mercoledì 6 febbraio 2013
Assenze fisiche e mentali
Un mese e qualche spicciolo da quando ho rimesso piede in suolo italiano e ancora ho un sentimento dolceamaro, come se da una parte ancora aspettassi il giorno in cui riprenderò quell'aereo, quel pullman e mi farò scaricare di nuovo alla stazione del pullman di Albany.
Sapete che sono una persona malinconica, che vive di ricordi, magari una manciata di rimorsi ma davvero pochi rimpianti.
In tutto questo Marina é tornata lì, ogni giorno posso vedere come se la cava senza di noi, senza di me, in quel dormitorio dove qualcuno dorme nel mio letto, ha appeso foto sul mio muro, sta impregnando la mia stanza di un odore che non é il mio.
Che presuntuoso il genere umano. Quella stanza, prima di me, sarà stata occupata da decine di studenti, eppure la sento mia quasi più di quella di casa.
Quante decisioni, quante chiacchiere, quanti sogni, quante paranoie, quante sveglie stropicciate, quanti notte brave addormentata vestita, quanto odore di cinese é rimasto quella volta che ero talmente stanca che alle cinque del mattino l'ho portato in camera, mentre la mia coinquilina dormiva. [Che coinquilina di merda, che sono]
Quante docce fatte di corsa, dieci minuti prima di uscire, con una mano impegnata a mettermi il mascara e l'altra a reggere il phon.
Quante notti piene di impegno nel trovare la serratura, a farmi shh da sola mentre cercavo di cambiarmi al buio all'alba per non svegliarla.
Quante confidenze, fatte da menti diverse, da culture diverse, che poi alla fine si assomigliano tutte.
Quanti sogni, speranze, paure condivise, sempre le stesse. Che tu abbia vent'anni in Spagna, in Italia, in Irlanda o in Brasile, li porti allo stesso modo.
Dicevo, vedo Ma che mi manda foto su snapchat [la trovata dell'anno] immersa nelle lenzuola zebrate che le ho lasciato, che va alla lezione di zumba a cui andavamo insieme, che beve una birra ad DeJohn's e, anche solo per una giornata, vorrei avere il dono dell'ubiquità. Spostarmi lì, fare finta che nulla sia cambiato, e continuare il semestre nella 306.
Percepisco l'assenza fisica, materiale, dei suoi abbracci, del suo profumo ogni volta che si stava insieme a chiacchierare. Mi manca l'assenza fisica del suono della risata di Sara, della sua energia, del suo saltellare allegro, della sua voglia di fare e di mediare, quella voglia di mediare che a me é sempre mancata, io spirito inquieto e battagliero che non sono altro. Mi manca l'assenza fisica di Marina che é sempre in grado di rassicurarti, di farti sentire che sí, andrà davvero tutto bene. Che tante volte le cose vanno prese alla leggera, cosa che io riesco a fare davvero male. Mi manca l'assenza fisica di Alice e della sua praticità, delle innumerevoli chiacchierate sulle scale, del continuo confronto tra li e qui, tra quello che ci aspettavamo prima di partire e quello che abbiamo davvero trovato qui.
Mi manca il sorriso di Lorraine, quello dolce, quello timido all'inizio ma ripieno di un affetto genuino.
Mi manca anche sentirmi rincoglionita le prime settimane, quando preferivo stare zitta durante una chiacchierata a cena piuttosto che sbagliare il verbo in una frase.
Mi mancano le voci di tutti, gli accenti che ho sempre fatto una fatica boia a capire, i modi di dire.
Degli Stati Uniti mi manca il modo di vivere la vita più rilassato e più impegnato allo stesso tempo.
Mi manca quella noncuranza del giudizio altrui che qui ci impregna fino a farci soffocare.
Mi manca quell'orgoglio di camminare per strada per quello che si é, non per quello che si indossa o per il taglio di capelli.
Mi manca quella voglia di scoprirsi dentro perché del fuori poco interessa.
Mi manca quella curiosità che le persone hanno per il diverso, per il nuovo, lo straniero.
Alla fine cosa é davvero diverso, straniero, nel paese che ha più radici e allo stesso tempo non ne ha?
Nel paese che vive di differenze e le esalta?
Mi manca tantissimo quel genere di gentilezza e cortesia genuine che le persone hanno nel sangue.
Mi manca scontrare qualcuno col carrello da Walmart, chiedere scusa e sentirmi rispondere col sorriso che non importa.
Ho preso per sbaglio il carrello di una signora all'Esselunga a Milano, la settimana scorsa, [vuoto, n.b.] e ha pensato che volessi rubarle l'euro che c'era dentro. Le ho chiesto scusa ridendo, perché avevo fatto confusione.
Lei non mi ha nemmeno guardata, si é ripresa il carrello ed é filata via, convinta che fossi una poco di buono.
Sai com'é, anche il capello tinto di rosso alla sciura milanese un po' sa di pericoloso.
Scusate, questa mi é proprio scappata.
In ogni caso, dicevo che mi manca quel rispetto per il prossimo che qui non abbiamo.
Certo, ogni paese ha le sue piaghe e contraddizioni, l'America ha da fare i conti con tutte le ferite aperte causate dalla lobby delle armi e dal sentimento nazionalista insito nelle tradizioni. Ma le persone hanno allo stesso tempo un senso di solidarietà che qui noi ce lo sogniamo, qui, nel paese dove nessuno fa niente per niente.
Mi manca l'ospitalità che ho ricevuto, da persone che mi hanno aperto la loro casa per il Thanksgiving senza avermi mai vista prima.
Mi manca l'accortezza delle persone che aprono una porta prima di te in università che te la tengono aperta per farti passare.
Mi mancano gli studenti che ringraziano l'autista del bus del college ogni santa mattina.
E lui che saluta tutti, fa fermate apposta per chi glielo chiede.
Mi mancano i professori che trattano gli studenti come individui pensanti, con cui instaurano un rapporto più profondo rispetto a quello faccia faccia un'aula universitaria.
Mi manca la signora della mensa che si ricorda chi sei, ti fa i complimenti per un maglione nuovo e ti dice quanto é bella la mattinata di sole che si vede dalle ampie vetrate della Dining Hall.
Mi manca perdermi in un mondo che non é il mio, ma che forse spesso mi ha capito molto meglio di quello in cui posso girare a occhi chiusi.
venerdì 1 febbraio 2013
Il GM in tempo di campagna elettorale
Poteva mancare il post scritto dal sedile di un intercity Savona-Milano?
Potevate scamparvelo?
No.
Anche perché mi annoio.
E linguistica francese ha perso come alternativa allo scrivere.
In ogni caso, in questi giorni frenetici di mezzi traslochi, due giorni a casa e due a Milano, spese, ambientamento in nuove camere e vecchie aule universitarie, mi rendo conto che le elezioni stanno arrivando. E che io ho le idee un pelino confuse.
Ora, lungi da me aprire una discussione su vari orientamenti politici, io che potrei argomentarla nello stesso modo in cui Luca Giurato parla del travaso del basilico a Uno Mattina. (Ma c'é ancora? È vivo?)
Ma volevo fare un rapido resoconto di come noi vediamo la politica.
Noi inteso giovani, più o meno maturi, più o meno indipendenti, ma molto più dipendenti (non nel senso lavoratori, ma nel senso che dipendono da mammà)
A mio parere il GM (Giovane Medio) si distingue in due grandi categorie.
Quello che si interessa e quello a cui non frega un cazzo.
Semplice.
E devo ammettere che ne conosco molti di più della seconda categoria.
Di solito la prima categoria non ha nemmeno bisogno di smazzarsi ore di Ballarò, ServizioPubblico, OttoeMezzo e chi più ne ha più ne metta, perché già SA cosa vuole votare. Lo sa da una vita, conoscendo anche la storia e gli orientamenti di ciascun partito. Praticamente conoscevano Renzi da prima che facesse il politico (quindi quando aveva dodici anni), Berlusconi quando aveva ancora i capelli e Bossi quando diceva qualcosa che avesse un senso logico e sintattico (quindi forse mai?).
Sono quelle persone con cui di solito tu, il rincoglionito di turno, non oseresti mai aprire il discorso politico, perché sai già che perderesti in partenza.
Tu che hai in serbo due o tre frasette banali, magari anche tautologiche, per esprimere il tuo punto di vista, vieni travolto dalla retorica perfetta e da citazioni storiche/aneddoti/esempi/dati/tabelle come se non ci fosse un domani, roba che dopo cinque minuti ci rinunci e provi a parlarne con qualcuno che ne capisce meno di te.
L'altra categoria, molto più ampia, comprende la maggior parte dei GM che mi sono capitati a tiro. Nel senso che a qualcuno proprio non frega un cazzo. Che votano cosa vota mamma, (anzi papà, che l'uomo c'ha questa fama di capirsene meglio di politica. E figurati, noi al massimo leggiamo su Marie Claire quando esce l'ultimo modello della borsa di Marc Jacobs) chi ha il cartellone più bello, quello più figo (e qui però é difficile), proprio senza razzismo partitico.
Poi c'é anche il GM a cui non frega un cazzo, ma ha memorizzate nella RAM quelle due o tre nozioni base che lo orientano verso un partito piuttosto che un altro. Quelle imparate a Pontida, ad un comizio del PD, a una riunione dei Verdi (esistono ancora?) o forse da un quarto d'ora di intervista o video su Youtube. E hanno anche la risposta pronta in caso qualcuno intendesse farsi i cazzi loro con la domanda più temuta in tempo di campagna elettorale: "Ah voti Pierpetto e il suo partito per i diritti delle pantegane nella metro di Milano? Interessante, COME MAI?" E lì sbam, di solito uno cade dal pero e balbetta due o tre stronzate, scena che ricorda tanto le mie interrogazioni di letteratura latina al liceo, dove andavo un po' a naso, di improvvisazione.
Poi in realtà mi sento in dovere di aggiungere una terza categoria, che sta un po' in mezzo.
Nella quale io rientro a braccia aperte, a piene mani, alla cieca.
Quella del GM che alla soglia del 23 anni, della laurea, dello stage, dell'imminente lavor…disoccupazione, capisce che sì, forse é il momento di non fare solo il sudoku nell'ultima pagina di Metro ma di leggere anche le pagine prima o - addirittura - comprarsi un giornale e leggersi anche le notizie di attualità.
Quelli che tentano di capirci qualcosa di coalizioni, alleanze, propositi, promesse, debito pubblico, spread, BTP e bund, evasione fiscale, IMU, ICI e altre due o tre siglette.
Ma la missione é tutt'altro che semplice.
Il GM tende a informarsi su Internet. Che fa la sua porca figura, ovviamente. Tranne quando il GM si fa prendere per il naso da notizie false, verosimili, senza andare a verificare le fonti, e le condivide su facebook con forza battagliera, per poi essere smerdato in tempo da zero da chi appartiene alla prima categoria sopracitata.
Allora si passa alla tv.
Che é un bene no, mi dirai.
Ci sono tanti di quei programmi di approfondimento, in questo periodo, che uno potrebbe tranquillamente non staccarsi mai dalla poltrona.
Peccato che tu guardi il programma e non capisci un cazzo.
Tre ore di dibattito in cui sembra di stare all'assemblea d'istituto della prima liceo.
Due o tre che si scannano parlandosi sopra, di cui uno di solito é DiPietro che se anche parla da solo hai difficoltà a distinguere le parole, gli altri che fanno la faccia annoiata e si scaccolano, e mai uno che tiri fuori due dati seri.
Ci sono sempre e solo frasi come "secondo i miei dati.." cioé, ma fammi capire, i dati non sono oggettivi? Non sono l'unica cosa su cui non ci piove?
Non c'era quel famoso detto "La matematica non é un'opinione?"
A quanto pare in politica no.
Così battibeccano per ore e finiscono per insultarsi e mandarsi frecciatine, perdendo per esempio il punto principale, come chessò, la disoccupazione o l'IMU.
Poi ci sarebbero i giornali, che peraltro il GM repelle, a meno che non sia la Gazzetta.
Che sia quindi che il GM non ha grandi speranze?
La solita storia del lamentiamoci pure ma quando bisogna fare qualcosa io non mi sento responsabile?
Non sono una che appoggia la teoria choosy della Fornero, perché vedo quanto in tanti si facciano il culo quadro per avere un lavoro, per tenerselo e per giustificarsi col mondo se si ha voglia di arrivare in alto, chessò a fare un giorno il lavoro dei sogni, guardato con apprensione dai Grandi Capi, quello sguardo da "che tenerezza che mi fai, io il culo di cui non lo sposto finché non ho il pannolone, tu puoi sperare di portarmi il caffè per ancora vent'anni".
Che in questo paese la vecchiaia avanzi, insieme all'avarizia, alla sete di potere, alla preferenza per la via più corta e più furba invece che per il sudore della fronte, lo sapevamo già.
Che i giovani non siano catalogati come risorsa ma come qualcosa da sfruttare, pure.
Ma dall'altra parte tanti GM non riescono a vedere al di là del proprio naso, né vogliono provarci.
mercoledì 23 gennaio 2013
Quello che non ti aspetti
Mi ero ripromessa di scrivere sull'ultima settimana che ho passato in suolo statunitense, poi uno torna, si vede riappioppati i problemi che erano svaniti magicamente in quattro mesi di alienazione, e niente, non si ha avuto tempo.
Adesso lo si ha.
L'ultima settimana americana l'ho passata, indovinate voi dove?
Esatto.
In quello che è stato il crocevia di tutti i miei spostamenti in giro per gli stati, quello dove ho preso aerei, treni e pullman, dove ormai conoscevo a memoria Porth Authority, la stazione dei pullman, dove sono arrivata per l'ultima volta, in quei quattro mesi.
Ho passato il Natale a New York.
Per la prima volta, il giorno di Natale, ho visto New York addormentata, assopita, stropicciata.
I negozi chiusi, il vento forte di mare che trascinava foglie, cartacce, e pure senzatetto, qui e là, senza meta.
Persino il colosso di Macy's, in pieno centro, aveva le vetrine sfavillanti spente e le serrande abbassate.
Non male per la città che non dorme mai.
Ma in quel momento, vedendola spogliata dei suoi miti, della sua forza, delle sue luci, del suo vociare, con me e i pochi temerari che hanno sfidato la pioggia del 25 dicembre mista a neve per gironzolare all'aria aperta, mi sono sentita quasi a casa.
Il nesso sarà anche poco logico, ma la sensazione di sapere che ogni città si assopisce, si accoccola davanti al camino (che, peraltro, non ho mai avuto) dopo il pranzo di Natale, dove comunque una piccola minoranza preferisce andare al ristorante, soprattutto uomini d'affari russi e turisti, insomma questa sensazione, mi ha fatto sentire a casa.
Dove dopo pranzo alcuni valorosi escono di casa, più per esigenza di digerire che per voglia, e camminano lenti e imbottiti di cibo per le vie grigiognole senza nessun segno apparente di vita.
Perchè Natale è uguale a Savona come a New York.
Sono cose.
Ho sbirciato dentro finestre illuminate anche lì. Dentro Finestre moderne, con gli infissi scintillanti, in grandi grattacieli misto vetro, e cosa ci ho visto?
Una luce gialla, calda, in netto contrasto col nero lucido e freddo del guscio esterno, che faceva da contorno ad un enorme albero di Natale addobbato con cura.
Come poteva essere il mio.
Ora, sarò un cuore di panna, ma non ho mai potuto fare a meno di trovare il lato umano di tutte le città che ho visitato.
Il cuore pulsante, quello che va oltre al turismo, allo shopping, ai ristoranti in voga, ai locali dove si fa la coda fuori, alle viste famosi, ai musei e alle foto inflazionate. (Che ho fatto anche io, non preoccupatevi.)
Infatti, parlando di New York, ne avevo già parlato qui.
Quando inizi ad entrare in confidenza con una città, come con un'amica, non ti importa più di vederla ben truccata, con la piega, la tinta appena fatta, i vestiti stirati che sanno di detersivo.
Quando si entra in confidenza ci si vede in pigiama, col trucco un po' colato, con l'occhiaia che fa capolino.
Lo stesso mi succede con le città, e prima di New York mi era successo con Milano, con cui ho avuto il tempo di rapportarmi abbastanza a lungo, e passare dal detestare quella sua puzza sotto il naso, quel traffico impazzito e quella sua voglia di mostrarsi, ad amare dettagli più sottili, invisibili all'occhio famelico del turista.
E il cuore pulsante di New York l'ho trovato non sull'Empire State Building, non nel MoMa, non sulla crociera sull'Hudson (in ogni caso da togliere il fiato) ma nelle stradine del Greenwich Village, del Garment District, di Tribeca, di Chelsea. Dove ho trovato posticini piccoli e invitanti dove mangiare, anche il giorno di Natale, pochi negozi aperti e i resti di qualche mercatino di Natale. Sorseggiando Apple Cider bollente e tè allo zenzero e miele, così in contrasto col freddo pungente che arriva dall'oceano.
Il cuore pulsante l'ho trovato nella metropolitana, in quel budello infinito e puzzolente che si muove silenzioso sotto le strade di Manhattan, quando il 24 dicembre un gruppo di quattro uomini di mezza età di colore, muniti solo di cappello di Babbo Natale, hanno cantato Jingle Bells acappella con un'intonazione perfetta, un sorriso così aperto e bianco sui loro visi tesi e stanchi, con una gioia che faceva apertamente contrasto con le facce tese dei NewYorkesi. Il cuore pulsante è esploso quando tutto il vagone ha tolto le mani dai guanti, dalle tasche dei cappotti, per scoppiare in un applauso felice, genuino, non forzato, un applauso per quei due minuti di felicità e allegria genuina che sono così difficili da trovare in metropolitana all'ora di punta.
Come al solito, inutile descrivere la vista dall'Empire, i corridori professionali e non in Central Park, il Top of The Rock o le luci di Natale del Rockefeller Center.
A me piace la New York un pò così.
Che mi ricorda casa.
Adesso lo si ha.
L'ultima settimana americana l'ho passata, indovinate voi dove?
Esatto.
In quello che è stato il crocevia di tutti i miei spostamenti in giro per gli stati, quello dove ho preso aerei, treni e pullman, dove ormai conoscevo a memoria Porth Authority, la stazione dei pullman, dove sono arrivata per l'ultima volta, in quei quattro mesi.
Ho passato il Natale a New York.
Per la prima volta, il giorno di Natale, ho visto New York addormentata, assopita, stropicciata.
I negozi chiusi, il vento forte di mare che trascinava foglie, cartacce, e pure senzatetto, qui e là, senza meta.
Persino il colosso di Macy's, in pieno centro, aveva le vetrine sfavillanti spente e le serrande abbassate.
Non male per la città che non dorme mai.
Ma in quel momento, vedendola spogliata dei suoi miti, della sua forza, delle sue luci, del suo vociare, con me e i pochi temerari che hanno sfidato la pioggia del 25 dicembre mista a neve per gironzolare all'aria aperta, mi sono sentita quasi a casa.
Il nesso sarà anche poco logico, ma la sensazione di sapere che ogni città si assopisce, si accoccola davanti al camino (che, peraltro, non ho mai avuto) dopo il pranzo di Natale, dove comunque una piccola minoranza preferisce andare al ristorante, soprattutto uomini d'affari russi e turisti, insomma questa sensazione, mi ha fatto sentire a casa.
Dove dopo pranzo alcuni valorosi escono di casa, più per esigenza di digerire che per voglia, e camminano lenti e imbottiti di cibo per le vie grigiognole senza nessun segno apparente di vita.
Perchè Natale è uguale a Savona come a New York.
Sono cose.
Ho sbirciato dentro finestre illuminate anche lì. Dentro Finestre moderne, con gli infissi scintillanti, in grandi grattacieli misto vetro, e cosa ci ho visto?
Una luce gialla, calda, in netto contrasto col nero lucido e freddo del guscio esterno, che faceva da contorno ad un enorme albero di Natale addobbato con cura.
Come poteva essere il mio.
Ora, sarò un cuore di panna, ma non ho mai potuto fare a meno di trovare il lato umano di tutte le città che ho visitato.
Il cuore pulsante, quello che va oltre al turismo, allo shopping, ai ristoranti in voga, ai locali dove si fa la coda fuori, alle viste famosi, ai musei e alle foto inflazionate. (Che ho fatto anche io, non preoccupatevi.)
Infatti, parlando di New York, ne avevo già parlato qui.
Quando inizi ad entrare in confidenza con una città, come con un'amica, non ti importa più di vederla ben truccata, con la piega, la tinta appena fatta, i vestiti stirati che sanno di detersivo.
Quando si entra in confidenza ci si vede in pigiama, col trucco un po' colato, con l'occhiaia che fa capolino.
Lo stesso mi succede con le città, e prima di New York mi era successo con Milano, con cui ho avuto il tempo di rapportarmi abbastanza a lungo, e passare dal detestare quella sua puzza sotto il naso, quel traffico impazzito e quella sua voglia di mostrarsi, ad amare dettagli più sottili, invisibili all'occhio famelico del turista.
E il cuore pulsante di New York l'ho trovato non sull'Empire State Building, non nel MoMa, non sulla crociera sull'Hudson (in ogni caso da togliere il fiato) ma nelle stradine del Greenwich Village, del Garment District, di Tribeca, di Chelsea. Dove ho trovato posticini piccoli e invitanti dove mangiare, anche il giorno di Natale, pochi negozi aperti e i resti di qualche mercatino di Natale. Sorseggiando Apple Cider bollente e tè allo zenzero e miele, così in contrasto col freddo pungente che arriva dall'oceano.
Il cuore pulsante l'ho trovato nella metropolitana, in quel budello infinito e puzzolente che si muove silenzioso sotto le strade di Manhattan, quando il 24 dicembre un gruppo di quattro uomini di mezza età di colore, muniti solo di cappello di Babbo Natale, hanno cantato Jingle Bells acappella con un'intonazione perfetta, un sorriso così aperto e bianco sui loro visi tesi e stanchi, con una gioia che faceva apertamente contrasto con le facce tese dei NewYorkesi. Il cuore pulsante è esploso quando tutto il vagone ha tolto le mani dai guanti, dalle tasche dei cappotti, per scoppiare in un applauso felice, genuino, non forzato, un applauso per quei due minuti di felicità e allegria genuina che sono così difficili da trovare in metropolitana all'ora di punta.
Come al solito, inutile descrivere la vista dall'Empire, i corridori professionali e non in Central Park, il Top of The Rock o le luci di Natale del Rockefeller Center.
A me piace la New York un pò così.
Che mi ricorda casa.
mercoledì 9 gennaio 2013
Pugnette più consapevoli
Primo post che non sia volante o in territorio a stelle e hamburger.
Di nuovo dalla mia scrivania, anche se tramite piccì nuovo.
Sono tornata da tipo due settimane, nel mio guscio, e l'unica cosa che mi pare di aver fatto è esser regredita.
Ho passato una settimana a rotolarmi nel letto fino alle 5 di mattina, col cervello che faceva la spaccata tra il nuovo continente e il vecchio, a svegliarmi a ore improbabili, a desinare a orari davvero poco umani, a non avere progetti. A rispondere alle domande delle persone con un "umphf" di circostanza, al pensare alla mia imminente laurea come una mucca pensa al momento del macello, a propormi ogni maledetta sera di dormire presto e svegliarmi presto per studiare, senza aver mantenuto il proposito manco una volta. Ho ritrovato un pò della voglia di fare, quella che ti fa sentire piena di vita, manco fossi Tonino Guerra e il suo ottimismo che è il profumo della vita, quando mi hanno portata nella nuova redazione per il giornale online con cui collaboro.
Perchè sì, sognare un fa mai male, no?
Ho avuto una di quelle giornate superproduttive conclusa con una lezione di zumba per buttare giù 'sta buzza da Homer Simpson che mi è venuta dopo svariati camion di Budwiser.
Ma sono stata in grado di cambiare umore nello stesso tempo con cui Sara Tommasi si cala le mutande, quindi tempo il mattino dopo, con sveglia ad un'ora improbabile, mi sono lasciata riportare nel mare di apatia in cui mi autoseppellisco spesso.
Insomma, sono sempre la solita svanita che mi fa incazzare. E più mi faccio incazzare più mi deprimo, più mi vittimizzo e più non combino nulla.
Era da un bel pò che non mi sentivo così, sarà che l'aria di casa per molte cose rinvigorisce (annuncio cum sommo gaudio che ho perso due chili) per altre mi stende a terra come solo un provincialismo semisnob può fare.
Da una parte mi ritrovo a camminare per le (tre strade) di casa con gli occhi che si meravigliano di dettagli che ci sono sempre stati e io non avevo mai notati, dall'altra ogni mattina mi sveglio con uno spleen esistenziale che manco Baudelaire nelle sue giornate peggiori.
Sarà che la coccola fa piacere, ammorbidisce, ci riporta all'infanzia, ci vizia e riempie i nostri vuoti, ma nello stesso tempo annienta le battaglie già vinte con l'indipendenza.
Assopisce il neurone, impigrisce.
Se non sono forzata dagli eventi, io mi lascio cullare dalla mia nullafacenza, senza ritorno, senza possibilità di redenzione.
Una cosa, però, ho imparato laggiù, in quel posto bruttino e provinciale che ho chiamato Casa per quattro mesi, che nessuna pigrizia, nessun vizio e nessuna brutta abitudine riuscirà a strapparmi via.
Che, prima di tutto, devo fare i conti con me.
Che poco importa fare i conti con gli altri, se prima di tutto non ci sei tu.
Che non c'è nessuno che io debba temere più di me, del mio giudizio e del mio benessere.
Cosa che non avevo mai calcolato.
Il mio giudizio era sempre una conseguenza degli eventi, della catena di persone che bisogna compiacere nella vita perché-sai-ormai-siamo-qui-e-dobbiamo-sorridere, dell'essere a posto davanti a chi sai che ti ha sempre giudicata e sempre lo farà, o forse lo farà solo nella tua testa.
Insomma, sono sempre stata in balia di una lunga serie di pugnette mentali che si fa sempre una fatica boia a lasciarsi alle spalle.
Non dico di averle seminate in terra statunitense e lasciate lì a beneficio del prossimo, perchè spesso me ne porto dietro ancora una svariata quantità, ma sono pugnette più consapevoli.
Saran traguardi, no?
Di nuovo dalla mia scrivania, anche se tramite piccì nuovo.
Sono tornata da tipo due settimane, nel mio guscio, e l'unica cosa che mi pare di aver fatto è esser regredita.
Ho passato una settimana a rotolarmi nel letto fino alle 5 di mattina, col cervello che faceva la spaccata tra il nuovo continente e il vecchio, a svegliarmi a ore improbabili, a desinare a orari davvero poco umani, a non avere progetti. A rispondere alle domande delle persone con un "umphf" di circostanza, al pensare alla mia imminente laurea come una mucca pensa al momento del macello, a propormi ogni maledetta sera di dormire presto e svegliarmi presto per studiare, senza aver mantenuto il proposito manco una volta. Ho ritrovato un pò della voglia di fare, quella che ti fa sentire piena di vita, manco fossi Tonino Guerra e il suo ottimismo che è il profumo della vita, quando mi hanno portata nella nuova redazione per il giornale online con cui collaboro.
Perchè sì, sognare un fa mai male, no?
Ho avuto una di quelle giornate superproduttive conclusa con una lezione di zumba per buttare giù 'sta buzza da Homer Simpson che mi è venuta dopo svariati camion di Budwiser.
Ma sono stata in grado di cambiare umore nello stesso tempo con cui Sara Tommasi si cala le mutande, quindi tempo il mattino dopo, con sveglia ad un'ora improbabile, mi sono lasciata riportare nel mare di apatia in cui mi autoseppellisco spesso.
Insomma, sono sempre la solita svanita che mi fa incazzare. E più mi faccio incazzare più mi deprimo, più mi vittimizzo e più non combino nulla.
Era da un bel pò che non mi sentivo così, sarà che l'aria di casa per molte cose rinvigorisce (annuncio cum sommo gaudio che ho perso due chili) per altre mi stende a terra come solo un provincialismo semisnob può fare.
Da una parte mi ritrovo a camminare per le (tre strade) di casa con gli occhi che si meravigliano di dettagli che ci sono sempre stati e io non avevo mai notati, dall'altra ogni mattina mi sveglio con uno spleen esistenziale che manco Baudelaire nelle sue giornate peggiori.
Sarà che la coccola fa piacere, ammorbidisce, ci riporta all'infanzia, ci vizia e riempie i nostri vuoti, ma nello stesso tempo annienta le battaglie già vinte con l'indipendenza.
Assopisce il neurone, impigrisce.
Se non sono forzata dagli eventi, io mi lascio cullare dalla mia nullafacenza, senza ritorno, senza possibilità di redenzione.
Una cosa, però, ho imparato laggiù, in quel posto bruttino e provinciale che ho chiamato Casa per quattro mesi, che nessuna pigrizia, nessun vizio e nessuna brutta abitudine riuscirà a strapparmi via.
Che, prima di tutto, devo fare i conti con me.
Che poco importa fare i conti con gli altri, se prima di tutto non ci sei tu.
Che non c'è nessuno che io debba temere più di me, del mio giudizio e del mio benessere.
Cosa che non avevo mai calcolato.
Il mio giudizio era sempre una conseguenza degli eventi, della catena di persone che bisogna compiacere nella vita perché-sai-ormai-siamo-qui-e-dobbiamo-sorridere, dell'essere a posto davanti a chi sai che ti ha sempre giudicata e sempre lo farà, o forse lo farà solo nella tua testa.
Insomma, sono sempre stata in balia di una lunga serie di pugnette mentali che si fa sempre una fatica boia a lasciarsi alle spalle.
Non dico di averle seminate in terra statunitense e lasciate lì a beneficio del prossimo, perchè spesso me ne porto dietro ancora una svariata quantità, ma sono pugnette più consapevoli.
Saran traguardi, no?
domenica 30 dicembre 2012
Vaneggiamenti aerei
Da vera poetessa di alto spessore culturale, mentre Lui si scoppiava un film da Oscar in stile fantascientifico sull'aereo, ho scritto questo post nelle note, promettendomi di pubblicarlo non appena arrivata. Tutto vostro.
Dopo quattro mesi e dieci giorni, di nuovo su un volo Delta.
Dopo quattro mesi e dieci giorni, di nuovo su un volo Delta.
Sembra ieri.
Seduta vicino ad un'americana che ha mangiato tutto il suo cibo più quello del marito, tanto che volevo offrirle pure il mio budino.
Da sola, spaventata e elettrizzata allo stesso tempo.
Sembra ieri e invece é oggi e sto già tornando indietro.
Io e praticamente un infante.
8 chili tondi tondi.
Diciamo che quest'America mi rimarrá addosso per un bel pó.
Una settimana fa ho detto addio ad Albany.
Come al solito, sembrava che mi avessero anestetizzata.
Qualche giorno prima, salutando Marina, avevo i lacrimoni come i bimbi quando diventano tutti rossi e bramano il ciuccio.
Quando é toccato a me tutto é volato col tasto forward.
La mattina della mia partenza me la ricordo come passata in un soffio.
Un attimo prima ero nelle mie lenzuola zebrate a ronfare allegramente e un momento dopo ero sul taxi. In mezzo ci sono state due ore di lotta contro il tempo e lo spazio.
Diciamo che quattro mesi di vita se sei me hanno bisogno di tanta roba.
Se poi hai dei problemi a controllarti quando vai al mall, ancora di più.
Ho dovuto abbandonare a Marina, nell'ordine: la mia borsa dell'acqua calda, la brocca per scaldare l'acqua, le lenzuola, le coperte, il cuscino, duemila attaccapanni e le mie preziose salviette per il sedere dei bimbi.
E nonostante l'abbandono le mie due valige avevano lo stesso il peso specifico del piombo.
Un grazie a Stephen che se le é trascinate giù dalle scale.
Rischiando l'ernia ad ogni passo.
Insomma.
Ho chiuso la porta della mia stanza velocemente, un ultimo sguardo per controllare se avessi lasciato qualcosa di basilare, tipo, che ne so, il passaporto.
Niente sguardi languidi che durano ore, niente carezze al legno della scrivania (?), niente mano appoggiata sul vetro dalla finestra guardando fuori.
Dite che ho visto troppi film?
Il resto lo sapete già.
In un attimo ero nel taxi.
E l'attimo dopo nella stazione dei pullman.
E poi sul bus.
Che ha deciso di fare una deviazione passando dal Bronx.
In ogni caso, passare il Natale a New York mi ha un pó distratta.
Tipo ora mi sento come se fossi arrivata qui il 20 dall'Italia.
Poi ripenso alla fatica che ho fatto per trascinare le valige in metro fino all'aeroporto e mi ricordo quanta roba avevo.
Possibile che questo semestre stia già svanendo?
Che stia giá sfumando nei ricordi?
Che stia lasciando un gusto dolce in bocca, come quei momenti preziosi dell'infanzia, anche se non ti ricordi esattamente cosa é successo?
Le altre, che sono già a casa da qualche giorno, dicono che una volta messo piede oltre la soglia di casa sembra di non essere mai partite.
Buffa la nostra memoria.
Più tenta di afferrare un ricordo, di renderlo nitido, di disegnarne i contorni, più il ricordo sfugge.
Si deforma, si frantuma e a noi rimangono dei pezzi.
Per esempio, adesso tutto mi sembra compresso.
Non ricordo esattamente la lunghezza dei mesi.
Novembre é volato come esattamente le prime due settimane di dicembre.
Dove sono finiti i giorni?
Come hanno fatto a contrarsi e sgusciare via così?
Ma i miei sensi funzionano meglio di qualsiasi tipo di sforzo mentale per ricordare.
E' facile con la vista: ricordo perfettamente ogni momento attaccato ad una fotografia, mentre i giorni in cui non ne ho fatte sono più sottili, più impalpabili.
Allo stesso modo le canzoni sono attaccate a dei momenti.
Non potrò più ascoltare "Work Out" senza ricordarmi che era la sveglia di Marina.
Né "Mr. Wonderful" senza pensare a me Sara camminando a ritmo di musica per Western Avenue.
Né "Die Young" senza ricordare la sera del compleanno di Alice a bere qualche birra nella sua stanza.
Né Gangnam style senza ricordare quella sera in quel bar anonimo nel Wisconsin, a ballare con nuovi amici con una spensieratezza che chissá se ritroverò mai.
Né Alright di Pitbull senza pensare allo sculettamento mio e di Marina a zumba.
Anzi, la sto ascoltando in questo momento e sto iniziando a dondolare a destra e a sinistra.
Credo che il mio vicino intellettuale alla mia sinistra sia già spaventato.
E abbiamo ancora sei ore di volo.
Non riesco ancora a capacitarmi del fatto che tra sei ore planerò nella terra dove tutti parlano italiano.
Sembro demente, me ne rendo conto.
Ma essere circondata da gente che parla un'altra lingua all'inizio fa strano, poi ti abitui. A crearti il tuo guscio, dove loro non possono capirti ma tu puoi capire loro, puoi interagire ma allo stesso tempo distanziarti.
E a casa questo tipo di privacy sconosciuta non si può avere.
Comunque.
Dicevo.
L'olfatto rimarrà sempre il senso che mi emoziona di più.
L'altro giorno camminavo per New York e per un attimo mi é arrivata un'ondata di odore di lavatrice.
Lo stesso odore indescrivibile di quando scendevo nel seminterrato con il mio sacchetto di roba da lavare e il profumo caldo di pulito mi inondava le narici.
L'odore di camera di Marina allo stesso tempo.
Un misto del suo profumo, delle sue maledette candele profumate (confiscate dopo tipo due settimane) e del suo detersivo.
L'odore che c'era nelle classi.
L'odore del profumo di Lorraine ogni volta che ci abbracciavamo per dirci "I will miss you so much"
L'odore delle salviette profumate che usavo per spolverare.
L'odore di fritto che mi rimaneva addosso ogni santa volta che scendevo a mangiare.
Ecco quest'ultimo spero di non sentirlo per un pó.
L'America mi ha lasciato non so quanti ricordi, mi ha vista crescere velocemente in quattro mesi (e NO, non solo in larghezza, maledetti malpensanti) e grazie a lei d'ora in poi guarderò il mondo con occhi un pó diversi.
Un pó piú globalizzati.
Un pó piú grassi.
Un pó piú "yo!"
Un pó piú grandi.
Ed é il regalo più bello che questo paese potesse lasciarmi.
giovedì 27 dicembre 2012
Are you coming home?
Cause di forza maggiore (leggi: impacchettamento, addii e mancanza di wifi) nessun post all'ultimo momento prima di lasciare quel buco che mi ha accolta per ben 4 mesi.
Forse é stato meglio così.
Primo post dal mio nuovo bambino.
E adesso faccio i conti con l'ultima notte a NYC. Ultima notte negli States.
L'ultima volta che ho dormito nel mio letto é stata la notte del 17 agosto.
Per quattro mesi mi sono addormentata in letti sconosciuti, uno dei quali era quasi diventato casa.
Il mio odore ci era rimasto impresso sopra. Non nelle lenzuola. Proprio nel letto.
Nel materasso, nelle doghe, nel legno.
La stanza 306 avrà per sempre un pó del mio odore, non importa chi ci dormirà. Chissá chi, poi.
In ogni caso, sono nella mia minuscola stanza nel cuore di Manhattan, oggi ha nevicato potentemente e mi sono bagnata fino all'osso. Tento invano di far entrare tutto nelle valige.
Sono così agitata che non so descriverlo.
Il semestre che ho appena passato é così vivido nella mia mente e allo stesso tempo così sfocato, come fosse stato tutto un sogno.
Solo una settimana fa salutavo tutti.
Mi aspettavo singhiozzi, lacrime, nasi rossi e mascara colato.
E invece, composta e sorridente, ho abbracciato tutti, uno per uno, con la promessa di rivederci presto.
Sono salita sul mio taxi, unito pollici e indici a forma di cuore dal finestrino, e guardato per l'ultima volta tutti loro fuori dall'Alumni, con un sorriso.
Ok, ho iniziato a piagnucolare appena girato l'angolo.
Ma per pochino.
Non ho ancora realizzato il tutto, credo.
Forse penso solo di prendere il pullman che mi riporta lí, domani.
invece che un volo Delta che mi recapita a Malpensa.
Quante parole che avrei da dire, quanto sonno che ho in questo momento e quanto groppo in gola che mi si sta creando.
Ho troppi pensieri ingarbugliati. Mi toccherà sbrogliarli.
Prima o poi.
Non adesso.
Fare i conti con troppe cose contemporaneamente non é da me.
Le metto tutte in stand by per qualche giorno.
Finché non saró rincoglionita dal jet-lag e odore di casa.
Allora sí, che sará il momento di fare i conti con i miei nodi alla gola.
Are you coming home?
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martedì 11 dicembre 2012
#leaveamessage
Mi faccio promotrice di una cosa carinissima, a cui ho partecipato anche l'anno scorso.
Se siete anche solo curiosi, cliccate proprio qui che non fate fatica e questa iniziativa è senza sforzo ma di grande effetto.
Come dice l'hashtag, #leaveamessage è un modo per sorridere anche quando le cose vanno
Si tratta semplicemente lasciare dei bigliettini in giro per la vostra città, in posti facilmente raggiungibili, con frasi positive, buffe, che facciano ridere, che facciano scompisciare il prossimo.
Insomma, qualcosa di carino che vorremmo che fosse detto a noi.
Per dire, non "sono solo le otto di mattina, hai le occhiaie ma la tua giornata può ancora peggiorare, potresti tipo pestare una cacca con le tue Loboutin nuove".
Ma qualcosa del tipo "Dopo l'ufficio premiati col calendario della Santarelli, te lo meriti". "Regalati un massaggio questo weekend, il tempo dedicato a te è sempre il migliore"
Insomma, capito il concetto, no?
Ficcateli in un libro della biblioteca, tra i giornali al bar, in una cassetta delle lettere, sui banchi di scuola.
L'unico senso che ha questa iniziativa è sorprendere positivamente.
Quest'anno l'iniziativa sostiene anche l'Ospedale Meyer, per sapere tutto vi rimando al link di cui sopra.
Io lo faccio da qui.
Voi fatelo a casa, anime aride che non siete altro.
Trovate dieci minuti per scrivere due frasi carine, e spargete un pò di buonumore nel mare di cinismo in cui ci troviamo in questo periodo.
Combattiamo la nostra pigrizia e la nostra mancanza di iniziativa con questa trovata carinissima.
E' gratis e comporta sforzo pari a zero.
Se avete twitter, twittate l'hashtag #leaveamessage e il luogo dove avete lasciato il bigliettino, e la città, così che possa essere trovato più facilmente.
Spargete la voce, condividete questa pagina o il link a cui vi ho rimandati, e piegati quegli angoletti della bocca all'insù.
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Assenze fisiche e mentali
Un mese e qualche spicciolo da quando ho rimesso piede in suolo italiano e ancora ho un sentimento dolceamaro, come se da una parte ancora aspettassi il giorno in cui riprenderò quell'aereo, quel pullman e mi farò scaricare di nuovo alla stazione del pullman di Albany.
Sapete che sono una persona malinconica, che vive di ricordi, magari una manciata di rimorsi ma davvero pochi rimpianti.
In tutto questo Marina é tornata lì, ogni giorno posso vedere come se la cava senza di noi, senza di me, in quel dormitorio dove qualcuno dorme nel mio letto, ha appeso foto sul mio muro, sta impregnando la mia stanza di un odore che non é il mio.
Che presuntuoso il genere umano. Quella stanza, prima di me, sarà stata occupata da decine di studenti, eppure la sento mia quasi più di quella di casa.
Quante decisioni, quante chiacchiere, quanti sogni, quante paranoie, quante sveglie stropicciate, quanti notte brave addormentata vestita, quanto odore di cinese é rimasto quella volta che ero talmente stanca che alle cinque del mattino l'ho portato in camera, mentre la mia coinquilina dormiva. [Che coinquilina di merda, che sono]
Quante docce fatte di corsa, dieci minuti prima di uscire, con una mano impegnata a mettermi il mascara e l'altra a reggere il phon.
Quante notti piene di impegno nel trovare la serratura, a farmi shh da sola mentre cercavo di cambiarmi al buio all'alba per non svegliarla.
Quante confidenze, fatte da menti diverse, da culture diverse, che poi alla fine si assomigliano tutte.
Quanti sogni, speranze, paure condivise, sempre le stesse. Che tu abbia vent'anni in Spagna, in Italia, in Irlanda o in Brasile, li porti allo stesso modo.
Dicevo, vedo Ma che mi manda foto su snapchat [la trovata dell'anno] immersa nelle lenzuola zebrate che le ho lasciato, che va alla lezione di zumba a cui andavamo insieme, che beve una birra ad DeJohn's e, anche solo per una giornata, vorrei avere il dono dell'ubiquità. Spostarmi lì, fare finta che nulla sia cambiato, e continuare il semestre nella 306.
Percepisco l'assenza fisica, materiale, dei suoi abbracci, del suo profumo ogni volta che si stava insieme a chiacchierare. Mi manca l'assenza fisica del suono della risata di Sara, della sua energia, del suo saltellare allegro, della sua voglia di fare e di mediare, quella voglia di mediare che a me é sempre mancata, io spirito inquieto e battagliero che non sono altro. Mi manca l'assenza fisica di Marina che é sempre in grado di rassicurarti, di farti sentire che sí, andrà davvero tutto bene. Che tante volte le cose vanno prese alla leggera, cosa che io riesco a fare davvero male. Mi manca l'assenza fisica di Alice e della sua praticità, delle innumerevoli chiacchierate sulle scale, del continuo confronto tra li e qui, tra quello che ci aspettavamo prima di partire e quello che abbiamo davvero trovato qui.
Mi manca il sorriso di Lorraine, quello dolce, quello timido all'inizio ma ripieno di un affetto genuino.
Mi manca anche sentirmi rincoglionita le prime settimane, quando preferivo stare zitta durante una chiacchierata a cena piuttosto che sbagliare il verbo in una frase.
Mi mancano le voci di tutti, gli accenti che ho sempre fatto una fatica boia a capire, i modi di dire.
Degli Stati Uniti mi manca il modo di vivere la vita più rilassato e più impegnato allo stesso tempo.
Mi manca quella noncuranza del giudizio altrui che qui ci impregna fino a farci soffocare.
Mi manca quell'orgoglio di camminare per strada per quello che si é, non per quello che si indossa o per il taglio di capelli.
Mi manca quella voglia di scoprirsi dentro perché del fuori poco interessa.
Mi manca quella curiosità che le persone hanno per il diverso, per il nuovo, lo straniero.
Alla fine cosa é davvero diverso, straniero, nel paese che ha più radici e allo stesso tempo non ne ha?
Nel paese che vive di differenze e le esalta?
Mi manca tantissimo quel genere di gentilezza e cortesia genuine che le persone hanno nel sangue.
Mi manca scontrare qualcuno col carrello da Walmart, chiedere scusa e sentirmi rispondere col sorriso che non importa.
Ho preso per sbaglio il carrello di una signora all'Esselunga a Milano, la settimana scorsa, [vuoto, n.b.] e ha pensato che volessi rubarle l'euro che c'era dentro. Le ho chiesto scusa ridendo, perché avevo fatto confusione.
Lei non mi ha nemmeno guardata, si é ripresa il carrello ed é filata via, convinta che fossi una poco di buono.
Sai com'é, anche il capello tinto di rosso alla sciura milanese un po' sa di pericoloso.
Scusate, questa mi é proprio scappata.
In ogni caso, dicevo che mi manca quel rispetto per il prossimo che qui non abbiamo.
Certo, ogni paese ha le sue piaghe e contraddizioni, l'America ha da fare i conti con tutte le ferite aperte causate dalla lobby delle armi e dal sentimento nazionalista insito nelle tradizioni. Ma le persone hanno allo stesso tempo un senso di solidarietà che qui noi ce lo sogniamo, qui, nel paese dove nessuno fa niente per niente.
Mi manca l'ospitalità che ho ricevuto, da persone che mi hanno aperto la loro casa per il Thanksgiving senza avermi mai vista prima.
Mi manca l'accortezza delle persone che aprono una porta prima di te in università che te la tengono aperta per farti passare.
Mi mancano gli studenti che ringraziano l'autista del bus del college ogni santa mattina.
E lui che saluta tutti, fa fermate apposta per chi glielo chiede.
Mi mancano i professori che trattano gli studenti come individui pensanti, con cui instaurano un rapporto più profondo rispetto a quello faccia faccia un'aula universitaria.
Mi manca la signora della mensa che si ricorda chi sei, ti fa i complimenti per un maglione nuovo e ti dice quanto é bella la mattinata di sole che si vede dalle ampie vetrate della Dining Hall.
Mi manca perdermi in un mondo che non é il mio, ma che forse spesso mi ha capito molto meglio di quello in cui posso girare a occhi chiusi.
Il GM in tempo di campagna elettorale
Poteva mancare il post scritto dal sedile di un intercity Savona-Milano?
Potevate scamparvelo?
No.
Anche perché mi annoio.
E linguistica francese ha perso come alternativa allo scrivere.
In ogni caso, in questi giorni frenetici di mezzi traslochi, due giorni a casa e due a Milano, spese, ambientamento in nuove camere e vecchie aule universitarie, mi rendo conto che le elezioni stanno arrivando. E che io ho le idee un pelino confuse.
Ora, lungi da me aprire una discussione su vari orientamenti politici, io che potrei argomentarla nello stesso modo in cui Luca Giurato parla del travaso del basilico a Uno Mattina. (Ma c'é ancora? È vivo?)
Ma volevo fare un rapido resoconto di come noi vediamo la politica.
Noi inteso giovani, più o meno maturi, più o meno indipendenti, ma molto più dipendenti (non nel senso lavoratori, ma nel senso che dipendono da mammà)
A mio parere il GM (Giovane Medio) si distingue in due grandi categorie.
Quello che si interessa e quello a cui non frega un cazzo.
Semplice.
E devo ammettere che ne conosco molti di più della seconda categoria.
Di solito la prima categoria non ha nemmeno bisogno di smazzarsi ore di Ballarò, ServizioPubblico, OttoeMezzo e chi più ne ha più ne metta, perché già SA cosa vuole votare. Lo sa da una vita, conoscendo anche la storia e gli orientamenti di ciascun partito. Praticamente conoscevano Renzi da prima che facesse il politico (quindi quando aveva dodici anni), Berlusconi quando aveva ancora i capelli e Bossi quando diceva qualcosa che avesse un senso logico e sintattico (quindi forse mai?).
Sono quelle persone con cui di solito tu, il rincoglionito di turno, non oseresti mai aprire il discorso politico, perché sai già che perderesti in partenza.
Tu che hai in serbo due o tre frasette banali, magari anche tautologiche, per esprimere il tuo punto di vista, vieni travolto dalla retorica perfetta e da citazioni storiche/aneddoti/esempi/dati/tabelle come se non ci fosse un domani, roba che dopo cinque minuti ci rinunci e provi a parlarne con qualcuno che ne capisce meno di te.
L'altra categoria, molto più ampia, comprende la maggior parte dei GM che mi sono capitati a tiro. Nel senso che a qualcuno proprio non frega un cazzo. Che votano cosa vota mamma, (anzi papà, che l'uomo c'ha questa fama di capirsene meglio di politica. E figurati, noi al massimo leggiamo su Marie Claire quando esce l'ultimo modello della borsa di Marc Jacobs) chi ha il cartellone più bello, quello più figo (e qui però é difficile), proprio senza razzismo partitico.
Poi c'é anche il GM a cui non frega un cazzo, ma ha memorizzate nella RAM quelle due o tre nozioni base che lo orientano verso un partito piuttosto che un altro. Quelle imparate a Pontida, ad un comizio del PD, a una riunione dei Verdi (esistono ancora?) o forse da un quarto d'ora di intervista o video su Youtube. E hanno anche la risposta pronta in caso qualcuno intendesse farsi i cazzi loro con la domanda più temuta in tempo di campagna elettorale: "Ah voti Pierpetto e il suo partito per i diritti delle pantegane nella metro di Milano? Interessante, COME MAI?" E lì sbam, di solito uno cade dal pero e balbetta due o tre stronzate, scena che ricorda tanto le mie interrogazioni di letteratura latina al liceo, dove andavo un po' a naso, di improvvisazione.
Poi in realtà mi sento in dovere di aggiungere una terza categoria, che sta un po' in mezzo.
Nella quale io rientro a braccia aperte, a piene mani, alla cieca.
Quella del GM che alla soglia del 23 anni, della laurea, dello stage, dell'imminente lavor…disoccupazione, capisce che sì, forse é il momento di non fare solo il sudoku nell'ultima pagina di Metro ma di leggere anche le pagine prima o - addirittura - comprarsi un giornale e leggersi anche le notizie di attualità.
Quelli che tentano di capirci qualcosa di coalizioni, alleanze, propositi, promesse, debito pubblico, spread, BTP e bund, evasione fiscale, IMU, ICI e altre due o tre siglette.
Ma la missione é tutt'altro che semplice.
Il GM tende a informarsi su Internet. Che fa la sua porca figura, ovviamente. Tranne quando il GM si fa prendere per il naso da notizie false, verosimili, senza andare a verificare le fonti, e le condivide su facebook con forza battagliera, per poi essere smerdato in tempo da zero da chi appartiene alla prima categoria sopracitata.
Allora si passa alla tv.
Che é un bene no, mi dirai.
Ci sono tanti di quei programmi di approfondimento, in questo periodo, che uno potrebbe tranquillamente non staccarsi mai dalla poltrona.
Peccato che tu guardi il programma e non capisci un cazzo.
Tre ore di dibattito in cui sembra di stare all'assemblea d'istituto della prima liceo.
Due o tre che si scannano parlandosi sopra, di cui uno di solito é DiPietro che se anche parla da solo hai difficoltà a distinguere le parole, gli altri che fanno la faccia annoiata e si scaccolano, e mai uno che tiri fuori due dati seri.
Ci sono sempre e solo frasi come "secondo i miei dati.." cioé, ma fammi capire, i dati non sono oggettivi? Non sono l'unica cosa su cui non ci piove?
Non c'era quel famoso detto "La matematica non é un'opinione?"
A quanto pare in politica no.
Così battibeccano per ore e finiscono per insultarsi e mandarsi frecciatine, perdendo per esempio il punto principale, come chessò, la disoccupazione o l'IMU.
Poi ci sarebbero i giornali, che peraltro il GM repelle, a meno che non sia la Gazzetta.
Che sia quindi che il GM non ha grandi speranze?
La solita storia del lamentiamoci pure ma quando bisogna fare qualcosa io non mi sento responsabile?
Non sono una che appoggia la teoria choosy della Fornero, perché vedo quanto in tanti si facciano il culo quadro per avere un lavoro, per tenerselo e per giustificarsi col mondo se si ha voglia di arrivare in alto, chessò a fare un giorno il lavoro dei sogni, guardato con apprensione dai Grandi Capi, quello sguardo da "che tenerezza che mi fai, io il culo di cui non lo sposto finché non ho il pannolone, tu puoi sperare di portarmi il caffè per ancora vent'anni".
Che in questo paese la vecchiaia avanzi, insieme all'avarizia, alla sete di potere, alla preferenza per la via più corta e più furba invece che per il sudore della fronte, lo sapevamo già.
Che i giovani non siano catalogati come risorsa ma come qualcosa da sfruttare, pure.
Ma dall'altra parte tanti GM non riescono a vedere al di là del proprio naso, né vogliono provarci.
Quello che non ti aspetti
Mi ero ripromessa di scrivere sull'ultima settimana che ho passato in suolo statunitense, poi uno torna, si vede riappioppati i problemi che erano svaniti magicamente in quattro mesi di alienazione, e niente, non si ha avuto tempo.
Adesso lo si ha.
L'ultima settimana americana l'ho passata, indovinate voi dove?
Esatto.
In quello che è stato il crocevia di tutti i miei spostamenti in giro per gli stati, quello dove ho preso aerei, treni e pullman, dove ormai conoscevo a memoria Porth Authority, la stazione dei pullman, dove sono arrivata per l'ultima volta, in quei quattro mesi.
Ho passato il Natale a New York.
Per la prima volta, il giorno di Natale, ho visto New York addormentata, assopita, stropicciata.
I negozi chiusi, il vento forte di mare che trascinava foglie, cartacce, e pure senzatetto, qui e là, senza meta.
Persino il colosso di Macy's, in pieno centro, aveva le vetrine sfavillanti spente e le serrande abbassate.
Non male per la città che non dorme mai.
Ma in quel momento, vedendola spogliata dei suoi miti, della sua forza, delle sue luci, del suo vociare, con me e i pochi temerari che hanno sfidato la pioggia del 25 dicembre mista a neve per gironzolare all'aria aperta, mi sono sentita quasi a casa.
Il nesso sarà anche poco logico, ma la sensazione di sapere che ogni città si assopisce, si accoccola davanti al camino (che, peraltro, non ho mai avuto) dopo il pranzo di Natale, dove comunque una piccola minoranza preferisce andare al ristorante, soprattutto uomini d'affari russi e turisti, insomma questa sensazione, mi ha fatto sentire a casa.
Dove dopo pranzo alcuni valorosi escono di casa, più per esigenza di digerire che per voglia, e camminano lenti e imbottiti di cibo per le vie grigiognole senza nessun segno apparente di vita.
Perchè Natale è uguale a Savona come a New York.
Sono cose.
Ho sbirciato dentro finestre illuminate anche lì. Dentro Finestre moderne, con gli infissi scintillanti, in grandi grattacieli misto vetro, e cosa ci ho visto?
Una luce gialla, calda, in netto contrasto col nero lucido e freddo del guscio esterno, che faceva da contorno ad un enorme albero di Natale addobbato con cura.
Come poteva essere il mio.
Ora, sarò un cuore di panna, ma non ho mai potuto fare a meno di trovare il lato umano di tutte le città che ho visitato.
Il cuore pulsante, quello che va oltre al turismo, allo shopping, ai ristoranti in voga, ai locali dove si fa la coda fuori, alle viste famosi, ai musei e alle foto inflazionate. (Che ho fatto anche io, non preoccupatevi.)
Infatti, parlando di New York, ne avevo già parlato qui.
Quando inizi ad entrare in confidenza con una città, come con un'amica, non ti importa più di vederla ben truccata, con la piega, la tinta appena fatta, i vestiti stirati che sanno di detersivo.
Quando si entra in confidenza ci si vede in pigiama, col trucco un po' colato, con l'occhiaia che fa capolino.
Lo stesso mi succede con le città, e prima di New York mi era successo con Milano, con cui ho avuto il tempo di rapportarmi abbastanza a lungo, e passare dal detestare quella sua puzza sotto il naso, quel traffico impazzito e quella sua voglia di mostrarsi, ad amare dettagli più sottili, invisibili all'occhio famelico del turista.
E il cuore pulsante di New York l'ho trovato non sull'Empire State Building, non nel MoMa, non sulla crociera sull'Hudson (in ogni caso da togliere il fiato) ma nelle stradine del Greenwich Village, del Garment District, di Tribeca, di Chelsea. Dove ho trovato posticini piccoli e invitanti dove mangiare, anche il giorno di Natale, pochi negozi aperti e i resti di qualche mercatino di Natale. Sorseggiando Apple Cider bollente e tè allo zenzero e miele, così in contrasto col freddo pungente che arriva dall'oceano.
Il cuore pulsante l'ho trovato nella metropolitana, in quel budello infinito e puzzolente che si muove silenzioso sotto le strade di Manhattan, quando il 24 dicembre un gruppo di quattro uomini di mezza età di colore, muniti solo di cappello di Babbo Natale, hanno cantato Jingle Bells acappella con un'intonazione perfetta, un sorriso così aperto e bianco sui loro visi tesi e stanchi, con una gioia che faceva apertamente contrasto con le facce tese dei NewYorkesi. Il cuore pulsante è esploso quando tutto il vagone ha tolto le mani dai guanti, dalle tasche dei cappotti, per scoppiare in un applauso felice, genuino, non forzato, un applauso per quei due minuti di felicità e allegria genuina che sono così difficili da trovare in metropolitana all'ora di punta.
Come al solito, inutile descrivere la vista dall'Empire, i corridori professionali e non in Central Park, il Top of The Rock o le luci di Natale del Rockefeller Center.
A me piace la New York un pò così.
Che mi ricorda casa.
Adesso lo si ha.
L'ultima settimana americana l'ho passata, indovinate voi dove?
Esatto.
In quello che è stato il crocevia di tutti i miei spostamenti in giro per gli stati, quello dove ho preso aerei, treni e pullman, dove ormai conoscevo a memoria Porth Authority, la stazione dei pullman, dove sono arrivata per l'ultima volta, in quei quattro mesi.
Ho passato il Natale a New York.
Per la prima volta, il giorno di Natale, ho visto New York addormentata, assopita, stropicciata.
I negozi chiusi, il vento forte di mare che trascinava foglie, cartacce, e pure senzatetto, qui e là, senza meta.
Persino il colosso di Macy's, in pieno centro, aveva le vetrine sfavillanti spente e le serrande abbassate.
Non male per la città che non dorme mai.
Ma in quel momento, vedendola spogliata dei suoi miti, della sua forza, delle sue luci, del suo vociare, con me e i pochi temerari che hanno sfidato la pioggia del 25 dicembre mista a neve per gironzolare all'aria aperta, mi sono sentita quasi a casa.
Il nesso sarà anche poco logico, ma la sensazione di sapere che ogni città si assopisce, si accoccola davanti al camino (che, peraltro, non ho mai avuto) dopo il pranzo di Natale, dove comunque una piccola minoranza preferisce andare al ristorante, soprattutto uomini d'affari russi e turisti, insomma questa sensazione, mi ha fatto sentire a casa.
Dove dopo pranzo alcuni valorosi escono di casa, più per esigenza di digerire che per voglia, e camminano lenti e imbottiti di cibo per le vie grigiognole senza nessun segno apparente di vita.
Perchè Natale è uguale a Savona come a New York.
Sono cose.
Ho sbirciato dentro finestre illuminate anche lì. Dentro Finestre moderne, con gli infissi scintillanti, in grandi grattacieli misto vetro, e cosa ci ho visto?
Una luce gialla, calda, in netto contrasto col nero lucido e freddo del guscio esterno, che faceva da contorno ad un enorme albero di Natale addobbato con cura.
Come poteva essere il mio.
Ora, sarò un cuore di panna, ma non ho mai potuto fare a meno di trovare il lato umano di tutte le città che ho visitato.
Il cuore pulsante, quello che va oltre al turismo, allo shopping, ai ristoranti in voga, ai locali dove si fa la coda fuori, alle viste famosi, ai musei e alle foto inflazionate. (Che ho fatto anche io, non preoccupatevi.)
Infatti, parlando di New York, ne avevo già parlato qui.
Quando inizi ad entrare in confidenza con una città, come con un'amica, non ti importa più di vederla ben truccata, con la piega, la tinta appena fatta, i vestiti stirati che sanno di detersivo.
Quando si entra in confidenza ci si vede in pigiama, col trucco un po' colato, con l'occhiaia che fa capolino.
Lo stesso mi succede con le città, e prima di New York mi era successo con Milano, con cui ho avuto il tempo di rapportarmi abbastanza a lungo, e passare dal detestare quella sua puzza sotto il naso, quel traffico impazzito e quella sua voglia di mostrarsi, ad amare dettagli più sottili, invisibili all'occhio famelico del turista.
E il cuore pulsante di New York l'ho trovato non sull'Empire State Building, non nel MoMa, non sulla crociera sull'Hudson (in ogni caso da togliere il fiato) ma nelle stradine del Greenwich Village, del Garment District, di Tribeca, di Chelsea. Dove ho trovato posticini piccoli e invitanti dove mangiare, anche il giorno di Natale, pochi negozi aperti e i resti di qualche mercatino di Natale. Sorseggiando Apple Cider bollente e tè allo zenzero e miele, così in contrasto col freddo pungente che arriva dall'oceano.
Il cuore pulsante l'ho trovato nella metropolitana, in quel budello infinito e puzzolente che si muove silenzioso sotto le strade di Manhattan, quando il 24 dicembre un gruppo di quattro uomini di mezza età di colore, muniti solo di cappello di Babbo Natale, hanno cantato Jingle Bells acappella con un'intonazione perfetta, un sorriso così aperto e bianco sui loro visi tesi e stanchi, con una gioia che faceva apertamente contrasto con le facce tese dei NewYorkesi. Il cuore pulsante è esploso quando tutto il vagone ha tolto le mani dai guanti, dalle tasche dei cappotti, per scoppiare in un applauso felice, genuino, non forzato, un applauso per quei due minuti di felicità e allegria genuina che sono così difficili da trovare in metropolitana all'ora di punta.
Come al solito, inutile descrivere la vista dall'Empire, i corridori professionali e non in Central Park, il Top of The Rock o le luci di Natale del Rockefeller Center.
A me piace la New York un pò così.
Che mi ricorda casa.
Pugnette più consapevoli
Primo post che non sia volante o in territorio a stelle e hamburger.
Di nuovo dalla mia scrivania, anche se tramite piccì nuovo.
Sono tornata da tipo due settimane, nel mio guscio, e l'unica cosa che mi pare di aver fatto è esser regredita.
Ho passato una settimana a rotolarmi nel letto fino alle 5 di mattina, col cervello che faceva la spaccata tra il nuovo continente e il vecchio, a svegliarmi a ore improbabili, a desinare a orari davvero poco umani, a non avere progetti. A rispondere alle domande delle persone con un "umphf" di circostanza, al pensare alla mia imminente laurea come una mucca pensa al momento del macello, a propormi ogni maledetta sera di dormire presto e svegliarmi presto per studiare, senza aver mantenuto il proposito manco una volta. Ho ritrovato un pò della voglia di fare, quella che ti fa sentire piena di vita, manco fossi Tonino Guerra e il suo ottimismo che è il profumo della vita, quando mi hanno portata nella nuova redazione per il giornale online con cui collaboro.
Perchè sì, sognare un fa mai male, no?
Ho avuto una di quelle giornate superproduttive conclusa con una lezione di zumba per buttare giù 'sta buzza da Homer Simpson che mi è venuta dopo svariati camion di Budwiser.
Ma sono stata in grado di cambiare umore nello stesso tempo con cui Sara Tommasi si cala le mutande, quindi tempo il mattino dopo, con sveglia ad un'ora improbabile, mi sono lasciata riportare nel mare di apatia in cui mi autoseppellisco spesso.
Insomma, sono sempre la solita svanita che mi fa incazzare. E più mi faccio incazzare più mi deprimo, più mi vittimizzo e più non combino nulla.
Era da un bel pò che non mi sentivo così, sarà che l'aria di casa per molte cose rinvigorisce (annuncio cum sommo gaudio che ho perso due chili) per altre mi stende a terra come solo un provincialismo semisnob può fare.
Da una parte mi ritrovo a camminare per le (tre strade) di casa con gli occhi che si meravigliano di dettagli che ci sono sempre stati e io non avevo mai notati, dall'altra ogni mattina mi sveglio con uno spleen esistenziale che manco Baudelaire nelle sue giornate peggiori.
Sarà che la coccola fa piacere, ammorbidisce, ci riporta all'infanzia, ci vizia e riempie i nostri vuoti, ma nello stesso tempo annienta le battaglie già vinte con l'indipendenza.
Assopisce il neurone, impigrisce.
Se non sono forzata dagli eventi, io mi lascio cullare dalla mia nullafacenza, senza ritorno, senza possibilità di redenzione.
Una cosa, però, ho imparato laggiù, in quel posto bruttino e provinciale che ho chiamato Casa per quattro mesi, che nessuna pigrizia, nessun vizio e nessuna brutta abitudine riuscirà a strapparmi via.
Che, prima di tutto, devo fare i conti con me.
Che poco importa fare i conti con gli altri, se prima di tutto non ci sei tu.
Che non c'è nessuno che io debba temere più di me, del mio giudizio e del mio benessere.
Cosa che non avevo mai calcolato.
Il mio giudizio era sempre una conseguenza degli eventi, della catena di persone che bisogna compiacere nella vita perché-sai-ormai-siamo-qui-e-dobbiamo-sorridere, dell'essere a posto davanti a chi sai che ti ha sempre giudicata e sempre lo farà, o forse lo farà solo nella tua testa.
Insomma, sono sempre stata in balia di una lunga serie di pugnette mentali che si fa sempre una fatica boia a lasciarsi alle spalle.
Non dico di averle seminate in terra statunitense e lasciate lì a beneficio del prossimo, perchè spesso me ne porto dietro ancora una svariata quantità, ma sono pugnette più consapevoli.
Saran traguardi, no?
Di nuovo dalla mia scrivania, anche se tramite piccì nuovo.
Sono tornata da tipo due settimane, nel mio guscio, e l'unica cosa che mi pare di aver fatto è esser regredita.
Ho passato una settimana a rotolarmi nel letto fino alle 5 di mattina, col cervello che faceva la spaccata tra il nuovo continente e il vecchio, a svegliarmi a ore improbabili, a desinare a orari davvero poco umani, a non avere progetti. A rispondere alle domande delle persone con un "umphf" di circostanza, al pensare alla mia imminente laurea come una mucca pensa al momento del macello, a propormi ogni maledetta sera di dormire presto e svegliarmi presto per studiare, senza aver mantenuto il proposito manco una volta. Ho ritrovato un pò della voglia di fare, quella che ti fa sentire piena di vita, manco fossi Tonino Guerra e il suo ottimismo che è il profumo della vita, quando mi hanno portata nella nuova redazione per il giornale online con cui collaboro.
Perchè sì, sognare un fa mai male, no?
Ho avuto una di quelle giornate superproduttive conclusa con una lezione di zumba per buttare giù 'sta buzza da Homer Simpson che mi è venuta dopo svariati camion di Budwiser.
Ma sono stata in grado di cambiare umore nello stesso tempo con cui Sara Tommasi si cala le mutande, quindi tempo il mattino dopo, con sveglia ad un'ora improbabile, mi sono lasciata riportare nel mare di apatia in cui mi autoseppellisco spesso.
Insomma, sono sempre la solita svanita che mi fa incazzare. E più mi faccio incazzare più mi deprimo, più mi vittimizzo e più non combino nulla.
Era da un bel pò che non mi sentivo così, sarà che l'aria di casa per molte cose rinvigorisce (annuncio cum sommo gaudio che ho perso due chili) per altre mi stende a terra come solo un provincialismo semisnob può fare.
Da una parte mi ritrovo a camminare per le (tre strade) di casa con gli occhi che si meravigliano di dettagli che ci sono sempre stati e io non avevo mai notati, dall'altra ogni mattina mi sveglio con uno spleen esistenziale che manco Baudelaire nelle sue giornate peggiori.
Sarà che la coccola fa piacere, ammorbidisce, ci riporta all'infanzia, ci vizia e riempie i nostri vuoti, ma nello stesso tempo annienta le battaglie già vinte con l'indipendenza.
Assopisce il neurone, impigrisce.
Se non sono forzata dagli eventi, io mi lascio cullare dalla mia nullafacenza, senza ritorno, senza possibilità di redenzione.
Una cosa, però, ho imparato laggiù, in quel posto bruttino e provinciale che ho chiamato Casa per quattro mesi, che nessuna pigrizia, nessun vizio e nessuna brutta abitudine riuscirà a strapparmi via.
Che, prima di tutto, devo fare i conti con me.
Che poco importa fare i conti con gli altri, se prima di tutto non ci sei tu.
Che non c'è nessuno che io debba temere più di me, del mio giudizio e del mio benessere.
Cosa che non avevo mai calcolato.
Il mio giudizio era sempre una conseguenza degli eventi, della catena di persone che bisogna compiacere nella vita perché-sai-ormai-siamo-qui-e-dobbiamo-sorridere, dell'essere a posto davanti a chi sai che ti ha sempre giudicata e sempre lo farà, o forse lo farà solo nella tua testa.
Insomma, sono sempre stata in balia di una lunga serie di pugnette mentali che si fa sempre una fatica boia a lasciarsi alle spalle.
Non dico di averle seminate in terra statunitense e lasciate lì a beneficio del prossimo, perchè spesso me ne porto dietro ancora una svariata quantità, ma sono pugnette più consapevoli.
Saran traguardi, no?
Vaneggiamenti aerei
Da vera poetessa di alto spessore culturale, mentre Lui si scoppiava un film da Oscar in stile fantascientifico sull'aereo, ho scritto questo post nelle note, promettendomi di pubblicarlo non appena arrivata. Tutto vostro.
Dopo quattro mesi e dieci giorni, di nuovo su un volo Delta.
Dopo quattro mesi e dieci giorni, di nuovo su un volo Delta.
Sembra ieri.
Seduta vicino ad un'americana che ha mangiato tutto il suo cibo più quello del marito, tanto che volevo offrirle pure il mio budino.
Da sola, spaventata e elettrizzata allo stesso tempo.
Sembra ieri e invece é oggi e sto già tornando indietro.
Io e praticamente un infante.
8 chili tondi tondi.
Diciamo che quest'America mi rimarrá addosso per un bel pó.
Una settimana fa ho detto addio ad Albany.
Come al solito, sembrava che mi avessero anestetizzata.
Qualche giorno prima, salutando Marina, avevo i lacrimoni come i bimbi quando diventano tutti rossi e bramano il ciuccio.
Quando é toccato a me tutto é volato col tasto forward.
La mattina della mia partenza me la ricordo come passata in un soffio.
Un attimo prima ero nelle mie lenzuola zebrate a ronfare allegramente e un momento dopo ero sul taxi. In mezzo ci sono state due ore di lotta contro il tempo e lo spazio.
Diciamo che quattro mesi di vita se sei me hanno bisogno di tanta roba.
Se poi hai dei problemi a controllarti quando vai al mall, ancora di più.
Ho dovuto abbandonare a Marina, nell'ordine: la mia borsa dell'acqua calda, la brocca per scaldare l'acqua, le lenzuola, le coperte, il cuscino, duemila attaccapanni e le mie preziose salviette per il sedere dei bimbi.
E nonostante l'abbandono le mie due valige avevano lo stesso il peso specifico del piombo.
Un grazie a Stephen che se le é trascinate giù dalle scale.
Rischiando l'ernia ad ogni passo.
Insomma.
Ho chiuso la porta della mia stanza velocemente, un ultimo sguardo per controllare se avessi lasciato qualcosa di basilare, tipo, che ne so, il passaporto.
Niente sguardi languidi che durano ore, niente carezze al legno della scrivania (?), niente mano appoggiata sul vetro dalla finestra guardando fuori.
Dite che ho visto troppi film?
Il resto lo sapete già.
In un attimo ero nel taxi.
E l'attimo dopo nella stazione dei pullman.
E poi sul bus.
Che ha deciso di fare una deviazione passando dal Bronx.
In ogni caso, passare il Natale a New York mi ha un pó distratta.
Tipo ora mi sento come se fossi arrivata qui il 20 dall'Italia.
Poi ripenso alla fatica che ho fatto per trascinare le valige in metro fino all'aeroporto e mi ricordo quanta roba avevo.
Possibile che questo semestre stia già svanendo?
Che stia giá sfumando nei ricordi?
Che stia lasciando un gusto dolce in bocca, come quei momenti preziosi dell'infanzia, anche se non ti ricordi esattamente cosa é successo?
Le altre, che sono già a casa da qualche giorno, dicono che una volta messo piede oltre la soglia di casa sembra di non essere mai partite.
Buffa la nostra memoria.
Più tenta di afferrare un ricordo, di renderlo nitido, di disegnarne i contorni, più il ricordo sfugge.
Si deforma, si frantuma e a noi rimangono dei pezzi.
Per esempio, adesso tutto mi sembra compresso.
Non ricordo esattamente la lunghezza dei mesi.
Novembre é volato come esattamente le prime due settimane di dicembre.
Dove sono finiti i giorni?
Come hanno fatto a contrarsi e sgusciare via così?
Ma i miei sensi funzionano meglio di qualsiasi tipo di sforzo mentale per ricordare.
E' facile con la vista: ricordo perfettamente ogni momento attaccato ad una fotografia, mentre i giorni in cui non ne ho fatte sono più sottili, più impalpabili.
Allo stesso modo le canzoni sono attaccate a dei momenti.
Non potrò più ascoltare "Work Out" senza ricordarmi che era la sveglia di Marina.
Né "Mr. Wonderful" senza pensare a me Sara camminando a ritmo di musica per Western Avenue.
Né "Die Young" senza ricordare la sera del compleanno di Alice a bere qualche birra nella sua stanza.
Né Gangnam style senza ricordare quella sera in quel bar anonimo nel Wisconsin, a ballare con nuovi amici con una spensieratezza che chissá se ritroverò mai.
Né Alright di Pitbull senza pensare allo sculettamento mio e di Marina a zumba.
Anzi, la sto ascoltando in questo momento e sto iniziando a dondolare a destra e a sinistra.
Credo che il mio vicino intellettuale alla mia sinistra sia già spaventato.
E abbiamo ancora sei ore di volo.
Non riesco ancora a capacitarmi del fatto che tra sei ore planerò nella terra dove tutti parlano italiano.
Sembro demente, me ne rendo conto.
Ma essere circondata da gente che parla un'altra lingua all'inizio fa strano, poi ti abitui. A crearti il tuo guscio, dove loro non possono capirti ma tu puoi capire loro, puoi interagire ma allo stesso tempo distanziarti.
E a casa questo tipo di privacy sconosciuta non si può avere.
Comunque.
Dicevo.
L'olfatto rimarrà sempre il senso che mi emoziona di più.
L'altro giorno camminavo per New York e per un attimo mi é arrivata un'ondata di odore di lavatrice.
Lo stesso odore indescrivibile di quando scendevo nel seminterrato con il mio sacchetto di roba da lavare e il profumo caldo di pulito mi inondava le narici.
L'odore di camera di Marina allo stesso tempo.
Un misto del suo profumo, delle sue maledette candele profumate (confiscate dopo tipo due settimane) e del suo detersivo.
L'odore che c'era nelle classi.
L'odore del profumo di Lorraine ogni volta che ci abbracciavamo per dirci "I will miss you so much"
L'odore delle salviette profumate che usavo per spolverare.
L'odore di fritto che mi rimaneva addosso ogni santa volta che scendevo a mangiare.
Ecco quest'ultimo spero di non sentirlo per un pó.
L'America mi ha lasciato non so quanti ricordi, mi ha vista crescere velocemente in quattro mesi (e NO, non solo in larghezza, maledetti malpensanti) e grazie a lei d'ora in poi guarderò il mondo con occhi un pó diversi.
Un pó piú globalizzati.
Un pó piú grassi.
Un pó piú "yo!"
Un pó piú grandi.
Ed é il regalo più bello che questo paese potesse lasciarmi.
Are you coming home?
Cause di forza maggiore (leggi: impacchettamento, addii e mancanza di wifi) nessun post all'ultimo momento prima di lasciare quel buco che mi ha accolta per ben 4 mesi.
Forse é stato meglio così.
Primo post dal mio nuovo bambino.
E adesso faccio i conti con l'ultima notte a NYC. Ultima notte negli States.
L'ultima volta che ho dormito nel mio letto é stata la notte del 17 agosto.
Per quattro mesi mi sono addormentata in letti sconosciuti, uno dei quali era quasi diventato casa.
Il mio odore ci era rimasto impresso sopra. Non nelle lenzuola. Proprio nel letto.
Nel materasso, nelle doghe, nel legno.
La stanza 306 avrà per sempre un pó del mio odore, non importa chi ci dormirà. Chissá chi, poi.
In ogni caso, sono nella mia minuscola stanza nel cuore di Manhattan, oggi ha nevicato potentemente e mi sono bagnata fino all'osso. Tento invano di far entrare tutto nelle valige.
Sono così agitata che non so descriverlo.
Il semestre che ho appena passato é così vivido nella mia mente e allo stesso tempo così sfocato, come fosse stato tutto un sogno.
Solo una settimana fa salutavo tutti.
Mi aspettavo singhiozzi, lacrime, nasi rossi e mascara colato.
E invece, composta e sorridente, ho abbracciato tutti, uno per uno, con la promessa di rivederci presto.
Sono salita sul mio taxi, unito pollici e indici a forma di cuore dal finestrino, e guardato per l'ultima volta tutti loro fuori dall'Alumni, con un sorriso.
Ok, ho iniziato a piagnucolare appena girato l'angolo.
Ma per pochino.
Non ho ancora realizzato il tutto, credo.
Forse penso solo di prendere il pullman che mi riporta lí, domani.
invece che un volo Delta che mi recapita a Malpensa.
Quante parole che avrei da dire, quanto sonno che ho in questo momento e quanto groppo in gola che mi si sta creando.
Ho troppi pensieri ingarbugliati. Mi toccherà sbrogliarli.
Prima o poi.
Non adesso.
Fare i conti con troppe cose contemporaneamente non é da me.
Le metto tutte in stand by per qualche giorno.
Finché non saró rincoglionita dal jet-lag e odore di casa.
Allora sí, che sará il momento di fare i conti con i miei nodi alla gola.
Are you coming home?
#leaveamessage
Mi faccio promotrice di una cosa carinissima, a cui ho partecipato anche l'anno scorso.
Se siete anche solo curiosi, cliccate proprio qui che non fate fatica e questa iniziativa è senza sforzo ma di grande effetto.
Come dice l'hashtag, #leaveamessage è un modo per sorridere anche quando le cose vanno
Si tratta semplicemente lasciare dei bigliettini in giro per la vostra città, in posti facilmente raggiungibili, con frasi positive, buffe, che facciano ridere, che facciano scompisciare il prossimo.
Insomma, qualcosa di carino che vorremmo che fosse detto a noi.
Per dire, non "sono solo le otto di mattina, hai le occhiaie ma la tua giornata può ancora peggiorare, potresti tipo pestare una cacca con le tue Loboutin nuove".
Ma qualcosa del tipo "Dopo l'ufficio premiati col calendario della Santarelli, te lo meriti". "Regalati un massaggio questo weekend, il tempo dedicato a te è sempre il migliore"
Insomma, capito il concetto, no?
Ficcateli in un libro della biblioteca, tra i giornali al bar, in una cassetta delle lettere, sui banchi di scuola.
L'unico senso che ha questa iniziativa è sorprendere positivamente.
Quest'anno l'iniziativa sostiene anche l'Ospedale Meyer, per sapere tutto vi rimando al link di cui sopra.
Io lo faccio da qui.
Voi fatelo a casa, anime aride che non siete altro.
Trovate dieci minuti per scrivere due frasi carine, e spargete un pò di buonumore nel mare di cinismo in cui ci troviamo in questo periodo.
Combattiamo la nostra pigrizia e la nostra mancanza di iniziativa con questa trovata carinissima.
E' gratis e comporta sforzo pari a zero.
Se avete twitter, twittate l'hashtag #leaveamessage e il luogo dove avete lasciato il bigliettino, e la città, così che possa essere trovato più facilmente.
Spargete la voce, condividete questa pagina o il link a cui vi ho rimandati, e piegati quegli angoletti della bocca all'insù.
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