mercoledì 13 giugno 2012

Sindrome dell'abbandono

Chi diamine ha pigiato il tasto forward a ripetizione?

Come è possibile che l'altro ieri era marzo, ieri aprile, maggio è direttamente saltato e ora siamo già a metà giugno? C'è qualcuno che si diverte a pasticciarmi gli attimi di vita, mannaggia?
Che io ho ancora tipo duemila cose da fare e tra due mesi parto. La nevrosi mi sta prendendo, ormai è ufficiale.
Ieri sera, per esempio, abbiamo festeggiato l'Amico che parte per la Cina per sei mesi, a fare uno stage. Fino a due giorni fa tutti a scherzare: "allora, tra poco parti eh? Dai, che figata!" "Comprami un pò un Ipad, và.." e ieri sera eravamo un pò tutti con l'occhio opaco e l'argomento era quasi tabù. Insomma, tra cocktail, una piccola crisi di panico in cui il sopracitato credeva di avere la gotta e voleva farsi portare alle due di notte ubriaco al pronto soccorso per non avere l'ansia di soffrire di gotta in Cina (poi vi chiedete come mai sono disturbata) e abbracci sinceri, siamo andati a dormire e il momento dei saluti è passato così. Alle tre mette piede sull'aereo e ci si rivede a dicembre. Che poi diamine, dicembre è vicino. Eppure sembra lontano anni luce. Voglio proprio vedermici, io, nella sera prima di partire. Che mi sembra proprio di essere la reincarnazione di "perchè abbandonare la strada vecchia per la nuova?" con tanto di immagine ridente di Lui, genitori e amici che fanno ciao ciao con la manina e io che mi allontano verso un qualcosa di sfocato a pallini.

Ciao, vado a comprarmi una cisterna di Valium.

sabato 9 giugno 2012

Obamalandia?

Mancano più o meno due mesi al mio planare in Obamalandia e io ancora galoppo nella valle del "ma chi, io?", senza ancora aver bene realizzato che su quell'aereo alle 9 del mattino ci piazzerò le mie, di chiappe. (La finezza mi contraddistingue sempre.) Ah, per chi nono conoscesse ancora le origini del mio viaggio oltreoceano può dare un'occhiata QUI e scoprire tutto. Comunque, è iniziato il periodo in cui sogno quello che il mio inconscio cerca di dirmi durante il giorno ma io metto a tacere con determinazione.
Stanotte ad esempio ho sognato che era IL giorno. Io ero la reincarnazione del panico, sovrastata solo dalla Regina delle Follie Organizzative, ovvero mia madre. Riesce ad essere dannatamente pressante anche nei sogni, quella donna. Anyway, ho sognato che il giorno della partenza avevo ancora le valigie da fare, che cacciavo berretti di lana e espadrillas (che peraltro non possiedo) a caso nella valigia, che dimenticavo venti volte qualcosa di basilare come il passaporto e che mio padre alla fine dei conti saliva con me sull'aereo per poi scendere alla "fermata" dopo. Insomma, non sono cose normali. E no, non ho mangiato pesante ieri sera.
Ma la domanda fondamentale è: se questi sogni compaiono a due mesi dalla partenza, cosa mi accadrà una settimana prima? Avrò bisogno di una dose di valium in endovena.

Perchè questa è la mia merdos simpaticissima caratteristica: vivo qualsiasi cosa con una pesantezza estenuante. Se di giorno penso alla magnifica esperienza che mi aspetta, i viaggi che farò, le cose che imparerò, il mio inconscio mi spara una pera di paranoie appena abbasso un attimo la guardia. Sarà che sono figlia dell'Apprensione reincarnata in una donna alta un metro e 65? Che, per darvi un esempio della follia pre-partenza, mi regala momenti di imbarazzo autentici. Riporterò il dialogo, per dovere di cronaca.

Io: "Mà, pensavo che in America potremmo affittare una macchina, chessò arrivare fino a Chicago on the road, stile Kerouac..."
Mia madre: "'Sta attenta a non finire in prigione, lì ti fanno passare una notte in cella come niente"

La risposta giusta sarebbe stata "WTF?" ma mi sono limitata a fissarla in modo strano. Mi sembra di essere tornata ad avere 14 anni. Dite che regredisco, invece che andare avanti?
Ma tant'è, ora si pensa alle parti organizzative. Sono quasi riuscita ad avere un visto, mi manca il colloquio in ambasciata americana che ha tempi di prenotazioni che nemmeno le asl locali. Spesa totale: infinta. Si paga la tassa consolare, la tassa Sevis, si paga per prendere appuntamento. Una passeggiata.
Ho anche fatto i vaccini. Uno a destra e uno a sinistra. Peccato che il richiamo per l'antitetanica mi abbia intorpidito il braccio sinistro e ora mi sento il muscolo dolorante che nemmeno dopo sei ore di pesi.
In più ho avuto la brillante idea di prendere il sole per due ore ieri ed è stato subito eritema. Sono l'idiozia.
Poi mi vengono dubbi e domande di ogni genere, che solo una mente deviata come la mia poteva produrre. Vi illustro una lista, per farvi capire che tipo di persona io sia e per rileggerla tra qualche mese e darmi della scema.

1- Dovrò portarmi una scorta di sapone intimo? La risposta già ce l'ho: si. A parte che ho già sperimentato l'anno scorso, con Lui che quando sono andata a trovarlo mi ha pregata di portargliene qualche flacone da tenere per i successivi tre mesi. Ma, a rigor di logica, gli abitanti di Hamburgerlandia non hanno il bidet. Tantomeno hanno un sapone per pulirsi il didietro. Mezzochilo di valigia è già stato occupato, così.

2-Dovrò portarmi una farmacia? Anche qui la risposta è si. Oltre ai farmaci senza ricetta, mi è stato detto che anche i farmaci da banco sono miscugli strani che non corrispondono mai a quelli italiani o europei. Quindi un altro bel mezzochilo di valigia sarà occupato.

3-Dovrei portare qualche specialità italiana da far gustare alle mie future coinquiline? Qui la risposta esatta ancora mi manca. Mia madre sostiene di volermi dare del pesto e della focaccia. Contando che la focaccia ci arriverebbe di legno, forse è meglio puntare sul pesto. Sarà illegale? Mah.

4- Quanti vestiti servono mediamente ad una persona in 4 mesi? Ve lo dico io: troppi. Contando che i 4 mesi in questione comprendono periodi dai 30 ai -10 gradi, ci vuole un'ampia gamma di vestiti, anche se mio padre ritiene che io debba prepararmi la valigia come un marine: un paio di jeans, una giacca, un paio di scarpe. Anche qui ci sarà da lavorare duramente.

5. Ha senso portarmi il phon? Direte, sì. Io direi no. L'anno scorso ho attaccato il phon super potente (ho tanti capelli) con l'adattatore in quel di Minneapolis, e tutto quello che ne è uscito a potenza massima è stato un soffio che l'alito del bue nella mangiatoia scaldava di più. Chissà quanto costerà un phon in Obamalandia.

6. Quanto piagnucolerò il giorno della partenza? Tenendo conto che io piango a ripetizione ogni volta che vedo la pubbicità della mamma sulle olimpiadi, ma anche per molto meno, direi tendente à + infinito. Immagino già la vergogna di posizionarmi al mio posto in aereo, sola come una cagna, (rigorosamente vicino all'american boy obeso di turno) con occhiali scuri e naso rosso allla Rudolph.

Ok. Questi erano i quesiti più significativi. Ma ce ne saranno altri. E mancano ancora due mesi.

martedì 29 maggio 2012

Cipressi, Silenzio e Scale di Legno.


Due parole, un'occhiata al calendario, una telefonata agli zii toscani che possiedono e gestiscono da soli un delizioso agriturismo. Pieno di benzina, canzoni caricate nell'iPhone, Tommy (TomTom di fiducia, ndr). Dopo l'esame di Diritto alle quattro e mezza di pomeriggio, a Milano, con trenta gradi e la verve di una cavalletta secca (del quale peraltro non ho ancora l'esito), quattro ore e mezza di viaggio invece di due e mezza per tornare a Savona, una distesa di merd esami all'orizzonte, una microfuga di quattro giorni immersi in un punto sperduto della Toscana, tra Torrita di Siena e Pienza, è stata una boccata di aria fresca. Non amo spammare, ma l'agriturismo Renello, in località Trequanda, immerso nelle colline, a metà tra la Val di Chiana e la Val d'Orcia, è qualcosa al di sopra dell'adorabile. Agriturismo che davvero si può definire tale: l'accento toscano ti accoglie caldo e ti inebria, puoi acquistare e gustare vino e olio squisiti, fare colazione pranzo e cena con i prodotti dell'orto (non ho mai mangiato delle bietole così buone) e fare un bagno in piscina con vista colline.
Insomma, fuggiti in fretta e furia dall'asfalto di Milano, buttando tre cose in valigia, dopo qualche oretta di macchina iniziamo a leggere sui cartelli nomi di paesi e località che già nella mente si immaginano pronunciate con accento toscano: Pienza, Bettolle, Petroio, Cortona (che poi in realtà è in Umbria..), Montalcino, Monticchiello. Piccole o più grandi perle fatte di pietre antiche, salite e vecchie mura. Il buon Tommy ci accompagna per stradine arzigogolate fino all'entrata costellata di Cipressi. Muovo i passi intorno all'agriturismo per curiosare e sono impressionata prima di tutto dal silenzio: qualche ronzio lontano di insetti, un cinguettio saltuario. Tanto che riuscivo a sentire il fruscio del vento tra gli ulivi. Uno spuntino di pecorino, prosciutto della Val d'Orcia e salame, e sono pronta per andare a posare il mio piccolo bagaglio nella stanza. Stanza che in realtà è una deliziosa casetta su due piani, rustica da far paura. La porta di legno cigola leggermente, all'interno è arredata con sapienza e mobili antichi. Salgo le scale di legno, gustandomi con le orecchie ogni cigolio dei miei passi. Arrivo nella stanza da letto, sui toni del verdolino. Letto in ferro battuto, coperta spessa di una volta, le foto dei cugini di Lui da piccoli incorniciate. Di una deliziosità da farti restringere il cuore. Questo è quello che vedevo dalla finestra.

Dopo pochi minuti di macchina, fermandoci ogni due per tre per fare foto al panorama mozzafiato, arriviamo a Pienza, un gioiellino di paesino quasi tutto pedonale, a strapiombo sulla Val d'Orcia.

La sera, a cena, seduti ad un pesante tavolo di legno in agriturismo, abbiamo mangiato tagliatelle al ragù toscano, capriolo e patate al forno, torta di mele fatta in casa, il tutto preceduto da uno spritz con vino locale e crostoni con fegatini, salsiccia e stracchino e bruschette. Non potete immaginare la bontà. Un pò ubriaca di cibo, fumo di sigaretta e parole, quella sera ho assistito a discorsi genuini, di quelli che puoi fare solo alla luce fioca che rischiara un agriturismo antico, davanti ad una tavola
imbandita semplicemente ma ricca di significato. La sera ho alzato il naso all'insù prima di aprire la porta di legno del nostro appartamento: nessuna nuvola, solo stelle. Nessuna luce, solo buio e puntini luminosi. Non ricordavo nemmeno l'ultima volta che avevo visto le stelle in quel modo.



Qui c'è una carrellata di foto della sottoscritta che si gode l'aria, il vento sulla faccia, quella sensazione di essere parte di qualcosa. Ad occhi chiusi, con il naso all'insù, tutti i sensi svegli, sull'attenti, che captano ogni rumore, ogni suono, ogni odore e colore. Il tavolino di legno delizioso di fronte alla nostra casetta che ha ospitato dolci colazioni assonnate e stropicciate al sole del mattino. 


Qui invece una veduta mozziafato di Montalcino da una piccola fortezza (vertigini portami via.) E la terrazza dove abbiamo cenato l'ultima sera. Una terrazza ampia, decorata nei più piccoli particolari, che si apriva a braccia larghe sulla Val d'Orcia, direttamente verso il monte Amiata. Abbiamo cenato guardando lì, le colline. Il venticello fresco, le dita delle mani che si intrecciavano e occhi socchiusi che si godevano la vista e il rumore del vento. Il rumore delle spighe che si muovono nel vento credo non lo dimenticherò mai.

Quattro giorni del genere, tra Cipressi, Silenzio e Scale di Legno.
Tante cose che tutti, troppi, diamo per scontate. Il silenzio. La luce del sole sui campi di grano. Il rosso acceso dei papaveri che ti cattura, vorresti avvicinarti e divorarlo, da quanto è intenso. 


E poi l'odore di terra, quello schietto, quello che sa di sudore, di fatica, di sole e di pioggia.
L'odore della natura, quello che non è l'odore di erba tagliata in mezzo alle nostre città.
L'odore di fresco anche sotto il sole, l'odore di vita vibrante e di tutto ciò che è vivo e si sta muovendo, sta respirando e sta lavorando tutto intorno.
Su stradine assolate, alcune sterrate, il rumore di una macchina solitaria e il colore del cielo che si mischia con quello scuro degli occhiali da sole. Un bacio a labbra che sanno di ciliegie colte dall'albero e terra.
Il verde delle spighe non ancora mature che combacia perfettamente col beige delle case e il rosso dei papaveri. Il rumore dei grilli che viene cullato da quello del vento.
E non ti serve altro, per sentirti vivo.
Per sentire che sì, il sangue che ti scorre nelle vene è caldo ed è parte di tutto quello che vedi. 
  

martedì 24 aprile 2012

Sbronzleanni

Dopo delle poco produttive vacanze di Pasqua, vari acciacchi di questa primavera e l'inizio dello studio disperato per la sessione di esami che si intravede alla fine del tunnel, mi è sembrato il caso di aggiungere un pò di demenzialità a questo blog raccontando del mio compleanno. O meglio, dei festeggiamenti. E o meglio numero due, appunterò alcuni particolari indimenticabili o dimenticabilissimi.

Per darvi un'idea, dovete unire una quindicina di pischelli dai 22 ai 25 anni, un locale e una manciata di ore, tipo otto, sommata a un buffet enormemente ricco, qualche bottiglia di bianco, consumazioni a volontà e superalcolici. La tipica festicciola adolescente, anche se adolescenti ormai non siamo più. Tra l'altro, nonostante non siamo più quattordicenni i cui genitori vengono a prenderci all'una all'uscita dalla "disco", non siamo adulti manco lontanamente, quindi ci crogioliamo in questo limbo di giovinezza senza chiederci quale sia il punto di non ritorno nel quale ubriacarsi come animali, cadere dai tavoli e importunare la gente trasli da attività goliardica "da zueni" come si dice in Liguria, a squallore da bontemponi che vanno a ballare nei posti dove l'età media è 16 anni. Che dite, a che età si situa questa linea di demarcazione?

Credo che finchè festeggiare il compleanno sia una scusa per tornare a casa alle cinque dopo varie pause vomitino, esista sempre una sorta di attesa magica piena di aspettative per il giorno prediletto, un pò come il giorno di Natale finchè hai dieci anni. Quindi, venerdì scorso mi sembrava di dover aprire i regali e invece ho aperto l'ennesimo paio di collant in cui mi sono stipata, dopo averne rotti almeno tre. Pantaloncino girocoscia , tacco con conseguente camminata da Tirannosauro (a proposito, esiste anche un'età dopo la quale NON saper camminare sui tacchi è considerato un reato?) e rossetto, e arrivo (in ritardo) dai miei ospiti, che già morivano dalla fame e dalla sete (di vino).

Tempo dieci minuti di chiacchiericcio e ci eravamo già avventati sul buffet e sulle consumazioni. (Avere un amico che lavora nel locale dove festeggi è un plus ndr). Da quel momento in poi l'egocentrica di turno, cioè IO, me medesima, intrattiene gli ospiti con buffonate varie e scherzoni da grasse risate. Ora, i momenti salienti ve li appunterò per maggiore chiarezza, e sono sicura che ognuno di voi ne ha vissuto almeno uno.


  • Il presente - ovvero il regalo imbarazzante per l'amico di turno.
    Sì, lo so che l'avete fatto. Il vibratore all'amica timida, il peluche a tetta all'amico marpione. In questo caso io e il danno abbiamo voluto goliardicamente regalare all'amico con fama di micropene tre simpatici preservativi taglia xxs (finti, giuro). E giù grasse risate con conseguente "ti uccido" del suddetto. 
  • Saffo - ovvero il momento del bacio lesbico.
    Negli effluvi dell'alcool non vi è mai capitato di appoggiare le vostre candide labbrucce su quelle dell'amica del cuore? O su quelle di una tizia a caso? L'ha fatto anche Katy Perry, figuratevi. E' che proprio noi donne non possiamo farne a meno. Esplicitiamo il nostro affetto così. Per dire, io sbaciucchiavo amiche a caso. Il danno invece ha sbaciucchiato una mia amica, ma non sua. 
  • The Fall - ovvero la caduta nel vuoto.
    Il suddetto danno, dopo qualche bicchiere e una quindicina di centimetri di zeppa di troppo, ha fatto il volo dell'angelo mentre ballava in piedi sul divanetto del locale. Lei ancora non sa che sono stata io a urtarla, ma non glielo dirò. Anche perchè è caduta da un metro e mezzo di altezza di schiena. Pensavo seriamente si fosse spaccata la schiena e che l'avrei dovuta accompagnare per il resto della vita in sedia a rotelle. Ma sul momento era molto divertente. Cammina ancora. 
  • La figura di merda - ovvero prima o poi ti menano.
    E' impossibile. Non puoi non dire al danno che quelle due vecchiarde di cinquanta e passa anni in pantalone nero di latex, trucco di titanio, top con scollatura inguinale e labbra rifatte non sono la copia di voi due alla loro età che imperterrite andrete ancora a ballare nello stesso posto. Sono sicura che ci abbiano sentito. E che prima o poi ci legneranno.
  • Il vomitino - ovvero tipregononportarmiacasa devo vomitare.
    Ti senti la regina della festa, bella e impossibile (poi vedi le foto della serata e rimane solo l'impossibile), occhi da gatta e gambe infinite, ma appena sali in macchina ti sembra di aver mangiato un cinghiale vivo. Il giro per riportare gli amici a casa ti sembra un roaller-coaster di ultima generazione e preghi di non vomitare sul cruscotto, ma non per nulla, solo che la macchina è di Lui ed è nuova, e sai benissimo che A) tra la macchina e te sceglierebbe la macchina B) ti farebbe scendere seduta stante per tornare a casa a piedi. Quindi resisti, fino ad un certo punto. Poi su ciglio della strada restituisci al marciapiede quello che hai mangiato (e anche un pò alla punta delle tue scarpe) e via dritti alla prossima pausa vomitino.
Ecco, i punti salienti son belli che riassunti. Certo che aver compiuto solo ventidueanni è rassicurante: potrai ancora fare lo stesso l'anno dopo. 

venerdì 6 aprile 2012

Uomini che amano le donne

Partendo dal presupposto che ne ho sentite talmente tante che - giuro - potrei scriverci un best seller, gli uomini riescono sempre a sorprendermi. Passano da spietati sciupafemmine a teneri cuccioli abbandonati con l'occhi piegati all'ingiù. Che la delicata alchimia uomo-donna sia oggetto di misteri, indagini e ricerche dalla notte dei tempi è ormai chiaro e non sono certo io a spiegarlo, ma non riesco a farmi una ragione di una serie di avvenimenti a catena a cui mi capita spesso di assistere.
Dunque, è doverosa una sorta di classificazione dell'uomo-tipo, che nonostante rigidi criteri, potrà comunque essere un misto tra due o più categorie.

L'APPOGGIATORE
Non ditemi che non l'avete mai incontrato. Ho un amico che praticamente fa quello, di lavoro. Proprio non conoscete la categoria? Va bene, allora ve lo spiego. L'appoggiatore è una tipologia di uomo scaltro come un furetto (?) che in occasioni in cui la luce è soffusa o in ambienti molto affollati, con la nonchalance di un elefante e lo sguardo bovino si avvicina e ve lo appoggia. Si. Il luogo prediletto è la discoteca, luogo di ritrovo di sedicenni come di quarantenni ancora con la voglia di accalappiare qualche ragazzina. Insomma, passo felpato, tu senti una certa presenza oscura al di sopra di te e avanzi di qualche passo, ma lui per nulla intimidito insiste finchè con un abile movimento di anca dondola esattamente a mezzo millimetro dal tuo sedere. La cosa che davvero ora mi domando è: ma con qualcuna mai, ha funzionato? La conseguente questione è: ma a voi uomini, sembra davvero così arrapante? A noi sembra di avere la mano morta sul sedere in autobus. O il maniaco che dopo qualche minuto si apre l'impermeabile.

IL TOMBEUR DE FEMME
Di solito ha già passato i vent'anni da un pezzo, ma insiste sul fatto che lui di storie serie non ne vuole avere. Il libertino per eccellenza, ride e scherza additando povere coppiette ignare, lui mai si incatenerebbe così ad una misera donna. E' il Don Giovanni della situazione, quello in cui appena si sente parlare di un argomento che NON è: birra, pub, aperitivo sulla spiaggia, infradito e cinemino una volta al mese, fugge a gambe levate. Insomma, quando il gioco si fa duro, i duri si chiedono se è il caso. Lui è il cuore di pietra, che mai ci casca, che il sentimento è un'invenzione cinematografica. La parola con cui potresti descriverlo è "scialla". Nel gergo giovanile. Che tradotto in italiano corrente significa: appena devo mettermi in gioco, me la faccio sotto.

THE PUPPY
Ovvero: il cucciolo di cui sopra. Lui non cerca una compagna, una friend-with-benefits ogni tanto, una con cui leccare un cono gelato in riva al mare o da portare al cinema. Lui vuole la donna della vita. Ha vent'anni, ma vuole una storia d'amore come quella di Cenerentola, compresa di happy ending. Si immagina già con il capello brizzolato ad aiutarla a fare l'uncinetto, a posare la dentiera sul comodino la sera e a fare pranzi di famiglia la domenica. Si strugge, l'amore per lui dev'essere con la A maiuscola, pieno di per sempre e di lucchetti che anche Moccia avrebbe un conato. Spesso il puppy cade nella categoria qui sotto, ovvero..

LO ZERBINO
Detto Zerbi per gli amici, esiste sì, anche in versione maschile. Donne zerbino se ne vedono assai in giro, ma se guardiamo attentamente, di uomini Zerbi ne è pieno il mondo. Variante della categoria Puppy, lui non è solo un cucciolo sperduto in cerca d'amore, ma crescendo impara anche a portarti le pantofole e il giornale. E' sempre pronto a correrti intorno scodinzolando. Si chiede in continuazione come può rendersi utile, e di solito tu, la tu della situazione, te ne approfitti. Per un semplice gioco di logica. Se posso avere quello che voglio senza dover chiedere nè dare nulla in cambio, perchè non approfittarmene?
Quindi, te ne approfitti. Lo porti al club del libro, da Zara con una montagna di giacchettini in mano da farti provare, a prendere il gelato quando hai il ciclo e sei di cattivo umore. Lo lasci a casa con una ciotola di croccantini quando invece vuoi andare a ballare. E lui ci sta, attendendo il tuo ritorno per scodinzolare di nuovo.

L'INSEPARABILE
No, non da te. Dai suoi amici. Non ditemi che non è mai successo. Magari galoppano allegramente verso i quaranta, ma il giovedì sera è calcetto fisso, il venerdi sera è la serata playstation e rutto libero, il mercoledì e la domenica c'è la partita. Se poi mercoledì è il tuo compleanno, sei proprio sfigatissssima. Festeggerete giov..ah no, forse ven.. vabbè insomma, festeggerete sabato. Questa tipologia di uomo sarebbe in grado di rispondere ad un messaggio dell'amico pirla, con tanto di risatina, nel bel mezzo di un giro di lenzuola. E' quello che quando hai un problema e lo trovi concentrato per quei tre minuti ne approfitti parlandogliene, ma se chiama Ginetto per il pokerino del lunedì sera sei fregata. Insomma, più che un fidanzato ti sei guadagnata una barcata di figli adolescenti.

Ordunque, qui ci sono praticamente tutti gli uomini che avete incontrato nella vostra vita, me lo sento. Alcune volte pizzicano caratteristiche qua e là dalle diverse categorie, ma sempre loro sono.
Adorabili.


lunedì 26 marzo 2012

Tra Bastioni, circonvallazioni e SUV.

Che città èèè? Si, avete indovinato, è Milano.
Vi ho già detto che da tre anni più o meno è la mia seconda casa e non ho ancora capito se ne sono innamorata o mi schifa? Che strano sentimento. Sarà che il primo anno è stato un pò come strapparmi da casa, e quindi il nostro primo appuntamento è stato alquanto deludente, ma mi è rimasta un pò questa sensazione di fastidio all'arrivo in Stazione Centrale. D'altra parte, col tempo ho imparato ad amarla e a sentirla mia.
Certo, incarna a pieno tutti i luoghi comuni che vi vengono in mente se ci pensate un attimo. In fondo tutti i luoghi comuni hanno un fondicino di verità.
Milano vive di SUV che manco in America. Di solito le guidatrici sono donne. Donne che cagano il loro panfilo dove più aggrada. Meta prediletta: i binari del tram. Manco a dirlo. Alcuni giorni fa ero sul mio tram dopo quella duecento ore di lezione, cullata dall'accelerare/frenare tipico del mio trammino, quando tutto si stoppa e un suono melodioso mi giunge alle orecchie: quello di centomila clacson. Ahhh. Mi sporgo e scopro l'arcano: è lui, sì, il SUV con la S maiuscola che campeggia in tutta la sua maestosità sui binari. Dopo alcuni minuti che a me sembrano secoli in slow motion, la proprietaria esce da Calzedonia (rileggete bene, Calzedonia) con il suo sacchetto, sale, sgomma e parte. Comodo, no?

Milano è La città in Italia dove la maggior parte della gente non conosce i colori del semaforo. Oppure glieli insegnano proprio sbagliati. Verde: vai a tutta velocità, non curarti minimamente degli ostacoli. Giallo: sbrigati che altrimenti sei in ritardo per andare a prendere il pargolo, pigia su quell'acceleratore. Rosso: E' la tua chance, dai gas e investi tutto il possibile. (Il rosso comma due indica: se per caso qualcuno ti insulta, non scusarti mai e inveisci il più possibile aggiungendo al suono anche le immagini e i gesti.)
Io ogni tanto tento di rischiare la morte. Mi metto lì, vedo la macchina in lontananza, faccio due passi sulle strisce e aspetto. La maggior parte delle volte mi fanno un pelo che manco Valentino sulla moto e devo reggermi bene la sciarpa sennò mi parte. Ma è tutta una questione di abitudine e di accaparrarsi le sette vite come i gatti.

Milano è la città divisa in due: conducenti di mezzi pubblici gentili e conducenti stronzi. Ne incontrerai sicuro di tutti i tipi. Quelli gentili ti aprono le porte mentre corri la Stramilano per prendere l'ultima 94 (ultimA, gli autobus qui sono femmine), con la faccia paonazza e la pezza fino ai piedi, e ti indicano la fermata se hai una cartina 8x6 in mano. Quelli stronzi ti chiudono le porte anche se sono fermi, quando hai la valigia, la borsa del pc, la borsa frigo e il cane appresso. E sono le 11.53 di sera. E ti guardano anche con quel sorrisino come a dire "toh, te l'ho fatta. Ora vai pure a piedi". Ma anche lì, le imprecazioni diventano di uso comune e ci si abitua.

Milano è la città dove effettivamente puoi fare ciò che vuoi quando vuoi. Fare colazione alle 4 di pomeriggio oppure aperitivo alle 23, fare shopping fino a sera tarda e cambiare tre discoteche in una notte sola. Lasciarti svenire al parco la domenica in mezzo a duemila cacche di cane sulla coperta della nonna e ustionarti con l'abbronzatura da muratore.

Milano ti dà l'idea di essere completamente solo nel mondo oppure sempre in compagnia di qualcuno. A seconda delle situazioni. Incontri sempre qualcuno anche se è immensa, ti fermi a chiacchierare, fai duecento attività diverse, e ti senti un pò la regina delle publi relations. Poi c'è la giornata in cui ti sputano nel caffè e ti senti sola come un cane, tutte le persone su cui posi lo sguardo sono in compagnia e molto spesso ridono, e tu ti senti persa nei meandri della metropoli.

Milano ha i suoi luoghi comuni ma ama anche eliminarli. Vive di contraddizioni ma è impossibile non innamorarsene. Anche se ti tocca lottare per la vita ad ogni attraversamento pedonale.

giovedì 22 marzo 2012

Hamburgerlandia

Fa tanto "Babe va in città". In effetti mi sento un pò Babe. Maialino coraggioso che dalla tranquilla fattoria si avventura nella grande città. Che poi la città sia Albany, piiiiiiccola capitale dello stato di New York (manco voi lo sapevate, deh?), poco importa. Che oggi abbia intravisto la simpatica tizia dell'altro corso che mi ha fottuto il posto a San Francisco, nemmeno. Perchè, cari amici tutti, parto. Cioè, non ora. Nè domani. A fine agosto, si, ma a me a giorni alterni pare di dover prendere baracca e burattini e traslarmi dall'altra parte dell'oceano.
Da vera maniaca del controllo e un tantino ossessivo-compulsiva, già mi sono fatta un giro sugli orari dei corsi del fall semester (altro che qui, che gli orari dei corsi li indovini il giorno prima al totocalcio), i voli, i possibili alloggi. Ogni cellula del mio corpo freme e vorrebbe sapere tutto subito, organizzare tutto all'istante e avere la tranquillità di aver fatto tutto alla perfezione. Perchè se avete avuto a che fare con Hamburgerlandia nella vostra vita sapete quanto i suoi simpatici abitanti siano una delle popolazioni più esigenti nell'universo conosciuto. Prima di partire si assicurano che tu non abbia partecipato al genocidio nazista del '45, che non partecipi ad attività terroristiche e che non contribuisci al commercio nero di bambini. Come? Chiedendotelo. Dei geni, in pratica. Voglio trovare quello che scrive sì.
Una volta messo piede sul suolo del Nuovo Mondo passi circa otto anni in coda alla dogana, dove ti chiedono le cose più svariate e senza senso, come che mestieri fanno i tuoi, chi sei venuto a trovare e perchè, quanti soldi ti sei portato e il tuo colore preferito. No, l'ultima non è vera. Le altre purtroppo sì.
Se poi sfortunatamente hai bisogno di un Visto, ti toccheranno appuntamenti frequenti con il consolato americano che riceve una volta ogni martedì dispari del mese, vuole tutti i documenti che la tua anagrafe e la tua banca possono offrirgli e anche un rene. Per sicurezza. Che simpatici. Essere un exchange student non è mai stato così facile.

A parte queste piacevoli operazioni burocratiche, il tempo speso daydreaming è aumentato del duecento percento. Cosa io abbia provato quando ho letto la mail dell'università che mi assegnava la destinazione, non ve lo so spiegare con esattezza. Cioè no, il primo pensiero è stato. "Ma cazzo, non è SF". Ok. Non è proprio l'aneddoto da raccontare ai posteri, lo so. Secondariamente ho chiamato chiunque annunciando la novella e ho atteso che i miei si riprendessero dall'esaurimento (se sopravvivono all'ammontare dei costi, avrò la certezza che sono immortali). Non sapevo nemmeno io se dire che ero felice o no. Fino a quel momento è stato tutto vago, una cosa che poteva succedere come no. Lì era scritto nero su bianco. Con anche un minaccioso: vedi di confermare entro una settimana. Non con queste esatte parole, ma il succo era quello. Insomma, una cosa un pò pressante. Era reale. Lì, che mi fissava. E io fissavo la mail.
Da allora cambio idea ogni dieci secondi, ho confermato dopo tre o quattro giorni sapendo che in fondo sarei partita. La cosa mi terrorizza e mi elettrizza allo stesso tempo. Ho paura che io e le mie paranoie, le mie ansie, non troveremmo il nostro posto in quella cittadina sull'Hudson. Che non ci sentiremo a nostro agio. Dall'altra, sono già con un piede su un aereo. Ogni tanto mi trovo a fare una lista mentale della roba da mettere in valigia, del numero di giacche e di scarpe. Immagino momenti che vivrò, persone che incontrerò, che per ora ancora mancano di volti. Mi focalizzo sui grandi dettagli, in pratica. Vivo di mille sensazioni contrastanti, che vanno dalla gioia infinita alla disperazione mentale tanto che ho paura che possa esplodere. I saluti in aereoporto già mi straziano il cuore. Detesto i saluti. Non riesco mai a staccarmi, ogni gesto non può essere l'ultimo. Maledetta sensibilità mia.
Cosa significherà tutto questo per me, non ve lo so dire. Non so nemmeno cosa significhi adesso. Non so nemmeno come vivere la mia futura partenza. Per ora mi limito al mio daydreaming.

Sindrome dell'abbandono

Chi diamine ha pigiato il tasto forward a ripetizione?

Come è possibile che l'altro ieri era marzo, ieri aprile, maggio è direttamente saltato e ora siamo già a metà giugno? C'è qualcuno che si diverte a pasticciarmi gli attimi di vita, mannaggia?
Che io ho ancora tipo duemila cose da fare e tra due mesi parto. La nevrosi mi sta prendendo, ormai è ufficiale.
Ieri sera, per esempio, abbiamo festeggiato l'Amico che parte per la Cina per sei mesi, a fare uno stage. Fino a due giorni fa tutti a scherzare: "allora, tra poco parti eh? Dai, che figata!" "Comprami un pò un Ipad, và.." e ieri sera eravamo un pò tutti con l'occhio opaco e l'argomento era quasi tabù. Insomma, tra cocktail, una piccola crisi di panico in cui il sopracitato credeva di avere la gotta e voleva farsi portare alle due di notte ubriaco al pronto soccorso per non avere l'ansia di soffrire di gotta in Cina (poi vi chiedete come mai sono disturbata) e abbracci sinceri, siamo andati a dormire e il momento dei saluti è passato così. Alle tre mette piede sull'aereo e ci si rivede a dicembre. Che poi diamine, dicembre è vicino. Eppure sembra lontano anni luce. Voglio proprio vedermici, io, nella sera prima di partire. Che mi sembra proprio di essere la reincarnazione di "perchè abbandonare la strada vecchia per la nuova?" con tanto di immagine ridente di Lui, genitori e amici che fanno ciao ciao con la manina e io che mi allontano verso un qualcosa di sfocato a pallini.

Ciao, vado a comprarmi una cisterna di Valium.

Obamalandia?

Mancano più o meno due mesi al mio planare in Obamalandia e io ancora galoppo nella valle del "ma chi, io?", senza ancora aver bene realizzato che su quell'aereo alle 9 del mattino ci piazzerò le mie, di chiappe. (La finezza mi contraddistingue sempre.) Ah, per chi nono conoscesse ancora le origini del mio viaggio oltreoceano può dare un'occhiata QUI e scoprire tutto. Comunque, è iniziato il periodo in cui sogno quello che il mio inconscio cerca di dirmi durante il giorno ma io metto a tacere con determinazione.
Stanotte ad esempio ho sognato che era IL giorno. Io ero la reincarnazione del panico, sovrastata solo dalla Regina delle Follie Organizzative, ovvero mia madre. Riesce ad essere dannatamente pressante anche nei sogni, quella donna. Anyway, ho sognato che il giorno della partenza avevo ancora le valigie da fare, che cacciavo berretti di lana e espadrillas (che peraltro non possiedo) a caso nella valigia, che dimenticavo venti volte qualcosa di basilare come il passaporto e che mio padre alla fine dei conti saliva con me sull'aereo per poi scendere alla "fermata" dopo. Insomma, non sono cose normali. E no, non ho mangiato pesante ieri sera.
Ma la domanda fondamentale è: se questi sogni compaiono a due mesi dalla partenza, cosa mi accadrà una settimana prima? Avrò bisogno di una dose di valium in endovena.

Perchè questa è la mia merdos simpaticissima caratteristica: vivo qualsiasi cosa con una pesantezza estenuante. Se di giorno penso alla magnifica esperienza che mi aspetta, i viaggi che farò, le cose che imparerò, il mio inconscio mi spara una pera di paranoie appena abbasso un attimo la guardia. Sarà che sono figlia dell'Apprensione reincarnata in una donna alta un metro e 65? Che, per darvi un esempio della follia pre-partenza, mi regala momenti di imbarazzo autentici. Riporterò il dialogo, per dovere di cronaca.

Io: "Mà, pensavo che in America potremmo affittare una macchina, chessò arrivare fino a Chicago on the road, stile Kerouac..."
Mia madre: "'Sta attenta a non finire in prigione, lì ti fanno passare una notte in cella come niente"

La risposta giusta sarebbe stata "WTF?" ma mi sono limitata a fissarla in modo strano. Mi sembra di essere tornata ad avere 14 anni. Dite che regredisco, invece che andare avanti?
Ma tant'è, ora si pensa alle parti organizzative. Sono quasi riuscita ad avere un visto, mi manca il colloquio in ambasciata americana che ha tempi di prenotazioni che nemmeno le asl locali. Spesa totale: infinta. Si paga la tassa consolare, la tassa Sevis, si paga per prendere appuntamento. Una passeggiata.
Ho anche fatto i vaccini. Uno a destra e uno a sinistra. Peccato che il richiamo per l'antitetanica mi abbia intorpidito il braccio sinistro e ora mi sento il muscolo dolorante che nemmeno dopo sei ore di pesi.
In più ho avuto la brillante idea di prendere il sole per due ore ieri ed è stato subito eritema. Sono l'idiozia.
Poi mi vengono dubbi e domande di ogni genere, che solo una mente deviata come la mia poteva produrre. Vi illustro una lista, per farvi capire che tipo di persona io sia e per rileggerla tra qualche mese e darmi della scema.

1- Dovrò portarmi una scorta di sapone intimo? La risposta già ce l'ho: si. A parte che ho già sperimentato l'anno scorso, con Lui che quando sono andata a trovarlo mi ha pregata di portargliene qualche flacone da tenere per i successivi tre mesi. Ma, a rigor di logica, gli abitanti di Hamburgerlandia non hanno il bidet. Tantomeno hanno un sapone per pulirsi il didietro. Mezzochilo di valigia è già stato occupato, così.

2-Dovrò portarmi una farmacia? Anche qui la risposta è si. Oltre ai farmaci senza ricetta, mi è stato detto che anche i farmaci da banco sono miscugli strani che non corrispondono mai a quelli italiani o europei. Quindi un altro bel mezzochilo di valigia sarà occupato.

3-Dovrei portare qualche specialità italiana da far gustare alle mie future coinquiline? Qui la risposta esatta ancora mi manca. Mia madre sostiene di volermi dare del pesto e della focaccia. Contando che la focaccia ci arriverebbe di legno, forse è meglio puntare sul pesto. Sarà illegale? Mah.

4- Quanti vestiti servono mediamente ad una persona in 4 mesi? Ve lo dico io: troppi. Contando che i 4 mesi in questione comprendono periodi dai 30 ai -10 gradi, ci vuole un'ampia gamma di vestiti, anche se mio padre ritiene che io debba prepararmi la valigia come un marine: un paio di jeans, una giacca, un paio di scarpe. Anche qui ci sarà da lavorare duramente.

5. Ha senso portarmi il phon? Direte, sì. Io direi no. L'anno scorso ho attaccato il phon super potente (ho tanti capelli) con l'adattatore in quel di Minneapolis, e tutto quello che ne è uscito a potenza massima è stato un soffio che l'alito del bue nella mangiatoia scaldava di più. Chissà quanto costerà un phon in Obamalandia.

6. Quanto piagnucolerò il giorno della partenza? Tenendo conto che io piango a ripetizione ogni volta che vedo la pubbicità della mamma sulle olimpiadi, ma anche per molto meno, direi tendente à + infinito. Immagino già la vergogna di posizionarmi al mio posto in aereo, sola come una cagna, (rigorosamente vicino all'american boy obeso di turno) con occhiali scuri e naso rosso allla Rudolph.

Ok. Questi erano i quesiti più significativi. Ma ce ne saranno altri. E mancano ancora due mesi.

Cipressi, Silenzio e Scale di Legno.


Due parole, un'occhiata al calendario, una telefonata agli zii toscani che possiedono e gestiscono da soli un delizioso agriturismo. Pieno di benzina, canzoni caricate nell'iPhone, Tommy (TomTom di fiducia, ndr). Dopo l'esame di Diritto alle quattro e mezza di pomeriggio, a Milano, con trenta gradi e la verve di una cavalletta secca (del quale peraltro non ho ancora l'esito), quattro ore e mezza di viaggio invece di due e mezza per tornare a Savona, una distesa di merd esami all'orizzonte, una microfuga di quattro giorni immersi in un punto sperduto della Toscana, tra Torrita di Siena e Pienza, è stata una boccata di aria fresca. Non amo spammare, ma l'agriturismo Renello, in località Trequanda, immerso nelle colline, a metà tra la Val di Chiana e la Val d'Orcia, è qualcosa al di sopra dell'adorabile. Agriturismo che davvero si può definire tale: l'accento toscano ti accoglie caldo e ti inebria, puoi acquistare e gustare vino e olio squisiti, fare colazione pranzo e cena con i prodotti dell'orto (non ho mai mangiato delle bietole così buone) e fare un bagno in piscina con vista colline.
Insomma, fuggiti in fretta e furia dall'asfalto di Milano, buttando tre cose in valigia, dopo qualche oretta di macchina iniziamo a leggere sui cartelli nomi di paesi e località che già nella mente si immaginano pronunciate con accento toscano: Pienza, Bettolle, Petroio, Cortona (che poi in realtà è in Umbria..), Montalcino, Monticchiello. Piccole o più grandi perle fatte di pietre antiche, salite e vecchie mura. Il buon Tommy ci accompagna per stradine arzigogolate fino all'entrata costellata di Cipressi. Muovo i passi intorno all'agriturismo per curiosare e sono impressionata prima di tutto dal silenzio: qualche ronzio lontano di insetti, un cinguettio saltuario. Tanto che riuscivo a sentire il fruscio del vento tra gli ulivi. Uno spuntino di pecorino, prosciutto della Val d'Orcia e salame, e sono pronta per andare a posare il mio piccolo bagaglio nella stanza. Stanza che in realtà è una deliziosa casetta su due piani, rustica da far paura. La porta di legno cigola leggermente, all'interno è arredata con sapienza e mobili antichi. Salgo le scale di legno, gustandomi con le orecchie ogni cigolio dei miei passi. Arrivo nella stanza da letto, sui toni del verdolino. Letto in ferro battuto, coperta spessa di una volta, le foto dei cugini di Lui da piccoli incorniciate. Di una deliziosità da farti restringere il cuore. Questo è quello che vedevo dalla finestra.

Dopo pochi minuti di macchina, fermandoci ogni due per tre per fare foto al panorama mozzafiato, arriviamo a Pienza, un gioiellino di paesino quasi tutto pedonale, a strapiombo sulla Val d'Orcia.

La sera, a cena, seduti ad un pesante tavolo di legno in agriturismo, abbiamo mangiato tagliatelle al ragù toscano, capriolo e patate al forno, torta di mele fatta in casa, il tutto preceduto da uno spritz con vino locale e crostoni con fegatini, salsiccia e stracchino e bruschette. Non potete immaginare la bontà. Un pò ubriaca di cibo, fumo di sigaretta e parole, quella sera ho assistito a discorsi genuini, di quelli che puoi fare solo alla luce fioca che rischiara un agriturismo antico, davanti ad una tavola
imbandita semplicemente ma ricca di significato. La sera ho alzato il naso all'insù prima di aprire la porta di legno del nostro appartamento: nessuna nuvola, solo stelle. Nessuna luce, solo buio e puntini luminosi. Non ricordavo nemmeno l'ultima volta che avevo visto le stelle in quel modo.



Qui c'è una carrellata di foto della sottoscritta che si gode l'aria, il vento sulla faccia, quella sensazione di essere parte di qualcosa. Ad occhi chiusi, con il naso all'insù, tutti i sensi svegli, sull'attenti, che captano ogni rumore, ogni suono, ogni odore e colore. Il tavolino di legno delizioso di fronte alla nostra casetta che ha ospitato dolci colazioni assonnate e stropicciate al sole del mattino. 


Qui invece una veduta mozziafato di Montalcino da una piccola fortezza (vertigini portami via.) E la terrazza dove abbiamo cenato l'ultima sera. Una terrazza ampia, decorata nei più piccoli particolari, che si apriva a braccia larghe sulla Val d'Orcia, direttamente verso il monte Amiata. Abbiamo cenato guardando lì, le colline. Il venticello fresco, le dita delle mani che si intrecciavano e occhi socchiusi che si godevano la vista e il rumore del vento. Il rumore delle spighe che si muovono nel vento credo non lo dimenticherò mai.

Quattro giorni del genere, tra Cipressi, Silenzio e Scale di Legno.
Tante cose che tutti, troppi, diamo per scontate. Il silenzio. La luce del sole sui campi di grano. Il rosso acceso dei papaveri che ti cattura, vorresti avvicinarti e divorarlo, da quanto è intenso. 


E poi l'odore di terra, quello schietto, quello che sa di sudore, di fatica, di sole e di pioggia.
L'odore della natura, quello che non è l'odore di erba tagliata in mezzo alle nostre città.
L'odore di fresco anche sotto il sole, l'odore di vita vibrante e di tutto ciò che è vivo e si sta muovendo, sta respirando e sta lavorando tutto intorno.
Su stradine assolate, alcune sterrate, il rumore di una macchina solitaria e il colore del cielo che si mischia con quello scuro degli occhiali da sole. Un bacio a labbra che sanno di ciliegie colte dall'albero e terra.
Il verde delle spighe non ancora mature che combacia perfettamente col beige delle case e il rosso dei papaveri. Il rumore dei grilli che viene cullato da quello del vento.
E non ti serve altro, per sentirti vivo.
Per sentire che sì, il sangue che ti scorre nelle vene è caldo ed è parte di tutto quello che vedi. 
  

Sbronzleanni

Dopo delle poco produttive vacanze di Pasqua, vari acciacchi di questa primavera e l'inizio dello studio disperato per la sessione di esami che si intravede alla fine del tunnel, mi è sembrato il caso di aggiungere un pò di demenzialità a questo blog raccontando del mio compleanno. O meglio, dei festeggiamenti. E o meglio numero due, appunterò alcuni particolari indimenticabili o dimenticabilissimi.

Per darvi un'idea, dovete unire una quindicina di pischelli dai 22 ai 25 anni, un locale e una manciata di ore, tipo otto, sommata a un buffet enormemente ricco, qualche bottiglia di bianco, consumazioni a volontà e superalcolici. La tipica festicciola adolescente, anche se adolescenti ormai non siamo più. Tra l'altro, nonostante non siamo più quattordicenni i cui genitori vengono a prenderci all'una all'uscita dalla "disco", non siamo adulti manco lontanamente, quindi ci crogioliamo in questo limbo di giovinezza senza chiederci quale sia il punto di non ritorno nel quale ubriacarsi come animali, cadere dai tavoli e importunare la gente trasli da attività goliardica "da zueni" come si dice in Liguria, a squallore da bontemponi che vanno a ballare nei posti dove l'età media è 16 anni. Che dite, a che età si situa questa linea di demarcazione?

Credo che finchè festeggiare il compleanno sia una scusa per tornare a casa alle cinque dopo varie pause vomitino, esista sempre una sorta di attesa magica piena di aspettative per il giorno prediletto, un pò come il giorno di Natale finchè hai dieci anni. Quindi, venerdì scorso mi sembrava di dover aprire i regali e invece ho aperto l'ennesimo paio di collant in cui mi sono stipata, dopo averne rotti almeno tre. Pantaloncino girocoscia , tacco con conseguente camminata da Tirannosauro (a proposito, esiste anche un'età dopo la quale NON saper camminare sui tacchi è considerato un reato?) e rossetto, e arrivo (in ritardo) dai miei ospiti, che già morivano dalla fame e dalla sete (di vino).

Tempo dieci minuti di chiacchiericcio e ci eravamo già avventati sul buffet e sulle consumazioni. (Avere un amico che lavora nel locale dove festeggi è un plus ndr). Da quel momento in poi l'egocentrica di turno, cioè IO, me medesima, intrattiene gli ospiti con buffonate varie e scherzoni da grasse risate. Ora, i momenti salienti ve li appunterò per maggiore chiarezza, e sono sicura che ognuno di voi ne ha vissuto almeno uno.


  • Il presente - ovvero il regalo imbarazzante per l'amico di turno.
    Sì, lo so che l'avete fatto. Il vibratore all'amica timida, il peluche a tetta all'amico marpione. In questo caso io e il danno abbiamo voluto goliardicamente regalare all'amico con fama di micropene tre simpatici preservativi taglia xxs (finti, giuro). E giù grasse risate con conseguente "ti uccido" del suddetto. 
  • Saffo - ovvero il momento del bacio lesbico.
    Negli effluvi dell'alcool non vi è mai capitato di appoggiare le vostre candide labbrucce su quelle dell'amica del cuore? O su quelle di una tizia a caso? L'ha fatto anche Katy Perry, figuratevi. E' che proprio noi donne non possiamo farne a meno. Esplicitiamo il nostro affetto così. Per dire, io sbaciucchiavo amiche a caso. Il danno invece ha sbaciucchiato una mia amica, ma non sua. 
  • The Fall - ovvero la caduta nel vuoto.
    Il suddetto danno, dopo qualche bicchiere e una quindicina di centimetri di zeppa di troppo, ha fatto il volo dell'angelo mentre ballava in piedi sul divanetto del locale. Lei ancora non sa che sono stata io a urtarla, ma non glielo dirò. Anche perchè è caduta da un metro e mezzo di altezza di schiena. Pensavo seriamente si fosse spaccata la schiena e che l'avrei dovuta accompagnare per il resto della vita in sedia a rotelle. Ma sul momento era molto divertente. Cammina ancora. 
  • La figura di merda - ovvero prima o poi ti menano.
    E' impossibile. Non puoi non dire al danno che quelle due vecchiarde di cinquanta e passa anni in pantalone nero di latex, trucco di titanio, top con scollatura inguinale e labbra rifatte non sono la copia di voi due alla loro età che imperterrite andrete ancora a ballare nello stesso posto. Sono sicura che ci abbiano sentito. E che prima o poi ci legneranno.
  • Il vomitino - ovvero tipregononportarmiacasa devo vomitare.
    Ti senti la regina della festa, bella e impossibile (poi vedi le foto della serata e rimane solo l'impossibile), occhi da gatta e gambe infinite, ma appena sali in macchina ti sembra di aver mangiato un cinghiale vivo. Il giro per riportare gli amici a casa ti sembra un roaller-coaster di ultima generazione e preghi di non vomitare sul cruscotto, ma non per nulla, solo che la macchina è di Lui ed è nuova, e sai benissimo che A) tra la macchina e te sceglierebbe la macchina B) ti farebbe scendere seduta stante per tornare a casa a piedi. Quindi resisti, fino ad un certo punto. Poi su ciglio della strada restituisci al marciapiede quello che hai mangiato (e anche un pò alla punta delle tue scarpe) e via dritti alla prossima pausa vomitino.
Ecco, i punti salienti son belli che riassunti. Certo che aver compiuto solo ventidueanni è rassicurante: potrai ancora fare lo stesso l'anno dopo. 

Uomini che amano le donne

Partendo dal presupposto che ne ho sentite talmente tante che - giuro - potrei scriverci un best seller, gli uomini riescono sempre a sorprendermi. Passano da spietati sciupafemmine a teneri cuccioli abbandonati con l'occhi piegati all'ingiù. Che la delicata alchimia uomo-donna sia oggetto di misteri, indagini e ricerche dalla notte dei tempi è ormai chiaro e non sono certo io a spiegarlo, ma non riesco a farmi una ragione di una serie di avvenimenti a catena a cui mi capita spesso di assistere.
Dunque, è doverosa una sorta di classificazione dell'uomo-tipo, che nonostante rigidi criteri, potrà comunque essere un misto tra due o più categorie.

L'APPOGGIATORE
Non ditemi che non l'avete mai incontrato. Ho un amico che praticamente fa quello, di lavoro. Proprio non conoscete la categoria? Va bene, allora ve lo spiego. L'appoggiatore è una tipologia di uomo scaltro come un furetto (?) che in occasioni in cui la luce è soffusa o in ambienti molto affollati, con la nonchalance di un elefante e lo sguardo bovino si avvicina e ve lo appoggia. Si. Il luogo prediletto è la discoteca, luogo di ritrovo di sedicenni come di quarantenni ancora con la voglia di accalappiare qualche ragazzina. Insomma, passo felpato, tu senti una certa presenza oscura al di sopra di te e avanzi di qualche passo, ma lui per nulla intimidito insiste finchè con un abile movimento di anca dondola esattamente a mezzo millimetro dal tuo sedere. La cosa che davvero ora mi domando è: ma con qualcuna mai, ha funzionato? La conseguente questione è: ma a voi uomini, sembra davvero così arrapante? A noi sembra di avere la mano morta sul sedere in autobus. O il maniaco che dopo qualche minuto si apre l'impermeabile.

IL TOMBEUR DE FEMME
Di solito ha già passato i vent'anni da un pezzo, ma insiste sul fatto che lui di storie serie non ne vuole avere. Il libertino per eccellenza, ride e scherza additando povere coppiette ignare, lui mai si incatenerebbe così ad una misera donna. E' il Don Giovanni della situazione, quello in cui appena si sente parlare di un argomento che NON è: birra, pub, aperitivo sulla spiaggia, infradito e cinemino una volta al mese, fugge a gambe levate. Insomma, quando il gioco si fa duro, i duri si chiedono se è il caso. Lui è il cuore di pietra, che mai ci casca, che il sentimento è un'invenzione cinematografica. La parola con cui potresti descriverlo è "scialla". Nel gergo giovanile. Che tradotto in italiano corrente significa: appena devo mettermi in gioco, me la faccio sotto.

THE PUPPY
Ovvero: il cucciolo di cui sopra. Lui non cerca una compagna, una friend-with-benefits ogni tanto, una con cui leccare un cono gelato in riva al mare o da portare al cinema. Lui vuole la donna della vita. Ha vent'anni, ma vuole una storia d'amore come quella di Cenerentola, compresa di happy ending. Si immagina già con il capello brizzolato ad aiutarla a fare l'uncinetto, a posare la dentiera sul comodino la sera e a fare pranzi di famiglia la domenica. Si strugge, l'amore per lui dev'essere con la A maiuscola, pieno di per sempre e di lucchetti che anche Moccia avrebbe un conato. Spesso il puppy cade nella categoria qui sotto, ovvero..

LO ZERBINO
Detto Zerbi per gli amici, esiste sì, anche in versione maschile. Donne zerbino se ne vedono assai in giro, ma se guardiamo attentamente, di uomini Zerbi ne è pieno il mondo. Variante della categoria Puppy, lui non è solo un cucciolo sperduto in cerca d'amore, ma crescendo impara anche a portarti le pantofole e il giornale. E' sempre pronto a correrti intorno scodinzolando. Si chiede in continuazione come può rendersi utile, e di solito tu, la tu della situazione, te ne approfitti. Per un semplice gioco di logica. Se posso avere quello che voglio senza dover chiedere nè dare nulla in cambio, perchè non approfittarmene?
Quindi, te ne approfitti. Lo porti al club del libro, da Zara con una montagna di giacchettini in mano da farti provare, a prendere il gelato quando hai il ciclo e sei di cattivo umore. Lo lasci a casa con una ciotola di croccantini quando invece vuoi andare a ballare. E lui ci sta, attendendo il tuo ritorno per scodinzolare di nuovo.

L'INSEPARABILE
No, non da te. Dai suoi amici. Non ditemi che non è mai successo. Magari galoppano allegramente verso i quaranta, ma il giovedì sera è calcetto fisso, il venerdi sera è la serata playstation e rutto libero, il mercoledì e la domenica c'è la partita. Se poi mercoledì è il tuo compleanno, sei proprio sfigatissssima. Festeggerete giov..ah no, forse ven.. vabbè insomma, festeggerete sabato. Questa tipologia di uomo sarebbe in grado di rispondere ad un messaggio dell'amico pirla, con tanto di risatina, nel bel mezzo di un giro di lenzuola. E' quello che quando hai un problema e lo trovi concentrato per quei tre minuti ne approfitti parlandogliene, ma se chiama Ginetto per il pokerino del lunedì sera sei fregata. Insomma, più che un fidanzato ti sei guadagnata una barcata di figli adolescenti.

Ordunque, qui ci sono praticamente tutti gli uomini che avete incontrato nella vostra vita, me lo sento. Alcune volte pizzicano caratteristiche qua e là dalle diverse categorie, ma sempre loro sono.
Adorabili.


Tra Bastioni, circonvallazioni e SUV.

Che città èèè? Si, avete indovinato, è Milano.
Vi ho già detto che da tre anni più o meno è la mia seconda casa e non ho ancora capito se ne sono innamorata o mi schifa? Che strano sentimento. Sarà che il primo anno è stato un pò come strapparmi da casa, e quindi il nostro primo appuntamento è stato alquanto deludente, ma mi è rimasta un pò questa sensazione di fastidio all'arrivo in Stazione Centrale. D'altra parte, col tempo ho imparato ad amarla e a sentirla mia.
Certo, incarna a pieno tutti i luoghi comuni che vi vengono in mente se ci pensate un attimo. In fondo tutti i luoghi comuni hanno un fondicino di verità.
Milano vive di SUV che manco in America. Di solito le guidatrici sono donne. Donne che cagano il loro panfilo dove più aggrada. Meta prediletta: i binari del tram. Manco a dirlo. Alcuni giorni fa ero sul mio tram dopo quella duecento ore di lezione, cullata dall'accelerare/frenare tipico del mio trammino, quando tutto si stoppa e un suono melodioso mi giunge alle orecchie: quello di centomila clacson. Ahhh. Mi sporgo e scopro l'arcano: è lui, sì, il SUV con la S maiuscola che campeggia in tutta la sua maestosità sui binari. Dopo alcuni minuti che a me sembrano secoli in slow motion, la proprietaria esce da Calzedonia (rileggete bene, Calzedonia) con il suo sacchetto, sale, sgomma e parte. Comodo, no?

Milano è La città in Italia dove la maggior parte della gente non conosce i colori del semaforo. Oppure glieli insegnano proprio sbagliati. Verde: vai a tutta velocità, non curarti minimamente degli ostacoli. Giallo: sbrigati che altrimenti sei in ritardo per andare a prendere il pargolo, pigia su quell'acceleratore. Rosso: E' la tua chance, dai gas e investi tutto il possibile. (Il rosso comma due indica: se per caso qualcuno ti insulta, non scusarti mai e inveisci il più possibile aggiungendo al suono anche le immagini e i gesti.)
Io ogni tanto tento di rischiare la morte. Mi metto lì, vedo la macchina in lontananza, faccio due passi sulle strisce e aspetto. La maggior parte delle volte mi fanno un pelo che manco Valentino sulla moto e devo reggermi bene la sciarpa sennò mi parte. Ma è tutta una questione di abitudine e di accaparrarsi le sette vite come i gatti.

Milano è la città divisa in due: conducenti di mezzi pubblici gentili e conducenti stronzi. Ne incontrerai sicuro di tutti i tipi. Quelli gentili ti aprono le porte mentre corri la Stramilano per prendere l'ultima 94 (ultimA, gli autobus qui sono femmine), con la faccia paonazza e la pezza fino ai piedi, e ti indicano la fermata se hai una cartina 8x6 in mano. Quelli stronzi ti chiudono le porte anche se sono fermi, quando hai la valigia, la borsa del pc, la borsa frigo e il cane appresso. E sono le 11.53 di sera. E ti guardano anche con quel sorrisino come a dire "toh, te l'ho fatta. Ora vai pure a piedi". Ma anche lì, le imprecazioni diventano di uso comune e ci si abitua.

Milano è la città dove effettivamente puoi fare ciò che vuoi quando vuoi. Fare colazione alle 4 di pomeriggio oppure aperitivo alle 23, fare shopping fino a sera tarda e cambiare tre discoteche in una notte sola. Lasciarti svenire al parco la domenica in mezzo a duemila cacche di cane sulla coperta della nonna e ustionarti con l'abbronzatura da muratore.

Milano ti dà l'idea di essere completamente solo nel mondo oppure sempre in compagnia di qualcuno. A seconda delle situazioni. Incontri sempre qualcuno anche se è immensa, ti fermi a chiacchierare, fai duecento attività diverse, e ti senti un pò la regina delle publi relations. Poi c'è la giornata in cui ti sputano nel caffè e ti senti sola come un cane, tutte le persone su cui posi lo sguardo sono in compagnia e molto spesso ridono, e tu ti senti persa nei meandri della metropoli.

Milano ha i suoi luoghi comuni ma ama anche eliminarli. Vive di contraddizioni ma è impossibile non innamorarsene. Anche se ti tocca lottare per la vita ad ogni attraversamento pedonale.

Hamburgerlandia

Fa tanto "Babe va in città". In effetti mi sento un pò Babe. Maialino coraggioso che dalla tranquilla fattoria si avventura nella grande città. Che poi la città sia Albany, piiiiiiccola capitale dello stato di New York (manco voi lo sapevate, deh?), poco importa. Che oggi abbia intravisto la simpatica tizia dell'altro corso che mi ha fottuto il posto a San Francisco, nemmeno. Perchè, cari amici tutti, parto. Cioè, non ora. Nè domani. A fine agosto, si, ma a me a giorni alterni pare di dover prendere baracca e burattini e traslarmi dall'altra parte dell'oceano.
Da vera maniaca del controllo e un tantino ossessivo-compulsiva, già mi sono fatta un giro sugli orari dei corsi del fall semester (altro che qui, che gli orari dei corsi li indovini il giorno prima al totocalcio), i voli, i possibili alloggi. Ogni cellula del mio corpo freme e vorrebbe sapere tutto subito, organizzare tutto all'istante e avere la tranquillità di aver fatto tutto alla perfezione. Perchè se avete avuto a che fare con Hamburgerlandia nella vostra vita sapete quanto i suoi simpatici abitanti siano una delle popolazioni più esigenti nell'universo conosciuto. Prima di partire si assicurano che tu non abbia partecipato al genocidio nazista del '45, che non partecipi ad attività terroristiche e che non contribuisci al commercio nero di bambini. Come? Chiedendotelo. Dei geni, in pratica. Voglio trovare quello che scrive sì.
Una volta messo piede sul suolo del Nuovo Mondo passi circa otto anni in coda alla dogana, dove ti chiedono le cose più svariate e senza senso, come che mestieri fanno i tuoi, chi sei venuto a trovare e perchè, quanti soldi ti sei portato e il tuo colore preferito. No, l'ultima non è vera. Le altre purtroppo sì.
Se poi sfortunatamente hai bisogno di un Visto, ti toccheranno appuntamenti frequenti con il consolato americano che riceve una volta ogni martedì dispari del mese, vuole tutti i documenti che la tua anagrafe e la tua banca possono offrirgli e anche un rene. Per sicurezza. Che simpatici. Essere un exchange student non è mai stato così facile.

A parte queste piacevoli operazioni burocratiche, il tempo speso daydreaming è aumentato del duecento percento. Cosa io abbia provato quando ho letto la mail dell'università che mi assegnava la destinazione, non ve lo so spiegare con esattezza. Cioè no, il primo pensiero è stato. "Ma cazzo, non è SF". Ok. Non è proprio l'aneddoto da raccontare ai posteri, lo so. Secondariamente ho chiamato chiunque annunciando la novella e ho atteso che i miei si riprendessero dall'esaurimento (se sopravvivono all'ammontare dei costi, avrò la certezza che sono immortali). Non sapevo nemmeno io se dire che ero felice o no. Fino a quel momento è stato tutto vago, una cosa che poteva succedere come no. Lì era scritto nero su bianco. Con anche un minaccioso: vedi di confermare entro una settimana. Non con queste esatte parole, ma il succo era quello. Insomma, una cosa un pò pressante. Era reale. Lì, che mi fissava. E io fissavo la mail.
Da allora cambio idea ogni dieci secondi, ho confermato dopo tre o quattro giorni sapendo che in fondo sarei partita. La cosa mi terrorizza e mi elettrizza allo stesso tempo. Ho paura che io e le mie paranoie, le mie ansie, non troveremmo il nostro posto in quella cittadina sull'Hudson. Che non ci sentiremo a nostro agio. Dall'altra, sono già con un piede su un aereo. Ogni tanto mi trovo a fare una lista mentale della roba da mettere in valigia, del numero di giacche e di scarpe. Immagino momenti che vivrò, persone che incontrerò, che per ora ancora mancano di volti. Mi focalizzo sui grandi dettagli, in pratica. Vivo di mille sensazioni contrastanti, che vanno dalla gioia infinita alla disperazione mentale tanto che ho paura che possa esplodere. I saluti in aereoporto già mi straziano il cuore. Detesto i saluti. Non riesco mai a staccarmi, ogni gesto non può essere l'ultimo. Maledetta sensibilità mia.
Cosa significherà tutto questo per me, non ve lo so dire. Non so nemmeno cosa significhi adesso. Non so nemmeno come vivere la mia futura partenza. Per ora mi limito al mio daydreaming.