lunedì 27 agosto 2012

God Bless America

Oggi è una settimana giusta giusta che sono qui. In effetti, è volata liscia come l'olio. Frenetica, tante cose da fare, ampie distanze e poco tempo, ma serena. Se penso a una settimana esatta fa, al momento in cui ero nella mia camera, con due lenzuola di cartone, nessuna federa, la casa vuota, la chiave incastrata nella porta e solamente me su cui contare.. diciamo che insomma, stavo per uscire e comprare sgabello e cappio.
Sette giorni dopo posso dire di avere delle coinquiline, delle amiche, e molta più consapevolezza.

Consapevolezza di dove sono, cosa faccio, come mi muovo. Causa paranoia cronica (per qualsiasi chiarimento contattare chi mi ha messa al mondo. Vi amo, per la cronaca) sono una persona molto responsabile. Si lo so che la gente lo dice a caso, ma io lo sono davvero. Quindi ho imparato strade, numeri di taxi, ore in cui è meglio tornare, persone di cui è meglio fidarsi e altre meno.
E' la mia stupidissima natura che mi porta a un costante overanalysing. 
In ogni caso, qui sembra sempre di vivere in Smallville o qualsiasi telefilm americano anni 90 sulla vita scolastica. Bicchieri rossi, Icecream a non finire, schifezze (la maggior parte delle volte gratis) di qualsiasi natura, letali ma invitanti come non mai, cheerleaders e giocatori di football, grassocci padri di famiglia con birra nella mano destra e noccioline nella sinistra che si emozionano per l'inno americano subito prima di una partita di baseball.

Ecco, parliamo del baseball. Una partita di quelle così, venerdi pomeriggio, con squadrette abbastanza inutili come può essere il Savona. Alle sei iniziano con il picnic (qui la cena è alle sei. Attaccatevi pure al cazz..campanello, se mangiate in mensa alle otto e tre minuti vi buttano fuori anche se avete ancora tre fette di pizza tutte insieme in bocca. Quindi, dicevo, pic nic alle sei composto da: hamburger, hot dog, sei o sette tipi di salse, maccheroni molli col pomodoro, fusilli rossi bianchi e verdi con sugo cremoso di peperoni in agrodolce. Na delizia sopraffina. Alchè, muniti di cappellino e birrozza, mascotte, popcorn, tabellone luminoso e musichette, parte l'inno. Che, dico, da noi alle partite non lo cantano nemmeno i calciatori perchè fanno fatica a imparare il testo, e qui tutto il pubblico si toglie il cappello, mano destra sul cuore e via con God Bless America. Mancava una lacrimuccia e i coriandoli, forse. I marinai e la bandiera c'erano, ve lo giuro.

Comunque, andando avanti, il baseball è nato per essere infinito. Nove inning che durano un tempo indefinito, ogni tanto tutti i giocatori escono dal campo e poi rientrano, ci sono delle pause in cui si fanno cose folli come gente che corre con i sacchi, su delle minimoto o persone vestite da personaggi dei cartoni passano tra la folla salutando. Tutto si conclude dopo circa tre ore con fuochi d'artificio. Ogni.singola.volta.
Della serie qui la crisi non se sente.
Siamo andati in dei pub, in queste sere. Se pensavamo di avere il primato dell'ubriacatura molesta, sbagliavamo di grosso. Qui la gente si ubriaca come se non ci fosse un domani, senza limiti nè confini, verso l'infinito e oltre. Vedi ragazze in flipflops, short di jeans che a stento contengono le loro cosce e pancia di fuori rovesciate sui marciapiedi come se nulla fosse, enormi football players con il collo dalla circonferenza di una sequoia mandare giù intrugli fatti di jackdaniels alla velocità della luce, vedi gente da bollino rosso nei bagni, ragazze dai lunghi capelli che urlano in ogni momento quando salutano le amiche. Insomma, il paradiso dell'adolescente medio.
Ogni giorno imparo cose nuove sull'America. Aggiungo alla mia lista:

11. I fuochi d'artificio servono sempre: dopo una partita di baseball e prima dell'inizio delle lezioni.
12. Le ciabatte estive aperte vanno portate col calzino. Meglio se bianco. Meglio se sopra la caviglia.
13. Non importa che fisico tu abbia, un paio di shorts inguinali vanno sempre bene.
14. Se mangi in una mensa trovi di tutto. Anche frutta e verdura. L'inculata è che c'è anche tutto il resto e tu NON PUOI resistere. Ci sono test clinici che lo confermano. Mi sono fatta un waffle fresco dopo cena. Con maple syrup, burro e zucchero a velo. Chiamatemi pure miss piggy.
15. Per una strana ragione le uova vanno solo in confezione da 12. O da 24. Se vuoi anche da 48.
16. Per ogni evenienza puoi trovare qualsiasi cosa surgelata. Forse anche un fidanzato.
17. Gli americani amano l'accento italiano quando parli inglese. Poi però ti prendono per il culo.
18. I taxisti vanno in giro con un cartello "Chiunque vomiti nel taxi deve pagare 75dollari di pulizia" e questo la dice lunga su quanto spesso capiti.
19. Puoi trovare italian toppings ovunque, che di italiano non hanno nemmeno il nome.
20. Il pullman giallo della scuola dei Simpson esiste davvero. Ed è degli anni 70, credo, a giudicare dalle condizioni in cui era quando ci ho fatto un giro.

E niente, qui è l'una di notte, mi sono ingozzata di Brigadeiros (dolcetto tipico brasiliano che la mia lovely brasilian friend ha cucinato per noi) e domani iniziano le lezioni. Francese alle 11.30. Già al mattino faccio confusione con l'inglese, ficcarci dentro il francese sarà una figata.

P.S. Parlare inglese tutto il giorno è la cosa più stancante che abbia mai fatto. Alla sera inizio a svarionare ficcando parole italiane ovunque o esprimendomi a gesti. Il bello è che gli altri internazionali mi capiscono.
Se domani prima dell'inzio delle lezioni non organizzo i miei pensieri in inglese la vedo molto dura.

God Bless America.

giovedì 23 agosto 2012

This is SUCH an american thing

Avrei voluto tenere un diario giornaliero. Sono arrivata domenica, oggi è mercoledì e scrivo per la prima volta. Giusto per sottolineare che i miei programmi raramente vengono mantenuti.
Ma qui la vita si muove troppo rapida per fermarsi a pensare. Ho ancora metà dei vestiti nelle valigie aperte e sparse per il pavimento della camera, l'altra metà è sul letto e tutto il resto della mia roba è buttato a caso sulla scrivania. La sera sono troppo stanca per poter fare qualcosa e crollo in un sonno profondo.
Sì, leggete bene. Io che crollo in un sonno profondo. Praticamente senza pensare, senza grandi paranoie.
E' così bello che sono quasi sconvolta.
Tutto fila liscio qui, come se fosse un ingranaggio ben oliato, sto conoscendo persone da ogni parte del mondo e stupende nella loro diversità, per questi primi tre giorni nonostante la stanchezza, la malinconia serale e la mancanza di casa, il jet lag e la casa vuota non ho avuto nemmeno una delle mie solite paranoie. Sarà l'aria americana, con le sue bandiere sempre issate, il suo cielo così immenso da non sembrare nemmeno nello stesso universo italiano e il suo accento così OOOOOSOME?

Già, qui il cielo è gigantesco, le nuvole hanno un'altra forma e l'erba un altro verde. Tutto profuma di un odore diverso, nuovo ma familiare, il vento accarezza in un modo tutto nuovo.

Sono sopraffatta, quasi sedata. Non mi riconosco quasi, e mi piaccio.
Sono serena. A parte piccoli inconvenienti come l'essere una delle due che vive lontana da tutti, ma qui sono tutti così lovely che mi accompagnano a casa a piedi alle undici di sera anche se il loro dorm è dalla parte opposta. Scopro in persone sconosciute angoli familiari, sicuri, confortevoli. Nelle parole, nei sorrisi, nei gesti. Mi sento a casa anche se un costante nodo alla gola fa capolino ogni tanto.
Credo di non aver ancora realizzato che starò qui per altri quattro mesi. Il mio cervello ha superato il grande salto nel vuoto del distacco e ora sembra anestetizzato, oppure un pò in botta dopo un'operazione all'appendicite.
La cosa bella di tutto questo è che in soli tre giorni di full time english quando parlo italiano mi vengono fuori parole inglesi e ogni tanto faccio un casino della serie "Si sarebbe bello, potremmo arrange something"
C'è un'anima americana dentro di me, me lo sento. Such an american thing.
Qui è tutto come nei telefilm, gli americani sono come nei telefilm, il cibo, oggi ho persino visto la BALLROOM nell'università. La ballroom, capite?
Mi ci manca uno school prom con tanto di punch e poi volo nel paradiso di Smallville, Seven Heaven e Dawson's Creek.

In questi tre giorni ho fatto più cose di quante ne faccia di solito in un mese: una orientation con tanto di cartellino con nome e nazionalità, uno shopping da fare invidia a pazzi per la spesa da Walmart, un giro al Crossgates (il big big big mall), colazione in università con pancakes, frutta e maple syrup, un hamburger in terrazza per pranzo in università, qualche birra in downtown, un giro sulle rive dell'Hudson, uno spettacolo di magia e quattrocentomila scambi culturali guardando negli occhi mille mondi diversi.
Più conosco il mondo, più lo adoro.

Egnente, gli americani sono molto american. Tutto è molto a stelle e strisce. Per dire:
1. L'aria condizionata è una costante. Che fuori ci siano trenta gradi o meno dieci.
2. Nei supermercati lo spazio riservato alla frutta e verdura è un milionesimo.
3. La gente compra davvero taniche di maionese da 3litri. Rileggete, tre litri.
4. Lo shampoo ed ogni altro detergente sono di dimensioni cosmiche.
5. Le linguine con salsa agrodolce e peperoni NON sono commestibili.
6. I guidatori di autobus ti salutano con un sorriso e un "have a good one".
7. Le flip flops sono le scarpe della vita.
8. Se urti per sbaglio qualcuno e chiedi scusa, ti sorride e ti dice scusa a sua volta.
9. Ogni giorno è buono per fare uscire una nuova coca cola ad un gusto assurdo.
10. Gli americani si emozionano per i maghi in erba.


Così è come mi sento dopo tre giorni americani. Ora che ci penso, grazie al cielo non ho scritto la sera che sono arrivata. Il mio umore non era esattamente dei migliori, dopo nove ore di volo, tre di pullman intermezzate da una viaggetto in metropolitana di New York, una chiave bloccata nella serratura e niente lenzuola nè cuscino.

Ma la cosa spettacolare è che sto sopravvivendo, e, per ora, alla grande.

sabato 18 agosto 2012

Grandi giorni e calma piatta

Sembra ieri. Il giorno in cui ho ricevuto quella mail con la conferma di essere stata presa per l'America. Sembra ieri e invece domani è qui e stanotte mi mobilito verso Malpensa. La cosa strana è che è come se una settimana fa mi abbiano sedata con una dose pesante di antidepressivo. Mi spiego. Vivo ogni cosa con un'intensità atroce, che sia bella o brutta. Molto spesso tendo a donare ancora più intensità a quelle brutte. Ma comunque. Mi crogiolo nei pensieri, nei se, nei ma, vedo il bicchiere non mezzo vuoto ma rotto, prima di dormire sono perseguitata da fantasie e masturbazioni mentali. E invece in questi giorni nulla. Un pò di casino organizzativo, al massimo. Saluto persone come se non avessi fatto altro nella vita, abbraccio, sorrido. Vado a cene, dormo magari tardi ma senza distorcermi la visione del mondo con le mie stesse mani. E io mi conosco, non è da me. Prendere le cose con serenità. E me ne lamento pure? In effetti.

Ma le acque chete sono le più pericolose. E mi aspetto una sorpresona da me stessa coi fiocchi. Egnente, mi aspettavo brividi e piagnucolii, fervida immaginazione e notti insonni. Il massimo che ho registrato è stato qualche addormentamento tardivo. Il potere delle aspettative. Tu sei lì, pensi e ripensi per giorni, mesi, a quel grande giorno, e quando arriva ti si stampa in faccia un grande BOH.
Insomma, l'irrequietezza che mi contraddistingue pare si sia sciolta al sole di agosto.

Sono qui in un mare di valigie, a farmi una doccia fredda ogni dieci minuti, a ricontare i documenti, come se nulla fosse. Un giorno come un altro. E domani a quest'ora starò svolazzando probabilmente sopra l'oceano.


Chi mi ha svuotata delle mie paranoie? Mi sento un pò persa, maledizione.

domenica 5 agosto 2012

Tutto si muove rapido

Oggi mancano ufficialmente due settimane. Egnente, non riesco a farmene una ragione. Nel senso che razionalmente so tutto: il mio volo, la mia futura casa, le mie future coinquiline. Ho studiato a memoria la piantina del campus, dell'appartamento, il mio orario delle lezioni. Penso tanto, troppo. So che tra due settimane vivrò nello stato di New York, mi ingozzerò di Bagel e trotterellerò sulle rive dell'Hudson, ma è un pò come se stessi seguendo il percorso di un'altra. Come se infondo all'areoporto ci andrò, ma solo per salutare quella che parte. Per fare ciao ciao con la manina, voltarmi e ritornare in macchina e poi a casa. Nel mio letto. Con le mie luci, i miei odori, le mie ore. Il mio tempo e il mio spazio. Qui è tutto fottutamente mio. Mi dico che mancano due settimane, che ho quasi tutto pronto, ed è la stessa cosa che ripeto a tutti, con lo stesso tono, gli stessi sorrisi e gli stessi gesti. Racconto come se riportassi un pettegolezzo o la storia di qualcun'altro. E d'improvviso invidio tutti, che il 20 agosto si sveglieranno sempre nello stesso posto e con la stessa vita. E loro invidiano me. Che buffa che è la vita. Lì, è un'altra vita. Un altro mondo, un'altra lingua, un altro tutto. A volte mi sorprendo a fantasticare, felice come una bambina il giorno di Natale. A volte mi sorprendo con un nodo alla gola e una sensazione di claustrofobia, di soffocamento. Che non sia capace di godermi nulla? Più che possibile, se non probabile.

Ho paura. Di tutto. Una fottuta paura di tutto, che mi paralizza, mi blocca dal produrre qualsiasi pensiero razionale. Di qualsiasi barlume di positività. Ma in fondo, questo viaggio lo faccio per questo. Per spogliarmi delle mie paure, per lasciarle sull'areo e abbandonarle mentre mi volto. Questo viaggio lo faccio per fare pace con me, per mitigarmi al vento dell'oceano. Per smussare gli angoli che non mi piacciono, per rimproverarmi silenziosamente e darmi una pacca sulla spalla ogni volta che supero un ostacolo. Lo faccio per svuotarmi i polmoni dell'aria malsana che respiro ogni tanto. Per guardare tutto con occhi nuovi. Per apprezzare tanto le novità come le cose che già mi appartengono. Questo viaggio lo faccio per dimostrarmi che posso. Posso e non solo nei pensieri, ma posso sul serio. Senza l'aiuto di nessuno, nel mio silenzio e nei miei pianti. Nel mio panico sordo e in quella sensazione all'altezza dello stomaco che a volte me lo stringe fino a farmi smettere di respirare. Voglio poter riprendere il controllo di me stessa in ogni momento, cosa che non ho più tanto spesso. Voglio potermi sentire potente, nel pieno delle mie facoltà. Voglio tornare e sentirmi orgogliosa di me stessa. So quanto sarà difficile, ma so anche che posso farcela.

Quando ho un tentennamento, rileggo questa frase, così tremendamente poetica e allo stesso tempo duramente reale.

Tra vent’anni sarete più delusi per le cose che non avete fatto che per quelle che avete fatto. Quindi mollate le cime. Allontanatevi dal porto sicuro. Prendete con le vostre vele i venti. Esplorate. Sognate. Scoprite. Mark Twain








Payphone - Maroon 5 ON AIR

martedì 10 luglio 2012

Saldami.

No, non è una nuova versione di "Compramiiii, io sono in venditaaa" ma è semplicemente l'inizio del sospirato periodo di saldi. Donne di tutto il mondo, unitevi: a suon di gomitate, ascelle pezzate e code per i camerini.
Sono queste le cose che ci rendono uguali, da Sondrio a Reggio Calabria. Che poi, diciamocelo, la maggior parte di noi compra cose non in saldo, perchè quelle in saldo di solito fanno cagarissimo perchè è rimasto solo il top color vomito e il pantalone con fantasia di pan di stelle.
Ma, che ve lo dico a fà, allo scattare dell'ora x, volenti o nolenti, ci ritroviamo perse nel marasma dei saldi. Oltre ai negozietti piccoli, fidati, dove si può trovare l'occasione della vita, le mete più ambite sono loro: H&M, Zara, Bershka. Dove lo stordimento è direttamente proporzionale alla grandezza del negozio. Le versioni del negozio possono essere due, in questo periodo. Una è aria condizionata munita, di solito con un'escursione termica di 25 gradi. Fuori equatore e dentro polo nord. Che torni a casa con l'affare della vita e due tonsille così. L'altra è invece non munita di refrigeramento, e la temperatura tende a superare quella esterna di tre o quattro gradi. Volete mettere i respiri affannati di decine di donne scalmanate e le loro ascelle messe insieme? Quindi a questo punto meglio andare sul sicuro con la prima versione.
Poi, c'è la versione di donna: quella che parte di casa con l'animo pacifico, placido come quella di una mucca che rumina nel prato, con l'idea di rassegnazione universale: non troverò mai nulla ma un giro per dare una svolta alla giornata lo faccio comunque. La si riconosce facilmente: vaga tra gli scaffali trascinando i piedi, dando manate svogliate ai capi, roteando gli occhi e sbuffando vistosamente. Questa è la versione meno pericolosa, il tempo di permanenza in un negozio va dai 10 secondi ai 5 minuti. Chi bisogna invece temere è la versione invasata del saldami-lifestyle: chi, con puntualità feroce, si ritrova davanti al negozio, la scarpa comoda, la canottiera stretch da combattimento e la tracolla, si guadagna la pole position. Sgomita, sorpassa, ruba. Sarebbe capace di strappare un top di lurex anche ad una bambina di sei anni. Calcola impietosamente gli sconti, i 3x2, le promozioni ed è il tipo di donna che entra in camerino con 40 capi e ne riemerge dopo tre o quattro ore, che tu inizi a pensare che sia un highlander.

Ma il bello, donne, il bello è lo shopping con l'Uomo. Che il saldami-pensiero non lo vede nemmeno col binocolo. L'uomo, in quanto essere semplice (vi giuro, non c'è essere più semplice, nemmeno quelli monocellulari. ) non concepisce la corsa all'ultimo minuto per rubare la zeppa leopardata alla milf di turno. Non concepisce la soddisfazione di aver trovato il vestito della vita scontato del 60%. Non comprendendo il punto focale, compra solo a prezzo pieno, quando il negozio è vuoto e possibilmente senza nessuna commessa che stia lì a mettergli pressione. Compra mediamente due o tre volte all'anno, solo perchè a dicembre si è reso conto che il maglione preferito è talmente liso sul gomito che si confonde con l'hobo vicino a Stazione Centrale. Prova mille maglioni, per trovare quello adatto, ti straccia l'anima perchè nessuno mai al mondo andrà bene, l'operazione di acquisto dura da due tre giorni ad una settimana intera, e alla fine tu vorresti contattare lo stilista in persona per mettere fine a questa sofferenza, mentre lui ne compra finalmente uno, minacciato da te di morte, ma non molto convinto. Fine. Insomma, anche se in una settimana di inferno, l'acquisto dell'Uomo si conclude. E per mesi si può vivere in pace. Almeno finchè non arrivano i saldi.
E lo si trascina da Zara.

Ecco, l'Uomo medio si immagina il momento esatto dopo la morte come un'enorme Zara nel periodo dei saldi estivi. Un infinito susseguirsi di commesse, camerini, ascelle, gridolini di approvazione e paillettes. Quindi immaginatevi la sua felicità alla vostra domanda: "Amore, mi accompagni a fare un giro nei saldi?" Roba che nemmeno i cani quando c'è un temporale, che vanno a nascondersi tremanti sotto il letto. Alcuni, stremati, dicono di sì. L'Uomo medio durante il saldo lo riconosci subito: vaga senza meta, l'occhio vuoto da condannato a morte che sa cosa lo aspetta, la maglietta un pò pezzata, il passo strascicato. Segue la compagna a pochi passi di distanza, ma poi si distrae un attimo e si perde. E allora comincia a rigirarsi a destra e a manca, boccheggiando, indeciso se fuggire o mettersi a piangere in un angolo. Se riesce a rimanere al passo funge da appendiabiti, perchè noi gli molliamo in mano tutto quello che abbiamo intenzione di provare. Nell'ordine: un paio di infradito, una zeppa blu cobalto, un tubino, due o tre giacchettini, tre costumi, un paio di pantaloni, una canottiera ma in tre taglie, un blazer ( attento non stropicciarlo ) e un vestito da spiaggia. Tocca poi alla coda dal camerino. Che ancora ancora, ricorda quella della posta, che in quel momento è anche allettante. Ma il momento clou è la prova: perchè bisogna avere anche un minimo di reattività, altrimenti NOI, noi rompi cazzo, non siamo soddisfatte. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica, sempre e comunque "Sei stupenda, compralo. Urla di essere indossato da te. E' uno spreco lasciarlo qui" Cioè praticamente un amico gay. Ma in mancanza, supponiamo che il compagno possa svolgere la stessa mansione. Errore madornale. Il compagno può, nell'ordine: annuire muto, annuire producendo un "uhm mmm" indistinto, dirti "carino", azzardare un "insomma, ne hai diecimila.." oppure ucciderti con un "ti segna un pò lì " (mi è capitato, lo giuro). Alchè tu compri tutto lo stesso, ma hai ancora quel piccolo fastidio di non aver avuto nessuno che ti dicesse "Sei splendida, la regina del camerino. Superba", e torni a casa con i sacchetti pieni ma l'amor proprio un pò spiegazzato.

Donne, ascoltatemi, lasciate a casa i compagni e trovatevi un Enzo Miccio. Vedrete come cambia la musica.

venerdì 6 luglio 2012

Addii e mancanze

Stanotte penso di aver passato l'ultima notte nel mio monoloculo di Milano. Qui a fianco un angolo di quella che è stata la mia spartana cucina insieme al Danno [ Per scoprire chi è il danno, se ti sei appena sintonizzato, leggi QUI ] per più o meno un anno della mia futile esistenza. Mancavano le tende, a quell'epoca, ora ci sono, lo giuro. Per il resto, sì, è vuotina. Ma il punto non è quello. Il punto è che tra una settimana impacchetterò quel poco di mio che c'è rimasto e ficcherò praticamente tutto l'ultimo anno della mia vita in qualche scatolone e due occhiate rapide finali alle stanze.
Detesto gli arrivederci, i saluti, figuriamoci gli addii. Odio salutare, dover lasciare indietro, dimenticare, lasciare che il tempo offuschi i ricordi e sfumi i contorni delle cose. Ho lasciato un anno fa l'appartamento in cui ho vissuto i primi due anni di università e ora se chiudo gli occhi ricordo ancora bene alcuni odori, alcuni angoli, ma so che qualcosa, piano piano, sta sfumando e perderò irrimediabilmente dettagli fondamentali. Ma insomma, tutto cambia nella vita? E ora, dopo quello vecchio, tocca abbandonare questo.
Il mio terzo anno di università è perfettamente richiudibile dentro un bilocale con cucina, balcone, bagnetto e camera. Calza alla perfezione. Credo inizierò a stendere un patetico elenco random di tutto quello che potrei etichettare e catalogare per stiparlo in quelle mura.

Le innumerevoli, nebbiose e freschine serate in cui io e il Danno abbiamo mangiato cinese recuperato in rosticceria sotto casa, per poi riguardare "Tu la conosci Claudia" e ripetere le battute a memoria, oppure piagnucolare con "Ho voglia di te", che ci ricordava tremendamente la nostra adolescenza (Sì, ai tempi mi era piaciuto, eqquindi?! ).

Le innumerevoli notti passate insonni, a rigirarsi nel letto con gli occhi sbarrati per i motivi più disparati, i tappi nelle orecchie, il rumore della strada, lo sciacquone del cesso che non si schiaccia con un bottone ma che si gira con una manovella.

I pranzi e le cene cucinate nel loculo, lasciando odore di porro per tutta la casa ( un metro per due, credo ), i tentativi di sushi con Lui, i risotti alla zucca della Knor con Lei, le domeniche sere ad aspettarla, il gossip riassuntivo della settimana, le sue cicche di sigarette lasciate ovunque.

La mia fobia del gas lasciato aperto e il mio ricontrollare i fornelli ( forse questo lo lascerei volentieri andare ), il suo prendermi per il culo.

Il giapponese sotto casa e le volte in cui a pranzo mi sono sentita libera di andarci a pranzare da sola, le cene sushi con Lui o le abbuffate sushi e fritto con Lei.

Le innumerevoli e interminabili chiamate Skype con Lui,a orari improponibili, le litigate con uno schermo, i pugni sbattuti sul tavolo e le urla che avranno segnato la vicina per sempre. Il nostro anniversario passato davanti a Skype, Lui pranzo e io cena.

La partenza e il ritorno da Londra, il mio primo viaggio da sola, libera, spogliata della maggior parte dei miei pudori, delle mie ansie e delle mie paranoie.

Le lenzuola zebrate che sanno di noi, le innumerevoli pagine studiate su quel tavolo abbarbicata alla sedia, gli infiniti caffè con il latte freddo o la panna, i miei tentativi di andare in palestra a fare pilates.

Le serate, il ritornare a casa scalza dopo aver tolto i tacche nel cortile, il mal di testa, i raffreddori, il freddo, la nebbia, il caldo quando si scioglie l'asfalto, le colazioni di fretta e con lo stomaco annodato prima di ogni maledetto esame. Lo studio silenzioso mio e del danno in sessione d'esame.

Innumerevoli puntate di serie americane, di Cortesie per gli Ospiti, di cucina con Buddy, di Malattie imbarazzanti. Decine di telefonate in lacrime ai Miei, decine di incazzature.

La volta in cui ho spostato il materasso urlando, le mie lacrime ranicchiata sul coperchio del wc, la pioggia, la grandine. La portinaia, la Sabi. Gli operai costanti, il supermercato sotto casa, il signore che vende i giornali, sempre gli stessi, sempre con lo stesso sorriso stampato in faccia e il "Ciao bella", a cui ho comprato un paio di giornali sorridendo.

Le cene cucinate da me e cucinate da Lui, antipasti di serate chiuse, piccole, semplici, in quel bilocale. Tutto quello quelle mura hanno sentito, e che non racconteranno a nessuno.

Un altro anno della mia vita vissuto così, riflettendoci troppo su come al mio solito, overanalysing. Un altro anno scivolato sulla mia pelle senza che potessi premere per un attimo il tasto pausa. Impacchettato e portato via. Ma un pezzo di quell'anno rimarrà sempre in Corso Genova 25.

lunedì 2 luglio 2012

Tempera e Bandiere

Partendo dal presupposto che la mia coinquilina nonchè il danno vive per la Sampdoria e per anni ho avuto a che fare con la psiche del tifoso, che ho passato decine e decine di domeniche al De Ferraris per solidarietà (finchè non mi hanno detto che portavo sfiga) e quindi di partite ne ho viste aiosa, tra gestacci, insulti alle madri (?), lacrime di gioia o di dolore, di calcio qualcosa ne mastico. Devo dire che guardare una partita ogni tanto non nuoce alla salute, dal punto di vista prettamente sportivo, anche se solitamente non mi frega assolutamente niente del vincitore, quindi il gesto perde tutto il suo senso. Ma comunque, è durante i mondiali e gli europei che la psiche del tifoso mi sorprende (ormai forse non più) e mi spaventa.
Ma andiamo con ordine.
Divido i tifosi dell'Italia in due grandi categorie:
Chi, un pò per noia, un pò per non fare la figura del forever alone, un pò per piacere di guardare una partita e sentirsi un pelo, e dico un pelo, patriottico (che anche lì..), si piazza davanti alla tv e gode del piacere di 90 minuti di partita, guardando, si suppone, due grandi squadre.
Dall'altra parte c'è chi, in preda ad un raptus patriottico-nazionalista, si tatua bandiere dell'Italia sulla fronte (peraltro fatte allo specchio, quindi risultano anche al contrario. ), compra magliette in puro acrilico che altro che scintille nella notte, impara a memoria i nomi dei calciatori e li associa a dei volti, e si raduna con un carretto di birre a casa di amici o nelle piazze, perchè QUESTI SONO I VERI MOMENTI IN CUI CI SI SENTE ITALIANI. Che stolta. Io pensavo fossero per esempio il 25 aprile, il 2 giugno, o magari quando andiamo tutti volontari in Emilia. MA NO, perchè l'appellativo "moralista" è già dietro l'angolo e non si aspetta un secondo per incollarmelo sulla fronte.
Ora, io non ho nulla in contrario a un branco di gente esaltata con la vuvuzela in mano che festeggia la partita, anzi beati loro che ne hanno la forza. Ma paragonare ad un Dio Balotelli e per questo iniziare a picchiarsi mezzi ubriachi col primo che passa forse è un tantino esagerato, che dite? Piangere per uno sconosciuto che ha fatto un gol non vi pare un pò sopra ogni limite? Distruggere città e prendere a bottigliate la gente forse non è paragonabile ai black block nelle manifestazioni? Ma no, perchè se si perde la calma per i diritti dei lavoratori siamo tutti comunisti, se roviniamo qualche macchina dopo la partita è euforia post-vittoria. E i tg nemmeno ne parlano, capite? Ho letto un post di un blog stamattina che riassumeva un concetto simile.

Ho anche letto, da un'altra parte, che chi non guarda la partita è radical-chic. Che, oltre a non voler dire un cazzo, chi non guarda la partita non potrebbe essere solo uno a cui non frega una ceppa? No?
Perchè se tu, essere invertebrato, non guardi la partita e non festeggi, non solo sei un outsider, ma la tua identità di italiano viene seriamente messa in dubbio. Che diamine di italiano sei se non tifi italia? Se poi provi anche a dire che forse non è esattamente giusto portare un calciatore indagato per scommesse agli Europei, sei fottuta. Sguardi torvi incorniciati da magliette blu puffo.

Ma menomale che l'autorialità dei giornali, dei professionisti, ci riporta nel mondo reale. Ovvero: le elementari. "Merkel Culona" e "Vaffanmerkel", oltre ad essere delle vere originalità ed avere un gusto sopraffino, sono le parole più apprezzate di questo europeo. La tristezza è doppia: che questi giornali abbiano la professionalità di un ragazzino di dieci anni, ma soprattutto che piacciono, fanno ridere, capite, diventano tormentoni. Oggi infine, la perla "Monti porta sfiga". Che un conto è la chiacchiera da bar, un conto è il titolo in grassetto di un giornale. Ma no, inutile radical-chic e moralista che non sono altro.

Infine, adoro chi, negando l'evidenza, sostiene che siamo stati bravi. Notate il SIAMO. Noi. Che eravamo sul divano con la birra. Non LORO. Ma vabbè. Ma la parola su cui mi soffermerei è BRAVI. Adesso, fosse stata una partita degna di essere chiamata partita, all'ultimo sangue, da brividi, condivido. Perdere con onore sapendo di aver giocato bene, è comunque una soddisfazione. Ma l'Italia è arrivata già in finale a sua insaputa, passando gli ottavi per sbaglio, e ha giocato una finale che sembrava Spagna - Under 21 di Ospedaletti. Oltre ai cambi azzeccatissimi di Prandelli, (che non è nemmeno in grado di mettersi una cravatta senza che la parte sottile sia più lunga dell'altra), un giocatore più rotto dell'altro, una difesa inesistente e l'aver scoperto solo alla premiazione che Marchisio era in campo (credo non sia nemmeno mai stato nominato dalla telecronaca), Prandelli ha anche avuto il coraggio di dire puttanate a caso come "dobbiamo crescere ma possiamo arrivare al loro livello " "sono stati bravi i ragazzi". Capite, la tristezza della cosa? Nemmeno uscire da una figura di merda del genere a testa bassa, sappiamo fare.
Che poi è la stessa cosa che l'Italia fa in ogni campo.

God Bless America

Oggi è una settimana giusta giusta che sono qui. In effetti, è volata liscia come l'olio. Frenetica, tante cose da fare, ampie distanze e poco tempo, ma serena. Se penso a una settimana esatta fa, al momento in cui ero nella mia camera, con due lenzuola di cartone, nessuna federa, la casa vuota, la chiave incastrata nella porta e solamente me su cui contare.. diciamo che insomma, stavo per uscire e comprare sgabello e cappio.
Sette giorni dopo posso dire di avere delle coinquiline, delle amiche, e molta più consapevolezza.

Consapevolezza di dove sono, cosa faccio, come mi muovo. Causa paranoia cronica (per qualsiasi chiarimento contattare chi mi ha messa al mondo. Vi amo, per la cronaca) sono una persona molto responsabile. Si lo so che la gente lo dice a caso, ma io lo sono davvero. Quindi ho imparato strade, numeri di taxi, ore in cui è meglio tornare, persone di cui è meglio fidarsi e altre meno.
E' la mia stupidissima natura che mi porta a un costante overanalysing. 
In ogni caso, qui sembra sempre di vivere in Smallville o qualsiasi telefilm americano anni 90 sulla vita scolastica. Bicchieri rossi, Icecream a non finire, schifezze (la maggior parte delle volte gratis) di qualsiasi natura, letali ma invitanti come non mai, cheerleaders e giocatori di football, grassocci padri di famiglia con birra nella mano destra e noccioline nella sinistra che si emozionano per l'inno americano subito prima di una partita di baseball.

Ecco, parliamo del baseball. Una partita di quelle così, venerdi pomeriggio, con squadrette abbastanza inutili come può essere il Savona. Alle sei iniziano con il picnic (qui la cena è alle sei. Attaccatevi pure al cazz..campanello, se mangiate in mensa alle otto e tre minuti vi buttano fuori anche se avete ancora tre fette di pizza tutte insieme in bocca. Quindi, dicevo, pic nic alle sei composto da: hamburger, hot dog, sei o sette tipi di salse, maccheroni molli col pomodoro, fusilli rossi bianchi e verdi con sugo cremoso di peperoni in agrodolce. Na delizia sopraffina. Alchè, muniti di cappellino e birrozza, mascotte, popcorn, tabellone luminoso e musichette, parte l'inno. Che, dico, da noi alle partite non lo cantano nemmeno i calciatori perchè fanno fatica a imparare il testo, e qui tutto il pubblico si toglie il cappello, mano destra sul cuore e via con God Bless America. Mancava una lacrimuccia e i coriandoli, forse. I marinai e la bandiera c'erano, ve lo giuro.

Comunque, andando avanti, il baseball è nato per essere infinito. Nove inning che durano un tempo indefinito, ogni tanto tutti i giocatori escono dal campo e poi rientrano, ci sono delle pause in cui si fanno cose folli come gente che corre con i sacchi, su delle minimoto o persone vestite da personaggi dei cartoni passano tra la folla salutando. Tutto si conclude dopo circa tre ore con fuochi d'artificio. Ogni.singola.volta.
Della serie qui la crisi non se sente.
Siamo andati in dei pub, in queste sere. Se pensavamo di avere il primato dell'ubriacatura molesta, sbagliavamo di grosso. Qui la gente si ubriaca come se non ci fosse un domani, senza limiti nè confini, verso l'infinito e oltre. Vedi ragazze in flipflops, short di jeans che a stento contengono le loro cosce e pancia di fuori rovesciate sui marciapiedi come se nulla fosse, enormi football players con il collo dalla circonferenza di una sequoia mandare giù intrugli fatti di jackdaniels alla velocità della luce, vedi gente da bollino rosso nei bagni, ragazze dai lunghi capelli che urlano in ogni momento quando salutano le amiche. Insomma, il paradiso dell'adolescente medio.
Ogni giorno imparo cose nuove sull'America. Aggiungo alla mia lista:

11. I fuochi d'artificio servono sempre: dopo una partita di baseball e prima dell'inizio delle lezioni.
12. Le ciabatte estive aperte vanno portate col calzino. Meglio se bianco. Meglio se sopra la caviglia.
13. Non importa che fisico tu abbia, un paio di shorts inguinali vanno sempre bene.
14. Se mangi in una mensa trovi di tutto. Anche frutta e verdura. L'inculata è che c'è anche tutto il resto e tu NON PUOI resistere. Ci sono test clinici che lo confermano. Mi sono fatta un waffle fresco dopo cena. Con maple syrup, burro e zucchero a velo. Chiamatemi pure miss piggy.
15. Per una strana ragione le uova vanno solo in confezione da 12. O da 24. Se vuoi anche da 48.
16. Per ogni evenienza puoi trovare qualsiasi cosa surgelata. Forse anche un fidanzato.
17. Gli americani amano l'accento italiano quando parli inglese. Poi però ti prendono per il culo.
18. I taxisti vanno in giro con un cartello "Chiunque vomiti nel taxi deve pagare 75dollari di pulizia" e questo la dice lunga su quanto spesso capiti.
19. Puoi trovare italian toppings ovunque, che di italiano non hanno nemmeno il nome.
20. Il pullman giallo della scuola dei Simpson esiste davvero. Ed è degli anni 70, credo, a giudicare dalle condizioni in cui era quando ci ho fatto un giro.

E niente, qui è l'una di notte, mi sono ingozzata di Brigadeiros (dolcetto tipico brasiliano che la mia lovely brasilian friend ha cucinato per noi) e domani iniziano le lezioni. Francese alle 11.30. Già al mattino faccio confusione con l'inglese, ficcarci dentro il francese sarà una figata.

P.S. Parlare inglese tutto il giorno è la cosa più stancante che abbia mai fatto. Alla sera inizio a svarionare ficcando parole italiane ovunque o esprimendomi a gesti. Il bello è che gli altri internazionali mi capiscono.
Se domani prima dell'inzio delle lezioni non organizzo i miei pensieri in inglese la vedo molto dura.

God Bless America.

This is SUCH an american thing

Avrei voluto tenere un diario giornaliero. Sono arrivata domenica, oggi è mercoledì e scrivo per la prima volta. Giusto per sottolineare che i miei programmi raramente vengono mantenuti.
Ma qui la vita si muove troppo rapida per fermarsi a pensare. Ho ancora metà dei vestiti nelle valigie aperte e sparse per il pavimento della camera, l'altra metà è sul letto e tutto il resto della mia roba è buttato a caso sulla scrivania. La sera sono troppo stanca per poter fare qualcosa e crollo in un sonno profondo.
Sì, leggete bene. Io che crollo in un sonno profondo. Praticamente senza pensare, senza grandi paranoie.
E' così bello che sono quasi sconvolta.
Tutto fila liscio qui, come se fosse un ingranaggio ben oliato, sto conoscendo persone da ogni parte del mondo e stupende nella loro diversità, per questi primi tre giorni nonostante la stanchezza, la malinconia serale e la mancanza di casa, il jet lag e la casa vuota non ho avuto nemmeno una delle mie solite paranoie. Sarà l'aria americana, con le sue bandiere sempre issate, il suo cielo così immenso da non sembrare nemmeno nello stesso universo italiano e il suo accento così OOOOOSOME?

Già, qui il cielo è gigantesco, le nuvole hanno un'altra forma e l'erba un altro verde. Tutto profuma di un odore diverso, nuovo ma familiare, il vento accarezza in un modo tutto nuovo.

Sono sopraffatta, quasi sedata. Non mi riconosco quasi, e mi piaccio.
Sono serena. A parte piccoli inconvenienti come l'essere una delle due che vive lontana da tutti, ma qui sono tutti così lovely che mi accompagnano a casa a piedi alle undici di sera anche se il loro dorm è dalla parte opposta. Scopro in persone sconosciute angoli familiari, sicuri, confortevoli. Nelle parole, nei sorrisi, nei gesti. Mi sento a casa anche se un costante nodo alla gola fa capolino ogni tanto.
Credo di non aver ancora realizzato che starò qui per altri quattro mesi. Il mio cervello ha superato il grande salto nel vuoto del distacco e ora sembra anestetizzato, oppure un pò in botta dopo un'operazione all'appendicite.
La cosa bella di tutto questo è che in soli tre giorni di full time english quando parlo italiano mi vengono fuori parole inglesi e ogni tanto faccio un casino della serie "Si sarebbe bello, potremmo arrange something"
C'è un'anima americana dentro di me, me lo sento. Such an american thing.
Qui è tutto come nei telefilm, gli americani sono come nei telefilm, il cibo, oggi ho persino visto la BALLROOM nell'università. La ballroom, capite?
Mi ci manca uno school prom con tanto di punch e poi volo nel paradiso di Smallville, Seven Heaven e Dawson's Creek.

In questi tre giorni ho fatto più cose di quante ne faccia di solito in un mese: una orientation con tanto di cartellino con nome e nazionalità, uno shopping da fare invidia a pazzi per la spesa da Walmart, un giro al Crossgates (il big big big mall), colazione in università con pancakes, frutta e maple syrup, un hamburger in terrazza per pranzo in università, qualche birra in downtown, un giro sulle rive dell'Hudson, uno spettacolo di magia e quattrocentomila scambi culturali guardando negli occhi mille mondi diversi.
Più conosco il mondo, più lo adoro.

Egnente, gli americani sono molto american. Tutto è molto a stelle e strisce. Per dire:
1. L'aria condizionata è una costante. Che fuori ci siano trenta gradi o meno dieci.
2. Nei supermercati lo spazio riservato alla frutta e verdura è un milionesimo.
3. La gente compra davvero taniche di maionese da 3litri. Rileggete, tre litri.
4. Lo shampoo ed ogni altro detergente sono di dimensioni cosmiche.
5. Le linguine con salsa agrodolce e peperoni NON sono commestibili.
6. I guidatori di autobus ti salutano con un sorriso e un "have a good one".
7. Le flip flops sono le scarpe della vita.
8. Se urti per sbaglio qualcuno e chiedi scusa, ti sorride e ti dice scusa a sua volta.
9. Ogni giorno è buono per fare uscire una nuova coca cola ad un gusto assurdo.
10. Gli americani si emozionano per i maghi in erba.


Così è come mi sento dopo tre giorni americani. Ora che ci penso, grazie al cielo non ho scritto la sera che sono arrivata. Il mio umore non era esattamente dei migliori, dopo nove ore di volo, tre di pullman intermezzate da una viaggetto in metropolitana di New York, una chiave bloccata nella serratura e niente lenzuola nè cuscino.

Ma la cosa spettacolare è che sto sopravvivendo, e, per ora, alla grande.

Grandi giorni e calma piatta

Sembra ieri. Il giorno in cui ho ricevuto quella mail con la conferma di essere stata presa per l'America. Sembra ieri e invece domani è qui e stanotte mi mobilito verso Malpensa. La cosa strana è che è come se una settimana fa mi abbiano sedata con una dose pesante di antidepressivo. Mi spiego. Vivo ogni cosa con un'intensità atroce, che sia bella o brutta. Molto spesso tendo a donare ancora più intensità a quelle brutte. Ma comunque. Mi crogiolo nei pensieri, nei se, nei ma, vedo il bicchiere non mezzo vuoto ma rotto, prima di dormire sono perseguitata da fantasie e masturbazioni mentali. E invece in questi giorni nulla. Un pò di casino organizzativo, al massimo. Saluto persone come se non avessi fatto altro nella vita, abbraccio, sorrido. Vado a cene, dormo magari tardi ma senza distorcermi la visione del mondo con le mie stesse mani. E io mi conosco, non è da me. Prendere le cose con serenità. E me ne lamento pure? In effetti.

Ma le acque chete sono le più pericolose. E mi aspetto una sorpresona da me stessa coi fiocchi. Egnente, mi aspettavo brividi e piagnucolii, fervida immaginazione e notti insonni. Il massimo che ho registrato è stato qualche addormentamento tardivo. Il potere delle aspettative. Tu sei lì, pensi e ripensi per giorni, mesi, a quel grande giorno, e quando arriva ti si stampa in faccia un grande BOH.
Insomma, l'irrequietezza che mi contraddistingue pare si sia sciolta al sole di agosto.

Sono qui in un mare di valigie, a farmi una doccia fredda ogni dieci minuti, a ricontare i documenti, come se nulla fosse. Un giorno come un altro. E domani a quest'ora starò svolazzando probabilmente sopra l'oceano.


Chi mi ha svuotata delle mie paranoie? Mi sento un pò persa, maledizione.

Tutto si muove rapido

Oggi mancano ufficialmente due settimane. Egnente, non riesco a farmene una ragione. Nel senso che razionalmente so tutto: il mio volo, la mia futura casa, le mie future coinquiline. Ho studiato a memoria la piantina del campus, dell'appartamento, il mio orario delle lezioni. Penso tanto, troppo. So che tra due settimane vivrò nello stato di New York, mi ingozzerò di Bagel e trotterellerò sulle rive dell'Hudson, ma è un pò come se stessi seguendo il percorso di un'altra. Come se infondo all'areoporto ci andrò, ma solo per salutare quella che parte. Per fare ciao ciao con la manina, voltarmi e ritornare in macchina e poi a casa. Nel mio letto. Con le mie luci, i miei odori, le mie ore. Il mio tempo e il mio spazio. Qui è tutto fottutamente mio. Mi dico che mancano due settimane, che ho quasi tutto pronto, ed è la stessa cosa che ripeto a tutti, con lo stesso tono, gli stessi sorrisi e gli stessi gesti. Racconto come se riportassi un pettegolezzo o la storia di qualcun'altro. E d'improvviso invidio tutti, che il 20 agosto si sveglieranno sempre nello stesso posto e con la stessa vita. E loro invidiano me. Che buffa che è la vita. Lì, è un'altra vita. Un altro mondo, un'altra lingua, un altro tutto. A volte mi sorprendo a fantasticare, felice come una bambina il giorno di Natale. A volte mi sorprendo con un nodo alla gola e una sensazione di claustrofobia, di soffocamento. Che non sia capace di godermi nulla? Più che possibile, se non probabile.

Ho paura. Di tutto. Una fottuta paura di tutto, che mi paralizza, mi blocca dal produrre qualsiasi pensiero razionale. Di qualsiasi barlume di positività. Ma in fondo, questo viaggio lo faccio per questo. Per spogliarmi delle mie paure, per lasciarle sull'areo e abbandonarle mentre mi volto. Questo viaggio lo faccio per fare pace con me, per mitigarmi al vento dell'oceano. Per smussare gli angoli che non mi piacciono, per rimproverarmi silenziosamente e darmi una pacca sulla spalla ogni volta che supero un ostacolo. Lo faccio per svuotarmi i polmoni dell'aria malsana che respiro ogni tanto. Per guardare tutto con occhi nuovi. Per apprezzare tanto le novità come le cose che già mi appartengono. Questo viaggio lo faccio per dimostrarmi che posso. Posso e non solo nei pensieri, ma posso sul serio. Senza l'aiuto di nessuno, nel mio silenzio e nei miei pianti. Nel mio panico sordo e in quella sensazione all'altezza dello stomaco che a volte me lo stringe fino a farmi smettere di respirare. Voglio poter riprendere il controllo di me stessa in ogni momento, cosa che non ho più tanto spesso. Voglio potermi sentire potente, nel pieno delle mie facoltà. Voglio tornare e sentirmi orgogliosa di me stessa. So quanto sarà difficile, ma so anche che posso farcela.

Quando ho un tentennamento, rileggo questa frase, così tremendamente poetica e allo stesso tempo duramente reale.

Tra vent’anni sarete più delusi per le cose che non avete fatto che per quelle che avete fatto. Quindi mollate le cime. Allontanatevi dal porto sicuro. Prendete con le vostre vele i venti. Esplorate. Sognate. Scoprite. Mark Twain








Payphone - Maroon 5 ON AIR

Saldami.

No, non è una nuova versione di "Compramiiii, io sono in venditaaa" ma è semplicemente l'inizio del sospirato periodo di saldi. Donne di tutto il mondo, unitevi: a suon di gomitate, ascelle pezzate e code per i camerini.
Sono queste le cose che ci rendono uguali, da Sondrio a Reggio Calabria. Che poi, diciamocelo, la maggior parte di noi compra cose non in saldo, perchè quelle in saldo di solito fanno cagarissimo perchè è rimasto solo il top color vomito e il pantalone con fantasia di pan di stelle.
Ma, che ve lo dico a fà, allo scattare dell'ora x, volenti o nolenti, ci ritroviamo perse nel marasma dei saldi. Oltre ai negozietti piccoli, fidati, dove si può trovare l'occasione della vita, le mete più ambite sono loro: H&M, Zara, Bershka. Dove lo stordimento è direttamente proporzionale alla grandezza del negozio. Le versioni del negozio possono essere due, in questo periodo. Una è aria condizionata munita, di solito con un'escursione termica di 25 gradi. Fuori equatore e dentro polo nord. Che torni a casa con l'affare della vita e due tonsille così. L'altra è invece non munita di refrigeramento, e la temperatura tende a superare quella esterna di tre o quattro gradi. Volete mettere i respiri affannati di decine di donne scalmanate e le loro ascelle messe insieme? Quindi a questo punto meglio andare sul sicuro con la prima versione.
Poi, c'è la versione di donna: quella che parte di casa con l'animo pacifico, placido come quella di una mucca che rumina nel prato, con l'idea di rassegnazione universale: non troverò mai nulla ma un giro per dare una svolta alla giornata lo faccio comunque. La si riconosce facilmente: vaga tra gli scaffali trascinando i piedi, dando manate svogliate ai capi, roteando gli occhi e sbuffando vistosamente. Questa è la versione meno pericolosa, il tempo di permanenza in un negozio va dai 10 secondi ai 5 minuti. Chi bisogna invece temere è la versione invasata del saldami-lifestyle: chi, con puntualità feroce, si ritrova davanti al negozio, la scarpa comoda, la canottiera stretch da combattimento e la tracolla, si guadagna la pole position. Sgomita, sorpassa, ruba. Sarebbe capace di strappare un top di lurex anche ad una bambina di sei anni. Calcola impietosamente gli sconti, i 3x2, le promozioni ed è il tipo di donna che entra in camerino con 40 capi e ne riemerge dopo tre o quattro ore, che tu inizi a pensare che sia un highlander.

Ma il bello, donne, il bello è lo shopping con l'Uomo. Che il saldami-pensiero non lo vede nemmeno col binocolo. L'uomo, in quanto essere semplice (vi giuro, non c'è essere più semplice, nemmeno quelli monocellulari. ) non concepisce la corsa all'ultimo minuto per rubare la zeppa leopardata alla milf di turno. Non concepisce la soddisfazione di aver trovato il vestito della vita scontato del 60%. Non comprendendo il punto focale, compra solo a prezzo pieno, quando il negozio è vuoto e possibilmente senza nessuna commessa che stia lì a mettergli pressione. Compra mediamente due o tre volte all'anno, solo perchè a dicembre si è reso conto che il maglione preferito è talmente liso sul gomito che si confonde con l'hobo vicino a Stazione Centrale. Prova mille maglioni, per trovare quello adatto, ti straccia l'anima perchè nessuno mai al mondo andrà bene, l'operazione di acquisto dura da due tre giorni ad una settimana intera, e alla fine tu vorresti contattare lo stilista in persona per mettere fine a questa sofferenza, mentre lui ne compra finalmente uno, minacciato da te di morte, ma non molto convinto. Fine. Insomma, anche se in una settimana di inferno, l'acquisto dell'Uomo si conclude. E per mesi si può vivere in pace. Almeno finchè non arrivano i saldi.
E lo si trascina da Zara.

Ecco, l'Uomo medio si immagina il momento esatto dopo la morte come un'enorme Zara nel periodo dei saldi estivi. Un infinito susseguirsi di commesse, camerini, ascelle, gridolini di approvazione e paillettes. Quindi immaginatevi la sua felicità alla vostra domanda: "Amore, mi accompagni a fare un giro nei saldi?" Roba che nemmeno i cani quando c'è un temporale, che vanno a nascondersi tremanti sotto il letto. Alcuni, stremati, dicono di sì. L'Uomo medio durante il saldo lo riconosci subito: vaga senza meta, l'occhio vuoto da condannato a morte che sa cosa lo aspetta, la maglietta un pò pezzata, il passo strascicato. Segue la compagna a pochi passi di distanza, ma poi si distrae un attimo e si perde. E allora comincia a rigirarsi a destra e a manca, boccheggiando, indeciso se fuggire o mettersi a piangere in un angolo. Se riesce a rimanere al passo funge da appendiabiti, perchè noi gli molliamo in mano tutto quello che abbiamo intenzione di provare. Nell'ordine: un paio di infradito, una zeppa blu cobalto, un tubino, due o tre giacchettini, tre costumi, un paio di pantaloni, una canottiera ma in tre taglie, un blazer ( attento non stropicciarlo ) e un vestito da spiaggia. Tocca poi alla coda dal camerino. Che ancora ancora, ricorda quella della posta, che in quel momento è anche allettante. Ma il momento clou è la prova: perchè bisogna avere anche un minimo di reattività, altrimenti NOI, noi rompi cazzo, non siamo soddisfatte. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica, sempre e comunque "Sei stupenda, compralo. Urla di essere indossato da te. E' uno spreco lasciarlo qui" Cioè praticamente un amico gay. Ma in mancanza, supponiamo che il compagno possa svolgere la stessa mansione. Errore madornale. Il compagno può, nell'ordine: annuire muto, annuire producendo un "uhm mmm" indistinto, dirti "carino", azzardare un "insomma, ne hai diecimila.." oppure ucciderti con un "ti segna un pò lì " (mi è capitato, lo giuro). Alchè tu compri tutto lo stesso, ma hai ancora quel piccolo fastidio di non aver avuto nessuno che ti dicesse "Sei splendida, la regina del camerino. Superba", e torni a casa con i sacchetti pieni ma l'amor proprio un pò spiegazzato.

Donne, ascoltatemi, lasciate a casa i compagni e trovatevi un Enzo Miccio. Vedrete come cambia la musica.

Addii e mancanze

Stanotte penso di aver passato l'ultima notte nel mio monoloculo di Milano. Qui a fianco un angolo di quella che è stata la mia spartana cucina insieme al Danno [ Per scoprire chi è il danno, se ti sei appena sintonizzato, leggi QUI ] per più o meno un anno della mia futile esistenza. Mancavano le tende, a quell'epoca, ora ci sono, lo giuro. Per il resto, sì, è vuotina. Ma il punto non è quello. Il punto è che tra una settimana impacchetterò quel poco di mio che c'è rimasto e ficcherò praticamente tutto l'ultimo anno della mia vita in qualche scatolone e due occhiate rapide finali alle stanze.
Detesto gli arrivederci, i saluti, figuriamoci gli addii. Odio salutare, dover lasciare indietro, dimenticare, lasciare che il tempo offuschi i ricordi e sfumi i contorni delle cose. Ho lasciato un anno fa l'appartamento in cui ho vissuto i primi due anni di università e ora se chiudo gli occhi ricordo ancora bene alcuni odori, alcuni angoli, ma so che qualcosa, piano piano, sta sfumando e perderò irrimediabilmente dettagli fondamentali. Ma insomma, tutto cambia nella vita? E ora, dopo quello vecchio, tocca abbandonare questo.
Il mio terzo anno di università è perfettamente richiudibile dentro un bilocale con cucina, balcone, bagnetto e camera. Calza alla perfezione. Credo inizierò a stendere un patetico elenco random di tutto quello che potrei etichettare e catalogare per stiparlo in quelle mura.

Le innumerevoli, nebbiose e freschine serate in cui io e il Danno abbiamo mangiato cinese recuperato in rosticceria sotto casa, per poi riguardare "Tu la conosci Claudia" e ripetere le battute a memoria, oppure piagnucolare con "Ho voglia di te", che ci ricordava tremendamente la nostra adolescenza (Sì, ai tempi mi era piaciuto, eqquindi?! ).

Le innumerevoli notti passate insonni, a rigirarsi nel letto con gli occhi sbarrati per i motivi più disparati, i tappi nelle orecchie, il rumore della strada, lo sciacquone del cesso che non si schiaccia con un bottone ma che si gira con una manovella.

I pranzi e le cene cucinate nel loculo, lasciando odore di porro per tutta la casa ( un metro per due, credo ), i tentativi di sushi con Lui, i risotti alla zucca della Knor con Lei, le domeniche sere ad aspettarla, il gossip riassuntivo della settimana, le sue cicche di sigarette lasciate ovunque.

La mia fobia del gas lasciato aperto e il mio ricontrollare i fornelli ( forse questo lo lascerei volentieri andare ), il suo prendermi per il culo.

Il giapponese sotto casa e le volte in cui a pranzo mi sono sentita libera di andarci a pranzare da sola, le cene sushi con Lui o le abbuffate sushi e fritto con Lei.

Le innumerevoli e interminabili chiamate Skype con Lui,a orari improponibili, le litigate con uno schermo, i pugni sbattuti sul tavolo e le urla che avranno segnato la vicina per sempre. Il nostro anniversario passato davanti a Skype, Lui pranzo e io cena.

La partenza e il ritorno da Londra, il mio primo viaggio da sola, libera, spogliata della maggior parte dei miei pudori, delle mie ansie e delle mie paranoie.

Le lenzuola zebrate che sanno di noi, le innumerevoli pagine studiate su quel tavolo abbarbicata alla sedia, gli infiniti caffè con il latte freddo o la panna, i miei tentativi di andare in palestra a fare pilates.

Le serate, il ritornare a casa scalza dopo aver tolto i tacche nel cortile, il mal di testa, i raffreddori, il freddo, la nebbia, il caldo quando si scioglie l'asfalto, le colazioni di fretta e con lo stomaco annodato prima di ogni maledetto esame. Lo studio silenzioso mio e del danno in sessione d'esame.

Innumerevoli puntate di serie americane, di Cortesie per gli Ospiti, di cucina con Buddy, di Malattie imbarazzanti. Decine di telefonate in lacrime ai Miei, decine di incazzature.

La volta in cui ho spostato il materasso urlando, le mie lacrime ranicchiata sul coperchio del wc, la pioggia, la grandine. La portinaia, la Sabi. Gli operai costanti, il supermercato sotto casa, il signore che vende i giornali, sempre gli stessi, sempre con lo stesso sorriso stampato in faccia e il "Ciao bella", a cui ho comprato un paio di giornali sorridendo.

Le cene cucinate da me e cucinate da Lui, antipasti di serate chiuse, piccole, semplici, in quel bilocale. Tutto quello quelle mura hanno sentito, e che non racconteranno a nessuno.

Un altro anno della mia vita vissuto così, riflettendoci troppo su come al mio solito, overanalysing. Un altro anno scivolato sulla mia pelle senza che potessi premere per un attimo il tasto pausa. Impacchettato e portato via. Ma un pezzo di quell'anno rimarrà sempre in Corso Genova 25.

Tempera e Bandiere

Partendo dal presupposto che la mia coinquilina nonchè il danno vive per la Sampdoria e per anni ho avuto a che fare con la psiche del tifoso, che ho passato decine e decine di domeniche al De Ferraris per solidarietà (finchè non mi hanno detto che portavo sfiga) e quindi di partite ne ho viste aiosa, tra gestacci, insulti alle madri (?), lacrime di gioia o di dolore, di calcio qualcosa ne mastico. Devo dire che guardare una partita ogni tanto non nuoce alla salute, dal punto di vista prettamente sportivo, anche se solitamente non mi frega assolutamente niente del vincitore, quindi il gesto perde tutto il suo senso. Ma comunque, è durante i mondiali e gli europei che la psiche del tifoso mi sorprende (ormai forse non più) e mi spaventa.
Ma andiamo con ordine.
Divido i tifosi dell'Italia in due grandi categorie:
Chi, un pò per noia, un pò per non fare la figura del forever alone, un pò per piacere di guardare una partita e sentirsi un pelo, e dico un pelo, patriottico (che anche lì..), si piazza davanti alla tv e gode del piacere di 90 minuti di partita, guardando, si suppone, due grandi squadre.
Dall'altra parte c'è chi, in preda ad un raptus patriottico-nazionalista, si tatua bandiere dell'Italia sulla fronte (peraltro fatte allo specchio, quindi risultano anche al contrario. ), compra magliette in puro acrilico che altro che scintille nella notte, impara a memoria i nomi dei calciatori e li associa a dei volti, e si raduna con un carretto di birre a casa di amici o nelle piazze, perchè QUESTI SONO I VERI MOMENTI IN CUI CI SI SENTE ITALIANI. Che stolta. Io pensavo fossero per esempio il 25 aprile, il 2 giugno, o magari quando andiamo tutti volontari in Emilia. MA NO, perchè l'appellativo "moralista" è già dietro l'angolo e non si aspetta un secondo per incollarmelo sulla fronte.
Ora, io non ho nulla in contrario a un branco di gente esaltata con la vuvuzela in mano che festeggia la partita, anzi beati loro che ne hanno la forza. Ma paragonare ad un Dio Balotelli e per questo iniziare a picchiarsi mezzi ubriachi col primo che passa forse è un tantino esagerato, che dite? Piangere per uno sconosciuto che ha fatto un gol non vi pare un pò sopra ogni limite? Distruggere città e prendere a bottigliate la gente forse non è paragonabile ai black block nelle manifestazioni? Ma no, perchè se si perde la calma per i diritti dei lavoratori siamo tutti comunisti, se roviniamo qualche macchina dopo la partita è euforia post-vittoria. E i tg nemmeno ne parlano, capite? Ho letto un post di un blog stamattina che riassumeva un concetto simile.

Ho anche letto, da un'altra parte, che chi non guarda la partita è radical-chic. Che, oltre a non voler dire un cazzo, chi non guarda la partita non potrebbe essere solo uno a cui non frega una ceppa? No?
Perchè se tu, essere invertebrato, non guardi la partita e non festeggi, non solo sei un outsider, ma la tua identità di italiano viene seriamente messa in dubbio. Che diamine di italiano sei se non tifi italia? Se poi provi anche a dire che forse non è esattamente giusto portare un calciatore indagato per scommesse agli Europei, sei fottuta. Sguardi torvi incorniciati da magliette blu puffo.

Ma menomale che l'autorialità dei giornali, dei professionisti, ci riporta nel mondo reale. Ovvero: le elementari. "Merkel Culona" e "Vaffanmerkel", oltre ad essere delle vere originalità ed avere un gusto sopraffino, sono le parole più apprezzate di questo europeo. La tristezza è doppia: che questi giornali abbiano la professionalità di un ragazzino di dieci anni, ma soprattutto che piacciono, fanno ridere, capite, diventano tormentoni. Oggi infine, la perla "Monti porta sfiga". Che un conto è la chiacchiera da bar, un conto è il titolo in grassetto di un giornale. Ma no, inutile radical-chic e moralista che non sono altro.

Infine, adoro chi, negando l'evidenza, sostiene che siamo stati bravi. Notate il SIAMO. Noi. Che eravamo sul divano con la birra. Non LORO. Ma vabbè. Ma la parola su cui mi soffermerei è BRAVI. Adesso, fosse stata una partita degna di essere chiamata partita, all'ultimo sangue, da brividi, condivido. Perdere con onore sapendo di aver giocato bene, è comunque una soddisfazione. Ma l'Italia è arrivata già in finale a sua insaputa, passando gli ottavi per sbaglio, e ha giocato una finale che sembrava Spagna - Under 21 di Ospedaletti. Oltre ai cambi azzeccatissimi di Prandelli, (che non è nemmeno in grado di mettersi una cravatta senza che la parte sottile sia più lunga dell'altra), un giocatore più rotto dell'altro, una difesa inesistente e l'aver scoperto solo alla premiazione che Marchisio era in campo (credo non sia nemmeno mai stato nominato dalla telecronaca), Prandelli ha anche avuto il coraggio di dire puttanate a caso come "dobbiamo crescere ma possiamo arrivare al loro livello " "sono stati bravi i ragazzi". Capite, la tristezza della cosa? Nemmeno uscire da una figura di merda del genere a testa bassa, sappiamo fare.
Che poi è la stessa cosa che l'Italia fa in ogni campo.