza, faccio due passi sulle strisce e aspetto. La maggior parte delle volte mi fanno un pelo che manco Valentino sulla moto e devo reggermi bene la sciarpa sennò mi parte. Ma è tutta una questione di abitudine e di accaparrarsi le sette vite come i gatti.

Milano è la città divisa in due: conducenti di mezzi pubblici gentili e conducenti stronzi. Ne incontrerai sicuro di tutti i tipi. Quelli gentili ti aprono le porte mentre corri la Stramilano per prendere l'ultima 94 (ultimA, gli autobus qui sono femmine), con la faccia paonazza e la pezza fino ai piedi, e ti indicano la fermata se hai una cartina 8x6 in mano. Quelli stronzi ti chiudono le porte anche se sono fermi, quando hai la valigia, la borsa del pc, la borsa frigo e il cane appresso. E sono le 11.53 di sera. E ti guardano anche con quel sorrisino come a dire "toh, te l'ho fatta. Ora vai pure a piedi". Ma anche lì, le imprecazioni diventano di uso comune e ci si abitua.

Milano è la città dove effettivamente puoi fare ciò che vuoi quando vuoi. Fare colazione alle 4 di pomeriggio oppure aperitivo alle 23, fare shopping fino a sera tarda e cambiare tre discoteche in una notte sola. Lasciarti svenire al parco la domenica in mezzo a duemila cacche di cane sulla coperta della nonna e ustionarti con l'abbronzatura da muratore.

Milano ti dà l'idea di essere completamente solo nel mondo oppure sempre in compagnia di qualcuno. A seconda delle situazioni. Incontri sempre qualcuno anche se è immensa, ti fermi a chiacchierare, fai duecento attività diverse, e ti senti un pò la regina delle publi relations. Poi c'è la giornata in cui ti sputano nel caffè e ti senti sola come un cane, tutte le persone su cui posi lo sguardo sono in compagnia e molto spesso ridono, e tu ti senti persa nei meandri della metropoli.

Milano ha i suoi luoghi comuni ma ama anche eliminarli. Vive di contraddizioni ma è impossibile non innamorarsene. Anche se ti tocca lottare per la vita ad ogni attraversamento pedonale.

giovedì 22 marzo 2012

Hamburgerlandia

Fa tanto "Babe va in città". In effetti mi sento un pò Babe. Maialino coraggioso che dalla tranquilla fattoria si avventura nella grande città. Che poi la città sia Albany, piiiiiiccola capitale dello stato di New York (manco voi lo sapevate, deh?), poco importa. Che oggi abbia intravisto la simpatica tizia dell'altro corso che mi ha fottuto il posto a San Francisco, nemmeno. Perchè, cari amici tutti, parto. Cioè, non ora. Nè domani. A fine agosto, si, ma a me a giorni alterni pare di dover prendere baracca e burattini e traslarmi dall'altra parte dell'oceano.
Da vera maniaca del controllo e un tantino ossessivo-compulsiva, già mi sono fatta un giro sugli orari dei corsi del fall semester (altro che qui, che gli orari dei corsi li indovini il giorno prima al totocalcio), i voli, i possibili alloggi. Ogni cellula del mio corpo freme e vorrebbe sapere tutto subito, organizzare tutto all'istante e avere la tranquillità di aver fatto tutto alla perfezione. Perchè se avete avuto a che fare con Hamburgerlandia nella vostra vita sapete quanto i suoi simpatici abitanti siano una delle popolazioni più esigenti nell'universo conosciuto. Prima di partire si assicurano che tu non abbia partecipato al genocidio nazista del '45, che non partecipi ad attività terroristiche e che non contribuisci al commercio nero di bambini. Come? Chiedendotelo. Dei geni, in pratica. Voglio trovare quello che scrive sì.
Una volta messo piede sul suolo del Nuovo Mondo passi circa otto anni in coda alla dogana, dove ti chiedono le cose più svariate e senza senso, come che mestieri fanno i tuoi, chi sei venuto a trovare e perchè, quanti soldi ti sei portato e il tuo colore preferito. No, l'ultima non è vera. Le altre purtroppo sì.
Se poi sfortunatamente hai bisogno di un Visto, ti toccheranno appuntamenti frequenti con il consolato americano che riceve una volta ogni martedì dispari del mese, vuole tutti i documenti che la tua anagrafe e la tua banca possono offrirgli e anche un rene. Per sicurezza. Che simpatici. Essere un exchange student non è mai stato così facile.

A parte queste piacevoli operazioni burocratiche, il tempo speso daydreaming è aumentato del duecento percento. Cosa io abbia provato quando ho letto la mail dell'università che mi assegnava la destinazione, non ve lo so spiegare con esattezza. Cioè no, il primo pensiero è stato. "Ma cazzo, non è SF". Ok. Non è proprio l'aneddoto da raccontare ai posteri, lo so. Secondariamente ho chiamato chiunque annunciando la novella e ho atteso che i miei si riprendessero dall'esaurimento (se sopravvivono all'ammontare dei costi, avrò la certezza che sono immortali). Non sapevo nemmeno io se dire che ero felice o no. Fino a quel momento è stato tutto vago, una cosa che poteva succedere come no. Lì era scritto nero su bianco. Con anche un minaccioso: vedi di confermare entro una settimana. Non con queste esatte parole, ma il succo era quello. Insomma, una cosa un pò pressante. Era reale. Lì, che mi fissava. E io fissavo la mail.
Da allora cambio idea ogni dieci secondi, ho confermato dopo tre o quattro giorni sapendo che in fondo sarei partita. La cosa mi terrorizza e mi elettrizza allo stesso tempo. Ho paura che io e le mie paranoie, le mie ansie, non troveremmo il nostro posto in quella cittadina sull'Hudson. Che non ci sentiremo a nostro agio. Dall'altra, sono già con un piede su un aereo. Ogni tanto mi trovo a fare una lista mentale della roba da mettere in valigia, del numero di giacche e di scarpe. Immagino momenti che vivrò, persone che incontrerò, che per ora ancora mancano di volti. Mi focalizzo sui grandi dettagli, in pratica. Vivo di mille sensazioni contrastanti, che vanno dalla gioia infinita alla disperazione mentale tanto che ho paura che possa esplodere. I saluti in aereoporto già mi straziano il cuore. Detesto i saluti. Non riesco mai a staccarmi, ogni gesto non può essere l'ultimo. Maledetta sensibilità mia.
Cosa significherà tutto questo per me, non ve lo so dire. Non so nemmeno cosa significhi adesso. Non so nemmeno come vivere la mia futura partenza. Per ora mi limito al mio daydreaming.

venerdì 9 marzo 2012

Ma quali gambe?!

...oltre alle gambe c'è di piùùù.
Si, ma qui tra Natale, carnevale, le bugie e i panettoni, alle gambe tocca giusto uno sguardo distratto.
Un altro ottomarzo. Un'altra festicciuola.
Altre migliaia di euro pagate a innumerevoli omaccioni per spargersi di olio e sballonzolare le loro grazie in faccia a ignare spettatrici.
Tante mimose razziate. Un pò di allergia. Fiumi di alcool.
Oggi, occhiale scuro, ronzio nella testa, piegamento facile della palpebra.
Ahhh.
L'ottomarzo è un pò una certezza nella vita.
Insomma, comunque vada la tua settimana o il tuo mese, arriveranno sempre festicciuole come quella del papà, dei nonni, della donna, San Valentino, che mettono in bocca cioccolatini, dolcetti, sorrisi a tanti, e acidume e cinismo ad altri.
Quest'anno però vedo che va più di moda l'anti.
Il controcorrente che ormai, andando di percentuali, è diventato mainstream.
San Valentino? Cheschif. Tanto c'avete tutti le corna, tsk.
Festa della donna? Perlamordiddio. Ma sei donna no? C'è tutto un significato dietro a questo giorno, anche se oggi è primariamente goliardico...No, son donna tutti i giorni. Eccheccazzo. E io ricordo le donne bruciate nella fabbrica, non gli spogliarellisti. Bon.
Festa del Papà? Ussignur. Io il mio papà lo amo sempre. Si ma... No.

Che ci sia un'enorme colata di cacca calda che ci sta opprimendo e riempiendo di cinismo, anime aride che non siamo altro? Tant'è.
A me queste simpatiche ricorrenze piacciono.
Son sempre un motivo per festeggiare, innanzitutto. E ultimamente, ne mancano. Quindi perchè no.
Son ottimi momenti di riflessione, anche.
Dietro a mazzi di mimose e tricipiti unti ti senti anche parte di qualcosa, di un genere, di una storia. Accomunata per una volta all'anno a tutte.
Belle, brutte, grasse, basse, alte, magrine, simpatiche, stronze.
Ieri sera in pieno spirito di emancipazione, senso di sorellanza e bisogno di qualcosa di alcolico, ho assistito allo spettacolo di un frate che si spogliava per diventare il boss del padrino, per farsi ungere da una spettatrice e farle mangiare la banana che aveva nelle mutande.
Noooo che avete capito. Era una chiquita senza buccia che goliardicamente il bellimbusto aveva posizionato proprio lì. E giù a ridere. Ci basta poco, per farci felici, no?

Che bello essere donne.
E' bello sempre, sì. Ma è bello anche festeggiarlo una volta all'anno.
E ci sono giorni in cui è meno bello. In cui sì, vorresti davvero avere un pene, ma proprio tuo.
Quando torni a casa la sera e cammini rasente il muro.
Quando una mano non tua è sul tuo sedere e non è stata richiesta.
Quando mannaggiaogginonpiango e invece giù lacrimoni in ufficio.
Quando il bimbo piange e ti svegli tu di notte.
Quando hai le mestruazioni il giorno del colloquio.
Simpatiche cose di tutti i giorni, no?
Eppure, siam noi.
Fastidiose, tediose, con la voce noiosa, in ritardo, lamentose, testarde, narcise, appassionate, vive, sensuali, dolci, stanche, gioiose, creative, egoiste, egocentriche, generose, vivaci, sorridenti, precisine, ossessionate, raggianti, sincere, bugiarde, misteriose, cupe, ascoltatrici, pazienti, spazientite.
E sappiamo prenderci (quasi) sempre tutto quello che vogliamo.
Perchè sappiamo come farlo.
Infondo "le donne lo sanno, le donne l'han sempre saputo.."

venerdì 2 marzo 2012

Che amica sei.

Ok, ho un pelo di pausa. Giusto un pelo. Un venerdì di marzo che qui a Milano sembra maggio e si iniziano a vedere in giro i benefici della primavera. Parti del corpo bianchicce che fanno capolino ai raggi di sole caldo dell'ora di pranzo. Tra cui, il mio collo e ciò che esce del mio scollo dalla t-shirt. E non sono un bel vedere. Automobilisti che addirittura si ringraziano con la mano agli incroci. Cose ai confini della realtà, quindi.
Si vedono giovincelli e non trotterellare felici sulle biciclette con la prima arietta calda, che se non stai attento ti trotterellano anche sulla schiena, se al drin drin del loro campanello non ti sposti dal marciapiede con un balzo felino.
Ma comunque, la primavera è nell'aria e si sente.
Si sente dall'odore di ascella un pò meno rinchiusa nelle aule, per esempio. Ogni tanto senti anche una zaffata di profumo, e quello è IL segnale. Altro che rondini.
Si vede dall'occhio bovino dell'operaio (e dico operaio per non citare uomo in giacca e cravatta o tabacchino) che fissa le gambe delle passanti fasciate in striminziti jeans e non più sotto cappotti e cappottoni.
Insomma, la primavera è alle porte. Ci lamentavamo della neve, e ora tra qualche giorno l'asfalto milanese inizierà a sciogliersi come nelle migliori giornate di agosto. Le gioie di vivere in una metropoli sono anche queste.

Ma. Ciò di cui volevo scribacchiare era un denominatore comunque di qualsiasi Donna con la d maiuscola che si rispetti. Il nugolo di amiche al fianco. Ora, nella mia - seppur breve - allegra e a volte fantozziana esistenza, amiche ne ho avute a iosa. Certo, non tutte nello stesso momento. Alcune perse, alcune ritrovate, alcune fanculizzate con estremo fastidio, altre che ancora accompagnano i momenti bui in cui spesso mi butto a braccia aperte. Ma di amiche altrui ne ho sentito parlare altrettanto. Amiche di amiche che sono simpatiche, che a tratti diventano di altri, che tradiscono. Insomma, un discreto gruppo di donnicciuole che hanno in comune alcune caratteristiche e differiscono in tante altre.
L'altro giorno, in treno, stavo pensando ad una categorizzazione. (Alti pensieri su una poltroncina dell'intercity.) Nonostante le amiche di amiche, le mie, le tue, e le loro siano decine di persone diverse, si possono dividere in gruppo ben precisi. Ora, se ci saranno amiche (mie) che leggeranno, che sappiano che non penso a nessuna in particolare, ma possono comunque pensarsi come importantissimi tasselli e fonti di ricerca per questo (fantozziano appunto) studio del genere amicale femminile.

La siamese
Ovvero, la BF in stile Paris Hilton. Insomma, chi non ne ha mai avuta una? Ai tempi delle medie con cui dividevi il panino allo stracchino, alle superiori con cui saltavi ginnastica per fumare la prima sigaretta in cortile, all'università con cui fingevi di studiare. L'insostituibile, la gemella. A volte vi siete anche comprate dei vestiti uguali, promettendovi non metterveli mai nello stesso momento. E poi l'avete fatto. Lei è quella con cui hai passato intere serate al telefono con somma gioia dell'operatore telefonico, quella che vedi con una frequenza insostenibile anche per due fidanzati ma necessaria per voi due. Quella a cui telefoni in caso di necessità (il colore dello smalto da intonare alla borsa o la rottura del fidanzato), e quella che si sorbirà sempre e comunque le tue crisi adolescenziali (anche se l'adolescenza è già finita da un pezzo). E' l'amica paziente, intima, di solito dal carattere solare e poco irritevole, pronta a soccorrere. Con l'animo da crocerossina. Ora, questa tipologia di amica tende a evolversi in due modi: o ve la portate dietro per il resto della vita, finendo a ottant'anni a fumare le stesse sigarette extraslim e farvi la tinta sui capelli bianchi insieme (novanta su cento zitelle) oppure ad un certo punto dell'esistenza il cordone ombelicale tra voi due si assottiglia e inizierete ad avere vite separate con contatti casuali. In realtà esiste anche una terza alternativa, in cui un certo giorno vi svegliate e l'idea di rivolgervi anche una sola parola vi mette i brividi, e il cordone viene così tranciato di netto con due cesoie e chi si è visto si è visto.

La vedo non vedo
Amica in pianta stabile, vi volete solitamente tanto bbene. Ma, e esiste una serie infinita di ma, vi vedete non estremamente spesso per motivi vari. Di solito si ha molta confidenza, quando ci si vede è come se non vi foste mai lasciate, e anche lei è pronta ad ascoltare le vostre tragedie. Ma in questo caso le tragedie sono di livello superiore. Per le minuscolerie c'è la giù sopra citata La Siamese. Quando arrivi a chiamare la vedo non vedo per una crisi, di solito è seria. Puoi sparire per qualche settimana se non per qualche mese e viceversa senza nessun rimorso, perchè prima o poi una delle due farà una chiamata per vedere se l'altra ancora respira. Di queste amiche di solito se ne hanno un discreto numero, più o meno vicine, e spesso rimangono sporadici raggi di luce durante tutta l'esistenza.

L'immaginaria
In realtà esiste eccome, ma non per te. Probabilmente una volta eravate amiche, o vi siete trovare in simpatiche occasioni insieme, avete magari anche fatto qualche discorso. Ma poi la tua vita è andata avanti con determinazione e lei è rimasta nel dimenticatoio. Tu però non sei finita nel suo, che continua a riempirti la casella di posta di e-mails, ti manda messaggi sul telefono con faccine degne di un artista e ti propone grandi uscite e abbuffate serali. Tu, un pò per gentilezza, un pò per pena, a qualcuna accetti. Trascinando spesso l'amica siamese con te. In realtà sarebbe anche una personcina simpatica, presa a tratti e con due o tre bicchieri di vino in corpo, ma proprio non fa per te. Ma il taglio del cordone ombelicale con la cesoia temi possa portarle un male da cui non si riprenderebbe più.


Il danno
Questa amica di solito è una variante della simbiosi. Nel senso che siete molto vicine, vi vedete spesso, sapete (quasi) tutto l'una dell'altra. Solo che il vostro rapporto oltre che amicale assomiglia molto a quello materno. Nel quale la madre sei tu. E' una piccola Gian Burrasca capace di ficcarsi in ogni situazione possibile, anche in quelle in cui pensavi che nemmeno lei ci sarebbe arrivata. Ci sono varie prove da superare nella tua esistenza per starle accanto, come quella di fare il palo, sorbirsi tiritere sull'ultima relazione disastrosa, e tu sapevi che lo sarebbe stata e glielo hai anche detto. Spesso per proprietà transitiva finisci anche tu nei suoi casini. O devi tirarla fuori. Ti spinge a fare cose con estremo entusiasmo che solo dopo ti rendi conto essere delle stronzate colossali, ma riuscirai sempre a perdonarla ed essere pronta a farti trascinare la volta successiva.

L'antitesi
Amiche siete amiche. Piacerti ti piace. Ma quando la gente vi vede insieme o quando ti fermi un secondo a pensare, ti chiedi cosa diavolo abbiate in comune. Un pò come se foste Giovanardi e Luxuria. Siete opposte caratterialmente, fisicamente, non avete nemmeno un gusto in comune. Tu adori il sushi, lei fa una campagna a favore del tonno pinne gialle. Tu adori i tacchi alti, lei va in giro solo con sandali da frate. Adori il cinema d'autore, lei fa fatica a distinguere Tarantino da Spielberg. Tu leggi solo Novella duemila, lei da fuoco alle foto con Signorini. Lei va in vacanza in un resort alle barbados, tu in un interrail in Marocco con lo zaino in spalla. Lei è buddista e tu atea. Insomma, non ce n'è una che vi accomuni, ma in qualche modo riuscite a far incontrare i vostri gusti, mentre lei ti guarda mangiare con schifo un futomaki e prega in silenzio che ti rimanga sullo stomaco.


Insomma, tipologie di amiche diverse, che non sempre sono così rigide, ma giuro di poterne classificare alcune, mie, viste, sentite, non mie, conosciute, di cui mi hanno raccontato.
E sorrido.

domenica 26 febbraio 2012

Il comodino di Alessandra.

Oggi mi sono svegliata un pò intellettuale con l'occhiale messo di traverso sul naso. (Quello ce l'ho davvero, forse è il caso di stringere le..stanghette.) E forse quell'angolo sfocato dello schermo del pc non è una mosca schiacciata ma una bella ditata sulla lente. Ma perchè non riesco a fermarmi e mi arrendo alla mia incontinenza verbale?
Comunque, oggi sono in vena di fare una rassegna stampa della mia libreria, anche se in questo periodo il tempo di leggere è limitato alle noiose tratte in treno e a comatosi stati pre-addormentamento.

Katherine Pancol - Il walzer lento delle tartarughe


"Ascoltando, osservando, annusando. E' così che non si invecchia. Invecchiamo quando ci rinchiudiamo, quando rifiutiamo di vedere, di sentire, di respirare. Vita e scrittura vanno spesso di pari passo."
Andando in ordine temporale, questo è l'ultimo che sto leggendo. Non so ancora la fine, quindi forse è presto per dare un giudizio, contando anche che questo piacevole libro è il secondo di una trilogia e io non ho letto il primo. E' un romanzo scorrevole, a tratti delicato, che esplora le psicologie e le emozioni di ogni personaggio come se fossero lì in piedi, uno dietro l'altro, e da qualche parte esistessero davvero. Con maestria l'autrice descrive espressioni, smorfie, sorrisi, tentennamenti e ire con sorprendente realismo. In un racconto dove la protagonista è sempre stata una forte donna relegata nell'ombra della sorella, del marito e delle figlie, si può anche riassaporare con dolcezza la magia di Parigi e Londra.


Alda Merini - La pazza della porta accanto


"E allora il poeta deve parlare, deve prendere questa materia incandescente che è la vita di tutti i giorni, e farne oro colato.."
Uno stupendo monologo della Merini, che parla di vita, di poesia e di amore solo come lei è in grado di fare. Uno stream of consciousness fino all'ultimo respiro, che racconta la vita di una donna che è intrecciata profondamente con la vita della poesia. Una donna per cui le parole tessono la realtà di tutti i giorni, in cui qualsiasi gesto è tradotto in arte e poesia. Da leggere tutto d'un fiato, e da sottolineare tutto per andarsi a rileggere qualche frase quando si ha bisogno di lei.


Chiara Cecilia Santamaria - Quello che le mamme non dicono

"Dire che non ho dormito quella notte sarebbe scontato. [...] Abbiamo fatto una cosa stupida, che è salutare la casa. I suoi spazi solo nostri. Sapere che saremmo tornati in tre era una consapevolezza sottile e pervasiva.."
Ho scoperto il blog di questa giovane scrittrice-neomamma-giornalista ma soprattutto donna, e non sono più riuscita a staccarmene. Ci torno quotidianamente per cercare updates e non ho potuto fare a meno che trotterellare per Milano alla ricerca del suo libro. Che dire, nella mente mi vengono in mente una miriade di aggettivi: esilarante, dolce, realistico, schietto, buffo, sincero, un pò bittersweet ma molto più sweet che bitter, capace di svegliare in te gli stessi pensieri e gli stessi turbamenti che il pensiero di una gravidanza può portare a galla. Ho riso fino alle lacrime in alcuni tratti (credo che non dimenticherò mai quello sui Teletubbies),spesso a tarda notte ripetendomi "ancora una pagina e spengo la luce", ho riflettuto molto su altri, mi sono sentita un pò lei in tanti altri. Un libro per giovani donne ma anche no, per mamme ma anche no, strepitosamente sincero su quel mondo troppo spesso stereotipato e roseo che è la scoperta di aspettare una creatura e tutto il turbine che ne consegue. Una scoperta dell'anno, non posso che consigliarlo con tutto l'entusiasmo che conosco.


Daria Bignardi - Non vi lascerò orfani


"Questo è la morte, oltre alla mancanza di chi non c'è più. E' la vita, con tutti i suoi ricordi. E amore. Tutto l'amore che chi se ne va ci ha dato, buono o cattivo che sia stato"
Una storia vera e persistente di una famiglia. L'incontro con la morte, i ricordi di una vita che riaffiorano dolorosamente, i sorrisi tirati ricordando le cose buffe. Perchè non c'è nulla di tanto potente quanto la morte che riporti in vita tutto quello che è stato. Devo ammettere che qualche lacrimuccia era lì lì per cadere, durante la lettura. Mi è piaciuto molto, sarà che nella descrizione della mamma ci ho ritrovato molto la descrizione della mia. Anneddoti buffi e tristi si mescolano in una grande tavolozza che pian piano forma il dipinto di una famiglia che potrebbe essere come tante, ma è unica.

Niccolò Ammaniti - Che la festa cominci


"Durante la notte della celebrazione usciremo allo scoperto e attaccheremo i sovietici, ci prenderemo quello che abbiamo bisogno per sopravvivere"
Che dire. In pieno stile Ammaniti, un libro disarmante, surreale ma mai così vero. Un ritratto esagerato ma non troppo della faziosità degli alti ambienti romani. Un torrente di follie che si mescolano perfettamente con la realtà, un preludio esilarante del gran finale che è la festa, in cui accadrà l'impossibile (o tutto il possibile). Scrittori, attori, una banda di dissidenti, le strade romane, i parchi, gli amori, le corruzioni, la vita. Tutto ciò che è la vita ai giorni nostri è dipinto in questa sgangherata storia, a prima vista una favola futuristica ma in realtà uno spaccato della società moderna. Da ridere e piangere, da riflettere e additare, da sconvolgersi e lasciarsi trasportare dal fiume in piena di eventi che in un crescendo porta al boato del gran finale.



Devo dire che ho parlato solo di libri che mi garbano. E che mi hanno fatta divertire ed emozionare. Ma prometto che prima o poi scriverò un post molto criticone. Per mettervi in guardia a non immergervi in letture che poco hanno a che fare con la leggerezza.

mercoledì 22 febbraio 2012

Momento autocelebrativo.

Ovvero: quando gongoli talmente tanto che ti sei stancata di gongolare da sola.
Insomma, l'egocentrismo sta proprio nel mio essere. Nel mio dna c'è scritto castana, occhi color cacca, riccia..e egocentrica. Quindi, non è per nulla colpa mia, ma della genetica.
Comunque. Alcuni mesi fa il mio primo articolo ufficiale è uscito ma solo in versione web, e pochi giorni fa mi ritrovo in stampa in edicola. Non posso fare altro che ringraziare chi mi ha dato la possibilità di fare tutto questo, la redazione di Roma che mi manda anche l'abbonamento a casa. Tanto tanto affetto e entusiasmo per tutti. La mia prima creatura cartacea è praticamente la mia prole, che mostro con estremo orgoglio, ma mai estremo quanto quello di mia madre, che ogni giorno porta il giornaletto a scuola (No, non è una quindicenne, ma professoressa), e lo mostra con gli occhi lucidi a colleghi e - temo - anche genitori ignari. Insomma, quest'aura di bambina prodigio, che peraltro non sono, che mi vortica attorno mi garba assai.

Cosa significhi questo primo articolo in edicola per me non riesco nemmeno bene a spiegarlo. Apro il giornale, ascolto il rumore delle pagine, annuso il profumo di carta e di inchiostro, mi godo l'effetto che fa davanti ai miei occhietti, e lo richiudo. In mancanza della copia cartacea, apro la foto qui sopra e sorrido.
Se questo è il preludio di una brillante carriera giornalistica, non ve lo so dire. Se mi sto tirando tutta la sfiga addosso, della serie "chi si loda di imbroda", è più che possibile. Ma mi sento un pò come una trenne il giorno di Natale vedendo l'albero colmo di regali. Devo dire che questo articolo, visto così, scritto su questa pagine di giornale, non testimonia in verità tutto quello che c'è dietro. Una mattina freddina, una via anonima di Milano, una conferenza stampa. Io che, al momento della divisione all'entrata, passo con la stampa. I giornalisti. Capite? Mi danno la cartella stampa. A ME. Quasi quasi la rifiuto dandola indietro "ma guardi che io qui non c'entro nulla", mi viene da dire. Mi sembra di essere la piccola fiammiferaia invitata per sbaglio alla festa della Regina Elisabetta. Mi siedo. Il mio IPhone inizia a registrare, io leggo la cartella stampa. Sono, voce del verbo essere, sono proprio alla conferenza stampa. E ho un sorriso ebete stampato su questa faccetta. Il culmine lo tocco quando, incontinente, scappo al bagno, vicino alla stanza dove ci sono i fotografi. Mi piego, mi scappa proprio, il bagno è occupato da ben dieci minuti. Sbuffo anche dalle orecchie, questa proprio non ci voleva, ecco. Il piccolo particolare che mi rovina il sorrisetto tatuato sulle labbra che ho. Clic. La porta si apre. Inspiro, pronta a sfoderare la mia faccia truce, quando dal bagno esce Piero Pelù. Con tanto di matita nera e pantalone di pelle. Tra tutto quello che potevo fare, che faccio, io? "Ehm..Salve" e sguscio in bagno alla velocità della luce. L'ho lasciato lì fuori ancora stordito.
In questi momenti mi sento tanto Pippo della Disney.

venerdì 17 febbraio 2012

Qualche considerazione sui Vip(s).

Sarà che oggi mi sono svegliata come se qualcuno mi avesse sputato nel caffè, ma sono particolarmente suscettibile ad un sacco di min..uscolezze.
Punto 1: L'abbigliamento dei Vipss in tutti quei momenti che non comprendono vari red carpets, prime di film e being guests in programmi televisivi. Non so se ve ne sono venuti in mente due o tre, scovati tra le pagine di Donna Moderna o (peggio) su Eva tremila. (esisterà ancora?). Comunque, oggi io sfogliavo uno dei suddetti giornaletti, ed eccole lì, decine di Eve Longorie, Angeline Jolie, Julie Roberts, ma anche Ben Affleck, Tom Cruise, ma anche altri bonaccioni come quelli su cui settimanalmente sbaviamo nei telefilm, conciati peggio che dei senzatetto. (Con il mio pieno rispetto per i senzatetto.) Nemmeno nei miei giorni peggiori, per andare in palestra, mi vesto così. Ma capite, non è una questione di danaro sonante. No. Partendo dal presupposto che essi ne siano pieni, cosa li spinge a girare per Sunset Boulevard in infradito color topo, pantalone rosa fuxia a zampa d'elefante rammendato sul ginocchio, camicia da uomo (?) verde aperta su di una blusa sdrucita, capelli più unti che dopo una settimana di influenza e nemmeno un'ombra di fondotinta. A' Eva, ma dattela almeno na pettinata. L'uomo invece di solito è in forma selvaggia, very nature look. Maglietta degli Yankees, barba non fatta da cinque o sei mesi stile Cast Away, occhialoni da sole, pantalone della tuta mollo sul sedere e immancabili infradito. Di solito con amabile panza. Ora, vi prego. Datemi una spiegazione. E' perchè sono fighi, che girano conciati così? Possono permetterselo? Il loro stato sociale li solleva dal non uscire in pigiama? Tu la sera prima vedi Jessica Alba a ritirare l'Oscar in un Valentino da farti cadere la mascella, e il giorno dopo sfogli il giornaletto dalla parrucchiera e toh, te la vedi lì e sei convinta che abbiano scambiato la folle che gira nella metro linea 2 per lei. Ecco. Faccio un appello, a tutto il mondo vipsss e no. Spiegatemi perchè, perchè sono così inguardabili. Donne che fanno shopping da Prada vestite come piccole fiammiferaie. Quando l'unica grande preoccupazione di questi nugoli di very important people è continuare a essere notevolmente fighi. Mi dici che tra un massaggio e l'altro non hai avuto il tempo di passarti un velo di cipria su quel colorito grigio perla? Che tra una manicure e una pedicure non avevi tempo di infilarti di nuovo gli stivali e  sei andata liscia sulle infradito del mercato. No, amici, io non ci credo. Tu, icona sexy, di cui milioni di ragazzine hanno il poster nell'armadio, e sognano un giorno di essere come te, non puoi vagare per Manhattan con mollettone giallo nei capelli e sacco di yuta addosso.
Ecco. Voglio una risposta. E a proposito di risposte, ecco il
Punto 2: Simpatici Vipps, sempre voi, proprio voi, così alla mano e simpaticoni da avere un account facebook, ma soprattutto twitter. Datemi un'altra risposta. Twittate per cosa, per farci piacere? Per darci grandi news sulla vostra mirabolante esistenza? Sul vostro nuovo haircut? Oppure avete un account per aver maggior comunicazione con i vostri fans? Perchè vi spiego na cosetta, la comunicazione è una cosa biunivoca. Capite? Voi scrivete, noi rispondiamo. Noi scriviamo, voi rispondete.Non sembra tanto difficile, no? Eh, ma siamo tanti. Eh, siamo tanti si, ma un giorno rispondi a qualcuno, un giorno a qualcun'altro, e vedi che bella figura che fai. E invece no, ogni giorni migliaia di simpatici tweets che si perdono nell'etere, senza ricevere mai una risposta, e probabilmente senza nemmeno essere letti. Fatemi un favore, mentre cercate di mettervi qualcosa di decente addosso, cercate anche di rischiare l'artrite alle dita rispondendo anche a noi comuni mortali.

Va bene, sono pochettino in versione zitella acida oggi. Sarà che il parrucchiere non mi ha fatto il taglio che volevo, sarà che questo tempo umido mi infastidisce, sarà che qualcuno mi ci ha sputato davvero, nel caffè.
Ma tant'è.

Tra Bastioni, circonvallazioni e SUV.

Che città èèè? Si, avete indovinato, è Milano.
Vi ho già detto che da tre anni più o meno è la mia seconda casa e non ho ancora capito se ne sono innamorata o mi schifa? Che strano sentimento. Sarà che il primo anno è stato un pò come strapparmi da casa, e quindi il nostro primo appuntamento è stato alquanto deludente, ma mi è rimasta un pò questa sensazione di fastidio all'arrivo in Stazione Centrale. D'altra parte, col tempo ho imparato ad amarla e a sentirla mia.
Certo, incarna a pieno tutti i luoghi comuni che vi vengono in mente se ci pensate un attimo. In fondo tutti i luoghi comuni hanno un fondicino di verità.
Milano vive di SUV che manco in America. Di solito le guidatrici sono donne. Donne che cagano il loro panfilo dove più aggrada. Meta prediletta: i binari del tram. Manco a dirlo. Alcuni giorni fa ero sul mio tram dopo quella duecento ore di lezione, cullata dall'accelerare/frenare tipico del mio trammino, quando tutto si stoppa e un suono melodioso mi giunge alle orecchie: quello di centomila clacson. Ahhh. Mi sporgo e scopro l'arcano: è lui, sì, il SUV con la S maiuscola che campeggia in tutta la sua maestosità sui binari. Dopo alcuni minuti che a me sembrano secoli in slow motion, la proprietaria esce da Calzedonia (rileggete bene, Calzedonia) con il suo sacchetto, sale, sgomma e parte. Comodo, no?

Milano è La città in Italia dove la maggior parte della gente non conosce i colori del semaforo. Oppure glieli insegnano proprio sbagliati. Verde: vai a tutta velocità, non curarti minimamente degli ostacoli. Giallo: sbrigati che altrimenti sei in ritardo per andare a prendere il pargolo, pigia su quell'acceleratore. Rosso: E' la tua chance, dai gas e investi tutto il possibile. (Il rosso comma due indica: se per caso qualcuno ti insulta, non scusarti mai e inveisci il più possibile aggiungendo al suono anche le immagini e i gesti.)
Io ogni tanto tento di rischiare la morte. Mi metto lì, vedo la macchina in lontananza, faccio due passi sulle strisce e aspetto. La maggior parte delle volte mi fanno un pelo che manco Valentino sulla moto e devo reggermi bene la sciarpa sennò mi parte. Ma è tutta una questione di abitudine e di accaparrarsi le sette vite come i gatti.

Milano è la città divisa in due: conducenti di mezzi pubblici gentili e conducenti stronzi. Ne incontrerai sicuro di tutti i tipi. Quelli gentili ti aprono le porte mentre corri la Stramilano per prendere l'ultima 94 (ultimA, gli autobus qui sono femmine), con la faccia paonazza e la pezza fino ai piedi, e ti indicano la fermata se hai una cartina 8x6 in mano. Quelli stronzi ti chiudono le porte anche se sono fermi, quando hai la valigia, la borsa del pc, la borsa frigo e il cane appresso. E sono le 11.53 di sera. E ti guardano anche con quel sorrisino come a dire "toh, te l'ho fatta. Ora vai pure a piedi". Ma anche lì, le imprecazioni diventano di uso comune e ci si abitua.

Milano è la città dove effettivamente puoi fare ciò che vuoi quando vuoi. Fare colazione alle 4 di pomeriggio oppure aperitivo alle 23, fare shopping fino a sera tarda e cambiare tre discoteche in una notte sola. Lasciarti svenire al parco la domenica in mezzo a duemila cacche di cane sulla coperta della nonna e ustionarti con l'abbronzatura da muratore.

Milano ti dà l'idea di essere completamente solo nel mondo oppure sempre in compagnia di qualcuno. A seconda delle situazioni. Incontri sempre qualcuno anche se è immensa, ti fermi a chiacchierare, fai duecento attività diverse, e ti senti un pò la regina delle publi relations. Poi c'è la giornata in cui ti sputano nel caffè e ti senti sola come un cane, tutte le persone su cui posi lo sguardo sono in compagnia e molto spesso ridono, e tu ti senti persa nei meandri della metropoli.

Milano ha i suoi luoghi comuni ma ama anche eliminarli. Vive di contraddizioni ma è impossibile non innamorarsene. Anche se ti tocca lottare per la vita ad ogni attraversamento pedonale.

Hamburgerlandia

Fa tanto "Babe va in città". In effetti mi sento un pò Babe. Maialino coraggioso che dalla tranquilla fattoria si avventura nella grande città. Che poi la città sia Albany, piiiiiiccola capitale dello stato di New York (manco voi lo sapevate, deh?), poco importa. Che oggi abbia intravisto la simpatica tizia dell'altro corso che mi ha fottuto il posto a San Francisco, nemmeno. Perchè, cari amici tutti, parto. Cioè, non ora. Nè domani. A fine agosto, si, ma a me a giorni alterni pare di dover prendere baracca e burattini e traslarmi dall'altra parte dell'oceano.
Da vera maniaca del controllo e un tantino ossessivo-compulsiva, già mi sono fatta un giro sugli orari dei corsi del fall semester (altro che qui, che gli orari dei corsi li indovini il giorno prima al totocalcio), i voli, i possibili alloggi. Ogni cellula del mio corpo freme e vorrebbe sapere tutto subito, organizzare tutto all'istante e avere la tranquillità di aver fatto tutto alla perfezione. Perchè se avete avuto a che fare con Hamburgerlandia nella vostra vita sapete quanto i suoi simpatici abitanti siano una delle popolazioni più esigenti nell'universo conosciuto. Prima di partire si assicurano che tu non abbia partecipato al genocidio nazista del '45, che non partecipi ad attività terroristiche e che non contribuisci al commercio nero di bambini. Come? Chiedendotelo. Dei geni, in pratica. Voglio trovare quello che scrive sì.
Una volta messo piede sul suolo del Nuovo Mondo passi circa otto anni in coda alla dogana, dove ti chiedono le cose più svariate e senza senso, come che mestieri fanno i tuoi, chi sei venuto a trovare e perchè, quanti soldi ti sei portato e il tuo colore preferito. No, l'ultima non è vera. Le altre purtroppo sì.
Se poi sfortunatamente hai bisogno di un Visto, ti toccheranno appuntamenti frequenti con il consolato americano che riceve una volta ogni martedì dispari del mese, vuole tutti i documenti che la tua anagrafe e la tua banca possono offrirgli e anche un rene. Per sicurezza. Che simpatici. Essere un exchange student non è mai stato così facile.

A parte queste piacevoli operazioni burocratiche, il tempo speso daydreaming è aumentato del duecento percento. Cosa io abbia provato quando ho letto la mail dell'università che mi assegnava la destinazione, non ve lo so spiegare con esattezza. Cioè no, il primo pensiero è stato. "Ma cazzo, non è SF". Ok. Non è proprio l'aneddoto da raccontare ai posteri, lo so. Secondariamente ho chiamato chiunque annunciando la novella e ho atteso che i miei si riprendessero dall'esaurimento (se sopravvivono all'ammontare dei costi, avrò la certezza che sono immortali). Non sapevo nemmeno io se dire che ero felice o no. Fino a quel momento è stato tutto vago, una cosa che poteva succedere come no. Lì era scritto nero su bianco. Con anche un minaccioso: vedi di confermare entro una settimana. Non con queste esatte parole, ma il succo era quello. Insomma, una cosa un pò pressante. Era reale. Lì, che mi fissava. E io fissavo la mail.
Da allora cambio idea ogni dieci secondi, ho confermato dopo tre o quattro giorni sapendo che in fondo sarei partita. La cosa mi terrorizza e mi elettrizza allo stesso tempo. Ho paura che io e le mie paranoie, le mie ansie, non troveremmo il nostro posto in quella cittadina sull'Hudson. Che non ci sentiremo a nostro agio. Dall'altra, sono già con un piede su un aereo. Ogni tanto mi trovo a fare una lista mentale della roba da mettere in valigia, del numero di giacche e di scarpe. Immagino momenti che vivrò, persone che incontrerò, che per ora ancora mancano di volti. Mi focalizzo sui grandi dettagli, in pratica. Vivo di mille sensazioni contrastanti, che vanno dalla gioia infinita alla disperazione mentale tanto che ho paura che possa esplodere. I saluti in aereoporto già mi straziano il cuore. Detesto i saluti. Non riesco mai a staccarmi, ogni gesto non può essere l'ultimo. Maledetta sensibilità mia.
Cosa significherà tutto questo per me, non ve lo so dire. Non so nemmeno cosa significhi adesso. Non so nemmeno come vivere la mia futura partenza. Per ora mi limito al mio daydreaming.

Ma quali gambe?!

...oltre alle gambe c'è di piùùù.
Si, ma qui tra Natale, carnevale, le bugie e i panettoni, alle gambe tocca giusto uno sguardo distratto.
Un altro ottomarzo. Un'altra festicciuola.
Altre migliaia di euro pagate a innumerevoli omaccioni per spargersi di olio e sballonzolare le loro grazie in faccia a ignare spettatrici.
Tante mimose razziate. Un pò di allergia. Fiumi di alcool.
Oggi, occhiale scuro, ronzio nella testa, piegamento facile della palpebra.
Ahhh.
L'ottomarzo è un pò una certezza nella vita.
Insomma, comunque vada la tua settimana o il tuo mese, arriveranno sempre festicciuole come quella del papà, dei nonni, della donna, San Valentino, che mettono in bocca cioccolatini, dolcetti, sorrisi a tanti, e acidume e cinismo ad altri.
Quest'anno però vedo che va più di moda l'anti.
Il controcorrente che ormai, andando di percentuali, è diventato mainstream.
San Valentino? Cheschif. Tanto c'avete tutti le corna, tsk.
Festa della donna? Perlamordiddio. Ma sei donna no? C'è tutto un significato dietro a questo giorno, anche se oggi è primariamente goliardico...No, son donna tutti i giorni. Eccheccazzo. E io ricordo le donne bruciate nella fabbrica, non gli spogliarellisti. Bon.
Festa del Papà? Ussignur. Io il mio papà lo amo sempre. Si ma... No.

Che ci sia un'enorme colata di cacca calda che ci sta opprimendo e riempiendo di cinismo, anime aride che non siamo altro? Tant'è.
A me queste simpatiche ricorrenze piacciono.
Son sempre un motivo per festeggiare, innanzitutto. E ultimamente, ne mancano. Quindi perchè no.
Son ottimi momenti di riflessione, anche.
Dietro a mazzi di mimose e tricipiti unti ti senti anche parte di qualcosa, di un genere, di una storia. Accomunata per una volta all'anno a tutte.
Belle, brutte, grasse, basse, alte, magrine, simpatiche, stronze.
Ieri sera in pieno spirito di emancipazione, senso di sorellanza e bisogno di qualcosa di alcolico, ho assistito allo spettacolo di un frate che si spogliava per diventare il boss del padrino, per farsi ungere da una spettatrice e farle mangiare la banana che aveva nelle mutande.
Noooo che avete capito. Era una chiquita senza buccia che goliardicamente il bellimbusto aveva posizionato proprio lì. E giù a ridere. Ci basta poco, per farci felici, no?

Che bello essere donne.
E' bello sempre, sì. Ma è bello anche festeggiarlo una volta all'anno.
E ci sono giorni in cui è meno bello. In cui sì, vorresti davvero avere un pene, ma proprio tuo.
Quando torni a casa la sera e cammini rasente il muro.
Quando una mano non tua è sul tuo sedere e non è stata richiesta.
Quando mannaggiaogginonpiango e invece giù lacrimoni in ufficio.
Quando il bimbo piange e ti svegli tu di notte.
Quando hai le mestruazioni il giorno del colloquio.
Simpatiche cose di tutti i giorni, no?
Eppure, siam noi.
Fastidiose, tediose, con la voce noiosa, in ritardo, lamentose, testarde, narcise, appassionate, vive, sensuali, dolci, stanche, gioiose, creative, egoiste, egocentriche, generose, vivaci, sorridenti, precisine, ossessionate, raggianti, sincere, bugiarde, misteriose, cupe, ascoltatrici, pazienti, spazientite.
E sappiamo prenderci (quasi) sempre tutto quello che vogliamo.
Perchè sappiamo come farlo.
Infondo "le donne lo sanno, le donne l'han sempre saputo.."

Che amica sei.

Ok, ho un pelo di pausa. Giusto un pelo. Un venerdì di marzo che qui a Milano sembra maggio e si iniziano a vedere in giro i benefici della primavera. Parti del corpo bianchicce che fanno capolino ai raggi di sole caldo dell'ora di pranzo. Tra cui, il mio collo e ciò che esce del mio scollo dalla t-shirt. E non sono un bel vedere. Automobilisti che addirittura si ringraziano con la mano agli incroci. Cose ai confini della realtà, quindi.
Si vedono giovincelli e non trotterellare felici sulle biciclette con la prima arietta calda, che se non stai attento ti trotterellano anche sulla schiena, se al drin drin del loro campanello non ti sposti dal marciapiede con un balzo felino.
Ma comunque, la primavera è nell'aria e si sente.
Si sente dall'odore di ascella un pò meno rinchiusa nelle aule, per esempio. Ogni tanto senti anche una zaffata di profumo, e quello è IL segnale. Altro che rondini.
Si vede dall'occhio bovino dell'operaio (e dico operaio per non citare uomo in giacca e cravatta o tabacchino) che fissa le gambe delle passanti fasciate in striminziti jeans e non più sotto cappotti e cappottoni.
Insomma, la primavera è alle porte. Ci lamentavamo della neve, e ora tra qualche giorno l'asfalto milanese inizierà a sciogliersi come nelle migliori giornate di agosto. Le gioie di vivere in una metropoli sono anche queste.

Ma. Ciò di cui volevo scribacchiare era un denominatore comunque di qualsiasi Donna con la d maiuscola che si rispetti. Il nugolo di amiche al fianco. Ora, nella mia - seppur breve - allegra e a volte fantozziana esistenza, amiche ne ho avute a iosa. Certo, non tutte nello stesso momento. Alcune perse, alcune ritrovate, alcune fanculizzate con estremo fastidio, altre che ancora accompagnano i momenti bui in cui spesso mi butto a braccia aperte. Ma di amiche altrui ne ho sentito parlare altrettanto. Amiche di amiche che sono simpatiche, che a tratti diventano di altri, che tradiscono. Insomma, un discreto gruppo di donnicciuole che hanno in comune alcune caratteristiche e differiscono in tante altre.
L'altro giorno, in treno, stavo pensando ad una categorizzazione. (Alti pensieri su una poltroncina dell'intercity.) Nonostante le amiche di amiche, le mie, le tue, e le loro siano decine di persone diverse, si possono dividere in gruppo ben precisi. Ora, se ci saranno amiche (mie) che leggeranno, che sappiano che non penso a nessuna in particolare, ma possono comunque pensarsi come importantissimi tasselli e fonti di ricerca per questo (fantozziano appunto) studio del genere amicale femminile.

La siamese
Ovvero, la BF in stile Paris Hilton. Insomma, chi non ne ha mai avuta una? Ai tempi delle medie con cui dividevi il panino allo stracchino, alle superiori con cui saltavi ginnastica per fumare la prima sigaretta in cortile, all'università con cui fingevi di studiare. L'insostituibile, la gemella. A volte vi siete anche comprate dei vestiti uguali, promettendovi non metterveli mai nello stesso momento. E poi l'avete fatto. Lei è quella con cui hai passato intere serate al telefono con somma gioia dell'operatore telefonico, quella che vedi con una frequenza insostenibile anche per due fidanzati ma necessaria per voi due. Quella a cui telefoni in caso di necessità (il colore dello smalto da intonare alla borsa o la rottura del fidanzato), e quella che si sorbirà sempre e comunque le tue crisi adolescenziali (anche se l'adolescenza è già finita da un pezzo). E' l'amica paziente, intima, di solito dal carattere solare e poco irritevole, pronta a soccorrere. Con l'animo da crocerossina. Ora, questa tipologia di amica tende a evolversi in due modi: o ve la portate dietro per il resto della vita, finendo a ottant'anni a fumare le stesse sigarette extraslim e farvi la tinta sui capelli bianchi insieme (novanta su cento zitelle) oppure ad un certo punto dell'esistenza il cordone ombelicale tra voi due si assottiglia e inizierete ad avere vite separate con contatti casuali. In realtà esiste anche una terza alternativa, in cui un certo giorno vi svegliate e l'idea di rivolgervi anche una sola parola vi mette i brividi, e il cordone viene così tranciato di netto con due cesoie e chi si è visto si è visto.

La vedo non vedo
Amica in pianta stabile, vi volete solitamente tanto bbene. Ma, e esiste una serie infinita di ma, vi vedete non estremamente spesso per motivi vari. Di solito si ha molta confidenza, quando ci si vede è come se non vi foste mai lasciate, e anche lei è pronta ad ascoltare le vostre tragedie. Ma in questo caso le tragedie sono di livello superiore. Per le minuscolerie c'è la giù sopra citata La Siamese. Quando arrivi a chiamare la vedo non vedo per una crisi, di solito è seria. Puoi sparire per qualche settimana se non per qualche mese e viceversa senza nessun rimorso, perchè prima o poi una delle due farà una chiamata per vedere se l'altra ancora respira. Di queste amiche di solito se ne hanno un discreto numero, più o meno vicine, e spesso rimangono sporadici raggi di luce durante tutta l'esistenza.

L'immaginaria
In realtà esiste eccome, ma non per te. Probabilmente una volta eravate amiche, o vi siete trovare in simpatiche occasioni insieme, avete magari anche fatto qualche discorso. Ma poi la tua vita è andata avanti con determinazione e lei è rimasta nel dimenticatoio. Tu però non sei finita nel suo, che continua a riempirti la casella di posta di e-mails, ti manda messaggi sul telefono con faccine degne di un artista e ti propone grandi uscite e abbuffate serali. Tu, un pò per gentilezza, un pò per pena, a qualcuna accetti. Trascinando spesso l'amica siamese con te. In realtà sarebbe anche una personcina simpatica, presa a tratti e con due o tre bicchieri di vino in corpo, ma proprio non fa per te. Ma il taglio del cordone ombelicale con la cesoia temi possa portarle un male da cui non si riprenderebbe più.


Il danno
Questa amica di solito è una variante della simbiosi. Nel senso che siete molto vicine, vi vedete spesso, sapete (quasi) tutto l'una dell'altra. Solo che il vostro rapporto oltre che amicale assomiglia molto a quello materno. Nel quale la madre sei tu. E' una piccola Gian Burrasca capace di ficcarsi in ogni situazione possibile, anche in quelle in cui pensavi che nemmeno lei ci sarebbe arrivata. Ci sono varie prove da superare nella tua esistenza per starle accanto, come quella di fare il palo, sorbirsi tiritere sull'ultima relazione disastrosa, e tu sapevi che lo sarebbe stata e glielo hai anche detto. Spesso per proprietà transitiva finisci anche tu nei suoi casini. O devi tirarla fuori. Ti spinge a fare cose con estremo entusiasmo che solo dopo ti rendi conto essere delle stronzate colossali, ma riuscirai sempre a perdonarla ed essere pronta a farti trascinare la volta successiva.

L'antitesi
Amiche siete amiche. Piacerti ti piace. Ma quando la gente vi vede insieme o quando ti fermi un secondo a pensare, ti chiedi cosa diavolo abbiate in comune. Un pò come se foste Giovanardi e Luxuria. Siete opposte caratterialmente, fisicamente, non avete nemmeno un gusto in comune. Tu adori il sushi, lei fa una campagna a favore del tonno pinne gialle. Tu adori i tacchi alti, lei va in giro solo con sandali da frate. Adori il cinema d'autore, lei fa fatica a distinguere Tarantino da Spielberg. Tu leggi solo Novella duemila, lei da fuoco alle foto con Signorini. Lei va in vacanza in un resort alle barbados, tu in un interrail in Marocco con lo zaino in spalla. Lei è buddista e tu atea. Insomma, non ce n'è una che vi accomuni, ma in qualche modo riuscite a far incontrare i vostri gusti, mentre lei ti guarda mangiare con schifo un futomaki e prega in silenzio che ti rimanga sullo stomaco.


Insomma, tipologie di amiche diverse, che non sempre sono così rigide, ma giuro di poterne classificare alcune, mie, viste, sentite, non mie, conosciute, di cui mi hanno raccontato.
E sorrido.

Il comodino di Alessandra.

Oggi mi sono svegliata un pò intellettuale con l'occhiale messo di traverso sul naso. (Quello ce l'ho davvero, forse è il caso di stringere le..stanghette.) E forse quell'angolo sfocato dello schermo del pc non è una mosca schiacciata ma una bella ditata sulla lente. Ma perchè non riesco a fermarmi e mi arrendo alla mia incontinenza verbale?
Comunque, oggi sono in vena di fare una rassegna stampa della mia libreria, anche se in questo periodo il tempo di leggere è limitato alle noiose tratte in treno e a comatosi stati pre-addormentamento.

Katherine Pancol - Il walzer lento delle tartarughe


"Ascoltando, osservando, annusando. E' così che non si invecchia. Invecchiamo quando ci rinchiudiamo, quando rifiutiamo di vedere, di sentire, di respirare. Vita e scrittura vanno spesso di pari passo."
Andando in ordine temporale, questo è l'ultimo che sto leggendo. Non so ancora la fine, quindi forse è presto per dare un giudizio, contando anche che questo piacevole libro è il secondo di una trilogia e io non ho letto il primo. E' un romanzo scorrevole, a tratti delicato, che esplora le psicologie e le emozioni di ogni personaggio come se fossero lì in piedi, uno dietro l'altro, e da qualche parte esistessero davvero. Con maestria l'autrice descrive espressioni, smorfie, sorrisi, tentennamenti e ire con sorprendente realismo. In un racconto dove la protagonista è sempre stata una forte donna relegata nell'ombra della sorella, del marito e delle figlie, si può anche riassaporare con dolcezza la magia di Parigi e Londra.


Alda Merini - La pazza della porta accanto


"E allora il poeta deve parlare, deve prendere questa materia incandescente che è la vita di tutti i giorni, e farne oro colato.."
Uno stupendo monologo della Merini, che parla di vita, di poesia e di amore solo come lei è in grado di fare. Uno stream of consciousness fino all'ultimo respiro, che racconta la vita di una donna che è intrecciata profondamente con la vita della poesia. Una donna per cui le parole tessono la realtà di tutti i giorni, in cui qualsiasi gesto è tradotto in arte e poesia. Da leggere tutto d'un fiato, e da sottolineare tutto per andarsi a rileggere qualche frase quando si ha bisogno di lei.


Chiara Cecilia Santamaria - Quello che le mamme non dicono

"Dire che non ho dormito quella notte sarebbe scontato. [...] Abbiamo fatto una cosa stupida, che è salutare la casa. I suoi spazi solo nostri. Sapere che saremmo tornati in tre era una consapevolezza sottile e pervasiva.."
Ho scoperto il blog di questa giovane scrittrice-neomamma-giornalista ma soprattutto donna, e non sono più riuscita a staccarmene. Ci torno quotidianamente per cercare updates e non ho potuto fare a meno che trotterellare per Milano alla ricerca del suo libro. Che dire, nella mente mi vengono in mente una miriade di aggettivi: esilarante, dolce, realistico, schietto, buffo, sincero, un pò bittersweet ma molto più sweet che bitter, capace di svegliare in te gli stessi pensieri e gli stessi turbamenti che il pensiero di una gravidanza può portare a galla. Ho riso fino alle lacrime in alcuni tratti (credo che non dimenticherò mai quello sui Teletubbies),spesso a tarda notte ripetendomi "ancora una pagina e spengo la luce", ho riflettuto molto su altri, mi sono sentita un pò lei in tanti altri. Un libro per giovani donne ma anche no, per mamme ma anche no, strepitosamente sincero su quel mondo troppo spesso stereotipato e roseo che è la scoperta di aspettare una creatura e tutto il turbine che ne consegue. Una scoperta dell'anno, non posso che consigliarlo con tutto l'entusiasmo che conosco.


Daria Bignardi - Non vi lascerò orfani


"Questo è la morte, oltre alla mancanza di chi non c'è più. E' la vita, con tutti i suoi ricordi. E amore. Tutto l'amore che chi se ne va ci ha dato, buono o cattivo che sia stato"
Una storia vera e persistente di una famiglia. L'incontro con la morte, i ricordi di una vita che riaffiorano dolorosamente, i sorrisi tirati ricordando le cose buffe. Perchè non c'è nulla di tanto potente quanto la morte che riporti in vita tutto quello che è stato. Devo ammettere che qualche lacrimuccia era lì lì per cadere, durante la lettura. Mi è piaciuto molto, sarà che nella descrizione della mamma ci ho ritrovato molto la descrizione della mia. Anneddoti buffi e tristi si mescolano in una grande tavolozza che pian piano forma il dipinto di una famiglia che potrebbe essere come tante, ma è unica.

Niccolò Ammaniti - Che la festa cominci


"Durante la notte della celebrazione usciremo allo scoperto e attaccheremo i sovietici, ci prenderemo quello che abbiamo bisogno per sopravvivere"
Che dire. In pieno stile Ammaniti, un libro disarmante, surreale ma mai così vero. Un ritratto esagerato ma non troppo della faziosità degli alti ambienti romani. Un torrente di follie che si mescolano perfettamente con la realtà, un preludio esilarante del gran finale che è la festa, in cui accadrà l'impossibile (o tutto il possibile). Scrittori, attori, una banda di dissidenti, le strade romane, i parchi, gli amori, le corruzioni, la vita. Tutto ciò che è la vita ai giorni nostri è dipinto in questa sgangherata storia, a prima vista una favola futuristica ma in realtà uno spaccato della società moderna. Da ridere e piangere, da riflettere e additare, da sconvolgersi e lasciarsi trasportare dal fiume in piena di eventi che in un crescendo porta al boato del gran finale.



Devo dire che ho parlato solo di libri che mi garbano. E che mi hanno fatta divertire ed emozionare. Ma prometto che prima o poi scriverò un post molto criticone. Per mettervi in guardia a non immergervi in letture che poco hanno a che fare con la leggerezza.

Momento autocelebrativo.

Ovvero: quando gongoli talmente tanto che ti sei stancata di gongolare da sola.
Insomma, l'egocentrismo sta proprio nel mio essere. Nel mio dna c'è scritto castana, occhi color cacca, riccia..e egocentrica. Quindi, non è per nulla colpa mia, ma della genetica.
Comunque. Alcuni mesi fa il mio primo articolo ufficiale è uscito ma solo in versione web, e pochi giorni fa mi ritrovo in stampa in edicola. Non posso fare altro che ringraziare chi mi ha dato la possibilità di fare tutto questo, la redazione di Roma che mi manda anche l'abbonamento a casa. Tanto tanto affetto e entusiasmo per tutti. La mia prima creatura cartacea è praticamente la mia prole, che mostro con estremo orgoglio, ma mai estremo quanto quello di mia madre, che ogni giorno porta il giornaletto a scuola (No, non è una quindicenne, ma professoressa), e lo mostra con gli occhi lucidi a colleghi e - temo - anche genitori ignari. Insomma, quest'aura di bambina prodigio, che peraltro non sono, che mi vortica attorno mi garba assai.

Cosa significhi questo primo articolo in edicola per me non riesco nemmeno bene a spiegarlo. Apro il giornale, ascolto il rumore delle pagine, annuso il profumo di carta e di inchiostro, mi godo l'effetto che fa davanti ai miei occhietti, e lo richiudo. In mancanza della copia cartacea, apro la foto qui sopra e sorrido.
Se questo è il preludio di una brillante carriera giornalistica, non ve lo so dire. Se mi sto tirando tutta la sfiga addosso, della serie "chi si loda di imbroda", è più che possibile. Ma mi sento un pò come una trenne il giorno di Natale vedendo l'albero colmo di regali. Devo dire che questo articolo, visto così, scritto su questa pagine di giornale, non testimonia in verità tutto quello che c'è dietro. Una mattina freddina, una via anonima di Milano, una conferenza stampa. Io che, al momento della divisione all'entrata, passo con la stampa. I giornalisti. Capite? Mi danno la cartella stampa. A ME. Quasi quasi la rifiuto dandola indietro "ma guardi che io qui non c'entro nulla", mi viene da dire. Mi sembra di essere la piccola fiammiferaia invitata per sbaglio alla festa della Regina Elisabetta. Mi siedo. Il mio IPhone inizia a registrare, io leggo la cartella stampa. Sono, voce del verbo essere, sono proprio alla conferenza stampa. E ho un sorriso ebete stampato su questa faccetta. Il culmine lo tocco quando, incontinente, scappo al bagno, vicino alla stanza dove ci sono i fotografi. Mi piego, mi scappa proprio, il bagno è occupato da ben dieci minuti. Sbuffo anche dalle orecchie, questa proprio non ci voleva, ecco. Il piccolo particolare che mi rovina il sorrisetto tatuato sulle labbra che ho. Clic. La porta si apre. Inspiro, pronta a sfoderare la mia faccia truce, quando dal bagno esce Piero Pelù. Con tanto di matita nera e pantalone di pelle. Tra tutto quello che potevo fare, che faccio, io? "Ehm..Salve" e sguscio in bagno alla velocità della luce. L'ho lasciato lì fuori ancora stordito.
In questi momenti mi sento tanto Pippo della Disney.

Qualche considerazione sui Vip(s).

Sarà che oggi mi sono svegliata come se qualcuno mi avesse sputato nel caffè, ma sono particolarmente suscettibile ad un sacco di min..uscolezze.
Punto 1: L'abbigliamento dei Vipss in tutti quei momenti che non comprendono vari red carpets, prime di film e being guests in programmi televisivi. Non so se ve ne sono venuti in mente due o tre, scovati tra le pagine di Donna Moderna o (peggio) su Eva tremila. (esisterà ancora?). Comunque, oggi io sfogliavo uno dei suddetti giornaletti, ed eccole lì, decine di Eve Longorie, Angeline Jolie, Julie Roberts, ma anche Ben Affleck, Tom Cruise, ma anche altri bonaccioni come quelli su cui settimanalmente sbaviamo nei telefilm, conciati peggio che dei senzatetto. (Con il mio pieno rispetto per i senzatetto.) Nemmeno nei miei giorni peggiori, per andare in palestra, mi vesto così. Ma capite, non è una questione di danaro sonante. No. Partendo dal presupposto che essi ne siano pieni, cosa li spinge a girare per Sunset Boulevard in infradito color topo, pantalone rosa fuxia a zampa d'elefante rammendato sul ginocchio, camicia da uomo (?) verde aperta su di una blusa sdrucita, capelli più unti che dopo una settimana di influenza e nemmeno un'ombra di fondotinta. A' Eva, ma dattela almeno na pettinata. L'uomo invece di solito è in forma selvaggia, very nature look. Maglietta degli Yankees, barba non fatta da cinque o sei mesi stile Cast Away, occhialoni da sole, pantalone della tuta mollo sul sedere e immancabili infradito. Di solito con amabile panza. Ora, vi prego. Datemi una spiegazione. E' perchè sono fighi, che girano conciati così? Possono permetterselo? Il loro stato sociale li solleva dal non uscire in pigiama? Tu la sera prima vedi Jessica Alba a ritirare l'Oscar in un Valentino da farti cadere la mascella, e il giorno dopo sfogli il giornaletto dalla parrucchiera e toh, te la vedi lì e sei convinta che abbiano scambiato la folle che gira nella metro linea 2 per lei. Ecco. Faccio un appello, a tutto il mondo vipsss e no. Spiegatemi perchè, perchè sono così inguardabili. Donne che fanno shopping da Prada vestite come piccole fiammiferaie. Quando l'unica grande preoccupazione di questi nugoli di very important people è continuare a essere notevolmente fighi. Mi dici che tra un massaggio e l'altro non hai avuto il tempo di passarti un velo di cipria su quel colorito grigio perla? Che tra una manicure e una pedicure non avevi tempo di infilarti di nuovo gli stivali e  sei andata liscia sulle infradito del mercato. No, amici, io non ci credo. Tu, icona sexy, di cui milioni di ragazzine hanno il poster nell'armadio, e sognano un giorno di essere come te, non puoi vagare per Manhattan con mollettone giallo nei capelli e sacco di yuta addosso.
Ecco. Voglio una risposta. E a proposito di risposte, ecco il
Punto 2: Simpatici Vipps, sempre voi, proprio voi, così alla mano e simpaticoni da avere un account facebook, ma soprattutto twitter. Datemi un'altra risposta. Twittate per cosa, per farci piacere? Per darci grandi news sulla vostra mirabolante esistenza? Sul vostro nuovo haircut? Oppure avete un account per aver maggior comunicazione con i vostri fans? Perchè vi spiego na cosetta, la comunicazione è una cosa biunivoca. Capite? Voi scrivete, noi rispondiamo. Noi scriviamo, voi rispondete.Non sembra tanto difficile, no? Eh, ma siamo tanti. Eh, siamo tanti si, ma un giorno rispondi a qualcuno, un giorno a qualcun'altro, e vedi che bella figura che fai. E invece no, ogni giorni migliaia di simpatici tweets che si perdono nell'etere, senza ricevere mai una risposta, e probabilmente senza nemmeno essere letti. Fatemi un favore, mentre cercate di mettervi qualcosa di decente addosso, cercate anche di rischiare l'artrite alle dita rispondendo anche a noi comuni mortali.

Va bene, sono pochettino in versione zitella acida oggi. Sarà che il parrucchiere non mi ha fatto il taglio che volevo, sarà che questo tempo umido mi infastidisce, sarà che qualcuno mi ci ha sputato davvero, nel caffè.
Ma tant'è.