domenica 5 agosto 2012

Tutto si muove rapido

Oggi mancano ufficialmente due settimane. Egnente, non riesco a farmene una ragione. Nel senso che razionalmente so tutto: il mio volo, la mia futura casa, le mie future coinquiline. Ho studiato a memoria la piantina del campus, dell'appartamento, il mio orario delle lezioni. Penso tanto, troppo. So che tra due settimane vivrò nello stato di New York, mi ingozzerò di Bagel e trotterellerò sulle rive dell'Hudson, ma è un pò come se stessi seguendo il percorso di un'altra. Come se infondo all'areoporto ci andrò, ma solo per salutare quella che parte. Per fare ciao ciao con la manina, voltarmi e ritornare in macchina e poi a casa. Nel mio letto. Con le mie luci, i miei odori, le mie ore. Il mio tempo e il mio spazio. Qui è tutto fottutamente mio. Mi dico che mancano due settimane, che ho quasi tutto pronto, ed è la stessa cosa che ripeto a tutti, con lo stesso tono, gli stessi sorrisi e gli stessi gesti. Racconto come se riportassi un pettegolezzo o la storia di qualcun'altro. E d'improvviso invidio tutti, che il 20 agosto si sveglieranno sempre nello stesso posto e con la stessa vita. E loro invidiano me. Che buffa che è la vita. Lì, è un'altra vita. Un altro mondo, un'altra lingua, un altro tutto. A volte mi sorprendo a fantasticare, felice come una bambina il giorno di Natale. A volte mi sorprendo con un nodo alla gola e una sensazione di claustrofobia, di soffocamento. Che non sia capace di godermi nulla? Più che possibile, se non probabile.

Ho paura. Di tutto. Una fottuta paura di tutto, che mi paralizza, mi blocca dal produrre qualsiasi pensiero razionale. Di qualsiasi barlume di positività. Ma in fondo, questo viaggio lo faccio per questo. Per spogliarmi delle mie paure, per lasciarle sull'areo e abbandonarle mentre mi volto. Questo viaggio lo faccio per fare pace con me, per mitigarmi al vento dell'oceano. Per smussare gli angoli che non mi piacciono, per rimproverarmi silenziosamente e darmi una pacca sulla spalla ogni volta che supero un ostacolo. Lo faccio per svuotarmi i polmoni dell'aria malsana che respiro ogni tanto. Per guardare tutto con occhi nuovi. Per apprezzare tanto le novità come le cose che già mi appartengono. Questo viaggio lo faccio per dimostrarmi che posso. Posso e non solo nei pensieri, ma posso sul serio. Senza l'aiuto di nessuno, nel mio silenzio e nei miei pianti. Nel mio panico sordo e in quella sensazione all'altezza dello stomaco che a volte me lo stringe fino a farmi smettere di respirare. Voglio poter riprendere il controllo di me stessa in ogni momento, cosa che non ho più tanto spesso. Voglio potermi sentire potente, nel pieno delle mie facoltà. Voglio tornare e sentirmi orgogliosa di me stessa. So quanto sarà difficile, ma so anche che posso farcela.

Quando ho un tentennamento, rileggo questa frase, così tremendamente poetica e allo stesso tempo duramente reale.

Tra vent’anni sarete più delusi per le cose che non avete fatto che per quelle che avete fatto. Quindi mollate le cime. Allontanatevi dal porto sicuro. Prendete con le vostre vele i venti. Esplorate. Sognate. Scoprite. Mark Twain








Payphone - Maroon 5 ON AIR

martedì 10 luglio 2012

Saldami.

No, non è una nuova versione di "Compramiiii, io sono in venditaaa" ma è semplicemente l'inizio del sospirato periodo di saldi. Donne di tutto il mondo, unitevi: a suon di gomitate, ascelle pezzate e code per i camerini.
Sono queste le cose che ci rendono uguali, da Sondrio a Reggio Calabria. Che poi, diciamocelo, la maggior parte di noi compra cose non in saldo, perchè quelle in saldo di solito fanno cagarissimo perchè è rimasto solo il top color vomito e il pantalone con fantasia di pan di stelle.
Ma, che ve lo dico a fà, allo scattare dell'ora x, volenti o nolenti, ci ritroviamo perse nel marasma dei saldi. Oltre ai negozietti piccoli, fidati, dove si può trovare l'occasione della vita, le mete più ambite sono loro: H&M, Zara, Bershka. Dove lo stordimento è direttamente proporzionale alla grandezza del negozio. Le versioni del negozio possono essere due, in questo periodo. Una è aria condizionata munita, di solito con un'escursione termica di 25 gradi. Fuori equatore e dentro polo nord. Che torni a casa con l'affare della vita e due tonsille così. L'altra è invece non munita di refrigeramento, e la temperatura tende a superare quella esterna di tre o quattro gradi. Volete mettere i respiri affannati di decine di donne scalmanate e le loro ascelle messe insieme? Quindi a questo punto meglio andare sul sicuro con la prima versione.
Poi, c'è la versione di donna: quella che parte di casa con l'animo pacifico, placido come quella di una mucca che rumina nel prato, con l'idea di rassegnazione universale: non troverò mai nulla ma un giro per dare una svolta alla giornata lo faccio comunque. La si riconosce facilmente: vaga tra gli scaffali trascinando i piedi, dando manate svogliate ai capi, roteando gli occhi e sbuffando vistosamente. Questa è la versione meno pericolosa, il tempo di permanenza in un negozio va dai 10 secondi ai 5 minuti. Chi bisogna invece temere è la versione invasata del saldami-lifestyle: chi, con puntualità feroce, si ritrova davanti al negozio, la scarpa comoda, la canottiera stretch da combattimento e la tracolla, si guadagna la pole position. Sgomita, sorpassa, ruba. Sarebbe capace di strappare un top di lurex anche ad una bambina di sei anni. Calcola impietosamente gli sconti, i 3x2, le promozioni ed è il tipo di donna che entra in camerino con 40 capi e ne riemerge dopo tre o quattro ore, che tu inizi a pensare che sia un highlander.

Ma il bello, donne, il bello è lo shopping con l'Uomo. Che il saldami-pensiero non lo vede nemmeno col binocolo. L'uomo, in quanto essere semplice (vi giuro, non c'è essere più semplice, nemmeno quelli monocellulari. ) non concepisce la corsa all'ultimo minuto per rubare la zeppa leopardata alla milf di turno. Non concepisce la soddisfazione di aver trovato il vestito della vita scontato del 60%. Non comprendendo il punto focale, compra solo a prezzo pieno, quando il negozio è vuoto e possibilmente senza nessuna commessa che stia lì a mettergli pressione. Compra mediamente due o tre volte all'anno, solo perchè a dicembre si è reso conto che il maglione preferito è talmente liso sul gomito che si confonde con l'hobo vicino a Stazione Centrale. Prova mille maglioni, per trovare quello adatto, ti straccia l'anima perchè nessuno mai al mondo andrà bene, l'operazione di acquisto dura da due tre giorni ad una settimana intera, e alla fine tu vorresti contattare lo stilista in persona per mettere fine a questa sofferenza, mentre lui ne compra finalmente uno, minacciato da te di morte, ma non molto convinto. Fine. Insomma, anche se in una settimana di inferno, l'acquisto dell'Uomo si conclude. E per mesi si può vivere in pace. Almeno finchè non arrivano i saldi.
E lo si trascina da Zara.

Ecco, l'Uomo medio si immagina il momento esatto dopo la morte come un'enorme Zara nel periodo dei saldi estivi. Un infinito susseguirsi di commesse, camerini, ascelle, gridolini di approvazione e paillettes. Quindi immaginatevi la sua felicità alla vostra domanda: "Amore, mi accompagni a fare un giro nei saldi?" Roba che nemmeno i cani quando c'è un temporale, che vanno a nascondersi tremanti sotto il letto. Alcuni, stremati, dicono di sì. L'Uomo medio durante il saldo lo riconosci subito: vaga senza meta, l'occhio vuoto da condannato a morte che sa cosa lo aspetta, la maglietta un pò pezzata, il passo strascicato. Segue la compagna a pochi passi di distanza, ma poi si distrae un attimo e si perde. E allora comincia a rigirarsi a destra e a manca, boccheggiando, indeciso se fuggire o mettersi a piangere in un angolo. Se riesce a rimanere al passo funge da appendiabiti, perchè noi gli molliamo in mano tutto quello che abbiamo intenzione di provare. Nell'ordine: un paio di infradito, una zeppa blu cobalto, un tubino, due o tre giacchettini, tre costumi, un paio di pantaloni, una canottiera ma in tre taglie, un blazer ( attento non stropicciarlo ) e un vestito da spiaggia. Tocca poi alla coda dal camerino. Che ancora ancora, ricorda quella della posta, che in quel momento è anche allettante. Ma il momento clou è la prova: perchè bisogna avere anche un minimo di reattività, altrimenti NOI, noi rompi cazzo, non siamo soddisfatte. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica, sempre e comunque "Sei stupenda, compralo. Urla di essere indossato da te. E' uno spreco lasciarlo qui" Cioè praticamente un amico gay. Ma in mancanza, supponiamo che il compagno possa svolgere la stessa mansione. Errore madornale. Il compagno può, nell'ordine: annuire muto, annuire producendo un "uhm mmm" indistinto, dirti "carino", azzardare un "insomma, ne hai diecimila.." oppure ucciderti con un "ti segna un pò lì " (mi è capitato, lo giuro). Alchè tu compri tutto lo stesso, ma hai ancora quel piccolo fastidio di non aver avuto nessuno che ti dicesse "Sei splendida, la regina del camerino. Superba", e torni a casa con i sacchetti pieni ma l'amor proprio un pò spiegazzato.

Donne, ascoltatemi, lasciate a casa i compagni e trovatevi un Enzo Miccio. Vedrete come cambia la musica.

venerdì 6 luglio 2012

Addii e mancanze

Stanotte penso di aver passato l'ultima notte nel mio monoloculo di Milano. Qui a fianco un angolo di quella che è stata la mia spartana cucina insieme al Danno [ Per scoprire chi è il danno, se ti sei appena sintonizzato, leggi QUI ] per più o meno un anno della mia futile esistenza. Mancavano le tende, a quell'epoca, ora ci sono, lo giuro. Per il resto, sì, è vuotina. Ma il punto non è quello. Il punto è che tra una settimana impacchetterò quel poco di mio che c'è rimasto e ficcherò praticamente tutto l'ultimo anno della mia vita in qualche scatolone e due occhiate rapide finali alle stanze.
Detesto gli arrivederci, i saluti, figuriamoci gli addii. Odio salutare, dover lasciare indietro, dimenticare, lasciare che il tempo offuschi i ricordi e sfumi i contorni delle cose. Ho lasciato un anno fa l'appartamento in cui ho vissuto i primi due anni di università e ora se chiudo gli occhi ricordo ancora bene alcuni odori, alcuni angoli, ma so che qualcosa, piano piano, sta sfumando e perderò irrimediabilmente dettagli fondamentali. Ma insomma, tutto cambia nella vita? E ora, dopo quello vecchio, tocca abbandonare questo.
Il mio terzo anno di università è perfettamente richiudibile dentro un bilocale con cucina, balcone, bagnetto e camera. Calza alla perfezione. Credo inizierò a stendere un patetico elenco random di tutto quello che potrei etichettare e catalogare per stiparlo in quelle mura.

Le innumerevoli, nebbiose e freschine serate in cui io e il Danno abbiamo mangiato cinese recuperato in rosticceria sotto casa, per poi riguardare "Tu la conosci Claudia" e ripetere le battute a memoria, oppure piagnucolare con "Ho voglia di te", che ci ricordava tremendamente la nostra adolescenza (Sì, ai tempi mi era piaciuto, eqquindi?! ).

Le innumerevoli notti passate insonni, a rigirarsi nel letto con gli occhi sbarrati per i motivi più disparati, i tappi nelle orecchie, il rumore della strada, lo sciacquone del cesso che non si schiaccia con un bottone ma che si gira con una manovella.

I pranzi e le cene cucinate nel loculo, lasciando odore di porro per tutta la casa ( un metro per due, credo ), i tentativi di sushi con Lui, i risotti alla zucca della Knor con Lei, le domeniche sere ad aspettarla, il gossip riassuntivo della settimana, le sue cicche di sigarette lasciate ovunque.

La mia fobia del gas lasciato aperto e il mio ricontrollare i fornelli ( forse questo lo lascerei volentieri andare ), il suo prendermi per il culo.

Il giapponese sotto casa e le volte in cui a pranzo mi sono sentita libera di andarci a pranzare da sola, le cene sushi con Lui o le abbuffate sushi e fritto con Lei.

Le innumerevoli e interminabili chiamate Skype con Lui,a orari improponibili, le litigate con uno schermo, i pugni sbattuti sul tavolo e le urla che avranno segnato la vicina per sempre. Il nostro anniversario passato davanti a Skype, Lui pranzo e io cena.

La partenza e il ritorno da Londra, il mio primo viaggio da sola, libera, spogliata della maggior parte dei miei pudori, delle mie ansie e delle mie paranoie.

Le lenzuola zebrate che sanno di noi, le innumerevoli pagine studiate su quel tavolo abbarbicata alla sedia, gli infiniti caffè con il latte freddo o la panna, i miei tentativi di andare in palestra a fare pilates.

Le serate, il ritornare a casa scalza dopo aver tolto i tacche nel cortile, il mal di testa, i raffreddori, il freddo, la nebbia, il caldo quando si scioglie l'asfalto, le colazioni di fretta e con lo stomaco annodato prima di ogni maledetto esame. Lo studio silenzioso mio e del danno in sessione d'esame.

Innumerevoli puntate di serie americane, di Cortesie per gli Ospiti, di cucina con Buddy, di Malattie imbarazzanti. Decine di telefonate in lacrime ai Miei, decine di incazzature.

La volta in cui ho spostato il materasso urlando, le mie lacrime ranicchiata sul coperchio del wc, la pioggia, la grandine. La portinaia, la Sabi. Gli operai costanti, il supermercato sotto casa, il signore che vende i giornali, sempre gli stessi, sempre con lo stesso sorriso stampato in faccia e il "Ciao bella", a cui ho comprato un paio di giornali sorridendo.

Le cene cucinate da me e cucinate da Lui, antipasti di serate chiuse, piccole, semplici, in quel bilocale. Tutto quello quelle mura hanno sentito, e che non racconteranno a nessuno.

Un altro anno della mia vita vissuto così, riflettendoci troppo su come al mio solito, overanalysing. Un altro anno scivolato sulla mia pelle senza che potessi premere per un attimo il tasto pausa. Impacchettato e portato via. Ma un pezzo di quell'anno rimarrà sempre in Corso Genova 25.

lunedì 2 luglio 2012

Tempera e Bandiere

Partendo dal presupposto che la mia coinquilina nonchè il danno vive per la Sampdoria e per anni ho avuto a che fare con la psiche del tifoso, che ho passato decine e decine di domeniche al De Ferraris per solidarietà (finchè non mi hanno detto che portavo sfiga) e quindi di partite ne ho viste aiosa, tra gestacci, insulti alle madri (?), lacrime di gioia o di dolore, di calcio qualcosa ne mastico. Devo dire che guardare una partita ogni tanto non nuoce alla salute, dal punto di vista prettamente sportivo, anche se solitamente non mi frega assolutamente niente del vincitore, quindi il gesto perde tutto il suo senso. Ma comunque, è durante i mondiali e gli europei che la psiche del tifoso mi sorprende (ormai forse non più) e mi spaventa.
Ma andiamo con ordine.
Divido i tifosi dell'Italia in due grandi categorie:
Chi, un pò per noia, un pò per non fare la figura del forever alone, un pò per piacere di guardare una partita e sentirsi un pelo, e dico un pelo, patriottico (che anche lì..), si piazza davanti alla tv e gode del piacere di 90 minuti di partita, guardando, si suppone, due grandi squadre.
Dall'altra parte c'è chi, in preda ad un raptus patriottico-nazionalista, si tatua bandiere dell'Italia sulla fronte (peraltro fatte allo specchio, quindi risultano anche al contrario. ), compra magliette in puro acrilico che altro che scintille nella notte, impara a memoria i nomi dei calciatori e li associa a dei volti, e si raduna con un carretto di birre a casa di amici o nelle piazze, perchè QUESTI SONO I VERI MOMENTI IN CUI CI SI SENTE ITALIANI. Che stolta. Io pensavo fossero per esempio il 25 aprile, il 2 giugno, o magari quando andiamo tutti volontari in Emilia. MA NO, perchè l'appellativo "moralista" è già dietro l'angolo e non si aspetta un secondo per incollarmelo sulla fronte.
Ora, io non ho nulla in contrario a un branco di gente esaltata con la vuvuzela in mano che festeggia la partita, anzi beati loro che ne hanno la forza. Ma paragonare ad un Dio Balotelli e per questo iniziare a picchiarsi mezzi ubriachi col primo che passa forse è un tantino esagerato, che dite? Piangere per uno sconosciuto che ha fatto un gol non vi pare un pò sopra ogni limite? Distruggere città e prendere a bottigliate la gente forse non è paragonabile ai black block nelle manifestazioni? Ma no, perchè se si perde la calma per i diritti dei lavoratori siamo tutti comunisti, se roviniamo qualche macchina dopo la partita è euforia post-vittoria. E i tg nemmeno ne parlano, capite? Ho letto un post di un blog stamattina che riassumeva un concetto simile.

Ho anche letto, da un'altra parte, che chi non guarda la partita è radical-chic. Che, oltre a non voler dire un cazzo, chi non guarda la partita non potrebbe essere solo uno a cui non frega una ceppa? No?
Perchè se tu, essere invertebrato, non guardi la partita e non festeggi, non solo sei un outsider, ma la tua identità di italiano viene seriamente messa in dubbio. Che diamine di italiano sei se non tifi italia? Se poi provi anche a dire che forse non è esattamente giusto portare un calciatore indagato per scommesse agli Europei, sei fottuta. Sguardi torvi incorniciati da magliette blu puffo.

Ma menomale che l'autorialità dei giornali, dei professionisti, ci riporta nel mondo reale. Ovvero: le elementari. "Merkel Culona" e "Vaffanmerkel", oltre ad essere delle vere originalità ed avere un gusto sopraffino, sono le parole più apprezzate di questo europeo. La tristezza è doppia: che questi giornali abbiano la professionalità di un ragazzino di dieci anni, ma soprattutto che piacciono, fanno ridere, capite, diventano tormentoni. Oggi infine, la perla "Monti porta sfiga". Che un conto è la chiacchiera da bar, un conto è il titolo in grassetto di un giornale. Ma no, inutile radical-chic e moralista che non sono altro.

Infine, adoro chi, negando l'evidenza, sostiene che siamo stati bravi. Notate il SIAMO. Noi. Che eravamo sul divano con la birra. Non LORO. Ma vabbè. Ma la parola su cui mi soffermerei è BRAVI. Adesso, fosse stata una partita degna di essere chiamata partita, all'ultimo sangue, da brividi, condivido. Perdere con onore sapendo di aver giocato bene, è comunque una soddisfazione. Ma l'Italia è arrivata già in finale a sua insaputa, passando gli ottavi per sbaglio, e ha giocato una finale che sembrava Spagna - Under 21 di Ospedaletti. Oltre ai cambi azzeccatissimi di Prandelli, (che non è nemmeno in grado di mettersi una cravatta senza che la parte sottile sia più lunga dell'altra), un giocatore più rotto dell'altro, una difesa inesistente e l'aver scoperto solo alla premiazione che Marchisio era in campo (credo non sia nemmeno mai stato nominato dalla telecronaca), Prandelli ha anche avuto il coraggio di dire puttanate a caso come "dobbiamo crescere ma possiamo arrivare al loro livello " "sono stati bravi i ragazzi". Capite, la tristezza della cosa? Nemmeno uscire da una figura di merda del genere a testa bassa, sappiamo fare.
Che poi è la stessa cosa che l'Italia fa in ogni campo.

mercoledì 13 giugno 2012

Sindrome dell'abbandono

Chi diamine ha pigiato il tasto forward a ripetizione?

Come è possibile che l'altro ieri era marzo, ieri aprile, maggio è direttamente saltato e ora siamo già a metà giugno? C'è qualcuno che si diverte a pasticciarmi gli attimi di vita, mannaggia?
Che io ho ancora tipo duemila cose da fare e tra due mesi parto. La nevrosi mi sta prendendo, ormai è ufficiale.
Ieri sera, per esempio, abbiamo festeggiato l'Amico che parte per la Cina per sei mesi, a fare uno stage. Fino a due giorni fa tutti a scherzare: "allora, tra poco parti eh? Dai, che figata!" "Comprami un pò un Ipad, và.." e ieri sera eravamo un pò tutti con l'occhio opaco e l'argomento era quasi tabù. Insomma, tra cocktail, una piccola crisi di panico in cui il sopracitato credeva di avere la gotta e voleva farsi portare alle due di notte ubriaco al pronto soccorso per non avere l'ansia di soffrire di gotta in Cina (poi vi chiedete come mai sono disturbata) e abbracci sinceri, siamo andati a dormire e il momento dei saluti è passato così. Alle tre mette piede sull'aereo e ci si rivede a dicembre. Che poi diamine, dicembre è vicino. Eppure sembra lontano anni luce. Voglio proprio vedermici, io, nella sera prima di partire. Che mi sembra proprio di essere la reincarnazione di "perchè abbandonare la strada vecchia per la nuova?" con tanto di immagine ridente di Lui, genitori e amici che fanno ciao ciao con la manina e io che mi allontano verso un qualcosa di sfocato a pallini.

Ciao, vado a comprarmi una cisterna di Valium.

sabato 9 giugno 2012

Obamalandia?

Mancano più o meno due mesi al mio planare in Obamalandia e io ancora galoppo nella valle del "ma chi, io?", senza ancora aver bene realizzato che su quell'aereo alle 9 del mattino ci piazzerò le mie, di chiappe. (La finezza mi contraddistingue sempre.) Ah, per chi nono conoscesse ancora le origini del mio viaggio oltreoceano può dare un'occhiata QUI e scoprire tutto. Comunque, è iniziato il periodo in cui sogno quello che il mio inconscio cerca di dirmi durante il giorno ma io metto a tacere con determinazione.
Stanotte ad esempio ho sognato che era IL giorno. Io ero la reincarnazione del panico, sovrastata solo dalla Regina delle Follie Organizzative, ovvero mia madre. Riesce ad essere dannatamente pressante anche nei sogni, quella donna. Anyway, ho sognato che il giorno della partenza avevo ancora le valigie da fare, che cacciavo berretti di lana e espadrillas (che peraltro non possiedo) a caso nella valigia, che dimenticavo venti volte qualcosa di basilare come il passaporto e che mio padre alla fine dei conti saliva con me sull'aereo per poi scendere alla "fermata" dopo. Insomma, non sono cose normali. E no, non ho mangiato pesante ieri sera.
Ma la domanda fondamentale è: se questi sogni compaiono a due mesi dalla partenza, cosa mi accadrà una settimana prima? Avrò bisogno di una dose di valium in endovena.

Perchè questa è la mia merdos simpaticissima caratteristica: vivo qualsiasi cosa con una pesantezza estenuante. Se di giorno penso alla magnifica esperienza che mi aspetta, i viaggi che farò, le cose che imparerò, il mio inconscio mi spara una pera di paranoie appena abbasso un attimo la guardia. Sarà che sono figlia dell'Apprensione reincarnata in una donna alta un metro e 65? Che, per darvi un esempio della follia pre-partenza, mi regala momenti di imbarazzo autentici. Riporterò il dialogo, per dovere di cronaca.

Io: "Mà, pensavo che in America potremmo affittare una macchina, chessò arrivare fino a Chicago on the road, stile Kerouac..."
Mia madre: "'Sta attenta a non finire in prigione, lì ti fanno passare una notte in cella come niente"

La risposta giusta sarebbe stata "WTF?" ma mi sono limitata a fissarla in modo strano. Mi sembra di essere tornata ad avere 14 anni. Dite che regredisco, invece che andare avanti?
Ma tant'è, ora si pensa alle parti organizzative. Sono quasi riuscita ad avere un visto, mi manca il colloquio in ambasciata americana che ha tempi di prenotazioni che nemmeno le asl locali. Spesa totale: infinta. Si paga la tassa consolare, la tassa Sevis, si paga per prendere appuntamento. Una passeggiata.
Ho anche fatto i vaccini. Uno a destra e uno a sinistra. Peccato che il richiamo per l'antitetanica mi abbia intorpidito il braccio sinistro e ora mi sento il muscolo dolorante che nemmeno dopo sei ore di pesi.
In più ho avuto la brillante idea di prendere il sole per due ore ieri ed è stato subito eritema. Sono l'idiozia.
Poi mi vengono dubbi e domande di ogni genere, che solo una mente deviata come la mia poteva produrre. Vi illustro una lista, per farvi capire che tipo di persona io sia e per rileggerla tra qualche mese e darmi della scema.

1- Dovrò portarmi una scorta di sapone intimo? La risposta già ce l'ho: si. A parte che ho già sperimentato l'anno scorso, con Lui che quando sono andata a trovarlo mi ha pregata di portargliene qualche flacone da tenere per i successivi tre mesi. Ma, a rigor di logica, gli abitanti di Hamburgerlandia non hanno il bidet. Tantomeno hanno un sapone per pulirsi il didietro. Mezzochilo di valigia è già stato occupato, così.

2-Dovrò portarmi una farmacia? Anche qui la risposta è si. Oltre ai farmaci senza ricetta, mi è stato detto che anche i farmaci da banco sono miscugli strani che non corrispondono mai a quelli italiani o europei. Quindi un altro bel mezzochilo di valigia sarà occupato.

3-Dovrei portare qualche specialità italiana da far gustare alle mie future coinquiline? Qui la risposta esatta ancora mi manca. Mia madre sostiene di volermi dare del pesto e della focaccia. Contando che la focaccia ci arriverebbe di legno, forse è meglio puntare sul pesto. Sarà illegale? Mah.

4- Quanti vestiti servono mediamente ad una persona in 4 mesi? Ve lo dico io: troppi. Contando che i 4 mesi in questione comprendono periodi dai 30 ai -10 gradi, ci vuole un'ampia gamma di vestiti, anche se mio padre ritiene che io debba prepararmi la valigia come un marine: un paio di jeans, una giacca, un paio di scarpe. Anche qui ci sarà da lavorare duramente.

5. Ha senso portarmi il phon? Direte, sì. Io direi no. L'anno scorso ho attaccato il phon super potente (ho tanti capelli) con l'adattatore in quel di Minneapolis, e tutto quello che ne è uscito a potenza massima è stato un soffio che l'alito del bue nella mangiatoia scaldava di più. Chissà quanto costerà un phon in Obamalandia.

6. Quanto piagnucolerò il giorno della partenza? Tenendo conto che io piango a ripetizione ogni volta che vedo la pubbicità della mamma sulle olimpiadi, ma anche per molto meno, direi tendente à + infinito. Immagino già la vergogna di posizionarmi al mio posto in aereo, sola come una cagna, (rigorosamente vicino all'american boy obeso di turno) con occhiali scuri e naso rosso allla Rudolph.

Ok. Questi erano i quesiti più significativi. Ma ce ne saranno altri. E mancano ancora due mesi.

martedì 29 maggio 2012

Cipressi, Silenzio e Scale di Legno.


Due parole, un'occhiata al calendario, una telefonata agli zii toscani che possiedono e gestiscono da soli un delizioso agriturismo. Pieno di benzina, canzoni caricate nell'iPhone, Tommy (TomTom di fiducia, ndr). Dopo l'esame di Diritto alle quattro e mezza di pomeriggio, a Milano, con trenta gradi e la verve di una cavalletta secca (del quale peraltro non ho ancora l'esito), quattro ore e mezza di viaggio invece di due e mezza per tornare a Savona, una distesa di merd esami all'orizzonte, una microfuga di quattro giorni immersi in un punto sperduto della Toscana, tra Torrita di Siena e Pienza, è stata una boccata di aria fresca. Non amo spammare, ma l'agriturismo Renello, in località Trequanda, immerso nelle colline, a metà tra la Val di Chiana e la Val d'Orcia, è qualcosa al di sopra dell'adorabile. Agriturismo che davvero si può definire tale: l'accento toscano ti accoglie caldo e ti inebria, puoi acquistare e gustare vino e olio squisiti, fare colazione pranzo e cena con i prodotti dell'orto (non ho mai mangiato delle bietole così buone) e fare un bagno in piscina con vista colline.
Insomma, fuggiti in fretta e furia dall'asfalto di Milano, buttando tre cose in valigia, dopo qualche oretta di macchina iniziamo a leggere sui cartelli nomi di paesi e località che già nella mente si immaginano pronunciate con accento toscano: Pienza, Bettolle, Petroio, Cortona (che poi in realtà è in Umbria..), Montalcino, Monticchiello. Piccole o più grandi perle fatte di pietre antiche, salite e vecchie mura. Il buon Tommy ci accompagna per stradine arzigogolate fino all'entrata costellata di Cipressi. Muovo i passi intorno all'agriturismo per curiosare e sono impressionata prima di tutto dal silenzio: qualche ronzio lontano di insetti, un cinguettio saltuario. Tanto che riuscivo a sentire il fruscio del vento tra gli ulivi. Uno spuntino di pecorino, prosciutto della Val d'Orcia e salame, e sono pronta per andare a posare il mio piccolo bagaglio nella stanza. Stanza che in realtà è una deliziosa casetta su due piani, rustica da far paura. La porta di legno cigola leggermente, all'interno è arredata con sapienza e mobili antichi. Salgo le scale di legno, gustandomi con le orecchie ogni cigolio dei miei passi. Arrivo nella stanza da letto, sui toni del verdolino. Letto in ferro battuto, coperta spessa di una volta, le foto dei cugini di Lui da piccoli incorniciate. Di una deliziosità da farti restringere il cuore. Questo è quello che vedevo dalla finestra.

Dopo pochi minuti di macchina, fermandoci ogni due per tre per fare foto al panorama mozzafiato, arriviamo a Pienza, un gioiellino di paesino quasi tutto pedonale, a strapiombo sulla Val d'Orcia.

La sera, a cena, seduti ad un pesante tavolo di legno in agriturismo, abbiamo mangiato tagliatelle al ragù toscano, capriolo e patate al forno, torta di mele fatta in casa, il tutto preceduto da uno spritz con vino locale e crostoni con fegatini, salsiccia e stracchino e bruschette. Non potete immaginare la bontà. Un pò ubriaca di cibo, fumo di sigaretta e parole, quella sera ho assistito a discorsi genuini, di quelli che puoi fare solo alla luce fioca che rischiara un agriturismo antico, davanti ad una tavola
imbandita semplicemente ma ricca di significato. La sera ho alzato il naso all'insù prima di aprire la porta di legno del nostro appartamento: nessuna nuvola, solo stelle. Nessuna luce, solo buio e puntini luminosi. Non ricordavo nemmeno l'ultima volta che avevo visto le stelle in quel modo.



Qui c'è una carrellata di foto della sottoscritta che si gode l'aria, il vento sulla faccia, quella sensazione di essere parte di qualcosa. Ad occhi chiusi, con il naso all'insù, tutti i sensi svegli, sull'attenti, che captano ogni rumore, ogni suono, ogni odore e colore. Il tavolino di legno delizioso di fronte alla nostra casetta che ha ospitato dolci colazioni assonnate e stropicciate al sole del mattino. 


Qui invece una veduta mozziafato di Montalcino da una piccola fortezza (vertigini portami via.) E la terrazza dove abbiamo cenato l'ultima sera. Una terrazza ampia, decorata nei più piccoli particolari, che si apriva a braccia larghe sulla Val d'Orcia, direttamente verso il monte Amiata. Abbiamo cenato guardando lì, le colline. Il venticello fresco, le dita delle mani che si intrecciavano e occhi socchiusi che si godevano la vista e il rumore del vento. Il rumore delle spighe che si muovono nel vento credo non lo dimenticherò mai.

Quattro giorni del genere, tra Cipressi, Silenzio e Scale di Legno.
Tante cose che tutti, troppi, diamo per scontate. Il silenzio. La luce del sole sui campi di grano. Il rosso acceso dei papaveri che ti cattura, vorresti avvicinarti e divorarlo, da quanto è intenso. 


E poi l'odore di terra, quello schietto, quello che sa di sudore, di fatica, di sole e di pioggia.
L'odore della natura, quello che non è l'odore di erba tagliata in mezzo alle nostre città.
L'odore di fresco anche sotto il sole, l'odore di vita vibrante e di tutto ciò che è vivo e si sta muovendo, sta respirando e sta lavorando tutto intorno.
Su stradine assolate, alcune sterrate, il rumore di una macchina solitaria e il colore del cielo che si mischia con quello scuro degli occhiali da sole. Un bacio a labbra che sanno di ciliegie colte dall'albero e terra.
Il verde delle spighe non ancora mature che combacia perfettamente col beige delle case e il rosso dei papaveri. Il rumore dei grilli che viene cullato da quello del vento.
E non ti serve altro, per sentirti vivo.
Per sentire che sì, il sangue che ti scorre nelle vene è caldo ed è parte di tutto quello che vedi. 
  

Tutto si muove rapido

Oggi mancano ufficialmente due settimane. Egnente, non riesco a farmene una ragione. Nel senso che razionalmente so tutto: il mio volo, la mia futura casa, le mie future coinquiline. Ho studiato a memoria la piantina del campus, dell'appartamento, il mio orario delle lezioni. Penso tanto, troppo. So che tra due settimane vivrò nello stato di New York, mi ingozzerò di Bagel e trotterellerò sulle rive dell'Hudson, ma è un pò come se stessi seguendo il percorso di un'altra. Come se infondo all'areoporto ci andrò, ma solo per salutare quella che parte. Per fare ciao ciao con la manina, voltarmi e ritornare in macchina e poi a casa. Nel mio letto. Con le mie luci, i miei odori, le mie ore. Il mio tempo e il mio spazio. Qui è tutto fottutamente mio. Mi dico che mancano due settimane, che ho quasi tutto pronto, ed è la stessa cosa che ripeto a tutti, con lo stesso tono, gli stessi sorrisi e gli stessi gesti. Racconto come se riportassi un pettegolezzo o la storia di qualcun'altro. E d'improvviso invidio tutti, che il 20 agosto si sveglieranno sempre nello stesso posto e con la stessa vita. E loro invidiano me. Che buffa che è la vita. Lì, è un'altra vita. Un altro mondo, un'altra lingua, un altro tutto. A volte mi sorprendo a fantasticare, felice come una bambina il giorno di Natale. A volte mi sorprendo con un nodo alla gola e una sensazione di claustrofobia, di soffocamento. Che non sia capace di godermi nulla? Più che possibile, se non probabile.

Ho paura. Di tutto. Una fottuta paura di tutto, che mi paralizza, mi blocca dal produrre qualsiasi pensiero razionale. Di qualsiasi barlume di positività. Ma in fondo, questo viaggio lo faccio per questo. Per spogliarmi delle mie paure, per lasciarle sull'areo e abbandonarle mentre mi volto. Questo viaggio lo faccio per fare pace con me, per mitigarmi al vento dell'oceano. Per smussare gli angoli che non mi piacciono, per rimproverarmi silenziosamente e darmi una pacca sulla spalla ogni volta che supero un ostacolo. Lo faccio per svuotarmi i polmoni dell'aria malsana che respiro ogni tanto. Per guardare tutto con occhi nuovi. Per apprezzare tanto le novità come le cose che già mi appartengono. Questo viaggio lo faccio per dimostrarmi che posso. Posso e non solo nei pensieri, ma posso sul serio. Senza l'aiuto di nessuno, nel mio silenzio e nei miei pianti. Nel mio panico sordo e in quella sensazione all'altezza dello stomaco che a volte me lo stringe fino a farmi smettere di respirare. Voglio poter riprendere il controllo di me stessa in ogni momento, cosa che non ho più tanto spesso. Voglio potermi sentire potente, nel pieno delle mie facoltà. Voglio tornare e sentirmi orgogliosa di me stessa. So quanto sarà difficile, ma so anche che posso farcela.

Quando ho un tentennamento, rileggo questa frase, così tremendamente poetica e allo stesso tempo duramente reale.

Tra vent’anni sarete più delusi per le cose che non avete fatto che per quelle che avete fatto. Quindi mollate le cime. Allontanatevi dal porto sicuro. Prendete con le vostre vele i venti. Esplorate. Sognate. Scoprite. Mark Twain








Payphone - Maroon 5 ON AIR

Saldami.

No, non è una nuova versione di "Compramiiii, io sono in venditaaa" ma è semplicemente l'inizio del sospirato periodo di saldi. Donne di tutto il mondo, unitevi: a suon di gomitate, ascelle pezzate e code per i camerini.
Sono queste le cose che ci rendono uguali, da Sondrio a Reggio Calabria. Che poi, diciamocelo, la maggior parte di noi compra cose non in saldo, perchè quelle in saldo di solito fanno cagarissimo perchè è rimasto solo il top color vomito e il pantalone con fantasia di pan di stelle.
Ma, che ve lo dico a fà, allo scattare dell'ora x, volenti o nolenti, ci ritroviamo perse nel marasma dei saldi. Oltre ai negozietti piccoli, fidati, dove si può trovare l'occasione della vita, le mete più ambite sono loro: H&M, Zara, Bershka. Dove lo stordimento è direttamente proporzionale alla grandezza del negozio. Le versioni del negozio possono essere due, in questo periodo. Una è aria condizionata munita, di solito con un'escursione termica di 25 gradi. Fuori equatore e dentro polo nord. Che torni a casa con l'affare della vita e due tonsille così. L'altra è invece non munita di refrigeramento, e la temperatura tende a superare quella esterna di tre o quattro gradi. Volete mettere i respiri affannati di decine di donne scalmanate e le loro ascelle messe insieme? Quindi a questo punto meglio andare sul sicuro con la prima versione.
Poi, c'è la versione di donna: quella che parte di casa con l'animo pacifico, placido come quella di una mucca che rumina nel prato, con l'idea di rassegnazione universale: non troverò mai nulla ma un giro per dare una svolta alla giornata lo faccio comunque. La si riconosce facilmente: vaga tra gli scaffali trascinando i piedi, dando manate svogliate ai capi, roteando gli occhi e sbuffando vistosamente. Questa è la versione meno pericolosa, il tempo di permanenza in un negozio va dai 10 secondi ai 5 minuti. Chi bisogna invece temere è la versione invasata del saldami-lifestyle: chi, con puntualità feroce, si ritrova davanti al negozio, la scarpa comoda, la canottiera stretch da combattimento e la tracolla, si guadagna la pole position. Sgomita, sorpassa, ruba. Sarebbe capace di strappare un top di lurex anche ad una bambina di sei anni. Calcola impietosamente gli sconti, i 3x2, le promozioni ed è il tipo di donna che entra in camerino con 40 capi e ne riemerge dopo tre o quattro ore, che tu inizi a pensare che sia un highlander.

Ma il bello, donne, il bello è lo shopping con l'Uomo. Che il saldami-pensiero non lo vede nemmeno col binocolo. L'uomo, in quanto essere semplice (vi giuro, non c'è essere più semplice, nemmeno quelli monocellulari. ) non concepisce la corsa all'ultimo minuto per rubare la zeppa leopardata alla milf di turno. Non concepisce la soddisfazione di aver trovato il vestito della vita scontato del 60%. Non comprendendo il punto focale, compra solo a prezzo pieno, quando il negozio è vuoto e possibilmente senza nessuna commessa che stia lì a mettergli pressione. Compra mediamente due o tre volte all'anno, solo perchè a dicembre si è reso conto che il maglione preferito è talmente liso sul gomito che si confonde con l'hobo vicino a Stazione Centrale. Prova mille maglioni, per trovare quello adatto, ti straccia l'anima perchè nessuno mai al mondo andrà bene, l'operazione di acquisto dura da due tre giorni ad una settimana intera, e alla fine tu vorresti contattare lo stilista in persona per mettere fine a questa sofferenza, mentre lui ne compra finalmente uno, minacciato da te di morte, ma non molto convinto. Fine. Insomma, anche se in una settimana di inferno, l'acquisto dell'Uomo si conclude. E per mesi si può vivere in pace. Almeno finchè non arrivano i saldi.
E lo si trascina da Zara.

Ecco, l'Uomo medio si immagina il momento esatto dopo la morte come un'enorme Zara nel periodo dei saldi estivi. Un infinito susseguirsi di commesse, camerini, ascelle, gridolini di approvazione e paillettes. Quindi immaginatevi la sua felicità alla vostra domanda: "Amore, mi accompagni a fare un giro nei saldi?" Roba che nemmeno i cani quando c'è un temporale, che vanno a nascondersi tremanti sotto il letto. Alcuni, stremati, dicono di sì. L'Uomo medio durante il saldo lo riconosci subito: vaga senza meta, l'occhio vuoto da condannato a morte che sa cosa lo aspetta, la maglietta un pò pezzata, il passo strascicato. Segue la compagna a pochi passi di distanza, ma poi si distrae un attimo e si perde. E allora comincia a rigirarsi a destra e a manca, boccheggiando, indeciso se fuggire o mettersi a piangere in un angolo. Se riesce a rimanere al passo funge da appendiabiti, perchè noi gli molliamo in mano tutto quello che abbiamo intenzione di provare. Nell'ordine: un paio di infradito, una zeppa blu cobalto, un tubino, due o tre giacchettini, tre costumi, un paio di pantaloni, una canottiera ma in tre taglie, un blazer ( attento non stropicciarlo ) e un vestito da spiaggia. Tocca poi alla coda dal camerino. Che ancora ancora, ricorda quella della posta, che in quel momento è anche allettante. Ma il momento clou è la prova: perchè bisogna avere anche un minimo di reattività, altrimenti NOI, noi rompi cazzo, non siamo soddisfatte. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica, sempre e comunque "Sei stupenda, compralo. Urla di essere indossato da te. E' uno spreco lasciarlo qui" Cioè praticamente un amico gay. Ma in mancanza, supponiamo che il compagno possa svolgere la stessa mansione. Errore madornale. Il compagno può, nell'ordine: annuire muto, annuire producendo un "uhm mmm" indistinto, dirti "carino", azzardare un "insomma, ne hai diecimila.." oppure ucciderti con un "ti segna un pò lì " (mi è capitato, lo giuro). Alchè tu compri tutto lo stesso, ma hai ancora quel piccolo fastidio di non aver avuto nessuno che ti dicesse "Sei splendida, la regina del camerino. Superba", e torni a casa con i sacchetti pieni ma l'amor proprio un pò spiegazzato.

Donne, ascoltatemi, lasciate a casa i compagni e trovatevi un Enzo Miccio. Vedrete come cambia la musica.

Addii e mancanze

Stanotte penso di aver passato l'ultima notte nel mio monoloculo di Milano. Qui a fianco un angolo di quella che è stata la mia spartana cucina insieme al Danno [ Per scoprire chi è il danno, se ti sei appena sintonizzato, leggi QUI ] per più o meno un anno della mia futile esistenza. Mancavano le tende, a quell'epoca, ora ci sono, lo giuro. Per il resto, sì, è vuotina. Ma il punto non è quello. Il punto è che tra una settimana impacchetterò quel poco di mio che c'è rimasto e ficcherò praticamente tutto l'ultimo anno della mia vita in qualche scatolone e due occhiate rapide finali alle stanze.
Detesto gli arrivederci, i saluti, figuriamoci gli addii. Odio salutare, dover lasciare indietro, dimenticare, lasciare che il tempo offuschi i ricordi e sfumi i contorni delle cose. Ho lasciato un anno fa l'appartamento in cui ho vissuto i primi due anni di università e ora se chiudo gli occhi ricordo ancora bene alcuni odori, alcuni angoli, ma so che qualcosa, piano piano, sta sfumando e perderò irrimediabilmente dettagli fondamentali. Ma insomma, tutto cambia nella vita? E ora, dopo quello vecchio, tocca abbandonare questo.
Il mio terzo anno di università è perfettamente richiudibile dentro un bilocale con cucina, balcone, bagnetto e camera. Calza alla perfezione. Credo inizierò a stendere un patetico elenco random di tutto quello che potrei etichettare e catalogare per stiparlo in quelle mura.

Le innumerevoli, nebbiose e freschine serate in cui io e il Danno abbiamo mangiato cinese recuperato in rosticceria sotto casa, per poi riguardare "Tu la conosci Claudia" e ripetere le battute a memoria, oppure piagnucolare con "Ho voglia di te", che ci ricordava tremendamente la nostra adolescenza (Sì, ai tempi mi era piaciuto, eqquindi?! ).

Le innumerevoli notti passate insonni, a rigirarsi nel letto con gli occhi sbarrati per i motivi più disparati, i tappi nelle orecchie, il rumore della strada, lo sciacquone del cesso che non si schiaccia con un bottone ma che si gira con una manovella.

I pranzi e le cene cucinate nel loculo, lasciando odore di porro per tutta la casa ( un metro per due, credo ), i tentativi di sushi con Lui, i risotti alla zucca della Knor con Lei, le domeniche sere ad aspettarla, il gossip riassuntivo della settimana, le sue cicche di sigarette lasciate ovunque.

La mia fobia del gas lasciato aperto e il mio ricontrollare i fornelli ( forse questo lo lascerei volentieri andare ), il suo prendermi per il culo.

Il giapponese sotto casa e le volte in cui a pranzo mi sono sentita libera di andarci a pranzare da sola, le cene sushi con Lui o le abbuffate sushi e fritto con Lei.

Le innumerevoli e interminabili chiamate Skype con Lui,a orari improponibili, le litigate con uno schermo, i pugni sbattuti sul tavolo e le urla che avranno segnato la vicina per sempre. Il nostro anniversario passato davanti a Skype, Lui pranzo e io cena.

La partenza e il ritorno da Londra, il mio primo viaggio da sola, libera, spogliata della maggior parte dei miei pudori, delle mie ansie e delle mie paranoie.

Le lenzuola zebrate che sanno di noi, le innumerevoli pagine studiate su quel tavolo abbarbicata alla sedia, gli infiniti caffè con il latte freddo o la panna, i miei tentativi di andare in palestra a fare pilates.

Le serate, il ritornare a casa scalza dopo aver tolto i tacche nel cortile, il mal di testa, i raffreddori, il freddo, la nebbia, il caldo quando si scioglie l'asfalto, le colazioni di fretta e con lo stomaco annodato prima di ogni maledetto esame. Lo studio silenzioso mio e del danno in sessione d'esame.

Innumerevoli puntate di serie americane, di Cortesie per gli Ospiti, di cucina con Buddy, di Malattie imbarazzanti. Decine di telefonate in lacrime ai Miei, decine di incazzature.

La volta in cui ho spostato il materasso urlando, le mie lacrime ranicchiata sul coperchio del wc, la pioggia, la grandine. La portinaia, la Sabi. Gli operai costanti, il supermercato sotto casa, il signore che vende i giornali, sempre gli stessi, sempre con lo stesso sorriso stampato in faccia e il "Ciao bella", a cui ho comprato un paio di giornali sorridendo.

Le cene cucinate da me e cucinate da Lui, antipasti di serate chiuse, piccole, semplici, in quel bilocale. Tutto quello quelle mura hanno sentito, e che non racconteranno a nessuno.

Un altro anno della mia vita vissuto così, riflettendoci troppo su come al mio solito, overanalysing. Un altro anno scivolato sulla mia pelle senza che potessi premere per un attimo il tasto pausa. Impacchettato e portato via. Ma un pezzo di quell'anno rimarrà sempre in Corso Genova 25.

Tempera e Bandiere

Partendo dal presupposto che la mia coinquilina nonchè il danno vive per la Sampdoria e per anni ho avuto a che fare con la psiche del tifoso, che ho passato decine e decine di domeniche al De Ferraris per solidarietà (finchè non mi hanno detto che portavo sfiga) e quindi di partite ne ho viste aiosa, tra gestacci, insulti alle madri (?), lacrime di gioia o di dolore, di calcio qualcosa ne mastico. Devo dire che guardare una partita ogni tanto non nuoce alla salute, dal punto di vista prettamente sportivo, anche se solitamente non mi frega assolutamente niente del vincitore, quindi il gesto perde tutto il suo senso. Ma comunque, è durante i mondiali e gli europei che la psiche del tifoso mi sorprende (ormai forse non più) e mi spaventa.
Ma andiamo con ordine.
Divido i tifosi dell'Italia in due grandi categorie:
Chi, un pò per noia, un pò per non fare la figura del forever alone, un pò per piacere di guardare una partita e sentirsi un pelo, e dico un pelo, patriottico (che anche lì..), si piazza davanti alla tv e gode del piacere di 90 minuti di partita, guardando, si suppone, due grandi squadre.
Dall'altra parte c'è chi, in preda ad un raptus patriottico-nazionalista, si tatua bandiere dell'Italia sulla fronte (peraltro fatte allo specchio, quindi risultano anche al contrario. ), compra magliette in puro acrilico che altro che scintille nella notte, impara a memoria i nomi dei calciatori e li associa a dei volti, e si raduna con un carretto di birre a casa di amici o nelle piazze, perchè QUESTI SONO I VERI MOMENTI IN CUI CI SI SENTE ITALIANI. Che stolta. Io pensavo fossero per esempio il 25 aprile, il 2 giugno, o magari quando andiamo tutti volontari in Emilia. MA NO, perchè l'appellativo "moralista" è già dietro l'angolo e non si aspetta un secondo per incollarmelo sulla fronte.
Ora, io non ho nulla in contrario a un branco di gente esaltata con la vuvuzela in mano che festeggia la partita, anzi beati loro che ne hanno la forza. Ma paragonare ad un Dio Balotelli e per questo iniziare a picchiarsi mezzi ubriachi col primo che passa forse è un tantino esagerato, che dite? Piangere per uno sconosciuto che ha fatto un gol non vi pare un pò sopra ogni limite? Distruggere città e prendere a bottigliate la gente forse non è paragonabile ai black block nelle manifestazioni? Ma no, perchè se si perde la calma per i diritti dei lavoratori siamo tutti comunisti, se roviniamo qualche macchina dopo la partita è euforia post-vittoria. E i tg nemmeno ne parlano, capite? Ho letto un post di un blog stamattina che riassumeva un concetto simile.

Ho anche letto, da un'altra parte, che chi non guarda la partita è radical-chic. Che, oltre a non voler dire un cazzo, chi non guarda la partita non potrebbe essere solo uno a cui non frega una ceppa? No?
Perchè se tu, essere invertebrato, non guardi la partita e non festeggi, non solo sei un outsider, ma la tua identità di italiano viene seriamente messa in dubbio. Che diamine di italiano sei se non tifi italia? Se poi provi anche a dire che forse non è esattamente giusto portare un calciatore indagato per scommesse agli Europei, sei fottuta. Sguardi torvi incorniciati da magliette blu puffo.

Ma menomale che l'autorialità dei giornali, dei professionisti, ci riporta nel mondo reale. Ovvero: le elementari. "Merkel Culona" e "Vaffanmerkel", oltre ad essere delle vere originalità ed avere un gusto sopraffino, sono le parole più apprezzate di questo europeo. La tristezza è doppia: che questi giornali abbiano la professionalità di un ragazzino di dieci anni, ma soprattutto che piacciono, fanno ridere, capite, diventano tormentoni. Oggi infine, la perla "Monti porta sfiga". Che un conto è la chiacchiera da bar, un conto è il titolo in grassetto di un giornale. Ma no, inutile radical-chic e moralista che non sono altro.

Infine, adoro chi, negando l'evidenza, sostiene che siamo stati bravi. Notate il SIAMO. Noi. Che eravamo sul divano con la birra. Non LORO. Ma vabbè. Ma la parola su cui mi soffermerei è BRAVI. Adesso, fosse stata una partita degna di essere chiamata partita, all'ultimo sangue, da brividi, condivido. Perdere con onore sapendo di aver giocato bene, è comunque una soddisfazione. Ma l'Italia è arrivata già in finale a sua insaputa, passando gli ottavi per sbaglio, e ha giocato una finale che sembrava Spagna - Under 21 di Ospedaletti. Oltre ai cambi azzeccatissimi di Prandelli, (che non è nemmeno in grado di mettersi una cravatta senza che la parte sottile sia più lunga dell'altra), un giocatore più rotto dell'altro, una difesa inesistente e l'aver scoperto solo alla premiazione che Marchisio era in campo (credo non sia nemmeno mai stato nominato dalla telecronaca), Prandelli ha anche avuto il coraggio di dire puttanate a caso come "dobbiamo crescere ma possiamo arrivare al loro livello " "sono stati bravi i ragazzi". Capite, la tristezza della cosa? Nemmeno uscire da una figura di merda del genere a testa bassa, sappiamo fare.
Che poi è la stessa cosa che l'Italia fa in ogni campo.

Sindrome dell'abbandono

Chi diamine ha pigiato il tasto forward a ripetizione?

Come è possibile che l'altro ieri era marzo, ieri aprile, maggio è direttamente saltato e ora siamo già a metà giugno? C'è qualcuno che si diverte a pasticciarmi gli attimi di vita, mannaggia?
Che io ho ancora tipo duemila cose da fare e tra due mesi parto. La nevrosi mi sta prendendo, ormai è ufficiale.
Ieri sera, per esempio, abbiamo festeggiato l'Amico che parte per la Cina per sei mesi, a fare uno stage. Fino a due giorni fa tutti a scherzare: "allora, tra poco parti eh? Dai, che figata!" "Comprami un pò un Ipad, và.." e ieri sera eravamo un pò tutti con l'occhio opaco e l'argomento era quasi tabù. Insomma, tra cocktail, una piccola crisi di panico in cui il sopracitato credeva di avere la gotta e voleva farsi portare alle due di notte ubriaco al pronto soccorso per non avere l'ansia di soffrire di gotta in Cina (poi vi chiedete come mai sono disturbata) e abbracci sinceri, siamo andati a dormire e il momento dei saluti è passato così. Alle tre mette piede sull'aereo e ci si rivede a dicembre. Che poi diamine, dicembre è vicino. Eppure sembra lontano anni luce. Voglio proprio vedermici, io, nella sera prima di partire. Che mi sembra proprio di essere la reincarnazione di "perchè abbandonare la strada vecchia per la nuova?" con tanto di immagine ridente di Lui, genitori e amici che fanno ciao ciao con la manina e io che mi allontano verso un qualcosa di sfocato a pallini.

Ciao, vado a comprarmi una cisterna di Valium.

Obamalandia?

Mancano più o meno due mesi al mio planare in Obamalandia e io ancora galoppo nella valle del "ma chi, io?", senza ancora aver bene realizzato che su quell'aereo alle 9 del mattino ci piazzerò le mie, di chiappe. (La finezza mi contraddistingue sempre.) Ah, per chi nono conoscesse ancora le origini del mio viaggio oltreoceano può dare un'occhiata QUI e scoprire tutto. Comunque, è iniziato il periodo in cui sogno quello che il mio inconscio cerca di dirmi durante il giorno ma io metto a tacere con determinazione.
Stanotte ad esempio ho sognato che era IL giorno. Io ero la reincarnazione del panico, sovrastata solo dalla Regina delle Follie Organizzative, ovvero mia madre. Riesce ad essere dannatamente pressante anche nei sogni, quella donna. Anyway, ho sognato che il giorno della partenza avevo ancora le valigie da fare, che cacciavo berretti di lana e espadrillas (che peraltro non possiedo) a caso nella valigia, che dimenticavo venti volte qualcosa di basilare come il passaporto e che mio padre alla fine dei conti saliva con me sull'aereo per poi scendere alla "fermata" dopo. Insomma, non sono cose normali. E no, non ho mangiato pesante ieri sera.
Ma la domanda fondamentale è: se questi sogni compaiono a due mesi dalla partenza, cosa mi accadrà una settimana prima? Avrò bisogno di una dose di valium in endovena.

Perchè questa è la mia merdos simpaticissima caratteristica: vivo qualsiasi cosa con una pesantezza estenuante. Se di giorno penso alla magnifica esperienza che mi aspetta, i viaggi che farò, le cose che imparerò, il mio inconscio mi spara una pera di paranoie appena abbasso un attimo la guardia. Sarà che sono figlia dell'Apprensione reincarnata in una donna alta un metro e 65? Che, per darvi un esempio della follia pre-partenza, mi regala momenti di imbarazzo autentici. Riporterò il dialogo, per dovere di cronaca.

Io: "Mà, pensavo che in America potremmo affittare una macchina, chessò arrivare fino a Chicago on the road, stile Kerouac..."
Mia madre: "'Sta attenta a non finire in prigione, lì ti fanno passare una notte in cella come niente"

La risposta giusta sarebbe stata "WTF?" ma mi sono limitata a fissarla in modo strano. Mi sembra di essere tornata ad avere 14 anni. Dite che regredisco, invece che andare avanti?
Ma tant'è, ora si pensa alle parti organizzative. Sono quasi riuscita ad avere un visto, mi manca il colloquio in ambasciata americana che ha tempi di prenotazioni che nemmeno le asl locali. Spesa totale: infinta. Si paga la tassa consolare, la tassa Sevis, si paga per prendere appuntamento. Una passeggiata.
Ho anche fatto i vaccini. Uno a destra e uno a sinistra. Peccato che il richiamo per l'antitetanica mi abbia intorpidito il braccio sinistro e ora mi sento il muscolo dolorante che nemmeno dopo sei ore di pesi.
In più ho avuto la brillante idea di prendere il sole per due ore ieri ed è stato subito eritema. Sono l'idiozia.
Poi mi vengono dubbi e domande di ogni genere, che solo una mente deviata come la mia poteva produrre. Vi illustro una lista, per farvi capire che tipo di persona io sia e per rileggerla tra qualche mese e darmi della scema.

1- Dovrò portarmi una scorta di sapone intimo? La risposta già ce l'ho: si. A parte che ho già sperimentato l'anno scorso, con Lui che quando sono andata a trovarlo mi ha pregata di portargliene qualche flacone da tenere per i successivi tre mesi. Ma, a rigor di logica, gli abitanti di Hamburgerlandia non hanno il bidet. Tantomeno hanno un sapone per pulirsi il didietro. Mezzochilo di valigia è già stato occupato, così.

2-Dovrò portarmi una farmacia? Anche qui la risposta è si. Oltre ai farmaci senza ricetta, mi è stato detto che anche i farmaci da banco sono miscugli strani che non corrispondono mai a quelli italiani o europei. Quindi un altro bel mezzochilo di valigia sarà occupato.

3-Dovrei portare qualche specialità italiana da far gustare alle mie future coinquiline? Qui la risposta esatta ancora mi manca. Mia madre sostiene di volermi dare del pesto e della focaccia. Contando che la focaccia ci arriverebbe di legno, forse è meglio puntare sul pesto. Sarà illegale? Mah.

4- Quanti vestiti servono mediamente ad una persona in 4 mesi? Ve lo dico io: troppi. Contando che i 4 mesi in questione comprendono periodi dai 30 ai -10 gradi, ci vuole un'ampia gamma di vestiti, anche se mio padre ritiene che io debba prepararmi la valigia come un marine: un paio di jeans, una giacca, un paio di scarpe. Anche qui ci sarà da lavorare duramente.

5. Ha senso portarmi il phon? Direte, sì. Io direi no. L'anno scorso ho attaccato il phon super potente (ho tanti capelli) con l'adattatore in quel di Minneapolis, e tutto quello che ne è uscito a potenza massima è stato un soffio che l'alito del bue nella mangiatoia scaldava di più. Chissà quanto costerà un phon in Obamalandia.

6. Quanto piagnucolerò il giorno della partenza? Tenendo conto che io piango a ripetizione ogni volta che vedo la pubbicità della mamma sulle olimpiadi, ma anche per molto meno, direi tendente à + infinito. Immagino già la vergogna di posizionarmi al mio posto in aereo, sola come una cagna, (rigorosamente vicino all'american boy obeso di turno) con occhiali scuri e naso rosso allla Rudolph.

Ok. Questi erano i quesiti più significativi. Ma ce ne saranno altri. E mancano ancora due mesi.

Cipressi, Silenzio e Scale di Legno.


Due parole, un'occhiata al calendario, una telefonata agli zii toscani che possiedono e gestiscono da soli un delizioso agriturismo. Pieno di benzina, canzoni caricate nell'iPhone, Tommy (TomTom di fiducia, ndr). Dopo l'esame di Diritto alle quattro e mezza di pomeriggio, a Milano, con trenta gradi e la verve di una cavalletta secca (del quale peraltro non ho ancora l'esito), quattro ore e mezza di viaggio invece di due e mezza per tornare a Savona, una distesa di merd esami all'orizzonte, una microfuga di quattro giorni immersi in un punto sperduto della Toscana, tra Torrita di Siena e Pienza, è stata una boccata di aria fresca. Non amo spammare, ma l'agriturismo Renello, in località Trequanda, immerso nelle colline, a metà tra la Val di Chiana e la Val d'Orcia, è qualcosa al di sopra dell'adorabile. Agriturismo che davvero si può definire tale: l'accento toscano ti accoglie caldo e ti inebria, puoi acquistare e gustare vino e olio squisiti, fare colazione pranzo e cena con i prodotti dell'orto (non ho mai mangiato delle bietole così buone) e fare un bagno in piscina con vista colline.
Insomma, fuggiti in fretta e furia dall'asfalto di Milano, buttando tre cose in valigia, dopo qualche oretta di macchina iniziamo a leggere sui cartelli nomi di paesi e località che già nella mente si immaginano pronunciate con accento toscano: Pienza, Bettolle, Petroio, Cortona (che poi in realtà è in Umbria..), Montalcino, Monticchiello. Piccole o più grandi perle fatte di pietre antiche, salite e vecchie mura. Il buon Tommy ci accompagna per stradine arzigogolate fino all'entrata costellata di Cipressi. Muovo i passi intorno all'agriturismo per curiosare e sono impressionata prima di tutto dal silenzio: qualche ronzio lontano di insetti, un cinguettio saltuario. Tanto che riuscivo a sentire il fruscio del vento tra gli ulivi. Uno spuntino di pecorino, prosciutto della Val d'Orcia e salame, e sono pronta per andare a posare il mio piccolo bagaglio nella stanza. Stanza che in realtà è una deliziosa casetta su due piani, rustica da far paura. La porta di legno cigola leggermente, all'interno è arredata con sapienza e mobili antichi. Salgo le scale di legno, gustandomi con le orecchie ogni cigolio dei miei passi. Arrivo nella stanza da letto, sui toni del verdolino. Letto in ferro battuto, coperta spessa di una volta, le foto dei cugini di Lui da piccoli incorniciate. Di una deliziosità da farti restringere il cuore. Questo è quello che vedevo dalla finestra.

Dopo pochi minuti di macchina, fermandoci ogni due per tre per fare foto al panorama mozzafiato, arriviamo a Pienza, un gioiellino di paesino quasi tutto pedonale, a strapiombo sulla Val d'Orcia.

La sera, a cena, seduti ad un pesante tavolo di legno in agriturismo, abbiamo mangiato tagliatelle al ragù toscano, capriolo e patate al forno, torta di mele fatta in casa, il tutto preceduto da uno spritz con vino locale e crostoni con fegatini, salsiccia e stracchino e bruschette. Non potete immaginare la bontà. Un pò ubriaca di cibo, fumo di sigaretta e parole, quella sera ho assistito a discorsi genuini, di quelli che puoi fare solo alla luce fioca che rischiara un agriturismo antico, davanti ad una tavola
imbandita semplicemente ma ricca di significato. La sera ho alzato il naso all'insù prima di aprire la porta di legno del nostro appartamento: nessuna nuvola, solo stelle. Nessuna luce, solo buio e puntini luminosi. Non ricordavo nemmeno l'ultima volta che avevo visto le stelle in quel modo.



Qui c'è una carrellata di foto della sottoscritta che si gode l'aria, il vento sulla faccia, quella sensazione di essere parte di qualcosa. Ad occhi chiusi, con il naso all'insù, tutti i sensi svegli, sull'attenti, che captano ogni rumore, ogni suono, ogni odore e colore. Il tavolino di legno delizioso di fronte alla nostra casetta che ha ospitato dolci colazioni assonnate e stropicciate al sole del mattino. 


Qui invece una veduta mozziafato di Montalcino da una piccola fortezza (vertigini portami via.) E la terrazza dove abbiamo cenato l'ultima sera. Una terrazza ampia, decorata nei più piccoli particolari, che si apriva a braccia larghe sulla Val d'Orcia, direttamente verso il monte Amiata. Abbiamo cenato guardando lì, le colline. Il venticello fresco, le dita delle mani che si intrecciavano e occhi socchiusi che si godevano la vista e il rumore del vento. Il rumore delle spighe che si muovono nel vento credo non lo dimenticherò mai.

Quattro giorni del genere, tra Cipressi, Silenzio e Scale di Legno.
Tante cose che tutti, troppi, diamo per scontate. Il silenzio. La luce del sole sui campi di grano. Il rosso acceso dei papaveri che ti cattura, vorresti avvicinarti e divorarlo, da quanto è intenso. 


E poi l'odore di terra, quello schietto, quello che sa di sudore, di fatica, di sole e di pioggia.
L'odore della natura, quello che non è l'odore di erba tagliata in mezzo alle nostre città.
L'odore di fresco anche sotto il sole, l'odore di vita vibrante e di tutto ciò che è vivo e si sta muovendo, sta respirando e sta lavorando tutto intorno.
Su stradine assolate, alcune sterrate, il rumore di una macchina solitaria e il colore del cielo che si mischia con quello scuro degli occhiali da sole. Un bacio a labbra che sanno di ciliegie colte dall'albero e terra.
Il verde delle spighe non ancora mature che combacia perfettamente col beige delle case e il rosso dei papaveri. Il rumore dei grilli che viene cullato da quello del vento.
E non ti serve altro, per sentirti vivo.
Per sentire che sì, il sangue che ti scorre nelle vene è caldo ed è parte di tutto quello che vedi.