mercoledì 14 novembre 2012

Obamatown - Neverending trip



Dateci un weekend, ottanta dollari e infinite 8 ore totali di pullman e andiamo in capo al mondo.
O meglio, nella capitale degli Stati Uniti.
Sei e mezza di mattina, tre tonne imbacuccate come fossimo al polo, un taxi, una stazione dei pullman.
Un pò di nanna sconnessa fino a New York.
Due passi fino all'altra stazione dei pullman.
E poi via, pigiate negli ultimi sedili di un Megabus verso l'infinito e oltre.
Roba che io non riesco a dormire nel mio letto, figuriamoci su un sedile del bus.
Abbiamo attraversato il New Jersey, un pezzo di Pennsylvania, il Delaware e il Maryland.
Mi sono sentita molto Jack Kerouac in On The Road, peccato che al posto della macchina mi è toccato il pullman. Ma almeno avevo il wifi. I vantaggi di viaggiare nell'era di Steve Jobs.
Sfiorato lo sclero dopo un'ora in più di ritardo, mettiamo piede fuori dalla stazione.
Premetto che chi di voi è stato a Washignton mi ha detto: mah, robetta. Fa schifino.
E io con la gioia di un ornitorinco ho trascinato le mie membra in un posto che pensavo facesse schifino.
Ma la vita ha voluto sorprendermi, e o a me piacciono le cose brutte, o Washington è davvero bella.
Cioè, tenete conto che io vivo ad Albany.
Dove credo abbiano preso spunto per tutti i personaggi di Prison Break.
(Per la cronaca, tutto il personale che lavora alla dining hall è ex carcerato. Seriamente)
Quindi, immaginatemi nella capitale ricca del paese più orgoglioso di sé stesso al mondo.
Nessun grattacielo, solo grandezza.
Palazzi messi un pò lì a caso, imponenti, vicino a casette a due piani che ricordano tanto una Londra per bene.
E poi lei, la Casa Bianca.
Minuscola.
Voi vi aspettate una roba gigantesca ma la foto che vedete qui sopra è stata zoomata diecimila volte.
Ma il suo effetto lo fa stesso.






E poi uno spazio enorme, infinito, che sa di respiro e di storia.
Cosa non facile da trovare in America, soprattutto per noi abituati a Roma e ai suoi millenni di brividi storici.
Qui la cosa più vecchia che hanno è il Thanksgiving.
Comunque, dicevo, sa davvero di storia.
Camminavo lungo l'immensa fontana del Lincoln memorial e mi immaginavo Martin Luther King fare il suo discorso.
Perchè sono idiota nell'anima, ma poi mi commuovo per queste cose.
Ho in mente le foto in bianco nero di quel posto immenso, gremito di gente, con un uomo che la tiene in pugno dicendo di avere un sogno. E sbam. Mi emoziono come una bambina.
Il tempio che sembra romano, la statua enorme di Lincoln.
E poi l'obelisco.
Immenso, circondato da innumerevoli bandiere statunitensi.
Roba che nemmeno noi quando abbiamo vinto i mondiali.
Ed è subito Dan Brown e la storia dei massoni.
Certo che quando voglio faccio proprio la mia porca figura di persona colta.
Abbiamo visto il Capitol.
E il monumento a Martin Luther King.
E quello alla guerra del Vietnam.
Abbiamo chiacchierato con i veterani. Sulle loro magliette c'è scritto "Every day is a bonus".
E hanno ragione.Si impara anche così, in una ventosa mattinata turistica a Washington.
E infine il lago artificiale, e sull'altra sponda il Jefferson memorial.
Altro tempio, altro premio.
Un'altra statua.
Un altro silenzio e un'altra riflessione.
Gli americani quando si impegnano mi strappano il cuore.

Abbiamo fatto foto, mangiato in un ristorante spagnolo, scoperto le vie lussuose della capitale.
Ci hanno offerto il gelato all'Hard Rock Cafè perchè eravamo internazionali.
Abbiamo fatto colazione col Washington post e il sole caldo in faccia.
Un ottantenne di nome Luigi, americano ma di origini spagnole ci ha chiesto se abbiamo partecipato a Miss Universo.
Abbiamo mangiato cinese alle quattro del mattino.
Abbiamo riso, ballato, bevuto qualche birra, sognato insieme.
Abbiamo condiviso tutto quello che si può condividere.
Il bello di questa esperienza e di questi viaggi è che ti avvicinano alle persone, di botto.
Così, di corsa, ti costringono ad aprirti, a farti vedere, a lasciarti scoprire.
Velocemente.
Senza aver tempo di pensare.
Ti legano agli altri in un modo che non accade spesso.
Quando sei catapultata in un altro mondo, con un'altra lingua, senza nessun appoggio, sei più vulnerabile.
E trovare qualcuno che ti copra le spalle è una sensazione meravigliosa.


E poi nulla, abbiamo fatto qualche foto con le attrazioni locali.
(Possiamo fare una foto con voi? EH? Roba che manco le quattordicenni con Justin Bieber. Ma tant'è.)

giovedì 8 novembre 2012

Annuso, respiro, tocco, spio, ascolto e assaggio.

Avrei voluto sistemare la mia camera molto prima, stasera.
Avrei voluto fare la doccia molto prima.
Avrei voluto avere il tempo di scrivere un post epico su Washignton, stasera.
Avrei voluto scrivere un pezzo da premio Pulitzer.
E invece.
E invece sono le due di notte, sono stanca morta ma sono troppo eccitata per dormire.
Una giornata lunghissima, ma piena di dettagli che l'hanno resa intensa.
Gesti, parole, sguardi. Risate. Stupidaggini.
Soprattutto parole.
La soddisfazione di far parte di un lavoro di gruppo, esprimere le mie idee e vedere che gli altri le apprezzano. Non nella mia lingua.
Non avete idea della goduria.
Una cena che poteva essere solitaria, ma che è finita con due risate e una creazione di frutta e cioccolato.
Perchè qui incontri chiunque e sono tutti felici di vederti.
Gli occhi sorridono.
Sono curiosi, indagatori, sinceri.
Le persone hanno voglia di parlare, di condividere, di sapere.
Sono come bambini a cui mostri per la prima volta la televisione.
Ti guardano con la stessa curiosità di un bambino. Quella sincera, quella autentica.
E conoscere per loro e per me non è mai stato così bello e appagante.

Oggi la mamma di Marina ha dedicato a me lei e Sara un pezzo di canzone, in italiano.
Niente di ciò che verrà domani
Sará com'è già stato ieri
Tutto passa tutto sempre passerà
La vita, come un'onda come il mare
In un va e viene infinito
Quel che poi vedremo è
Diverso da ciò che abbiamo visto ieri
Tutto cambia, il tempo tutto nel mondo
Non serve a niente fuggire
Nè mentire a se stesso
Amore, se hai ancora un posto nel cuore
Mi ci tuffo dentro
Come fa un'onda del mare.

Volevo piangere, lo giuro.
La cosa più dolce del mondo.
La mia anima da drama queen mi porta a lacrimare ogni due per tre, chi mi conosce lo sa.
(Purtroppo per lui)

E poi niente, io e Sara abbiamo prenotato il volo per Chicago durante il Thanksgiving break.
Non riesco nemmeno a spiegare cosa si sta muovendo nel mio stomaco dall'eccitazione.
Vorrei partire domani ma allo stesso tempo voglio godermi ogni giorno qui.
Il tempo vola, tra un mese e mezzo dovrò salutare tutti e mi si spezza il cuore.
Diciamo che il Natale a NY mi distrarrà a dovere, eh.
Ma lascerò un gran pezzo di cuore in questa modesta e sconosciuta capitale americana.
Oggi stavo pensando a cosa mi mancherà.
Bene, adesso vi tocca sorbirvi la lista.
Adoro le liste.

Mi mancherà avere appesa al collo la mia SUNY card e le mie chiavi.
Mi mancherà Mary, la dolcissima vecchina che al mattino sta all'entrata della dining hall e mi dice sempre "goodmorning honey".
Mi mancherà il "I'll grab a coffee" prima delle lezioni e dello studio in biblioteca.
Mi mancherà pure la puzza di fritto che mi si appiccica addosso ogni santa volta che metto piede nella dining hall.
Mi mancherà il mio letto, la mia scrivania, la mia stanzetta striminzita, vecchiotta e oldfashioned.
Mi mancherà bussare alla porta delle ragazze quando sono annoiata.
Mi mancherà la WTs, Barleys, il Pearl Street pub, De Johns e tutti i posti dove andiamo di solito.
Mi mancherà l'odore di caffè che si sente al mattino.
Mi mancherà la tazza di carta bollente da stringere con entrambe le mani per scaldarsi.
Mi mancherà Washington park.
Mi mancherà il CVS, Price Chopper, Walmart e soprattutto quel paradiso che è il Crossgates mall.
Mi mancherà lo shuttle con i sedili imbottiti al mattino (quando sarò sulla 94 a Milano).
Mi mancherà il suono della risata di Sara e l'espressione di Marina quando sta per ridere.
Mi mancheranno le confidenze con Alice.
Mi mancherà viaggiare in giro per gli States con un borsone e la voglia vivere negli occhi, nello stomaco e nelle vene.
Mi mancherà l'odore di casa che mi è entrato nel naso e non se ne vuole andare.
Mi mancherà il mio cestino con le cose per la doccia.
Mi mancherà dire "Bitch please" ogni tre parole.
Mi mancherà ascoltare "Chicken Fried" il giovedì sera alla WTs.
Mi mancherà il suono di come la gente pronuncia "Hey wassup".
Mi mancherà capire ormai (quasi) tutto di cosa dicono i professori a lezione e le mie serie preferite.
Mi mancherà pure dire "What?" almeno tre o quattro volte quando parlo con i miei amici inglesi e irlandesi, e secondo come fare finta di aver capito alla quarta volta e ridacchiare nervosamente.
Mi mancheranno i quattro isolati a piedi fino al supermercato, ogni volta percorsi col naso all'insù a guardare le case o le foglie degli alberi.
Mi mancheranno le cene in pigiama, che sanno di amici, di calore, di parole e di angoli della bocca piegati all'insù.
Mi mancherà la sensazione di essere straniera ma un pò adottata.
Mi mancherà il senso di appartenenza a questa università il giallo e il viola, leggere USA Today al mattino come se fosse Repubblica.
Mi mancheranno i cereali con lo yogurt.
I waffles.
I quarantamila tipi di cookies e pringles.
Mi mancheranno un pò meno i vicini che corrono i skateboard alle quattro di notte per il corridoio.
Mi mancherà un pò meno il bagno in comune, in effetti.

Mi mancherà soprattutto la sensazione di essere parte di qualcosa, di qualcuno. Si essere entrata nella pelle delle persone che ho conosciuto nello stesso modo in cui loro sono entrate nella mia.
Mi mancherà tutto quello che vedo, ascolto, respiro, gusto e tocco ogni giorno.
Mi mancherà tutto quello che ho stampato in mente, negli occhi, nel naso.
Mi mancherà ogni minuto vissuto dall'altra parte del mondo.
Mi mancherà la sensazione di essere così viva, potente, vibrante.

Mi mancherà il mio angolo di America.

mercoledì 31 ottobre 2012

Quella volta che ho aspettato (invano) un uragano.

Comprare una cassa da 24 bottigliette d'acqua (e trascinarsele fino a casa a piedi con un'amica) e scorte di cibo di prima necessità (quali patatine, noodles da scaldare in microonde, oreo, cookies, crackers e banane) in previsione di un uragano: check.
Esperienza che in effetti non potevo perdermi.
Guarda te che culo.
Io e Marina (brasiliana, ndr), non avendo mai visto un uragano nella nostra vita, siamo andate a fare scorta di beni primari. Ci mancava solo la botola che portava al seminterrato e poi eravamo a posto.
Eccitate da una parte e spaventate nell'osso dall'altra.
Si sa che gli americani tendono a essere un pochino allarmisti, ma stavolta c'avevano anche un pochetto di ragione.
Cioè, ovviamente non qui.
Cartelli ovunque con istruzioni come: tieni a portata di mano un cuscino e una coperta, se parte la corrente evacua. Evacuo cosa? Dove vado sotto la pioggia al buio? Non ci era dato saperlo.
Altro consiglio: se esplode la finestra evacua. Cioè nel senso che può esplodere sul serio?
Togli la roba di valore dal pavimento. E sia.
Fatto sta che ieri pomeriggio eravamo in pieno mood pre-uragano: chiuse in una camera con degli oreo a guardare delle serie per poi addormentarci tutte insieme stile tetris. Una scorpacciata di cibo e poi altri oreo e patatine accompagnati da manicure e pedicure.
Quello che ci è arrivato di Sandy è stato uno sputacchio, alla fine.
Un bel pò di pioggia e vento, ma roba che a Savona quando c'è la mareggiata mi spavento di più.
Oggi sì, sono andata a Zumba e c'era un vento che mi portava via.
Anzi no, con il mio peso specifico non mi avrebbe mai portata via, ma avete capito.
Ma perchè non riesco a produrre un post che mi soddisfi e finisco per parlare della mia ciccia in esubero?

Comunque.
Qui di seguito vi allego le prove che il tempo non era bellerrimo.
In ordine, ieri e oggi.



E niente, come ogni tragedia che si rispetti vi ringrazio per avermi chiesto come stavo e se sarei sopravvissuta all'uragano, vi amo tutti. Grazie madre e padre che vi preoccupate per me e prima o poi un ictus vi porterà via perchè finirete nel panico e chiamerete Obama in persona.
Io poi ovviamente sono cretina e faccio la scema, ma ho seguito (per ovvie ragioni) quarantamila telegiornali, tutti i siti live della CNN e della ABC con le news e devo ammettere che le foto e i video di New York allagata e mezza al buio mi hanno sconvolta. Sarà perchè qualcosa come un mesetto fa ero lì, in quelle strade, a fare foto e a sentirmi al centro del mondo.
Ora, sappiamo che Sandy ha colpito almeno sei o sette stati, inondato completamente Atlantic City, devastato il New Jersey, ma New York ci fa più impressione.
Perchè lei è sempre stata lì, imponente, potente, elegante.
Luminosa, il faro della East Coast ma anche di tutti gli States, la città che ha saputo riprendersi dall 9/11 e ha ricostruito una torre ancora più alta, dal rinomato orgoglio americano.
Lei è sempre stata il centro del mondo.
La città che tutti sognano.
Perchè tutti in fondo la sognano.
La città che tutti vogliono vivere come nei film. Perchè lei stessa è attrice protagonista.
Lei detta le mode, i tempi, gli spazi.
Grande e grossa.
Messa in ginocchio da qualcosa che non avrebbe mai potuto combattere.
Ma solo subire, o tentare di prevenire.
Con la testa bassa, ora si lecca le ferite.
Diamine, le immagini della CNN sembravano quelle dell'inizio di The Day After Tomorrow.
Nonostante i mille allarmi almeno una ventina di persone sono morte, a Manhattan e in tutti gli stati colpiti.
L'America ancora una volta conta le sue vittime, e New York spicca tra tutte le città piegate da Sandy.





mercoledì 24 ottobre 2012

Quei due mesi da qualche parte del nord degli U.S.

Due mesi sono passati.
Più di sessanta giorni.



Sessanta.
Vi dirò, ormai ho preso un tran tran dormitorio-bus-college-mall-walmart-WTs (Washington Tavern, il ritrovo delle nostre sbronze finesettimanali)- dormitorio.
Non vado quasi mai a downtown, forse perchè per una volta che mi sono inoltrata qualche isolato (isolato..inizio proprio ad americanizzarmi) per andare in farmacia ho temuto davvero per la mia esistenza. Quartoggiaro è Via Montenapoleone in confronto, ve lo giuro.
I dettagli come al solito in privato.

Anyway.
Dicevo.
Ogni tanto mi scordo quasi di essere in America, tutto inizia ad avere quella forma e quei colori che associ a qualcosa di familiare, conosciuto, sicuro.
La fermata dell'autobus sotto "casa", la library, il pub a un isolato, il "pizza place" dove andiamo ogni volta a sbranare una fetta di margherita a due dollari alle quattro di notte.
La dining hall.
I bagni.
Persino i bagni.
Vi dirò, l'altro giorno ero in università e insomma sì, ci dovevo andare.
E volevo farla a casa.
Contando che il bagno in università è identico a quello di casa, dato che lo condividiamo, il pensiero ha di per sè poco senso.
Ma quel bagnetto insulso ormai è un pò casa.
Si, ridete pure.
Sto pensando di cancellare le ultime sei o sette righe ma se le ho scritte evidentemente sento il bisogno di condividerle con voi.
Pensieri profondi di un martedì sera qualunque.


Ah. Vi presento Furbo, il dito che mi è rimasto spiaccicato sotto una finestra venerdi.
Belle sfumature.
Si intonano con Halloween, questo verdino-violaceo tendente al colore di qualcosa che sta marcendo.
Perchè se una è furba, lo è fino in fondo.
Comunque, altro giro altra corsa all'health center.
Vi giuro che le infermiere mi riconoscono.
Una mi ha detto: mi ricordo anche che sei italiana. Sei sempre qui.
Son cose che fan piacere.
Ma del resto, un'ipocondriaca le cose se le tira anche un pò addosso, come mi dice sempre saggiamente il Danno.
Sarà il karma che fa il suo dovere.
Sarà che sono solo rincoglionita?




Ma passiamo a cose più interessanti.
Non riesco a smettere di fare foto a caso agli alberi e all'università.
Ma davvero, sono stupendi.





Qui sopra invece vi delizio con scorci della DINER dove abbiamo cenato giovedì sera per il compleanno di una di noi. Perchè siamo un pò camioniste inside. E perchè un mega hamburger più torta di compleanno a otto dollari in un posto che più americano non si può non potevamo perderceli.
Per la cronaca, sì, quello è il mio hamburger,
E sì, quelle sono cipolle.
Ve l'avevo detto che dentro di me, oltre alla cheerleader che mi sono mangiata, esiste anche un camionista con il tatuaggio a cuore e la scritta mamma sul braccio destro.

Nulla, non riesco a produrre niente di poetico stasera.
Posso però aggiornare la mia lista di scoperte americane.
A che numero ero arrivata?
Ah sì.
31. Ogni stagione è adatta per le ciabatte con i calzini e i calzoni corti. Anche quando io indosso sciarpa di lana e maglione.
32. Nessuno qui conosce la Moka.
33. Nessuno è mai stato in Europa. Un sondaggio da me condotto dimostra che tutti vorrebbero andarci ma è COSI' lontana. Tipo un altro universo. Della serie "Bella eh, ma lasciami guardare il football la domenica che del Colosseo e dell'Arco di Trionfo poco mi frega.
34. Cenare con un bicchiere di latte non è da pazzoidi.
35. Gli americani si urtano se gli scappa la cacca dopo la doccia. Per un attimo mi è sfuggito il perchè. Poi ho capito che LORO non hanno il bidet.
36. Qui se sei straniero ti fermano per parlare in autobus anche solo per sapere di dove sei e se ti piace l'America. Immaginate di chiedere a uno a caso un lunedì mattina di dov'è sulla metro verde a Cadorna. Come minimo se ne va indignato, come massimo vi spara un "ma fatti i cazzi tuoi".
37. I camerieri non si scazzano se gli chiedi di farti una foto al compleanno, te ne fanno due così puoi scegliere quella che è venuta meglio.
38. Pasta e pezzi di pollo qui è la massima ambizione. Mai vista in Italia in vita mia.
39. Qui nessuno fuma. Sigarette. Forse perchè costano 10 dollari a pacchetto.
40. Se non ascolti Drake o Lil Wayne fai cagare.

Niente, stasera partorire qualcosa che valga la pena di essere ricordato non è nelle mie corde.
Accontentatevi. 

E ascoltatevi questa canzone che sa di America come nessun'altra.
Zac Brown Band - Chicken Fried

"A little bit of chicken fried
a cold beer on a Friday night, 

a pair of jeans that fits just right,
and the radio oooooon"......

venerdì 19 ottobre 2012

La città che non dorme mai - Un anno dopo

Ebbene sì. Una domenica qualunque.
Due ore di pullman. 30 dollari andata e ritorno.
Una levataccia.
Ma eccoci di nuovo faccia a faccia, New York.



Praticamente un anno dopo.
Sono senza parole.
Anche perchè per New York ce ne sono sempre state troppe.
Credo sia la città più raccontata al mondo.
Ha senso che io vi descriva un'altra volta le luci accecanti di Times Square?
I brividi inquietanti mentre alzo la testa per scrutare la cima della nuova torre al posto del World Trade Center?
I brividi di eccitazione quando dal pullman ho visto ancora una volta quella manciata di grattacieli da lontano, un puntino azzurro che è Lady Liberty e la punta dell'Empire?
La sensazione di essere proprio lì, al centro del mondo, camminando per la Broadway?


Vi dirò, piano piano inizio a conoscerla, a comprenderla.
All'inizio è un gioiellino luccicante, uno di quei regali di Natale che da piccolo desideravi fortissismo e finalmente lo trovi sotto l'albero, in un pacco sfavillante.
All'inizio è spavalda, orgogliosa, nel suo vestito migliore.
Le piace mostrarsi.
Poi piano piano si lascia svestire, e riesco a comprenderne gli angoli.
Non sono la Broadway, Times Square, la Fifth Avenue.
Lei non è solo questo.
Ogni volta che vedo Times Square rimango a bocca aperta, certo. Ma ormai la conosco. Conosco le vetrine, i cartelloni, i taxi, gli odori.
Preferisco girare l'angolo, perdermi nelle viette di Soho.
Quelle piene di lavori in corso, tombini dai quali esce fumo denso e bianco in continuazione.
Quelle che puzzano di vino e di vita vissuta.
Quelle che mostrano la New York imperfetta.
Un pò in hangover.
Un pò come dopo una serata importante.
La New York struccata, con i capelli spettinati e gli occhi impiastricciati dal sonno.
La New York che le guide turistiche non ti mostrano quasi mai.
Le casupole strabiche appena dietro ai grandi grattacieli.
Le scale antincendio dei palazzi più vecchi.
I baracchini che vendono hot dog.
I barboni, probabilmente più numerosi che i taxi gialli.
La stazione dei pullman. Che in confronto Quartoggiaro è Versailles.
La fame. La povertà. La spazzatura di fronte ai ristoranti.
Tutto quello che non è abbastanza bello da essere esposto in vetrina nelle agenzie di viaggio.

La città che vive e pulsa sotto il vestito da sera.
La città che in fondo è umana come ogni città del mondo.
Che ha i suoi difetti e le sue contraddizioni.
Che passa dall'eleganza dell'Upper East Side e la sua parte di Fifth Avenue alla frenetica Midtown, con Times Square, gli uffici, fino ad arrivare a Wall Street, passando dalla viette di Soho, ai colori e alla modestia di Chinatown e Little Italy.
La città che ne ha per tutti.
Che vale la pena di essere respirata non solo nei neon di Broadway.
Ma anche nella puzza di vino e di marciapiede in una domenica piovosa di ottobre.



giovedì 4 ottobre 2012

Zucche, foglie cadute e mal di stomaco.



Mi pare strano tirare fuori la giacca di pelle e il cappotto da un posto che non sia il mio armadio. Mi pare strano avvolgermi in una sciarpa nel grigio di Milano o nel venticello di mare di Savona. E' ufficialmente ottobre da qualche giorno e da più di una settimana il grigio in effetti ci tedia, quindi un pò sembra di stare nella capitale Lombarda, per carità. Sarà il destino che si diverte e vuole farmi sentire a casa.
In ogni caso, per il resto i colori dell'autunno qui lasciano a bocca aperta. Ogni tanto viene voglia di toccare le foglie per vedere se sono vere o finte e pitturate di fresco.
Tutto qui sa di silenzio, rugiada, profumo di alberi, cene pronte in caldo nelle case che costeggiano la strada, pumpkin flavoured coffee, biscotti appena sfornati e abbracci dopo una lunga giornata.


....

Si capisce che sono malinconica, nevvero?
Potrei partire con una tiritera sull'autunno, la stagione dove tutto muore, i rami spogli degli alberi..ma ve la risparmio. Diciamo che l'irrequietezza, dopo essersene andata in vacanza per un mese e mezzo, sta combattendo con tutte le sue forze per rifarsi largo in me. E diciamo che - vagamente - ci sta riuscendo.
Da più o meno due settimane ormai ho mal di stomaco. Una sensazione di pienezza continua, come dopo il pranzo di Natale. Anche se mangio una mela. Anche se non mangio. Continua, inevitabile, costante, da tirare testate contro il muro. Sto prendendo di tutto ma evidentemente il mio stomaco non ne vuole sapere di collaborare. Mi ciucciano sangue che è un piacere all'Health Centre, e io prego che mi diano qualche intruglio miracoloso che mi riporti alla normalità. Diciamo che tutto questo mi sta deprimendo non poco, dato che non ho la minima idea di come uscirne. E che voglio la mamma. Che vergogna.
Nonostante ciò, nulla, non sento nè panico nè nulla. Ogni tanto piagnucolo, perchè insomma, dopo un mese e mezzo di niente lacrima facile mi stavo allarmando, ma nessuna ansia, panico, nemmeno prima di fare l'esame del sangue che di solito a casa mobilito la famiglia. Sarà che le mie solite ansie e panico invece di sparire stavano solo covando qualcosa per distruggermi lo stomaco? Più che probabile. Forse, e dico forse, le tonnellate di dolci, le cisterne di caffè e le innumerevoli birre hanno qualcosa a che fare con questo scempio. Forse. Ma insomma, due settimane mi sembrano troppe anche per quello.
Perchè io stia scrivendo i miei sintomi sul blog come se mi aspettassi un aiuto virtual-divino non ve lo so dire. Le mani mi son partite sulla tastiere e nulla, evidentemente dovevo farvelo sapere.
Comunque.
Questo tempo, l'autunno, la mia malattia-ormai-parte-di-me, la settimana dei midterm exams, paper e essays vari stanno minacciando seriamente la mia sanità mentale.
Lo sapevo che c'era il tranello e che la mia serenità non poteva durare a lungo.
Ma appena riesco a sfanculare 'sto maledetto mal di stomaco me la ripiglio eccome.

Anyway, vi stavo illuminando sull'autunno dell'Upper New York State.
Non ho mai visto una cosa così adorabile, ve lo giuro.
L'autunno qui sembra un rito, come se ogni cosa qui lo aspettasse per tutto l'anno.
Tutto sembra adattarsi perfettamente alle foglie che cadono, all'odore di terra perennemente umida, ai colori incredibili degli alberi, al profumo dell'erba, all'arancione vivo delle zucche, all'aroma del caffè.
Tutto sembra accogliere l'autunno come una coperta silenziosa per metterlo a suo agio.
Le foglie cadute non sono come a Milano, che al primo giorno di pioggia si polverizzano sotto gli stivali da pioggia di migliaia di persone, diventano una melma marrone e appiccicaticcia e addio poesia autunnale. Qui si appoggiano modeste sui marciapiedi, sull'erba dei cortili, sui gradini delle casette con il portico, sulle ringhiere bianche di legno, sulle caselle postali.
E' uno spettacolo silenzioso e lieve che a mio parere supera anche la neve.
(Forse perchè sto pregando che non nevichi mai, qui?)
I colori non sto nemmeno a descriverli. Scopriteli voi nelle foto. Dal giallo all'arancione, accendono ogni tetto, ogni scalino, ogni macchina parcheggiata.

Passeggiare per questi viali con l'ipod nelle orecchie e il naso all'insù è una delle cose più belle che mi è successa ultimamente. (E questo la dice lunga sul mio stato morale).
Ah, qui ottobre significa Halloween. Che sia il 2 o il 31, è già Halloween. Iniziano a esserci party a tema, le prime case decorate, Walmart vende zucche da fine agosto a 79centesimi di dollaro. Starbucks ha lanciato il pumpkin coffee da almeno due mesi e ogni negozio, che sia una farmacia, un centro commerciale o un supermercato, mette in bella mostra qualsiasi tipo di ninnolo arancione/nero/viola. Streghe, fantasmi, zucche. Immaginate qualsiasi oggetto materiale di uso comune e non, qui abbiamo la versione halloweeniana. Ho visto, oltre ai canonici oggetti: scope, pentole, asciugamani, confezioni di detersivo, MPS vari (Mai Piu' Senza, ndr), bottiglie d'acqua, pantofole, shampoo, sapone per le mani, e dulcis in fundo, carta igienica.
Insomma, altro che noi che il 31 ci mettiamo il cappello da strega, due taccazzi e un'autoreggente e ci distruggiamo in discoteca.

Mi dicono che però qui nei festeggiamenti le americane ordinano costumi succinti almeno un mese prima per essere l'infermiera o la cappuccetto rosso più fAiga del reame.

Io so già da cosa voglio vestirmi.
Il sogno di una vita.


La Cheerleader.

E ce la farò, vedrete.

domenica 30 settembre 2012

Quel weekend in Canada



 Due macchine, dieci persone, 4 ore. Qualche bagaglio, una sosta per cena al MacDonald's. Un pò di pioggia, una stanchezza devastante. Della musica country alla radio. Chiacchiere sonnecchianti. Scene di panico al confine Canadese per un passaporto scivolato chissà dove. Patatine al gusto bacon, pipì in una diner tipica americana. Stropicciamento di occhi e sbadigli. Strada sbagliata e naso attaccato al finestrino non appena attraversato il ponte di Montréal.
Questa è la descrizione del nostro road trip verso il Canada.
Se penso a quanto ero fottutamente emozionata. Un pò Kerouac, un pò il giro del mondo in ottanta giorni. Un pò beat generation, un pò non-più-adolescente degli anni novanta.


Una highway tutta dritta, una macchina col cambio automatico, alberi, alberi e solo alberi che non ti fanno rimpiangere per nulla la pianura padana, nuvole pannose e tramonti mozzafiato. L'emozione del Road Trip è davvero indescrivibile. Ti senti grande, grossa, indipendente, viva, in un'avventura che racconterai con un sapore un pò bittersweet. Perchè non avrai più ventidue anni e i road trips saranno un dolce ricordo che brucia un pò.
Se penso all'adrenalina, a dieci persone che un mese prima nemmeno si conoscevano, che raggruppano praticamente tutto il mondo in due macchine, mi viene quasi da sorridere piangendo.
Siamo arrivati a Montréal col naso all'insù, persi nelle luci che si specchiavano nel fiume, ubriachi dall'ebbrezza di sentirci grandi.
Montréal è incredibile, è come se qualcuno avesse fatto un collage di particolari, prendendoli un pò a caso dagli Stati Uniti e dall'Europa. Lei si diverte a travestirsi da Parigi, con nomi con Notre Dame o Champ de Mars, gioca all'Europa. Tutti parlano francese, le insegne fanno sorridere e sembra di essere solamente oltralpe e non oltreoceano.

Giri l'angolo e passeggi nel quartiere latino. Alzi gli occhi e ti pare di scorgere i grattacieli di New York. Ci sono chiese gotiche ovunque, sanpietrini e negozi che ricordano molto le viette francesi. Bistrot all'aperto con solari ombrelloni gialli, nel bel mezzo delle vie pedonali. Si respira aria di Europa, di nostalgia, di passato che tende verso il futuro ma rimane saldamente aggrappato alle tradizioni. Una Francia esportata, letteralmente. Che nel trasloco ha perso qualche granello di Europa, rimpiazzato da grattacieli, uffici, grandi marciapiedi e strade trafficate. Ma i parchi, le insegne, i negozi, i cartelli, le ringhiere dei balconi, quelli sono genuinamente europei.








Guardare questi scatti tutti di fila mi fa davvero sorridere e sospirare. Quella città così viva, così Americana nel profondo ma così francese nelle radici. La penultima foto l'abbiamo scattata da un'isoletta nel mezzo del fiume, un pò come se fosse l'Ile Saint Louis nel mezzo della Senna. Eppure lo skyline ti ricorda vagamente Manhattan vista da Brooklyn. E' tutto un sovrapporsi di immagini e colori, di sapori e culture, tutto che sta perfettamente in equilibrio con l'atmosfera calorosa e vibrante.
Abbiamo mangiato in ristoranti, un Irish Pub ma siamo diventati praticamente clienti abituali del Mac dietro l'angolo. Vi dico solo che non voglio più vedere un cheeseburger per molto tempo.
Abbiamo sperimentato il club canadese, dove per metà della serata passa solo rap/house francese, per cui i canadesi vanno pazzi e si dimenano come indemoniati.Abbiamo anche sperimentato il dannato dollaro canadese, rischiando di rimanere senza soldi perchè le nostre carte di credito non andavano bene agli atm.

L'ultimo giorno siamo andati al Parc Olympique. Questa è la vista dalla torre costruita per le Olimpiadi.
E io soffro di vertigini. Vi dico solo questo.



Ho anche sperimentato per la prima volta in 22 anni l'ostello. E vi giuro che dopo quello posso sopravvivere a tutto. Scendo nei dettagli solo in privato, ma il bagno in comune uomini e donne è un'esperienza ai limiti del paranormale. Paranormal activity è una commedia rosa, al confronto.
Ma il bello di questo viaggio è stato anche questo.
Riscoprirmi. Innamorarmi della nuova me.
Vivere della mia forza che ho scoperto solo recentemente di avere.
Sorridermi.
Essere orgogliosa delle mie paranoie lasciate lungo il tragitto.
Smettere di trattarmi come una bambina.
Ammettere le mie debolezze e poi superarle con un bel dito medio.
Voltarmi finalmente indietro e guardare con apprensione a quella che ero, un pò come una mamma col proprio bambino che ha imparato a camminare.

E io, altrochè se cammino.


Obamatown - Neverending trip



Dateci un weekend, ottanta dollari e infinite 8 ore totali di pullman e andiamo in capo al mondo.
O meglio, nella capitale degli Stati Uniti.
Sei e mezza di mattina, tre tonne imbacuccate come fossimo al polo, un taxi, una stazione dei pullman.
Un pò di nanna sconnessa fino a New York.
Due passi fino all'altra stazione dei pullman.
E poi via, pigiate negli ultimi sedili di un Megabus verso l'infinito e oltre.
Roba che io non riesco a dormire nel mio letto, figuriamoci su un sedile del bus.
Abbiamo attraversato il New Jersey, un pezzo di Pennsylvania, il Delaware e il Maryland.
Mi sono sentita molto Jack Kerouac in On The Road, peccato che al posto della macchina mi è toccato il pullman. Ma almeno avevo il wifi. I vantaggi di viaggiare nell'era di Steve Jobs.
Sfiorato lo sclero dopo un'ora in più di ritardo, mettiamo piede fuori dalla stazione.
Premetto che chi di voi è stato a Washignton mi ha detto: mah, robetta. Fa schifino.
E io con la gioia di un ornitorinco ho trascinato le mie membra in un posto che pensavo facesse schifino.
Ma la vita ha voluto sorprendermi, e o a me piacciono le cose brutte, o Washington è davvero bella.
Cioè, tenete conto che io vivo ad Albany.
Dove credo abbiano preso spunto per tutti i personaggi di Prison Break.
(Per la cronaca, tutto il personale che lavora alla dining hall è ex carcerato. Seriamente)
Quindi, immaginatemi nella capitale ricca del paese più orgoglioso di sé stesso al mondo.
Nessun grattacielo, solo grandezza.
Palazzi messi un pò lì a caso, imponenti, vicino a casette a due piani che ricordano tanto una Londra per bene.
E poi lei, la Casa Bianca.
Minuscola.
Voi vi aspettate una roba gigantesca ma la foto che vedete qui sopra è stata zoomata diecimila volte.
Ma il suo effetto lo fa stesso.






E poi uno spazio enorme, infinito, che sa di respiro e di storia.
Cosa non facile da trovare in America, soprattutto per noi abituati a Roma e ai suoi millenni di brividi storici.
Qui la cosa più vecchia che hanno è il Thanksgiving.
Comunque, dicevo, sa davvero di storia.
Camminavo lungo l'immensa fontana del Lincoln memorial e mi immaginavo Martin Luther King fare il suo discorso.
Perchè sono idiota nell'anima, ma poi mi commuovo per queste cose.
Ho in mente le foto in bianco nero di quel posto immenso, gremito di gente, con un uomo che la tiene in pugno dicendo di avere un sogno. E sbam. Mi emoziono come una bambina.
Il tempio che sembra romano, la statua enorme di Lincoln.
E poi l'obelisco.
Immenso, circondato da innumerevoli bandiere statunitensi.
Roba che nemmeno noi quando abbiamo vinto i mondiali.
Ed è subito Dan Brown e la storia dei massoni.
Certo che quando voglio faccio proprio la mia porca figura di persona colta.
Abbiamo visto il Capitol.
E il monumento a Martin Luther King.
E quello alla guerra del Vietnam.
Abbiamo chiacchierato con i veterani. Sulle loro magliette c'è scritto "Every day is a bonus".
E hanno ragione.Si impara anche così, in una ventosa mattinata turistica a Washington.
E infine il lago artificiale, e sull'altra sponda il Jefferson memorial.
Altro tempio, altro premio.
Un'altra statua.
Un altro silenzio e un'altra riflessione.
Gli americani quando si impegnano mi strappano il cuore.

Abbiamo fatto foto, mangiato in un ristorante spagnolo, scoperto le vie lussuose della capitale.
Ci hanno offerto il gelato all'Hard Rock Cafè perchè eravamo internazionali.
Abbiamo fatto colazione col Washington post e il sole caldo in faccia.
Un ottantenne di nome Luigi, americano ma di origini spagnole ci ha chiesto se abbiamo partecipato a Miss Universo.
Abbiamo mangiato cinese alle quattro del mattino.
Abbiamo riso, ballato, bevuto qualche birra, sognato insieme.
Abbiamo condiviso tutto quello che si può condividere.
Il bello di questa esperienza e di questi viaggi è che ti avvicinano alle persone, di botto.
Così, di corsa, ti costringono ad aprirti, a farti vedere, a lasciarti scoprire.
Velocemente.
Senza aver tempo di pensare.
Ti legano agli altri in un modo che non accade spesso.
Quando sei catapultata in un altro mondo, con un'altra lingua, senza nessun appoggio, sei più vulnerabile.
E trovare qualcuno che ti copra le spalle è una sensazione meravigliosa.


E poi nulla, abbiamo fatto qualche foto con le attrazioni locali.
(Possiamo fare una foto con voi? EH? Roba che manco le quattordicenni con Justin Bieber. Ma tant'è.)

Annuso, respiro, tocco, spio, ascolto e assaggio.

Avrei voluto sistemare la mia camera molto prima, stasera.
Avrei voluto fare la doccia molto prima.
Avrei voluto avere il tempo di scrivere un post epico su Washignton, stasera.
Avrei voluto scrivere un pezzo da premio Pulitzer.
E invece.
E invece sono le due di notte, sono stanca morta ma sono troppo eccitata per dormire.
Una giornata lunghissima, ma piena di dettagli che l'hanno resa intensa.
Gesti, parole, sguardi. Risate. Stupidaggini.
Soprattutto parole.
La soddisfazione di far parte di un lavoro di gruppo, esprimere le mie idee e vedere che gli altri le apprezzano. Non nella mia lingua.
Non avete idea della goduria.
Una cena che poteva essere solitaria, ma che è finita con due risate e una creazione di frutta e cioccolato.
Perchè qui incontri chiunque e sono tutti felici di vederti.
Gli occhi sorridono.
Sono curiosi, indagatori, sinceri.
Le persone hanno voglia di parlare, di condividere, di sapere.
Sono come bambini a cui mostri per la prima volta la televisione.
Ti guardano con la stessa curiosità di un bambino. Quella sincera, quella autentica.
E conoscere per loro e per me non è mai stato così bello e appagante.

Oggi la mamma di Marina ha dedicato a me lei e Sara un pezzo di canzone, in italiano.
Niente di ciò che verrà domani
Sará com'è già stato ieri
Tutto passa tutto sempre passerà
La vita, come un'onda come il mare
In un va e viene infinito
Quel che poi vedremo è
Diverso da ciò che abbiamo visto ieri
Tutto cambia, il tempo tutto nel mondo
Non serve a niente fuggire
Nè mentire a se stesso
Amore, se hai ancora un posto nel cuore
Mi ci tuffo dentro
Come fa un'onda del mare.

Volevo piangere, lo giuro.
La cosa più dolce del mondo.
La mia anima da drama queen mi porta a lacrimare ogni due per tre, chi mi conosce lo sa.
(Purtroppo per lui)

E poi niente, io e Sara abbiamo prenotato il volo per Chicago durante il Thanksgiving break.
Non riesco nemmeno a spiegare cosa si sta muovendo nel mio stomaco dall'eccitazione.
Vorrei partire domani ma allo stesso tempo voglio godermi ogni giorno qui.
Il tempo vola, tra un mese e mezzo dovrò salutare tutti e mi si spezza il cuore.
Diciamo che il Natale a NY mi distrarrà a dovere, eh.
Ma lascerò un gran pezzo di cuore in questa modesta e sconosciuta capitale americana.
Oggi stavo pensando a cosa mi mancherà.
Bene, adesso vi tocca sorbirvi la lista.
Adoro le liste.

Mi mancherà avere appesa al collo la mia SUNY card e le mie chiavi.
Mi mancherà Mary, la dolcissima vecchina che al mattino sta all'entrata della dining hall e mi dice sempre "goodmorning honey".
Mi mancherà il "I'll grab a coffee" prima delle lezioni e dello studio in biblioteca.
Mi mancherà pure la puzza di fritto che mi si appiccica addosso ogni santa volta che metto piede nella dining hall.
Mi mancherà il mio letto, la mia scrivania, la mia stanzetta striminzita, vecchiotta e oldfashioned.
Mi mancherà bussare alla porta delle ragazze quando sono annoiata.
Mi mancherà la WTs, Barleys, il Pearl Street pub, De Johns e tutti i posti dove andiamo di solito.
Mi mancherà l'odore di caffè che si sente al mattino.
Mi mancherà la tazza di carta bollente da stringere con entrambe le mani per scaldarsi.
Mi mancherà Washington park.
Mi mancherà il CVS, Price Chopper, Walmart e soprattutto quel paradiso che è il Crossgates mall.
Mi mancherà lo shuttle con i sedili imbottiti al mattino (quando sarò sulla 94 a Milano).
Mi mancherà il suono della risata di Sara e l'espressione di Marina quando sta per ridere.
Mi mancheranno le confidenze con Alice.
Mi mancherà viaggiare in giro per gli States con un borsone e la voglia vivere negli occhi, nello stomaco e nelle vene.
Mi mancherà l'odore di casa che mi è entrato nel naso e non se ne vuole andare.
Mi mancherà il mio cestino con le cose per la doccia.
Mi mancherà dire "Bitch please" ogni tre parole.
Mi mancherà ascoltare "Chicken Fried" il giovedì sera alla WTs.
Mi mancherà il suono di come la gente pronuncia "Hey wassup".
Mi mancherà capire ormai (quasi) tutto di cosa dicono i professori a lezione e le mie serie preferite.
Mi mancherà pure dire "What?" almeno tre o quattro volte quando parlo con i miei amici inglesi e irlandesi, e secondo come fare finta di aver capito alla quarta volta e ridacchiare nervosamente.
Mi mancheranno i quattro isolati a piedi fino al supermercato, ogni volta percorsi col naso all'insù a guardare le case o le foglie degli alberi.
Mi mancheranno le cene in pigiama, che sanno di amici, di calore, di parole e di angoli della bocca piegati all'insù.
Mi mancherà la sensazione di essere straniera ma un pò adottata.
Mi mancherà il senso di appartenenza a questa università il giallo e il viola, leggere USA Today al mattino come se fosse Repubblica.
Mi mancheranno i cereali con lo yogurt.
I waffles.
I quarantamila tipi di cookies e pringles.
Mi mancheranno un pò meno i vicini che corrono i skateboard alle quattro di notte per il corridoio.
Mi mancherà un pò meno il bagno in comune, in effetti.

Mi mancherà soprattutto la sensazione di essere parte di qualcosa, di qualcuno. Si essere entrata nella pelle delle persone che ho conosciuto nello stesso modo in cui loro sono entrate nella mia.
Mi mancherà tutto quello che vedo, ascolto, respiro, gusto e tocco ogni giorno.
Mi mancherà tutto quello che ho stampato in mente, negli occhi, nel naso.
Mi mancherà ogni minuto vissuto dall'altra parte del mondo.
Mi mancherà la sensazione di essere così viva, potente, vibrante.

Mi mancherà il mio angolo di America.

Quella volta che ho aspettato (invano) un uragano.

Comprare una cassa da 24 bottigliette d'acqua (e trascinarsele fino a casa a piedi con un'amica) e scorte di cibo di prima necessità (quali patatine, noodles da scaldare in microonde, oreo, cookies, crackers e banane) in previsione di un uragano: check.
Esperienza che in effetti non potevo perdermi.
Guarda te che culo.
Io e Marina (brasiliana, ndr), non avendo mai visto un uragano nella nostra vita, siamo andate a fare scorta di beni primari. Ci mancava solo la botola che portava al seminterrato e poi eravamo a posto.
Eccitate da una parte e spaventate nell'osso dall'altra.
Si sa che gli americani tendono a essere un pochino allarmisti, ma stavolta c'avevano anche un pochetto di ragione.
Cioè, ovviamente non qui.
Cartelli ovunque con istruzioni come: tieni a portata di mano un cuscino e una coperta, se parte la corrente evacua. Evacuo cosa? Dove vado sotto la pioggia al buio? Non ci era dato saperlo.
Altro consiglio: se esplode la finestra evacua. Cioè nel senso che può esplodere sul serio?
Togli la roba di valore dal pavimento. E sia.
Fatto sta che ieri pomeriggio eravamo in pieno mood pre-uragano: chiuse in una camera con degli oreo a guardare delle serie per poi addormentarci tutte insieme stile tetris. Una scorpacciata di cibo e poi altri oreo e patatine accompagnati da manicure e pedicure.
Quello che ci è arrivato di Sandy è stato uno sputacchio, alla fine.
Un bel pò di pioggia e vento, ma roba che a Savona quando c'è la mareggiata mi spavento di più.
Oggi sì, sono andata a Zumba e c'era un vento che mi portava via.
Anzi no, con il mio peso specifico non mi avrebbe mai portata via, ma avete capito.
Ma perchè non riesco a produrre un post che mi soddisfi e finisco per parlare della mia ciccia in esubero?

Comunque.
Qui di seguito vi allego le prove che il tempo non era bellerrimo.
In ordine, ieri e oggi.



E niente, come ogni tragedia che si rispetti vi ringrazio per avermi chiesto come stavo e se sarei sopravvissuta all'uragano, vi amo tutti. Grazie madre e padre che vi preoccupate per me e prima o poi un ictus vi porterà via perchè finirete nel panico e chiamerete Obama in persona.
Io poi ovviamente sono cretina e faccio la scema, ma ho seguito (per ovvie ragioni) quarantamila telegiornali, tutti i siti live della CNN e della ABC con le news e devo ammettere che le foto e i video di New York allagata e mezza al buio mi hanno sconvolta. Sarà perchè qualcosa come un mesetto fa ero lì, in quelle strade, a fare foto e a sentirmi al centro del mondo.
Ora, sappiamo che Sandy ha colpito almeno sei o sette stati, inondato completamente Atlantic City, devastato il New Jersey, ma New York ci fa più impressione.
Perchè lei è sempre stata lì, imponente, potente, elegante.
Luminosa, il faro della East Coast ma anche di tutti gli States, la città che ha saputo riprendersi dall 9/11 e ha ricostruito una torre ancora più alta, dal rinomato orgoglio americano.
Lei è sempre stata il centro del mondo.
La città che tutti sognano.
Perchè tutti in fondo la sognano.
La città che tutti vogliono vivere come nei film. Perchè lei stessa è attrice protagonista.
Lei detta le mode, i tempi, gli spazi.
Grande e grossa.
Messa in ginocchio da qualcosa che non avrebbe mai potuto combattere.
Ma solo subire, o tentare di prevenire.
Con la testa bassa, ora si lecca le ferite.
Diamine, le immagini della CNN sembravano quelle dell'inizio di The Day After Tomorrow.
Nonostante i mille allarmi almeno una ventina di persone sono morte, a Manhattan e in tutti gli stati colpiti.
L'America ancora una volta conta le sue vittime, e New York spicca tra tutte le città piegate da Sandy.





Quei due mesi da qualche parte del nord degli U.S.

Due mesi sono passati.
Più di sessanta giorni.



Sessanta.
Vi dirò, ormai ho preso un tran tran dormitorio-bus-college-mall-walmart-WTs (Washington Tavern, il ritrovo delle nostre sbronze finesettimanali)- dormitorio.
Non vado quasi mai a downtown, forse perchè per una volta che mi sono inoltrata qualche isolato (isolato..inizio proprio ad americanizzarmi) per andare in farmacia ho temuto davvero per la mia esistenza. Quartoggiaro è Via Montenapoleone in confronto, ve lo giuro.
I dettagli come al solito in privato.

Anyway.
Dicevo.
Ogni tanto mi scordo quasi di essere in America, tutto inizia ad avere quella forma e quei colori che associ a qualcosa di familiare, conosciuto, sicuro.
La fermata dell'autobus sotto "casa", la library, il pub a un isolato, il "pizza place" dove andiamo ogni volta a sbranare una fetta di margherita a due dollari alle quattro di notte.
La dining hall.
I bagni.
Persino i bagni.
Vi dirò, l'altro giorno ero in università e insomma sì, ci dovevo andare.
E volevo farla a casa.
Contando che il bagno in università è identico a quello di casa, dato che lo condividiamo, il pensiero ha di per sè poco senso.
Ma quel bagnetto insulso ormai è un pò casa.
Si, ridete pure.
Sto pensando di cancellare le ultime sei o sette righe ma se le ho scritte evidentemente sento il bisogno di condividerle con voi.
Pensieri profondi di un martedì sera qualunque.


Ah. Vi presento Furbo, il dito che mi è rimasto spiaccicato sotto una finestra venerdi.
Belle sfumature.
Si intonano con Halloween, questo verdino-violaceo tendente al colore di qualcosa che sta marcendo.
Perchè se una è furba, lo è fino in fondo.
Comunque, altro giro altra corsa all'health center.
Vi giuro che le infermiere mi riconoscono.
Una mi ha detto: mi ricordo anche che sei italiana. Sei sempre qui.
Son cose che fan piacere.
Ma del resto, un'ipocondriaca le cose se le tira anche un pò addosso, come mi dice sempre saggiamente il Danno.
Sarà il karma che fa il suo dovere.
Sarà che sono solo rincoglionita?




Ma passiamo a cose più interessanti.
Non riesco a smettere di fare foto a caso agli alberi e all'università.
Ma davvero, sono stupendi.





Qui sopra invece vi delizio con scorci della DINER dove abbiamo cenato giovedì sera per il compleanno di una di noi. Perchè siamo un pò camioniste inside. E perchè un mega hamburger più torta di compleanno a otto dollari in un posto che più americano non si può non potevamo perderceli.
Per la cronaca, sì, quello è il mio hamburger,
E sì, quelle sono cipolle.
Ve l'avevo detto che dentro di me, oltre alla cheerleader che mi sono mangiata, esiste anche un camionista con il tatuaggio a cuore e la scritta mamma sul braccio destro.

Nulla, non riesco a produrre niente di poetico stasera.
Posso però aggiornare la mia lista di scoperte americane.
A che numero ero arrivata?
Ah sì.
31. Ogni stagione è adatta per le ciabatte con i calzini e i calzoni corti. Anche quando io indosso sciarpa di lana e maglione.
32. Nessuno qui conosce la Moka.
33. Nessuno è mai stato in Europa. Un sondaggio da me condotto dimostra che tutti vorrebbero andarci ma è COSI' lontana. Tipo un altro universo. Della serie "Bella eh, ma lasciami guardare il football la domenica che del Colosseo e dell'Arco di Trionfo poco mi frega.
34. Cenare con un bicchiere di latte non è da pazzoidi.
35. Gli americani si urtano se gli scappa la cacca dopo la doccia. Per un attimo mi è sfuggito il perchè. Poi ho capito che LORO non hanno il bidet.
36. Qui se sei straniero ti fermano per parlare in autobus anche solo per sapere di dove sei e se ti piace l'America. Immaginate di chiedere a uno a caso un lunedì mattina di dov'è sulla metro verde a Cadorna. Come minimo se ne va indignato, come massimo vi spara un "ma fatti i cazzi tuoi".
37. I camerieri non si scazzano se gli chiedi di farti una foto al compleanno, te ne fanno due così puoi scegliere quella che è venuta meglio.
38. Pasta e pezzi di pollo qui è la massima ambizione. Mai vista in Italia in vita mia.
39. Qui nessuno fuma. Sigarette. Forse perchè costano 10 dollari a pacchetto.
40. Se non ascolti Drake o Lil Wayne fai cagare.

Niente, stasera partorire qualcosa che valga la pena di essere ricordato non è nelle mie corde.
Accontentatevi. 

E ascoltatevi questa canzone che sa di America come nessun'altra.
Zac Brown Band - Chicken Fried

"A little bit of chicken fried
a cold beer on a Friday night, 

a pair of jeans that fits just right,
and the radio oooooon"......

La città che non dorme mai - Un anno dopo

Ebbene sì. Una domenica qualunque.
Due ore di pullman. 30 dollari andata e ritorno.
Una levataccia.
Ma eccoci di nuovo faccia a faccia, New York.



Praticamente un anno dopo.
Sono senza parole.
Anche perchè per New York ce ne sono sempre state troppe.
Credo sia la città più raccontata al mondo.
Ha senso che io vi descriva un'altra volta le luci accecanti di Times Square?
I brividi inquietanti mentre alzo la testa per scrutare la cima della nuova torre al posto del World Trade Center?
I brividi di eccitazione quando dal pullman ho visto ancora una volta quella manciata di grattacieli da lontano, un puntino azzurro che è Lady Liberty e la punta dell'Empire?
La sensazione di essere proprio lì, al centro del mondo, camminando per la Broadway?


Vi dirò, piano piano inizio a conoscerla, a comprenderla.
All'inizio è un gioiellino luccicante, uno di quei regali di Natale che da piccolo desideravi fortissismo e finalmente lo trovi sotto l'albero, in un pacco sfavillante.
All'inizio è spavalda, orgogliosa, nel suo vestito migliore.
Le piace mostrarsi.
Poi piano piano si lascia svestire, e riesco a comprenderne gli angoli.
Non sono la Broadway, Times Square, la Fifth Avenue.
Lei non è solo questo.
Ogni volta che vedo Times Square rimango a bocca aperta, certo. Ma ormai la conosco. Conosco le vetrine, i cartelloni, i taxi, gli odori.
Preferisco girare l'angolo, perdermi nelle viette di Soho.
Quelle piene di lavori in corso, tombini dai quali esce fumo denso e bianco in continuazione.
Quelle che puzzano di vino e di vita vissuta.
Quelle che mostrano la New York imperfetta.
Un pò in hangover.
Un pò come dopo una serata importante.
La New York struccata, con i capelli spettinati e gli occhi impiastricciati dal sonno.
La New York che le guide turistiche non ti mostrano quasi mai.
Le casupole strabiche appena dietro ai grandi grattacieli.
Le scale antincendio dei palazzi più vecchi.
I baracchini che vendono hot dog.
I barboni, probabilmente più numerosi che i taxi gialli.
La stazione dei pullman. Che in confronto Quartoggiaro è Versailles.
La fame. La povertà. La spazzatura di fronte ai ristoranti.
Tutto quello che non è abbastanza bello da essere esposto in vetrina nelle agenzie di viaggio.

La città che vive e pulsa sotto il vestito da sera.
La città che in fondo è umana come ogni città del mondo.
Che ha i suoi difetti e le sue contraddizioni.
Che passa dall'eleganza dell'Upper East Side e la sua parte di Fifth Avenue alla frenetica Midtown, con Times Square, gli uffici, fino ad arrivare a Wall Street, passando dalla viette di Soho, ai colori e alla modestia di Chinatown e Little Italy.
La città che ne ha per tutti.
Che vale la pena di essere respirata non solo nei neon di Broadway.
Ma anche nella puzza di vino e di marciapiede in una domenica piovosa di ottobre.



Zucche, foglie cadute e mal di stomaco.



Mi pare strano tirare fuori la giacca di pelle e il cappotto da un posto che non sia il mio armadio. Mi pare strano avvolgermi in una sciarpa nel grigio di Milano o nel venticello di mare di Savona. E' ufficialmente ottobre da qualche giorno e da più di una settimana il grigio in effetti ci tedia, quindi un pò sembra di stare nella capitale Lombarda, per carità. Sarà il destino che si diverte e vuole farmi sentire a casa.
In ogni caso, per il resto i colori dell'autunno qui lasciano a bocca aperta. Ogni tanto viene voglia di toccare le foglie per vedere se sono vere o finte e pitturate di fresco.
Tutto qui sa di silenzio, rugiada, profumo di alberi, cene pronte in caldo nelle case che costeggiano la strada, pumpkin flavoured coffee, biscotti appena sfornati e abbracci dopo una lunga giornata.


....

Si capisce che sono malinconica, nevvero?
Potrei partire con una tiritera sull'autunno, la stagione dove tutto muore, i rami spogli degli alberi..ma ve la risparmio. Diciamo che l'irrequietezza, dopo essersene andata in vacanza per un mese e mezzo, sta combattendo con tutte le sue forze per rifarsi largo in me. E diciamo che - vagamente - ci sta riuscendo.
Da più o meno due settimane ormai ho mal di stomaco. Una sensazione di pienezza continua, come dopo il pranzo di Natale. Anche se mangio una mela. Anche se non mangio. Continua, inevitabile, costante, da tirare testate contro il muro. Sto prendendo di tutto ma evidentemente il mio stomaco non ne vuole sapere di collaborare. Mi ciucciano sangue che è un piacere all'Health Centre, e io prego che mi diano qualche intruglio miracoloso che mi riporti alla normalità. Diciamo che tutto questo mi sta deprimendo non poco, dato che non ho la minima idea di come uscirne. E che voglio la mamma. Che vergogna.
Nonostante ciò, nulla, non sento nè panico nè nulla. Ogni tanto piagnucolo, perchè insomma, dopo un mese e mezzo di niente lacrima facile mi stavo allarmando, ma nessuna ansia, panico, nemmeno prima di fare l'esame del sangue che di solito a casa mobilito la famiglia. Sarà che le mie solite ansie e panico invece di sparire stavano solo covando qualcosa per distruggermi lo stomaco? Più che probabile. Forse, e dico forse, le tonnellate di dolci, le cisterne di caffè e le innumerevoli birre hanno qualcosa a che fare con questo scempio. Forse. Ma insomma, due settimane mi sembrano troppe anche per quello.
Perchè io stia scrivendo i miei sintomi sul blog come se mi aspettassi un aiuto virtual-divino non ve lo so dire. Le mani mi son partite sulla tastiere e nulla, evidentemente dovevo farvelo sapere.
Comunque.
Questo tempo, l'autunno, la mia malattia-ormai-parte-di-me, la settimana dei midterm exams, paper e essays vari stanno minacciando seriamente la mia sanità mentale.
Lo sapevo che c'era il tranello e che la mia serenità non poteva durare a lungo.
Ma appena riesco a sfanculare 'sto maledetto mal di stomaco me la ripiglio eccome.

Anyway, vi stavo illuminando sull'autunno dell'Upper New York State.
Non ho mai visto una cosa così adorabile, ve lo giuro.
L'autunno qui sembra un rito, come se ogni cosa qui lo aspettasse per tutto l'anno.
Tutto sembra adattarsi perfettamente alle foglie che cadono, all'odore di terra perennemente umida, ai colori incredibili degli alberi, al profumo dell'erba, all'arancione vivo delle zucche, all'aroma del caffè.
Tutto sembra accogliere l'autunno come una coperta silenziosa per metterlo a suo agio.
Le foglie cadute non sono come a Milano, che al primo giorno di pioggia si polverizzano sotto gli stivali da pioggia di migliaia di persone, diventano una melma marrone e appiccicaticcia e addio poesia autunnale. Qui si appoggiano modeste sui marciapiedi, sull'erba dei cortili, sui gradini delle casette con il portico, sulle ringhiere bianche di legno, sulle caselle postali.
E' uno spettacolo silenzioso e lieve che a mio parere supera anche la neve.
(Forse perchè sto pregando che non nevichi mai, qui?)
I colori non sto nemmeno a descriverli. Scopriteli voi nelle foto. Dal giallo all'arancione, accendono ogni tetto, ogni scalino, ogni macchina parcheggiata.

Passeggiare per questi viali con l'ipod nelle orecchie e il naso all'insù è una delle cose più belle che mi è successa ultimamente. (E questo la dice lunga sul mio stato morale).
Ah, qui ottobre significa Halloween. Che sia il 2 o il 31, è già Halloween. Iniziano a esserci party a tema, le prime case decorate, Walmart vende zucche da fine agosto a 79centesimi di dollaro. Starbucks ha lanciato il pumpkin coffee da almeno due mesi e ogni negozio, che sia una farmacia, un centro commerciale o un supermercato, mette in bella mostra qualsiasi tipo di ninnolo arancione/nero/viola. Streghe, fantasmi, zucche. Immaginate qualsiasi oggetto materiale di uso comune e non, qui abbiamo la versione halloweeniana. Ho visto, oltre ai canonici oggetti: scope, pentole, asciugamani, confezioni di detersivo, MPS vari (Mai Piu' Senza, ndr), bottiglie d'acqua, pantofole, shampoo, sapone per le mani, e dulcis in fundo, carta igienica.
Insomma, altro che noi che il 31 ci mettiamo il cappello da strega, due taccazzi e un'autoreggente e ci distruggiamo in discoteca.

Mi dicono che però qui nei festeggiamenti le americane ordinano costumi succinti almeno un mese prima per essere l'infermiera o la cappuccetto rosso più fAiga del reame.

Io so già da cosa voglio vestirmi.
Il sogno di una vita.


La Cheerleader.

E ce la farò, vedrete.

Quel weekend in Canada



 Due macchine, dieci persone, 4 ore. Qualche bagaglio, una sosta per cena al MacDonald's. Un pò di pioggia, una stanchezza devastante. Della musica country alla radio. Chiacchiere sonnecchianti. Scene di panico al confine Canadese per un passaporto scivolato chissà dove. Patatine al gusto bacon, pipì in una diner tipica americana. Stropicciamento di occhi e sbadigli. Strada sbagliata e naso attaccato al finestrino non appena attraversato il ponte di Montréal.
Questa è la descrizione del nostro road trip verso il Canada.
Se penso a quanto ero fottutamente emozionata. Un pò Kerouac, un pò il giro del mondo in ottanta giorni. Un pò beat generation, un pò non-più-adolescente degli anni novanta.


Una highway tutta dritta, una macchina col cambio automatico, alberi, alberi e solo alberi che non ti fanno rimpiangere per nulla la pianura padana, nuvole pannose e tramonti mozzafiato. L'emozione del Road Trip è davvero indescrivibile. Ti senti grande, grossa, indipendente, viva, in un'avventura che racconterai con un sapore un pò bittersweet. Perchè non avrai più ventidue anni e i road trips saranno un dolce ricordo che brucia un pò.
Se penso all'adrenalina, a dieci persone che un mese prima nemmeno si conoscevano, che raggruppano praticamente tutto il mondo in due macchine, mi viene quasi da sorridere piangendo.
Siamo arrivati a Montréal col naso all'insù, persi nelle luci che si specchiavano nel fiume, ubriachi dall'ebbrezza di sentirci grandi.
Montréal è incredibile, è come se qualcuno avesse fatto un collage di particolari, prendendoli un pò a caso dagli Stati Uniti e dall'Europa. Lei si diverte a travestirsi da Parigi, con nomi con Notre Dame o Champ de Mars, gioca all'Europa. Tutti parlano francese, le insegne fanno sorridere e sembra di essere solamente oltralpe e non oltreoceano.

Giri l'angolo e passeggi nel quartiere latino. Alzi gli occhi e ti pare di scorgere i grattacieli di New York. Ci sono chiese gotiche ovunque, sanpietrini e negozi che ricordano molto le viette francesi. Bistrot all'aperto con solari ombrelloni gialli, nel bel mezzo delle vie pedonali. Si respira aria di Europa, di nostalgia, di passato che tende verso il futuro ma rimane saldamente aggrappato alle tradizioni. Una Francia esportata, letteralmente. Che nel trasloco ha perso qualche granello di Europa, rimpiazzato da grattacieli, uffici, grandi marciapiedi e strade trafficate. Ma i parchi, le insegne, i negozi, i cartelli, le ringhiere dei balconi, quelli sono genuinamente europei.








Guardare questi scatti tutti di fila mi fa davvero sorridere e sospirare. Quella città così viva, così Americana nel profondo ma così francese nelle radici. La penultima foto l'abbiamo scattata da un'isoletta nel mezzo del fiume, un pò come se fosse l'Ile Saint Louis nel mezzo della Senna. Eppure lo skyline ti ricorda vagamente Manhattan vista da Brooklyn. E' tutto un sovrapporsi di immagini e colori, di sapori e culture, tutto che sta perfettamente in equilibrio con l'atmosfera calorosa e vibrante.
Abbiamo mangiato in ristoranti, un Irish Pub ma siamo diventati praticamente clienti abituali del Mac dietro l'angolo. Vi dico solo che non voglio più vedere un cheeseburger per molto tempo.
Abbiamo sperimentato il club canadese, dove per metà della serata passa solo rap/house francese, per cui i canadesi vanno pazzi e si dimenano come indemoniati.Abbiamo anche sperimentato il dannato dollaro canadese, rischiando di rimanere senza soldi perchè le nostre carte di credito non andavano bene agli atm.

L'ultimo giorno siamo andati al Parc Olympique. Questa è la vista dalla torre costruita per le Olimpiadi.
E io soffro di vertigini. Vi dico solo questo.



Ho anche sperimentato per la prima volta in 22 anni l'ostello. E vi giuro che dopo quello posso sopravvivere a tutto. Scendo nei dettagli solo in privato, ma il bagno in comune uomini e donne è un'esperienza ai limiti del paranormale. Paranormal activity è una commedia rosa, al confronto.
Ma il bello di questo viaggio è stato anche questo.
Riscoprirmi. Innamorarmi della nuova me.
Vivere della mia forza che ho scoperto solo recentemente di avere.
Sorridermi.
Essere orgogliosa delle mie paranoie lasciate lungo il tragitto.
Smettere di trattarmi come una bambina.
Ammettere le mie debolezze e poi superarle con un bel dito medio.
Voltarmi finalmente indietro e guardare con apprensione a quella che ero, un pò come una mamma col proprio bambino che ha imparato a camminare.

E io, altrochè se cammino.